OMBRE-LUCI RIVISTA CRISTIANA DELLE FAMIGLIE E DEGLI AMICI DI PERSONE HANDICAPPATE E DISADATTATE Fratelli responsabili? Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1G90 Spediz.: Abb. Post. Gruppo IV - 70% - Redazione Ombre e Luci - Via Bessarione 30 - 00165 Roma - 11 . 29 In questo numero Dialogo aperto 1 SORELLE E FRATELLI Forse è per mia sorella che sono « così » 4 Non carichiamoli di un peso eccessivo di Mariangela Bertolini 5 Sentivo crescere la mia responsabilità di Paola Mazzocchi 9 RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI La vostra opinione 11 Chi siamo 13 Case... centri di accoglienza 16 Dall’Europa 19 LIBRI 20 VITA DI FEDE E LUCE Comunità F.L. d'Italia 23 Quel pane « fino... fino » 23 Anche in Honduras 24 ABBONAMENTO ANNUO L. 15.000 - SOSTENITORE L. 30.000 Conto Corrente postale n. 55090005 intestato « Associazione FEDE E LUCE » Via Cola di Rienzo, 140 - 00192 Roma Riempire il modulo con la massima chiarezza, possibilmente in stampatello, cognome, nome, indirizzo e codice postale. Precisare, sul retro, che il versamento è per abbonamento a OMBRE E LUCI. Trimestrale anno Vili n. 1 Gennaio Febbraio Marzo 1990 Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 19/83 Direttore responsabile: Sergio Sciascia Direzione e redazione: Mariangela Bertolini, Nicole Schulthes - Natalia Livi Servizio abbonamenti: Cristina Di Girardi Redazione e Amministrazione: Via Bessarione, 30 - 00165 - Roma - Tel. 636106 - mercoledì - venerdì - sabato 9.30-12.30 Fotocomposizione: Videograf Roma Stampa: Ugo Quintily - S.p.A. - Via Di Donna Olimpia, 9 - Roma Grazie, siete un vero aiuto Desidero ringraziarvi per la vostra rivista che è vera¬ mente sensata e utile a mol¬ te famiglie che si trovano ad avere bambini con vari han¬ dicap, in particolare psichici. Vi ringrazio di. cuore a nome di tutte le persone che fa¬ ranno tesoro dei vostri con¬ sigli, suggerimenti, appog¬ gio morale, esempi pratici ed esperienze reali che voi presentate attraverso geni¬ tori che hanno vissuto in pri¬ ma persona periodi difficili e che poi, incontrando le per¬ sone giuste sono stati aiuta¬ ti a superare certe barriere e a ritrovare un iter giornalie¬ ro tranquillo e sereno anche con un bimbo handicappato. Un grande grazie anche perché nella vostra rivista si sente la presenza cristiana. Abbiamo tanto bisogno di far sentire l’amore di Dio al prossimo come prima regola della nostra rivista di cristia¬ ni. L’ultimo numero parla del¬ la prevenzione dei bambini sordi. Mi permetto di allega¬ re copia di un lavoro fatto a Como nel 1977 dal C.D.T.. È stata un’iniziativa stupenda che ha dato poi un ottimo ri¬ sultato. Forse vi interesserà. Approfitto per mandarvi l’in¬ dirizzo di persone che si in¬ teressano a questi problemi. Con i più cordiali saluti e tutta la mia simpatia. Annita Viola (Chiavari) Grazie per averci fatto co¬ noscere un’iniziativa davve¬ ro interessante e che po¬ tremmo far conoscere ai no¬ stri lettori. Scelte giuste Vi ringrazio per le copie saggio della rivista Ombre e Luci che mi avete inviato. Ho apprezzato la rivista nel suo complesso ma in modo particolare il n. 3 che si riferisce principalmente al problema della sordità. Ritengo che dedicare ogni numero ad un handicap pre¬ ciso con eventuali nuove prospettive, sia in campo medico che di inserimento nel mondo del lavoro, sia molto valido e comunque co¬ stituisca un arricchimento per tutti. Ho gradito anche lo stral¬ cio di alcuni passi del libro « Una giornata con me » che mi ha portato a riflettere su questa realtà. Ho deciso pertanto di in¬ viare un abbonamento alla vostra rivista non soltanto per me, ma anche per una cooperativa per handicappa¬ ti che opera nella mia città (AIES). È un modestissimo omag¬ gio per questi ragazzi affin¬ ché trovino interesse, soli¬ darietà ed amicizia nella vo¬ stra rivista. Rosanna (Lanciano) Vorrei sentire altre voci Anna Maria è una ragazza di 29 anni; all’età di 11 anni è scoppiata la sua malattia; per i nostri genitori e per noi, fratelli e sorelle è stato un colpo, uno shock. Da allo¬ ra è cominciato il nostro cal¬ vario. Psichiatri e ospedali i no¬ stri punti di riferimento. Dia¬ gnosi: sindrome dissociati¬ va, psicosi. Vorrei raccontare la mia storia senza sentirmi una vittima, vorrei urlare a tutti la mia sofferenza senza es¬ sere giudicata e ora final¬ mente ho incontrato qualcu¬ no che è pronto ad ascoltar¬ mi. La vita dove si muove un handicappato psichico non è più vita; fai di tutto per sen¬ tirti una persona normale e non lo sei; i condizionamenti sono talmente tanti che alla fine ci rinunci; la speranza, il desiderio di lottare si frantu¬ mano ben presto e il senti¬ mento dell’impotenza ti 1 piomba addosso. « Devi pensare alla tua vita, non puoi sacrificarti » sono le parole degli amici. Ma è proprio così che si deve fare? Si vive bene lo stesso facendo finta di niente? Io non ci sono riuscita. Perché? Ho anteposto gli interessi di mia sorella ai miei, ho ante¬ posto le sue esigenze alle mie e, a volte, a quelli della persona che amavo. Ho agi¬ to bene così? Ho sentito i dettami della mia coscienza pensando di fare bene. Il mio ragazzo non ha capito, si è sentito in secondo pia¬ no, poco importante per me e mi ha accusata di menefre¬ ghismo. Vorrei sentire altre voci su questo argomento, altre esperienze per non sentirmi sola in questo mondo egoi¬ sta e indifferente. Vincenza Cavaliere c/o Edizioni ADV Via Chiantigiana 30 50023 Fai ciani Impruneta FI Qualcuno dei nostri lettori o lettrici saprà rispondere a Vincenza per dirle il proprio parere sull'argomento da lei sollevato? Ombre e Luci ha già rispo¬ sto personalmente. Questo è il modo! In data odierna ho effet¬ tuato un modesto versa¬ mento sul vs ccp. dopo aver ricevuto la vostra rivista che ho molto apprezzato. Non so chi vi abbia fornito il mio indirizzo, ma comun¬ que lo ringrazio perché mi ha dato modo di conoscervi. A mia volta vi segnalo due nominativi di persone che conosco interessate ai pro¬ blemi di persone disadattate di Lanciano. A.M.R. Lanciano Questo è il modo con cui Ombre e Luci si propaga qua e là per 1'Italia. Cogliamo l'occasione per ringraziare quanti ci mandano nomina¬ tivi di persone interessate a ricevere la rivista gratuita¬ mente per un certo periodo e invitiamo i lettori a darsi da fare soprattutto quelli che non l'hanno mai fatto. Grazie all'amica di Lancia¬ no. Volontari della sofferenza Carissimi, quando ho ricevuto e, con¬ seguentemente letto — tut¬ to d’un fiato — la vostra rivi¬ sta, m’è sorto spontaneo il desiderio di scambiarci le idee: se vi sta bene, fatemi sapere, per favore, vi spe¬ diamo il nostro giornalino « Samaritani... oggi » che parla delle attività del Cen¬ tro Volontari della Sofferen¬ za della diocesi di Novara. La nostra Associazione è stata fondata da mons. Luigi Lettere sbagliate Può accadere per i tempi postali o per scambi di etichette che alcuni di voi, pur avendo rinnovato l'abbonamento, ricevano una lettera di invito a pagare l’abbonamento. Vi preghiamo di scusarci. 2 Novarese nel 1947. Non sto qui a spiegarvi tutto per non annoiarvi... comunque egli ha intuito e vissuto il « valo¬ re salvifico della sofferen¬ za » e noi cerchiamo di por¬ tare avanti questo concetto tra gli ammalati e i sani. Altra caratteristica di que¬ sto Aspostolato è, che è l’ammalato che deve farsi apostolo e portatore lui, in prima persona con l’aiuto dei fratelli sani, la testimo¬ nianza di una vita sofferta e vissuta nell’amore; offerta perché, se offerto, il dolore costa meno e vale di più: per carità, il nostro non è un di¬ scorso masochista come suggerisce equivocamente il nostro nome o di accettazio¬ ne statica e sottomessa, bensì una nuova dimensione del soffrire, vedendo il dolo¬ re sotto un altro punto di vi¬ sta: con l’occhio della fede. Tutto ciò nel caso di han¬ dicappati fisici perché, pur- Ombre e Luci è per aiutare per capire per conoscere per non lasciare soli troppo nel caso di persone ferite nella mente il discorso cade: in questi casi, e sono tanti, sempre di più, la no¬ stra assistenza e vicinanza è assicurata e li seguiamo con tanto amore credendo fer¬ mamente che Dio li raggiun¬ ge anche se non ci pare, e attraverso di loro ci dà i più grandi segni d’amore. Però, se i genitori, familiari o chi li cura accettano questa visio¬ ne delle cose, entra nel pia¬ no di salvezza redentiva. Tanto per mettervi a cono¬ scenza di un’altra associa¬ zione che lavora nel campo ecclesiastico: « nella vigna del Signore » sono chiamati, indistintamente, tutti... che siano poi pochi quelli che ri¬ spondono, è un’altra cosa! Nella certezza di essere nel cuore di Cristo e che le lacrime che