e 37^4. DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI SPECIALMENTE INTORNO AI PRINCIPATI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIIJ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE,. ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC. COMPILAZIONE DEL CAVALIERE GAETANO MOROJNI ROMANO SECONDO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ PIO IX. VOL, XLIII. ■'"% IN VENEZIA DALLA l'IFOGRAFIA EMILIANA MDCCCXL V li. DIZIONARIO DI EIIUDIZIONE STO lUCO-ECC LE SI ASTICA n MAR m; ARIA FRANCESCA delle cin- que PIAGHE DI Gesù' CmsTo (beata). Nacque -a 25 marzo i 7 1 5 in Napoli, e Francesco Gallo e Barbara Ba- sinsin ne furono i genitori, di me- diocre condizione ambedue, ma di indole e di costumi diversi, poiché quanto era il primo di natura dif- ficile ed aspra, tanto era l'altra mite ed amabile. Iddio che con singolari maraviglie annunzia talora una vita cui i miracoli sono per accompagnare e seguire, non dub- bi segni ed insoliti diede nel na- scere di lei. Nel battesimo ebbe i nomi di Anna Maria Rosa Nico- letta, e nel crescere in vece di pue- rili sollazzi si dedicava a frequenti ossequi verso Dio e la Beata Ver- gine, con sorpresa di tutti; quindi cominciò a disciplinarsi e a non mostrare altro desiderio che di as- sistere alla messa ed altre eccle- siastiche funzioni. Crescendo nella perfezione, di sette anni gli fu per- messo di partecipare all' eucaristica MAR mensa; e sebbene consacrasse alla preghiera buona parte del giorno, si applicava alle faccende domestiche, e nel tessere nastri di seta intarsiati con oro, de'quali teneva commercio il genitore, indi come le sorelle e la madre si pose a filare l'oro. Pas- sati i quindici anni , le sue avve- nenti fattezze congiunte al candore de'suoi costumi, allettarono un ricco giovane a domandarla per isposa, ma ella a fronte delle furie pater- ne si dichiarò non conoscere altro sposo che Gesù Cristo, il perchè agli 8 settembre lySi vestì l'abito delle terziarie di s. Pietro d'Alcan- tara, il cui rigido istituto scrupolosa- mente osservò, e prese il nome di suor Maria Francesca delle cinque piaghe . Si diede allo spirito di contemplazione, e tenendo sempre fisso il pensiero nella passione di Cristo, incominciò a praticare il quo- tidiano esercizio della Fia Crucis^ cadendo in deliqui pel dolore e pel pianto cui si abbandonava. Du- 6 MAR bilancio il suo direttore spirituale ohe fosse illusione quanto eli pro- digioso le avveniva, la trattò ru- vidamente, mentre la consolava Gesù nel cuore e ne' colloqui, e l'angelo custode manifestamente la guidava nelle persecuzioni. Alla morte della madre, lo snaturato padre aumentò le sue vessazioni e strapazzi, ed abbandonò la casa acciò tutta fosse a peso della figlia ; allora questa andò ad unirsi a suor Maria Felice della Passione, e potè respirare per alcun tempo più tran- quilla vita. Non cessando il demo- nio di tentare la sua costanza nel- l'esercizio delle più eroiche virtù, la fece denunziare quale maliarda all'arcivescovo di Napoli cardinal Spinelli, il quale per esplorarne lo spirito l'affidò a dotto ed accorto regolatore, che principalmente nella pazienza la trovò insuperabile, cosi nell'umiltà e nell'obbedienza, laon- de dovette assicurare il cardinale dell'eminente santità di lei. Quindi soggiacque a nuove persecuzioni , non solo del padre e delle sorelle, ma altresì nel chiostro in cui vi- vea, pei* cui l'accolse in casa ono- ratissima signora, ed intanto Iddio punì i di lei persecutori, e lo stesso padre usci di vita placidamente a sua intercessione ; con atroci sup- plizi procurò alleviargli le pene del purgatorio, siccome soleva pra- ticare per le anime di que' defunti che a lei venivano raccomandati , come quella ch'era nella carità del prossimo