bagnano il no¬ stro viso sono le stesse che bagnarono il Suo, sostenia¬ moci a vicenda con la pre¬ ghiera affinché riusciamo ad imprimere un po’ di umani¬ tà, di solidarietà, di amore a questo sempre più povero mondo. Affettuosi saluti. Paola Pettinaroli Via Frera 1S - 28010 Bolzano Novarese NO Abbiamo già risposto per¬ sonalmente a Paola. Abbia¬ mo messo il suo indirizzo nel caso qualche lettore volesse scambiare le proprie idee con lei su quanto scrive. « Quale tipo di integrazione per gli adolescenti portatori di handicap » È il tema della conferenza che Leonardo Fulgosi, direttore del Centro Camphill “Fondation Perceval" di St. Prex, Svizzera, terrà il 5 maggio 1990, ore 17.30, presso la sede di Roma della Società Antroposofica Italiana, in Via Aurelio Saliceti 7. Si sottolinea l’interesse dell'argomento e la particolare esperienza dell’oratore. Sorelle e fratelli responsabili purché liberi Forse è per mia sorella che sono “così” Ho tanto tardato a scrivervi perché... ho dovuto trovare il coraggio per farlo. Quando trovi persone che ti capiscono, si stenta a crederci e comunque poi ti accorgi che ti sveli troppo, rendendo note la tua fragilità e la tua sensibilità. Oggi è pericoloso scoprirsi, si può facilmente essere calpestati. Forse è colpa mia; pretendo che gli altri si facciano avanti quando io stessa ho paura di fare il primo passo, ma per me è difficile; il pericolo di non essere accettata mi spaventa troppo! Forse è per mia sorella che « sono così »: voglio dire, ho paura che non possano accettarla e me con lei. Io non mi faccio grandi problemi a suo riguardo, anzi è per me indispensabile, ma mi rendo conto che verso gli altri sono ipercritica e sempre sulle difensive. Forse è mia presunzione credere che ho superato certe cose e che ora sono forte, ma poi ho capito che non è così... mi accorgo che ho calato molti veli... In casa siamo sole: mia madre, mia sorella ed io. A volte la tensione che si crea, è più forte di noi e genera sentimenti di disperazione taciti, che ci nascondiamo .... a vicenda. Quando quei momenti passano, ridiamo insieme di ogni sciocchezza interamente e col cuore. È un'altalena di sentimenti che ho paura possano rivelarsi distruttivi. Forse tutto ciò nasce dalla presunzione che gli altri non abbiano di questi problemi e che siano felici! Com 'è arduo conquistarsi la felicità, che dico, almeno un po' di serenità: quella sete di calma di spirito che urge in me e si placa solo quando dipingo o leggo o penso a Londra (la mia passione sono le lingue, specialmente l'inglese), immagino il mio futuro che spero migliore del passato e anche del presente. Che la soluzione sia il non pensarci? Il mio principale difetto è riflettere troppo; forse è colpa della responsabilità che ho avuto fin da piccola di essere figha quasi unica. Questo perché i miei contano su di me, e sul mio successo: li ripagherebbe per il dolore patito a causa di mia sorella. Io credo che sia anche egoismo da parte loro perché specie mia madre è iperprotettiva e si preoccupa sempre per quello che faccio! (Convincerla a lasciarmi andare in Inghilterra... è semplicemente estenuante). Ho sempre pensato, specie negli ultimi anni, a quello che vivo: ogni mia azione è frutto di attento esame sui prò e sui contro. Credo di non essermi mai veramente divertita: non ho mai fatto « pazzie » seppure innocenti; credo di essere stata sempre un po' adulta senza virtù e con tanti difetti. Questa affezione totale di mia madre mi costringe a rinunciare a cose che pur senza conseguenze, non sono quali vorrebbe, privando me di esperienze importanti e rendendomi incerta. Lei vuole che io abbia tutto ma a modo suo. Per i miei studi e per il mio futuro invece, ho bisogno di andare all'estero ma lei non ci sente da quell'orecchio. Se le rinfaccio il fatto che vuole tenermi legata a sé, lei dice che non è vero e che sono io che voglio lasciarla sola... sono infinite discussioni. Lei non si rende conto che per me la famiglia è tutto per quella sfiducia che ho negli altri (e provata!) e che non potrei mai rinnegare i suoi insegnamenti e il suo affetto... ma è difficile farglielo capire. T.M. 69 Mia madre, mia sorella e io. Talvolta la tensione che si crea è più forte di noi e genera una disperazione tacita Ma non carichiamoli di un peso eccessivo di Mariangela Bertolini « Non so perché, è stupido, e mi fa rabbia, ma ancora me ne vergogno! ». Così scriveva, anni fa, una sorellina di un ragazzo Down per dire che non riusciva ad invitare a casa a studiare i compagni di scuola. È giusto parlare di « vergogna » o non sarebbe meglio parlare di disagio, di timore che « gli altri » non sappiano capire quel legame così stretto e naturale che si è costruito fin da piccoli; o di paura della « presa in giro » che offenderebbe fin nel profondo lui e lei? La lettera e la testimonianza riportata esprimono solo in parte la situazione in cui si vengono a trovare fratelli e sorelle di persone portatrici di handicap. Situazione che si aggrava quando in casa si è solo in due, uno « sano » e l’altro handicappato, perché allora il confronto è spontaneo e continuativo; le aspettative dei genitori verso il primo sono maggiori, tacite, ma evidenti e comprensibili. Il poterne parlare a cuore aperto è così difficile : « come vuoi che parli della mia pena e dei miei problemi ai miei genitori? Loro hanno già sofferto abbastanza; io non mi sento di caricarli anche con le mie storie. E poi, non so se potrebbero capire... ». Così avwiene spesso che la sofferenza, 5 E normale allora sentirsi soffocati ; incapaci di godere la vita spensierata a cui si ha diritto anche se si vuole gran bene a quel fratello o a quella sorellina il disagio, l’insicurezza dei fratelli e sorelle viene sottintesa; non se ne parla né in casa né fuori. So di ragazzi che hanno nascosto per anni la presenza di un fratello o di una sorella con handicap ai compagni, agli amici, agli insegnanti. So di fratelli e sorelle che, giunti all’età adulta, si sono trovati ad affrontare la vita, il lavoro, gli affetti, l'amore con molte difficoltà psicologiche dovute in gran parte al non aver potuto vivere in pienezza la fanciullezza, l’adolescenza: l’atmosfera carica di pesantezza in famiglia, i confronti, le responsabilità portate troppo presto o subite in silenzio; la dedizione dei genitori riversata troppo sul fratello più fragile; le preoccupazioni vissute in modo drammatico perché non spiegate; l’affanno per il futuro scaricato su di loro con accenni sbagliati, anche se buttati lì senza troppo riflettere:» Ci penserai tu, vero, quando io non ci sarò più? ». E normale allora sentirsi schiacciati, soffocati, incapaci di godere pienamente la vita spensierata cui si ha diritto anche se si è fratelli o sorelle, anche se si vuol un gran bene a quel fratello o a quella sorellina. Ma non è giusto e va detto. Va trovato il modo per parlarne prima che sia tardi. Non è cosa facile e fa parte della vita di famiglia condividere un fardello del quale nessuno ha colpa. Ma... ci sono dei ma che richiedono attenzione, cura, sincerità. Non ho la pretesa di offrire in poche righe il rimedio ad un problema che varia per ogni famiglia e che andrebbe seguito caso per caso. Non ho intenzione di addossare altra colpevolezza sulle spalle dei genitori 6 già così carichi di preoccupazioni e di angosce. Vorrei soltanto cercare di mettere in evidenza gli sbagli da evitare: potranno servire per rifletterci, discuterne in casa o con gli amici; per aprire un dialogo con loro, i diretti interessati. Le vostre reazioni, aggiunte, richieste, interventi, commenti su questo tema così delicato e importante, saranno sempre ben accette ed eventualmente pubblicate. Ecco allora qualche punto fra i tanti che si potrebbero elencare: — Saper parlare dell’handicap del fratello o della sorella, saper dire la verità il prima possibile; con poche frasi, chiare, spiegare quanto più è possibile i postumi lasciati da una malattia, da un parto difficile, da un virus; oppure, se l'handicap rimane misterioso anche ai medici, dire ugualmente che si tratta di un male di cui non si conoscono le origini o le cause e la terapia. Queste spiegazioni serviranno ai fratelli, ma anche ai genitori. È così importante saper chiamare le cose con il proprio nome perché allora tutta la famiglia potrà guardare la realtà bene in faccia e sdrammatizzare quell’atmosfera carica di incertezza che pesa, a volte, così fortemente sulle spalle dei più giovani. Sarà bene dire agli altri figli — dopo aver chiesto lumi a medici competenti — che non ci sarà pericolo per eventuali loro bambini. Il più delle volte, infatti, non si tratta di malattie ereditarie. Questo servirà per accennare con loro l’argomento « fidanzamento- matrimonio » rassicurandoli che troveranno certamente qualcuno che li amerà anche se fratelli o sorelle di persona handicappati; che il farsi amare da qualcuno dipende dal grado di amabilità che si suscita nell’altro molto più che dall'avere o meno un fratello « diverso ». — Tutti i genitori desiderano che i figli vadano bene a scuola. È un desiderio normale ma non è normale pretendere che i figli vadano per forza bene a scuola soprattutto perché fratelli di un giovane o di un bambino che a scuola imparerà ben poco... Mi semba un « ricatto morale » dire alla propria figlia: « Almeno tu dammi questa soddisfazione! ». Ci sono tanti ragazzi, soprattutto adolescenti, che fanno fatica ad avere la sufficienza in tutte le materia. A maggior ragione, non c’è nulla di strano che questo avvenga anche a chi... ha un elemento in più per non andare proprio a gonfie vele. — È naturale chiedere qualche aiuto in casa ai figli, anzi è educativo pretendere che ognuno faccia la sua parte. Mi pare però che con i figli — fratelli o sorelle di p.h. — si oscilla fra due tendenze: o non chiedere nulla, anzi gratificarli con ogni genere di permessi, di doni eccessivi, per aiutarli a sopportare meglio la situazione, o chiedere troppo, soprattutto in « presenza » accanto al fratello h., per paura di vederli sfuggire ad una responsabilità che si vuole condividere ad ogni costo. Ambedue le tendenze vanno, a mio avviso, ridimensionate anche se so bene che non è cosa facile ; è molto difficile trovare il giusto equilibrio, e ancor più difficile è accorgersi se si sta pendendo dall’una o dall’altra parte. Sarà bene parlarne con persone amiche, quelle vere, alle quali chiedere non solo di dire quello che pensano in proposito, ma che si facciano intermediare fra voi e i figli. Questi ultimi, spesso, parlano di questi argomenti più facilmente con degli amici che con i propri genitori. — « E quando noi non saremo più sorelle e fratelli responsabili ma liberi La mia preghiera Signore, amante della vita, aiuta i più deboli. È molto dura la vita a non andare a scuola; non c'è niente che si possa fare. Io odio la solitudine e di stare senza amici. Che è molto bello avere veri amici della scuola lì che voglio avere. Come faccio andare avanti... Io ho bisogno di fare nuove amicizie, ma come si fa, dimmelo tu. Tu sei l'unico che stai in me; aiutami nei momenti meno attesi dammi la tua fede per favore. Per favore, come faccio se non te, come farei... dammi tu un consiglio dimmelo nel cuore che ti sento. È molto importante quello che mi vuoi dire: forse è il consiglio buono come sei tu buono, caro e simpatico e affettuosamente bello; aiutami almeno tu. Tiziana di Primio qui? » Questa domanda che assilla in modo angoscioso tutti i genitori di un figlio handicappato, finisce spesso per ripercuotersi sulle spalle dei fratelli, più spesso delle sorelle. Ho conosciuto diverse sorelle che, senza averlo liberamente scelto, hanno accantonato fin dall’adolescenza l’idea di sposarsi perché « costrette dall’amore a rimanere accanto a lui ». Sono molte più di quanto si immagini. Se questo avveniva nel passato, mi sembra importante usare tutta la forza e la convinzione possibile perché queste « imposizioni d’amore » non avvengano più oggi. Se ci sarà questa vocazione — ed è possibile che ci sia — sarà da vagliare in profondità da parte di una persona estranea alla famiglia, competente e capace di discernere se si tratti di una libera scelta. Ma perché non darsi da fare fin che si è giovani genitori per provvedere alla sistemazione del figlio con handicap in tempo per non far cadere più tardi quest’onere sugli altri figli? Perché non unirsi ad altri genitori per sollecitare che questi servizi vengano approntati con urgenza da parte delle autorità competenti o, per anticipare i tempi, delle associazioni di genitori, per non addossare ulteriore peso sui fratelli e le sorelle già tanto provati? Immagino le reazioni violente di alcuni di voi a queste mie domande, che possono sembrare retoriche. So molto bene che la situazione attuale, così carente in questo campo, non lascia intravedere un filo di speranza. Ma sono convinto che non è lasciando correre il tempo che il problema de futuro del vostro figlio si risolve; e nemmeno nutrendo la speranza che ci penseranno i suoi fratelli o sorelle a meno che non lo abbiano liberamente e apertamente scelto. A loro spetterà comunque il compito di vegliare a che fratello o sorella handicappati siano tenuti bene, rispettati, seguiti, in un clima sereno e dignitoso; di andare a trovarli regolarmente e portarli con sé ogni tanto per una vacanza o per una festa in famiglia. Ma non più di questo, perché sarà già un impegno importante da assolvere e che faranno con maggiore disponibilità proprio perché liberi di volergli bene nella misura giusta. 8 sorelle e fratelli responsabili ma liberi Sentivo crescere la mia responsabilità di Paola Mazzocchi Avevo sei anni quando è nata Anna Maria. La gioia di avere una sorella con cui giocare e crescere in allegria fu pre¬ sto funestata dalla coscienza che la sua malattia non sarebbe stata qualcosa di transitorio, ma lavrebbe accompagnata per tutta la vita. Le sue difficoltà di crescita e di comu¬ nicazione ben presto cominciarono a condizionare la nostra vita familiare. AlLinizio io percepivo solo che questa sorellina tanto carina, ma più debole delle altre bambine, aveva maggior bi¬ sogno di assistenza e di impegno. Cre¬ scendo, pian piano, mi resi conto che molto si sarebbe potuto fare per miglio¬ rare una sua certa autonomia ma i tem¬ pi non erano maturi per aiutare i bambi¬ ni come lei nel recupero delle così dette capacità residue. Ho davanti a me Vimmagine di mia madre che peregrina da un dottore al¬ l’altro nella speranza di riuscire ad otte¬ nere dei risultati. Presto fu chiaro che questa creatura, che pure a me sembrava avere molte potenzialità, non avrebbe potuto conta¬ re su strutture riabilitative adeguate. Mentre mia madre si rassegnava pro¬ gressivamente ad avere un’invalida ir¬ recuperabile, dentro di me sentivo cre¬ scere la responsabilità nei suoi confron¬ ti. Dapprima era solo l’attenzione ad evi¬ tarle situazioni pericolose; poi, matu¬ rando in parte le sue facoltà psicologi¬ che ed instaurandosi fra noi un discorso seppure elementare, il problema del suo futuro diventava sempre di più le¬ gato a quello del mio. L’affetto che, sempre più responsabi¬ le, mi legava a lei, non poteva farmi pensare di interrompere questo rappor¬ to che, anche se elementare per via del suo handicap, si arricchiva sempre di più, sostanziandosi in uno scambio di valori che erano sempre più importanti. Mi accorgevo che dandole la mia at¬ tenzione, riflettendo sui modi di riuscire Paola (a destra) e Anna Maria (a sinistra), molti anni orsono. Nella pagina seguente, Paola (con gli occhiali da sole) e Anna Maria (a destra) vent’anni dopo, insieme alla loro mamma e ai figli di Paola ...e acquistavo una visione della vita più ampia e più profonda dei miei coetanei che non avevano questo problema a comunicare sempre meglio con lei, an¬ che la mia personalità cresceva e si ar¬ ricchiva, mentre acquistavo una visione della vita più ampia e più profonda dei miei coetanei che non avevano questo problema. Prendevo coscienza che la realtà di persone umane non autosufficienti sul piano fisico e psicologico aveva quasi un che di provvidenziale; quasi che la loro esistenza ci costringesse ad uscire dal nostro individualismo recuperando a noi stessi valori umani di sohdarietà e di innocenza che altrimenti potevano perdersi nella ricerca esasperata di un egoismo sterile. Negli anni questa convinzione si è an¬ data sempre più rafforzando con l’espe¬ rienza. Oggi, dopo la morte dei miei ge¬ nitori, il mio senso di responsabilità ver¬ so Anna Maria si è andato sempre più arricchendo; ormai la mia vita è talmen¬ te intrecciata con la sua, ed è talmente grande la sua fiducia ed il suo conside¬ rarmi come suo ultimo punto di riferi¬ mento, che la mia responsabilità si è trasformata in una sorta di maternità disincarnata ed allargata anche a tutti coloro che come lei soffrono e vivono una vita diversa. Questo allargamento del mio senso di responsabilità mi ha portato, negli anni, ad impegnarmi attivamente nelle asso¬ ciazioni che raggruppano genitori e pa¬ renti di portatori di handicap. Purtroppo devo dire che oggi che mia sorella è adulta ed è rimasta orfana, la situazione delle strutture di sostegno alla famigha e di riabilitazione non è cambiata di molto specialmente nella città di Roma. Qui appunto mancano del tutto quel¬ le strutture residenziali, come comunità alloggio o case-famiglia in ogni circo- scrizione, che consentirebbero agli orfa¬ ni handicappati di rimanere nel loro ter¬ ritorio, di conservare i legami affettivi con i fratelli e l’ambiente, senza pesare in modo insostenibile su di loro. Proprio per consentirle la vita nel suo quartiere, alla morte dei miei genitori, ormai da sette anni, ho assunto il ri¬ schio — che considero ancora provviso¬ rio — di lasciarla nella sua casa, orga¬ nizzandole un’assistenza che, anche se parzialmente pubblica (in quanto Anna Maria frequenta un centro diurno) è per lo più privata, con costi altissimi in de¬ naro, ma ancor di più con un impegno gravosissimo da parte mia che pure ho famiglia da accudire, e da parte di mia sorella suora che ha anch’essa i suoi do¬ veri come appartenente ad una comuni¬ tà. sorelle e fratelli responsabili ma liberi io RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI La vostra opinione Ogni numero di « Ombre e Luci » ci permette, nelle pagi¬ ne dedicate alle lettere, in « Dialogo Aperto », uno scambio di idee sulle nostre riflessioni, sulle nostre speranze e sulle no¬ stre attività. Qui i lettori imparano a conoscersi reciprocamen¬ te e, in questo senso, a sentirsi più uniti. È per questa ragione che vogliamo mettere tutti al cor¬ rente, per quanto lo spazio ci concede, su alcuni dei risultati dell’inchiesta che facemmo tempo fa fra i lettori della nostra rivista. Avevamo bisogno di sapere quale fosse la loro opinio¬ ne su di essa, come migliorarla, cosa approfondire e come continuare il nostro lavoro tenendo presenti le risposte rice¬ vute. Ricevemmo molte lettere, precise, affettuose, incorag¬ gianti. Sentimmo che « Ombre e Luci » rappresentava per tanti un punto di sohdarietà, una spinta alla propria crescita personale e rehgiosa e una fonte utile di informazioni e di sug¬ gerimenti. .Sentimmo che era uno stimolo a « darsi da fare » per aiutare più e meglio « le persone ferite », come scrisse una assistente sociale. Ciò derivava in gran parte dalle testi¬ monianze e dalle esperienze presentate, dagli articoh di fon¬ do, dalla rubrica dedicata alle lettere. « Pensavo che i nostri problemi fossero soltanto nostri », scrisse una mamma. E un’altra: « pensavo di essere la sola a soffrire ». Avevamo domandato ai lettori di dirci se « Ombre e Luci » fosse stato loro utile e in quale occasione. Un papà ri¬ spose: « quando mi sono sentito un po’ giù pensando al futu¬ ro del mio bambino, a come impostare la sua educazione e in qualche altra occasione. Leggendo « Ombre e Luci » ho con¬ statato che non c’ero solo io come genitore ad avere simili dif¬ ficoltà e ho capito che anch’io potevo mighorare il rapporto con il mio bambino e con me stesso ». Un altro papà: « in oc- 11 FIN DAI PRIMI PASSI RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI casione di tristezza e depressione ma anche di gioia nel vede¬ re il bene che viene fatto a « questi più piccoli ». Un'insegnan¬ te: « ho insegnato per tre mesi a dei ragazzi handicappati di una scuola media e la lettura di alcuni articoli mi ha aiutata a comprenderli meglio e a "insegnare" in modo giusto senza “costringerli", ma rispettando i loro tempi. Grazie ». Un'altra insegnante: « Ombre e Luci » mi è sempre di grande aiuto. Il racconto delle vicende vissute in prima linea dai genitori dei ragazzi handicappati, l'esempio datomi dal loro comporta¬ mento di un cristianesimo in atto, la conoscenza di persone che aiutano in ogni modo queste famiglie, mi incoraggiano ad accettare le mie pene... ». Una suora: « Ho avuto, e con me tutta la comunità, indicazioni utili per affrontare e indirizzare persone con diversi handicap psicofisici e le loro famiglie che si erano rivolte a noi per aiuto spirituale ». L'aspetto informativo di « Ombre e Luci » era particolar¬ mente incoraggiato e messo in rilievo da genitori, volontari e professionisti. Una signora ad esempio scrisse: « mi ha fatto conoscere l'iniziativa dei centri famiglia, perciò ora con altri genitori di handicappati si pensa di riuscire a formare un cen¬ tro simile per i nostri ragazzi che sarà molto utile — indispen¬ sabile — quando resteranno soh ». Uno studente: « mi ha aiu¬ tato nell'approfondimento delle tematiche per il mio lavoro con handicappati e con assistenti di handicappati e per consi- gh e informazioni su centri e modi di vita in comunità ». Una casalinga: « Ho imparato tanti aspetti della vita che non cono¬ sco e forse non avrai mai conosciuto senza leggere e sapere ciò che voi dite ». Un'altra signora ringraziò per « le informa¬ zioni su handicap e di carattere educativo da trasmettere a conoscenti e amici e per le riflessioni per gruppi “Fede e Luce" (articoli da far leggere singolarmente e in gruppo) ». 12 RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI E dopo sei anni ci sembra giusto dirvi: chi siamo A Ombre e Luci coUaborano molte persone: genitori di figli portatori di handicap, amici di ogni età, qualche professionista, educatore, sacerdoti, catechisti... La rivista ha, come è ovvio, al centro del suo esistere, la persona con handi¬ cap, alla quale si dà la parola quando è possibile, o a nome della quale altri parlano. Ci sono poi i membri della redazione e della segreteria, ognuno con il suo incarico preciso (che, a volte, non è poi così preciso). In ordine alfabetico sono: BERTOLINI Mariangela: genitore di persona handicappata; sposa e madre di tre figli; ex insegnante di lettere; fondatrice di Fede e Luce in Italia: — è addetta alla ricerca e alla scelta degli articoli — tiene i contatti con le persone che possono scrivere per Ombre e Luci — risponde alle lettere e alle richie¬ ste che arrivano in redazione — cura l’editoriale della rivista — tiene in ordine la contabilità del giornale. CECCARONI Laura: amica, di pro¬ fessione dietologa, fa parte dei colla¬ boratori da pochi mesi: — segue lo schedario — batte a macchina lettere e indi¬ rizzi — si occupa della diffusione. COLANGIONE Marco: è un giovane, diplomato in grafica; è portatore di handicap motorio: — è addetto alla battitura delle schede — scrive indirizzi per i solleciti. DI GIRARDI Cristina: è una giovane, con diploma magistrale e di stenodat¬ tilografia: — cura gli abbonamenti e si occupa delle targhette della spedizione — da qualche mese è impegnata ad « imboccare » i nominativi nel compu¬ ter. LIVI Natalia: è un’amica, diploma di assistente sociale, mamma di quattro figli: — fa parte della redazione: cura so¬ prattutto la recensione dei libri da pre¬ sentare — tiene in ordine e legge le riviste sull’handicap che riceviamo (circa trenta) — corregge le bozze — con Cristina è impegnata al com¬ puter. SCHULTHES Nicole: è un’amica, di¬ plomata in ergoterapia; fondatrice di Fede e Luce in Italia; madre di due fi¬ gli: — fa parte della redazione: visita scuole, centri, iniziative sull’handicap e, quando è il caso, le presenta sulla ri¬ vista — risponde alle richieste (per tele¬ fono o per lettera) di carattere pedago¬ gico o di informazione (scuole, centri, laboratori...) — segue la spedizione del giornale (ma non ha la colpa del ritardo con cui arriva nelle vostre case!) 13 — segue da vicino la composizione di ogni numero (ricerca le fotografie, sceglie con Sergio i titoli, il colore...) SCIASCIA Sergio: è un amico, spo¬ sato con due figli: — collabora alla revisione degli arti¬ coli — cura rimpaginato e tutta la mes¬ sa in opera della rivista nelle varie tap¬ pe della stampa. È lui, in poche parole, che prende testi e foto e ne fa una rivi¬ sta — visita e presenta con Nicole i centri e le iniziative sull’handicap. STEFANI Mirella: è una giovane amica, portatrice di handicap lieve: — cura l’ordine e la pulizia della re¬ dazione — prepara thè, caffè per la pausa — scrive a mano indirizzi, imbusta, affranca, timbra — ritira la posta, risponde al telefo¬ no — è addetta alle pubbliche relazioni con gli ospiti — la sua presenza è di grande aiuto psicologico per tutti. DOVE LAVORIAMO La redazione di Ombre e Luci si tro¬ va in un piccolo appartamento di Via Bessarione 30 a Roma. Era l’apparta¬ mento del portiere anni addietro. Ci è stato dato gratuitamente dai condomi¬ ni dello stabile (parenti stretti di Fran¬ cesco Gammarelli, papà di una bambi¬ na gravemente handicappata). La redazione è aperta tre volte alla settimana: MERCOLEDÌ - VENERDÌ - SABATO dalle 9.30 alle 12.30 - Tel. 06- 636106. Nell’appartamento ci sono due stan¬ ze: in una c’è l’ufficio di redazione con gli schedari, i libri, le riviste, i classifi¬ catori, la segreteria, la contabilità. Nell’altra c’è il computer, le macchi¬ ne da scrivere, l'archivio, la fotocopia¬ trice. COME LAVORIAMO Poi ci siamo noi, che lavoriamo, par¬ liamo, discutiamo, prendiamo il caffè, rispondiamo al telefono, schediamo nomi, scriviamo lettere, indirizzi, cer¬ chiamo informazioni, e poi riparliamo, lavoriamo, corriamo... Fotografie di Stefano Leonardo 14 C’è un clima diverso dagli altri uffici: un po’ perché fa freddo (siamo sempre alle prese con l’umido); un po’ perché lavoriamo come degli amici e non come degli impiegati. Metà del nostro lavoro è racconto dei casi urgenti, dif¬ ficili, per i quali cerchiamo insieme ri¬ sposte che spesso non troviamo; è di¬ scussione su come trovare soluzioni che non ci sono; è « compassione » nel senso giusto, di soffrire con persone che ci chiedono aiuto. Questa immersione nei casi difficili e sofferti ci fa dimenticare i nostri piccoli guai per cui è raro che si parli di noi e delle nostre preoccupazioni perché sono così piccole di fronte a quelle che bussano a Ombre e Luci. Per questo forse l’atmosfera è sem¬ pre piuttosto serena fra noi, alimenta¬ ta anche dalla presenza di Marco e Mi¬ rella che ci richiamano costantemente, senza dircelo, al perché del nostro im¬ pegno. L’altra metà del nostro lavoro consi¬ ste nel far funzionare l’ufficio: abbia¬ mo la coscienza di fare un lavoro serio e importante, ma, proprio per quella dimensione accennata prima, il lavoro d’ufficio ci sembra marginale: gli indi¬ rizzi un po’ storti, perché scritti da Marco e Mirella; le schede un po’ sca¬ rabocchiate; il computer che non fun¬ ziona; la fotocopiatrice che fa cilecca; la classificazione delle informazioni un po’ disordinata; la massa delle riviste da leggere che si accumulano; i pez¬ zetti di carta gialla seminati sui tavoli (tavolini in stile raccogliticcio) con vari richiami di cose da fare che aspetta¬ no... i reclami dei numeri che non arri¬ vano... ci sembrano cose così poco im¬ portanti di fronte alla mamma che chiama dalla Sicilia per dirci che ha or¬ mai 78 anni e che con il suo figlio di 40 anni non ce la fa più... « Potete trovar¬ mi un posto per lui, ho deciso di ricove¬ rarlo... ». Ci diciamo fra noi con un’occhiata che siamo lì sprattutto per lei e per tutte le altre persone che come lei pos¬ sono ricevere da Ombre e Luci un po’ d’aiuto, non fosse che quello di poter parlare a cuore aperto con una perso¬ na che può capire e, se non altro, ascoltare. A pag. 14, foto in basso. Da sinistra: Mariangela, Mirella, Marco, Natalia, Nicole, Laura. 15 RADIOGRAFIA DI OMBRE E LUCI Case, iniziative, centri di accoglienza Presentati dal 1983 al 1989 1983 n. 1 — Il chicco una casa per Fabio e Maria — una casa famiglia per bambini handicappati senza famiglia — Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino n. 2 — Per esempio a Vicenza — un centro di formazione professionale dell’Opera francescana « Caritas » di Vicenza per handicappati mentali non troppo gravi e senza handicap motorio grave — Opera Francescana « Caritas » - Via Raffaele Pasi, 25 - 36100 Vicenza 1984 n. 1 — Cottolengo e Don Guanella - Pregiudizi e realtà — due istituti tenuti da suore che accolgono persone handicappate mentali adulte di sesso femminile. Gli edifici sono stati ristrutturati e divisi in piccoli appartamenti — Cottolengo - Via Casal del Marmo, 401 - 00135 Roma — Don Guanella femminile - Casa della Provvidenza - Via della Nocetta, 23 - 00164 Roma n. 2 — Oltre la scienza, umanità e buon senso — Il Salviatino - Via Lungo l’Africo, 240 - 50137 Firenze n. 3 — Casa Jada — una casa famiglia dell’OAMI (Opera Assistenza Malati' Impediti) prevalentemente per adulti handicappati fisici — Via Pomeria, 105 - 50017 Prato n. 4 — Prima che sia tardi — ambulatorio di riabilitazione con esami precoci su neonati e bambini con paralisi cerebrale — Ambulatorio - Viale Berchet, 1 - 00152 Roma 1985 n. 1 — Ho scelto mio fratello — una sorella suscita la creazione di un laboratorio e di una casa-famiglia per il suo fratello in collaborazione con l’ANFFAS — attualmente chiuso n. 1 — Crescere insieme — una iniziativa di tempo libero 16 presso una parrocchia — Parrocchia di Cristo Re - Viale Mazzini, 32 - 00195 Roma n. 2 — Comunità e cooperativa « Il Girasole — comunità alloggio e cooperativa di lavoro per persone handicappate. Parrocchia, Comune e amici lavorano insieme — 35030 Tencarola e Salvezzano - Padova n. 3 — La casa di Gino — una colonia agricola dove vivono e lavorano insieme una cinquantina di adulti handicappati mentali. È tenuta da guanelliani — 22100 Lora - Rione di Como n. 3 — Cascina Nibai cooperativa fraternità: all’origine un papà — una comunità agricola di coppie con i loro figli e con persone con handicap — 20063 Cernusco su Naviglio (MI) n. 3 — Villa Olmo: abitando insieme, 7 ragazze e una suora — esperienza di tipo famiglia di una suora del « Don Guanella ». Con lei giovani adulte in una villetta in vista di un reinserimento — Via Appia Antica, 203 - 00178 Roma n. 3 — Villa Pizzone - Il cancello aperto — comunità di famiglie (circa 60 persone). 6 nuclei familiari, un gruppo di padri gesuiti, due anziani. Ognuno ha il suo appartamento e usufruisce di locali comuni. Accoglienza per persone con handicap o in difficoltà — Villa Pizzone - Piazza Villa Pizzone, 3 - 20156 Milano n. 4 — Qui integrazione non è una parola — Istituto « Medaglia miracolosa » Viciomaggio — Scuola materna e scuola elementare parificata di 203 bambini con gravi problemi. Ogni classe non ha più di 10 allievi. Tempo pieno. Centro di addestramento professionale per ragazzi con problemi. Riabilitazione. Accoglienza anche notturna per bambini con problemi e lontani dalla famiglia — 52040 Viciomaggio (Arezzo) 1986 n. 1 — Vede sente e parla attraverso le mani — istituto medico-psico-pedagogico per circa 25 bambini plurihandicappati (sordi, cieechi e con problemi di comportamento). L’Istituto è stato creato dalla Lega del Filo d’Oro — La Nostra Casa - 60027 Osimo (AN) n. 3 — Casa Sacra Famiglia — "istituto medico-psicopedagogico per giovani handicappate psichiche di età superiore a 14 anni. È gestito da suore del Don Guanella. Casa di riposo per donne anziane handicappate psichiche e normali non autosufficienti — Casa Sacra Famiglia - 45025 Fratta Polesine (RO) n. 4 — Vederli migliorare — cooperativa di intervento e centro di consulenza, terapia e riabilitazione per bambini con lesioni cerebrali, danni genetici, ritardi mentali. Metodo Delacato. — Via Felisatti, 62F - 30175 Mestre 1987 n. 1 — Questa casa famiglia è una risposta: quando i genitori si rimboccano le maniche — casa famiglia attorno a una coppia con due fighe handicappate mentali. Accoglie 10 adulti handicappati, educatori e obiettori di coscienza. Laboratori all’interno della casa. Collaborazione con l’associazione « La Nostra Famiglia » — Via Repubblica - 24060 Endine Gaiano (BG) n. 1 — Crescere con il lavoro — centro di lavoro guidato dall’Associazione « Nostra Famiglia », esemplare per il livello scientifico e la 17 qualità umana. Per giovani adulti handicappati mentali. — 33078 San Vito a Tagliamento (Pordenone) n. 2 — Fame di normalità — una storia di accoglienza per 110 ragazzi difficili che hanno prima di tutto bisogno di una famiglia normale. Gruppo di famiglie e un sacerdote n. 4 — Il chicco - Casa famiglia dell'Arches — accoglie quattro bambini con gravi handicap motori e psichici - senza famiglia. La nuova casa l’« Ulivo » aperta nel 1989 accoglie sei ragazzi (maschi e femmine) con handicap mentali — Via Ancona, 1 - 00043 Ciampino 1988 n. 1 — Comunità terapeutica di Primavalle — 15 pazienti (malati mentali), 12 operatori che lavorano in tre turni — Via Sant’Igino Papa, 281 - 00168 Roma n. 1 — Villa S. Giovanni di Dio — istituto psichiatrico. 346 ospiti, 5 religiosi, 180 operatori. Malati mentali e handicappati mentali adulti e molti anziani, di sesso maschile — Via Fatebenefratelli, 2 - 00045 Genzano (Roma) n. 2 — Lavorando insieme « pomeriggio chiamato laboratorio » — iniziativa di un pomeriggio di tempo libero a forma di laboratorio per un gruppo di 12 persone, handicappati e amici — Iniziativa Fede e Luce presso la Parrocchia SS Protomartiri - Via Innocenzo XI - 00165 Roma n. 2 — A scuola per stare insieme — un sabato mattina di lavori manuali fra persone con handicap e amiche — iniziativa FEDE e LUCE presso Lia Antonioli - via Chopin, 13 - 20141 Milano n. 3 — A braccia aperte — un gruppo di giovani fa uscire dall’ospedale o istituto (oppure va a cercare in famiglia) dei bambini handicappati per passare il week-end insieme — in Francia n. 4 — Casa del Sole - Casa della Serenità — scuola speciale, servizio scastico e riabilitativo per bambini cerebrolesi da 3 a 13 anni. Corso professionale da 13 a 16 anni. Numerose attività. Alto livello pedagogico. Piccola sezione per gravissimi — 46010 San Silvestro di Curtatone (Mantova) 1989 n. 2 — Perceval — un luogo per vivere e per imparare a vivere — comunità di famiglie con i loro bambini e qualche bambino con handicap in ognuna. Scuola e attività di pedagogia Steiner. Numerose attività agricole artigianali e culturali — in Svizzera n. 3 — Cooperativa Spazio Aperto — cooperativa di lavoro con settore agricolo, laboratorio e supporto per i disabili nella scuola. Cooperativa creata conia collaborazione dell’ANFAS — sede operativa: Viale delle Rimembranze di Lambrate, 7 - 20134 Lambrate Milano n. 4 — Le Case della Carità — una straordinaria risposta alle difficoltà delle persone disabili e rifiutate e anche alla crisi della parrocchia. 32 case al centro delle comunità parrocchiali — Congregazione delle Case della Carità - via S. Girolamo 24 - 42100 Reggio Emilia 18 Alessandro, Guendalina e Magali hanno sette anni e, come tutti i bambini di que¬ sta età, suscitano tenerezza. Magali, però, non sa fare le scale da sola; Alessandro non sopporta che una perso¬ na che non conosce entri nella sua sfera personale; Guendalina, quando riempie un bicchier d’acqua da una caraffa, « dimentica » di rad¬ drizzare quest'ultima e così tutto il contenuto va sulla tovaglia... Tutti e tre hanno grandi problemi di comunicazione con il mondo esterno; insie¬ me a qualche migliaio di francesi, sono affetti dalT- handicap dettò « autismo ». Questo handicap — che colpisce 15 persone su 10.000 e un maschio su tre femmine — è stato per lun¬ go tempo considerato come un blocco psicologico fonda¬ to sul rapporto madre-figlio. Da qualche anno, si fanno strada nuove teorie in pro¬ posito: l'autismo, come il mongohsmo, avrebbe un’ori¬ gine non psicologica, ma neurologica. Un ’alterazione dei cromosomi sarebbe forse alla base di questo mondo interiore che ognuno di que¬ sti bambini si costruisce per sfuggire la realtà. L’autismo non si guarisce. Apertura delle scuole, set¬ tembre '89: Magali, Guen¬ dalina, Alessandro, vanno a scuola, tre giorni alla setti¬ mana nel Collegio dei Piccoli Cantori dalla croce di legno a Glaignes. Questo è un col¬ legio un po' diverso dagh al¬ tri: 108 bambini, dalla voce celebre nel mondo intero, Bambini autistici a scuola Di Pascal Neau Su Courier Picard - gen. '90 seguono le elementari e le medie. Una maestra specializzata e un ’educatrice sono le inse¬ gnanti a tempo pieno dei tre bambini. Ci spiegano: « I bambini autistici non posso¬ no seguire la scolarità nor¬ male. Per ora diamo loro dei corsi che corrispondono al¬ l’asilo. L’obiettivo che ci pro¬ poniamo è insegnar loro ad adattarsi, a socializzare con gli altri bambini della scuo¬ la ». Per loro c’è una piccola aula dove le due giovani in¬ segnanti raccontano storie, fanno fare disegni e colla¬ ges, organizzano giochi d’osservazione: « Ogni bam¬ bino ha un grado di autono¬ mia diverso. Le loro acquisi¬ zioni sono molto eteroge¬ nee; per esempio, uno di loro manipola con molta de¬ strezza i giochi elettronici, ma non va da solo in ba¬ gno ». Ogni bambino ha un tavo¬ lo personale; qui l’insegnan¬ te gli affida un lavoro in fun¬ zione delle sue capacità e dei suoi centri di interesse. Iprogressi più notevoli av¬ vengono fuori della classe; durante la giornata, Ales¬ sandro, Guendalina, Magali, stanno con gli altri bambini. « Giocano con loro in cortile durante la ricreazione, man¬ giano insieme alla presenza degli altri », spiega la mae¬ stra. « I bambini autistici si costruiscono dei punti di ri¬ ferimento tutti loro, con riti a volte incomprensibili. Per loro, il semplice fatto di sta¬ re vicino ai bambini e al per¬ sonale della scuola, implica una buona dose di frustra¬ zioni. Queste sono molto im¬ portanti perché attraverso di esse, imparano che non si può far tutto e che non tutto è loro dovuto. Poco per vol¬ ta, capiscono che non posso¬ no fare quello che vogliono con le cose degli altri; sco¬ prono che ci sono dei limiti, delle regole da rispettare. Una volta passata la prima frustrazione, tutto poi va meglio ». E così Magali ha imparato a mangiare da sola, Guenda- Una non versa più tutta l’ac¬ qua della caraffa sulla tavo¬ la, Alessandro accetta poco per volta la presenza di un estraneo accanto a sé. Questa esperienza di so- ciahzzazione è una delle pri¬ me in Francia. Quando i bambini avranno raggiunto l’età adulta, avranno più facilità di evol¬ versi in un ambiente sociale normale: a Vogliamo dar loro il massimo delle possibi- htà per vivere il meglio pos¬ sibile nella società! » spiega ancora una delle due educa¬ trici. 19 Jean Vanier - Un profeta del nostro tempo di Gilles Lavarrière Ed. Messaggero Padova Questo libro rappresenta una sfida. Meglio, questo li¬ bro rappresenta una conso¬ lazione. È una sfida perché ci induce, con parole aperte e forti, al riconoscimento di tutte le nostre fragilità, di tutte le nostre limitazioni, di tutti i nostri egoismi, ed è una consolazione perché, proprio di questo riconosci¬ mento, fa la condizione di un cammino di crescita, di fratellanza, di amore. Que¬ sto cammino Jean Vanier l’ha percorso insieme agli handicappati, insieme alle « persone ferite », come lui li chiama: egli ne ha impa¬ rato con loro e attraverso loro, tutte le particolarità, gli ostacoli, ed anche le dol¬ cezze; questo cammino ha rappresentato per lui e per tanti che hanno lavorato con lui rincontro con Gesù, il Dio nascosto nel cuore della povertà e della soffe¬ renza umana. Il piccolo è ri¬ velazione di Dio. Jean Va¬ nier dice: « Nella sua po¬ vertà radicale, nella sua fe¬ rita evidente, si trova na¬ scosto il mistero della pre¬ senza di Dio » (La commu- nauté lieu du pardon et de la fète, pag. 47). L’autore, un teologo lau¬ reato a Montreal e attual¬ mente insegnante nella scuola Saint-Sacrament di Torrebonne, ha vissuto per vari mesi presso l’Arca di Haiti e ha lavorato a lungo vicino a Jean Vanier coin¬ volto nella sua causa a fa¬ vore degli handicappati e immerso nello spirito che l’anima. In questo libro egli riper¬ corre, tappa dopo tappa, la vita e l’opera di Jean Va¬ nier approfondendone i punti salienti e l’originalità del pensiero con estrema precisione ed estrema chia¬ rezza. Quando ho letto questo libro non conoscevo Jean Vanier che di fama e pensa¬ vo, come essenzialmente è vero, che egli si rivolgesse, con la parola e con l’azione soltanto ai più derelitti e alle persone che con lui ne prendevano cura. Ora so che questa è soltanto una parte della verità, perché egli si rivolge a tutti quan¬ do ripete che le persone portatrici di handicap ci in¬ ducono al riconoscimento delle debolezze e delle feri¬ te che ognuno di noi porta dentro di sé. « Perché » come egli osserva « siamo tutti feriti, feriti dalla ma¬ lattia, dall’handicap o dalla morte di una persona cara, feriti dal passato e dalla non-accettazione di noi stessi, feriti dai soprusi nel lavoro e soprattutto nella vita relazionale; feriti dagli odii e dalle paure, dai rifiuti di perdono, dalle emargina¬ zioni, dai blocchi tra perso¬ ne e gruppi, feriti dalle no¬ stre infedeltà, dai nostri peccati » (Homme et fem- me il les fit, pag. 195). Davanti a questa presa di coscienza ognuno prova il desiderio di una liberazio¬ ne, di una guida. Questo avviene nelle comunità del¬ l’Arca e può avvenire an¬ che altrove: i più piccoli, i più derelitti, i più feriti ci possono insegnare a cam¬ minare nella semplicità e nell’amore, nell’umiltà e nella pazienza, e ci prendo¬ no per mano per condurci, insieme a loro, verso il Li¬ beratore, il Dio nascosto. L’opera di Jean Vanier iniziò con queste premes¬ se. Egli accolse presso di sé due handicappati mentali, Raffaele e Filippo. Poco dopo veniva nominato di¬ rettore di Val Fleuri, una casa per uomini portatori di handicap. « Sotto molti aspetti » egli racconta « ero ignorante. Avevo molto da imparare tanto ri¬ guardo alle persone handi¬ cappate quanto riguardo alla vita comunitaria ». (Vi- vre une alliance dans les foyers de l’Arche, pag. 5). Accettò di mettersi alla scuola dei poveri e più vol¬ te, in seguito, espresse tut¬ ta la sua riconoscenza per questi piccoli che per lui 20 » t erano stati dei maestri. E aggiungeva: « Com¬ passione, una parola piena di significato: dividere la stessa passione, la stessa sofferenza, la stessa ago¬ nia, è accogliere nel mio cuore la miseria del tuo cuore, fratello mio ». (Ton silence m’appelle, pag. 46). Ben presto la comunità si ampliò e si moltiplicò. Nel 1971 iniziò un movi¬ mento che dalle esperienze dell’ARCA aveva tratto im¬ pulso e ricchezza spiritua¬ le, il movimento di « Fede e Luce ». Di esso fanno parte le persone handicappate, le loro famiglie e gli amici per momenti di scambio, di ce¬ lebrazioni e di preghiera. Nel 1972 fu fondata la Fe¬ derazione Internazionale dell’Arca con fondazioni anche in Africa, in India e Haiti. Le comunità dell’Ar¬ ca oggi sono costituite da uomini e da donne ferite nel loro corpo e nella loro psiche, da assistenti che hanno scelto di vivere con loro, da professionisti che condividono gli scopi del¬ l’opera pur senza vivere in comunità e dai membri del rivista mensile oer una cultura aeir hanaicap 68 oagine illustrate Un panorama comoieto ai Quanto viene edito m Italia Redazione: Centro di documentazione suil’hanaicao AIAS Via degii Orti 60 40139 Bologna Tel. 051/6234945 Abbonamento annuale 11 numeri £. 50.000 Estero £. 75.000 CCP n. 23609407 intestato a AIAS Via Mirasoie 20 40124 Bologna Richiedi una copia saggio consiglio di amministrazio¬ ne che sostengono la causa del movimento. In più i genitori degli handicappati, gli amici, i vi¬ cini e gli abitanti del villag¬ gio o del quartiere vi trova¬ no anch’essi un posto privi¬ legiato. Essi testimoniano la possibilità di una vita co¬ munitaria basata sull’amo¬ re, nella gioia e nella pace, e l’attuahtà della predica¬ zione delle beatitudini. Jean Vanier chiede agli assistenti dell’Arca « di avere questa convinzione profonda, che essi riceve¬ ranno molto più dai poveri di quanto potranno portare loro » (Vivre une alliance dans les foyers de l’Arche, pag. 56). « Vivere insieme a chi è ferito significa entrare in relazione reciproca e vi¬ vere l’interdipendenza con lui », aggiunge l’autore. Dicevo all’inizio che que¬ sto libro portava una sfida e una consolazione. Mi vie¬ ne ora naturale aggiungere che da esso possiamo trar¬ re speranza, fiducia e impe¬ gno ad agire. Natalia Livi Segnalateci Articoli, Libri, Film Se vi capita di leggere o vedere articoli libri film che meritano di esser conosciuti o diffusi, segnalateceli. Renderete un servizio alle persone interessate ai pro¬ blemi dell'handicap. 21 Corso per corrispondenza per genitori di bambini Down Questo opuscolo (32 pa¬ gine) è il primo di dieci. È l’introduzione del corso e si svolge ai genitori che han¬ no un figlio Down (da 0 a i 6/7 anni). Ecco i titoli dei nove capi¬ toli, uno per ogni opuscolo. 1. Sviluppo motorio - Im¬ parare a comunicare. 2. Sviluppo dei movi¬ menti fini - Conoscere se stessi e capire l’ambiente. 3. La vita di ogni giorno - Sviluppo cognitivo. 4. Chi insegna in pratica al vostro bambino - Tutti possono essere di aiuto. 5. Il concetto che il bam¬ bino ha di se stesso - Un ambiente adatto e dei limiti precisi. 6. Lo sviluppo sociale - Quando si comincia ad im¬ parare. 7. Verso l’indipendenza - I sentimenti del vostro bambino. 8. La sicurezza in casa e fuori casa - La salute del bambino. 9. Il vostro bambino come membro della società - Il vostro bambino e la scuola. Abbiamo letto questa in¬ troduzione con interesse e simpatia. Il tono è caloroso e semplice, la presentazio¬ ne chiara e piacevole, ma è soprattutto il contenuto che ci spiega a suggerirlo e a raccomandarlo. Questo corso è stato ideato dall’autore perché « i genitori costituiscono la riserva educativa più im¬ portante che hanno i bam¬ bini (principio n. 1) »; per¬ ché « i bambini hanno la più grande possibilità di apprendimento durante gli anni che precedono la scuola elementare (princi¬ pio n. 5) » e perché « i geni¬ tori vogliono imparare a sfruttare nel miglior modo possibile il tempo che spendono con il loro bambi¬ no » (principio n. 6)... » La simpatia e compren¬ sione per i genitori da parte dell’autore è molto eviden¬ te. Fra l’altro, riconosce loro « il diritto di essere ar¬ rabbiati », il diritto di « por¬ re dei limiti », e quello di « non essere sempre entu¬ siasti ». Tutti i suoi consigli sono pieni di buon senso, espressi con pacatezza. Anche l’elenco dei bisogni del bambino è completo, senza parole complicate o inutili. Segue poi una spiegazio¬ ne semplice e scientifica in¬ sieme, su che cos’è la sin¬ drome Down e su alcuni problemi medici relativi alla stessa. Alla fine il geni¬ tore è invitato a scrivere degli appunti, a compilare e spedire un questionario. La qualità di questa in¬ troduzione al corso vero e proprio fa pensare bene dei capitoli che seguiranno e che, ci auguriamo, saranno seguiti da qualche genito¬ re: infatti, più ancora che per gli altri bambini, « per il bambino Down il compor¬ tamento della sua famiglia nei suoi riguardi, influenze¬ rà decisamente il suo com¬ portamento ». * Per i genitori il Corso è gratuito : possono dare un contributo libero. L’iscrizione al Corso può essere fatta in qualsiasi pe¬ riodo dell’anno. Scrivere al Servizio di Consulenza • Pedagogica - Via Druso 7 - 38100 Trento, specificando il nome e l’età del bambino o della bambi¬ na. Tel. (0461) 23.95.95 Il Direttore del Corso dr. Salvatore Lagati Gli altri corsi per corri¬ spondenza del Servizio di Consulenza di Trento: • Corso per corrispon¬ denza per genitori di bam¬ bini audiolesi • Corso per corrispon¬ denza per genitori di bam¬ bini videolesi • Corso per corrispon¬ denza per genitori di bam¬ bini sordociechi 22 Lucia Bertolini nuova responsabile P. Giuseppe Serighelli nuovo assistente Incontro comunità F.L. d’Italia Dal 7 al 10 dicembre 1989 si è tenuto rincontro nazio¬ nale delle comunità Fede e Luce d’Italia. Durante rin¬ contro è avvenuta 1’elezione del nuovo responsabile na¬ zionale; la scelta è andata a Lucia Bertolini, sposa e mamma di cinque figli, da tempo impegnata nel movi¬ mento. A lei e al nuovo assi¬ stente nazionale, P. Giusep¬ pe Serighelli, un augurio di cuore. All’incontro era stato invi¬ tato il vice coordinatore in¬ ternazionale, Marcin Prze- ciszewski, polacco. Riportia¬ mo un estratto del suo reso¬ conto sulla visita in Italia, dove parla dell’impressione ricevuta da Fede e Luce: « Ho avuto l’impressione che FL in Italia rappresenta uno dei migliori modelli nel mondo: nelle comunità ci sono moltissimi giovani; allo stesso tempo molti genitori hanno trovato nelle comuni¬ tà il loro posto. La maggior parte delle persone che ho incontrato e con le quali ho parlato, mi sembra impe¬ gnata a FL in modo molto profondo; molti di loro si chiedono come poter vivere la loro vocazione di FL nella vita quotidiana, privata e professionale. Una caratteristica che ho notato è la buona animazio¬ ne, nel vero spirito di Fede e Luce. Gli italiani hanno un’immaginazione molto ric¬ ca, ma ogni dettaglio è adat¬ to alle persone con handi¬ cap. Durante una sera, in una veglia c’era un mimo che do¬ li cammino di una comuni¬ tà è fatto di tanti piccoli pas¬ si quotidiani; così piccoli, a volte, che quasi non ci accor¬ giamo della strada che stia¬ mo facendo finché non rag¬ giungiamo cose più grandi di noi, di fronte alle quali possiamo solo meravigliarci e dire grazie al Signore. Noi di « Camminiamo in¬ sieme » abbiamo vissuto uno di questi momenti spe¬ ciali il 24 settembre scorso: in quella domenica, Paolo e Gianfranco — due fratelli adulti della nostra comunità — erano in mezzo ai ragazzi della parrocchia di Marzoc- ca, felicissimi di ricevere il sacramento della Cresima. Nello stesso giorno, Lucia, una bimba che tutti amiamo yeva introdurre la preghiera. È stato, per me, ottimo: un giovane cerca il suo posto nella vita che gli sembra as¬ surda e scopre pian piano la verità dell’amore. Tutto era molto semplice e accessibile alle persone con handicap e nello stesso tempo a un alto livello di arte drammatica. Gli Italiani hanno dei doni ti¬ pici quali la facilità dei con¬ tatti, una grande apertura, un senso forte dell’umori¬ smo e prima di ogni cosa, molta gioia naturale. Questa gioia traspare dalle loro co¬ munità. molto, ha ricevuto la prima Comunione. P. Danilo mi aveva chiesto di seguirla un pochino nei giorni preceden¬ ti e di esserle vicina anche durante la cerimonia. Grazie a Lucia, ho scoper¬ to ancora una volta la pro¬ fonda bellezza dei sacra¬ menti, forse nella loro più in¬ tima essenza: la bellezza di « chiedere scusa a Gesù » per come siamo, di attende¬ re con trepida gioia quel « pane fino fino che è Gesù ». Qualcuno crede ancora che alcune persone non pos¬ sono ricevere i sacramenti perché non sono in grado di « capirli ». Io mi chiedo se ci sia da capire molto più di quello che ha capito Lucia o Dal gruppo « Camminiamo Insieme » di Marzocca « Quel pane fino fino... » 23 vita di Fede e Luce se non si tratti, piuttosto, di « vivere » i sacramenti. Lucia ha vissuto con tutta se stessa la gioia del perdo¬ no e della Comunione. E Paolo e Gianfranco parlano Chiara Frassineti, respon¬ sabile della Comunità di S. Silvia a Roma, è stata tre mesi in una casa Arche in Honduras. Ci racconta la sua esperienza. Fotografìe di Chiara F. ancora spesso della loro Cre¬ sima: come potranno non essere nel mondo testimoni di Cristo coloro ai quali sono state rivelate grandi cose? Stefania L’Honduras è uno dei pae¬ si dell’America centrale, si¬ tuata tra il Nicaragua, il Sal¬ vador e il Guatemala. Tredici anni or sono, è co¬ minciata anche qui l’avven¬ tura dell’Arche. Oggi sono tre i foyers in Honduras, due nella perife¬ ria della capitale, Teguciga- plupa, ed uno nel sud del paese, a Cheluteca. Qui nel¬ la casa di S. José ho vissuto da agosto a novembre dello scorso anno. La comunità è molto gio¬ vane e non è ancora ben strutturata come le case del¬ la capitale. Quattro anni fa, il Vescovo di Cheluteca se¬ gnalò la difficile situazione di Sulema, una ragazza mol¬ to disturbata nella mente, che aveva allora tredici anni. In seguito alla morte della mamma, l'unica che si occu¬ pava di lei, Sulema cominciò a vivere per la strada, scher¬ nita ed oltraggiata da alcuni vicini, sia per il suo aspetto un po’ goffo, sia per i suoi In una comunità Arche dell’Honduras Quanto poco basta! 24 modi un po’ aggressivi di re¬ lazionarsi, che spesso inti¬ morivano, finché venne in¬ ternata in un ospedale psi¬ chiatrico della capitale. Pilar, una giovane, accolse l’invito del vescovo; venne cercata una casa, in un quar¬ tiere vicino a quello dove aveva vissuto Sulema; una casa semplice, come tutte le altre, con le mura di fango e rami, il tetto a tegole. Pilar è stata affiancata per due anni da Melba, una ra¬ gazza honduregna; accolse¬ ro Sulema, Mela e due fratel¬ li, Felipe e Santos. Questi, durante la mia permanenza erano assenti, essendo ospitati in due altre comunità. Una signora, che vive con la sua famiglia a pochi isolati dalla casa, veniva tutti i giorni a condividere la no¬ stra giornata; con grande di¬ sponibilità, voleva bene a ciascuno come fosse un fi¬ glio; tutti la chiamavano ma- mita Andrea. C’è poi Che- ma, un ragazzo di una trenti¬ na d’anni, i cui genitori sono parecchio anziani, che vive¬ va parte della giornata vaga¬ bondando ed elemosinando. È molto esile, avanza incerto con l'aiuto di un bastone e i bambini si divertono a fargli perdere l'equilibrio. Da un anno Chema raggiunge la comunità ogni mattina, trat¬ tenendosi fin dopo il pranzo, rendendosi utile nel taglio della legna. La vita della casa S. José è molto semplice. Al mattino presto, mi ritrovavo con Pilar e Melba nella cappellina per un momento di adorazione; poi una di noi svegliava le ragazze e le aiutava a prepa¬ rarsi, un'altra preparava la colazione, un’altra riordina¬ va la casa. A colazione avevamo sem¬ pre qualche ospite di pas¬ saggio (così come a pranzo) e condividevamo con lui quello che c’era. Spesso era nostra ospite Lupita, con uno dei suoi quattro bambi¬ ni. La famiglia di Lupita è la famiglia più vicina alla casa e fin dall’inizio è stata vici¬ na, solidale e disponibile. Le sue bambine giocano volen¬ tieri con Mela o Sulema; se manca qualcosa in cucina, basta dare una voce, e se qualcuno di noi andava al mercato, era l’occasione per ricambiare il favore. Durante il giorno ognuno ha il suo lavoro nella casa. Mela lavora in cucina con mamita Andrea e aiuta a preparare prenzo e le tortil- 25 las per la cena. Chema taglia la legna che serve per cuci¬ nare; Sulema si occupa di trasportare i pezzi di legna da fuori in cucina. Gli altri hanno lavori che variano a seconda delle esigenze: un giorno c’è il tetto da riparare per evitare che la cucina si allaghi quando piove. Un giorno si ricavano cuscini da un vecchio materasso di gomma piuma; un giorno si imbianca una parete, un al¬ tro si ricompone una parete che per il caldo e il secco si è tutta scrostata. Ovviamente non manca mai la roba da la¬ vare, raccomodare, la spesa da fare in città e resta sem¬ pre poi il tempo per stare con la gente. Qui, vicini alla campagna, la gente vive prevalentemente fuori dalle case; per le strade sono rare le macchine; la strada non è asfaltata. In casa poi, di soli¬ to piccola e buia, non c’è un gran che da fare. Una sedia, due amache, un tavolinetto in un angolo, una cassa dove tenere i vestiti di tutta la fa¬ miglia; questo è in media lo scarno arredamento (c’è qualcuno che ha di più, ma parecchi non hanno nemme¬ no questo). Così le donne si incontra¬ no fuori, magari andando al mulino: parlano tra loro del prezzo del mais che è salito alle stelle; del precario lavo¬ ro dei mariti o dei figli. Il sud è la regione più povera del paese, in parte per le insta¬ bili condizioni del clima sub- tropicale che alterna piogge diluviali a siccità estreme; in parte perché la terra è in mano di pochi latifondisti. Il pomeriggio è il momen¬ to delle visite. Diverse per¬ sone venivano a trovarci per sapere come stavamo, per aiutarci in quello che pote¬ vano, per condividere qual¬ che momento della vita della comunità. Spesso eravamo noi ad an¬ dare in visita. Il martedì, ad esempio, si andava con Sule¬ ma da Clorinda e Luis: han¬ no sei figli, di cui tre handi¬ cappati. Ricordo la prima volta — era il secondo gior¬ no che mi trovavo a Chelute- ca — in cui entrai nella loro casa. Mi sentivo a disagio, in¬ gombrante, mi sentivo « gringa » (termine popolare per indicare uno straniero); straniero per loro è sinonimo 26 Vita, di Fede e Luce di opulenza. Un odore pe¬ sante impregnava l'aria: in una delle due amache, av¬ volta in poveri panni, c’era Sandrita, una piccola bimba di 15 anni; il suo sguardo in cerca di qualcosa, si muove¬ va lento per scorgere i nuovi ospiti. Letizia correva per la casa passando dalla stanza alla cucina e facendo poi il giro dall’esterno per poi ri¬ tornare, una risatina e via di nuovo; Naum anche lui come la sorella correva sen¬ za requie, rifiutando ogni tipo di indumento, in cerca convulsa di una manciata di pasta di mais o di capelli di Letizia. Alexi e Luisito gio¬ cavano con trottole di legno e Antonia, la maggiore, al la¬ vatoio era intenta a lavare, con un minuscolo pezzo di sapone, un monte di panni in un'acqua riempita di terra e altro da Naum. Luis era fuori per il lavoro. Clorinda ci accolse con un grande sorriso cordiale. Le ho sempre visto questo sor¬ riso, anche quando, al mo¬ mento della mia partenza, era molto malata. Ci invitò a sederci sull’amaca libera, riesumò una sedia, che, ap¬ poggiata ad una parete, po¬ teva andare. Tutto quello che c’era nella sua casa era a nostra disposizione. Scom¬ parve in cucina e riapparve con due piatti con tortillas calde e fagioli. I piatti eano solo per noi ospiti. Mi senti¬ vo veramente di troppo; avevo visto che in cucina esisteva una sola pentola con dentro un po' di fagioli. I poveri mancano spesso dall’essenziale ma sono - ^ Aiutaci a raggiungere altre persone; Mandaci nomi, cognomi e indirizzi (scrìtti chiaramente) di persone che possono essere interessate a questa rivista. Invieremo loro una copia saggio. Per comunicarci i nomi puoi usare il modulo stampato sotto. Il nostro indirizzo è: Ombre e luci - Via Bessarione, 30 - 00165 Roma X Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. pronti altrettanto spesso a condividere quello che han¬ no. Dovevo imparare a saper ricevere. In quei pochi mesi mi son dovuta confrontare con quelli che sono i bisogni fondamentali dell’uomo, con l’essenzialità. Come sono poche le cose che bastano ad una donna, ad un uomo, ad un bambino per vivere ed essere sereni. Come pensare allo spreco, al consumismo, al benesse¬ re, all’individualismo del no¬ stro NORD che da troppo tempo vive nella sola ricerca del dominio. Come non rico¬ noscere che il mondo è cru¬ delmente e pericolosamente lacerato da divisioni. Credo che ogni essere umano è prediletto da Dio, che ogni essere umano ha la stessa dignità di fronte a Lui. Allora credo che dobbiamo uscire dal mondo dell’indifferenza e lasciarci interrogare pro¬ fondamente dal mistero del¬ le beatitudini. >£ - Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o.Paese C.A.P. I Grazie ai lettori che inviano quote di abbonamento maggiori: ci permettono di mandare Ombre e Luci a persone che hanno difficoltà a pagare la quota. Grazie alle persone che rinnovano l'abbonamento alla scadenza risparmiandoci la spesa e il lavoro peri solleciti. $ Nell’anno 1989 più di ottocento persone hanno ricevuto Ombre e Luci gratis. Ricordiamo che questa diffusione promozionale dura un anno, per dar modo di conoscere bene la rivista prima di abbonarsi. Per chi non ha rinnovato l'abbonamento 1990 - (ordinario L. 15.000 - sostenitore L. 30.000) Intestare a : Associazione Fede e Luce - Via Cola di Rienzo, 140 - 00192 Roma C.C.P. n. 55090005 29 Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? ISAIA