infiammata. Osservantis- sima de' voti di povertà e castità, visse accattando, e nell'innocenza, ignorando le malizie umane. Giam- mai trasgredì le severissime regole dell! istituto alcantarino, ad onl >1 quale nel i ^1 1 gli die a successore fr. Anello o Agnello napoletano car- melitano, insigne teologo. Indi nel [44 1 'o divenne il corso fr. Al- bertino de Casini domenicano, che l'Oli vensi vuole francescano. Giro- lamo Buccaureatus protonotario par- tecipante di Sanseverino, fatto nel i54'> vescovo da Paolo IH, non che canonico di s. Pietro e vice- datario. Giulio III nel 1 553 nomi- nò vescovo d'Accia fr. Agostino Sel- vaggi nobile genovese, domenicano illustre per dottrina e costumi, tras- lato a Genova nel 1559. Pio IV nel i56o gli sostituì fr. Giulio Su- perchi mantovano dell' ordine car- melitano, che nel r 563 trasferì alla sede Crapurlanense, intervenendo al concilio di Trento. Finalmente dopo tale ultimo vescovo. Pio IV dichia- rò il suddetto Nicolò Cicada vesco- vo di Mariana, amministratore di Accia, che unì in perpetuo a Ma- riana. Morì Nicolò nel 1570, e Grego- rio XI li fece vescovo di Mariana ed Accia Gio. Battista Centurioni nobile genovese. Girolamo del Poz- zo o Pozzi della Spezia divenne vescovo nel 1599, sotto del quale la chiesa di Bastia dedicata alla Beala Vergine Assunta fu ampliata e restaurata, mediante ancora la somma lasciata dal mentovalo ve- scovo Fornari. ^fel 1622 Gregorio XV fece vescovo Giulio Pozzi, mor- to nel 1645. In suo luogo Imio- ceuzo X pose sulla sede di Maria- MAR na Gio. Agostino Marlìaiii genove- se : fu consecrato in Roma, celebrò il sinodo, ed illustrò la diocesi col suo zelo. Per sua cessione nel i656 divenne vescovo Carlo Fabiizio Giu- stiniani genovese; nel 1682 Ago- stino Fieschi nobile genovese tea- tino, dottore ed egregio predicato- re ; nel 1686 Gio. Carlo de Mari nobile genovese, altro teatino, che ri- nunziando nel 1 704, Clemente XI gli surrogò Mario Emmanuele Duraz- zo, Iraslato da Aleria, ed a questi nel T707 Andrea della Rocca no- bile genovese, abbate de' canonici regolari lateranensi. Con lui V U- ghelli ed i suoi continuatori, Itrr- lìa snera t. IV, p. 999 e se^.^ ter- minano la serie de' vescovi di Ma- riana ed Acci,. la cui continuazione si legge nelle annuali Notizie di Roma, eh' è ia seguente. Clemente XI a* 3 luelio 1720 traslatò da Aleria alle sedi di Acci e Mariana in Corsica, Agostino Saluzzi geno- vese. Benedetto XIV nel i 747 fece vescovo Domenico Saporiti genove- se. Clemente XIV nel 1772 vi traslatò da Sagona Angelo Edoar- do Stefanini, nato in Bastia dio- cesi di Mariana. Pio VI fece ve- scovo di Mariana ed. Acci nel 1775» Francesco Cittadella della diocesi di Sagona, traslato da Nebbio ; nel 1782 Pietro Pineau Duverdier del- la diocesi d'Ageii ; ed a' 3o marzo 1789 Ignazio Francesco de Joannis Verclos d'Avignone, che fu l'ultimo vescovo; poiché il Papa Pio VII nel concordato de' 29 novembre 1801 soppresse non solo le sedi vescovili di Mariana ed Accia o Acci, ma ancora quelle di Sago- na, Nebbio, Aleria ed Aiaccio nella Corsica , solo ripristinando quella di Aiaccio, che quale unico vesco- vo dell'isola, sotto di lui passarono xMAR ic le diocesi di Mariana ed Accia. V. Corsica. MARIANA Giovanni. Celebre ge- suita, nato in Talavera diocesi di Toledo in Ispagna, studiò ad Ai- cala , ed entrò nella società nel i554, all'età di diciassette anni. Ap- prese il greco, r ebraico , la teolo- gia, la storia sacra e profana. In- segnò a Roma ed a Parigi, e mori a Toledo li 17 febbraio 1624, do- po aver composto diverse opere , cioè : Hìstoria de rebus Hispanìae ^ ristampata nel 1788 colla continua- zione del p. Emmanuele Mariana del- l'ordine della redenzione degli schia- vi. Scolii sulV antico e nuovo Testa- mentOj Parigi 1620. De rege et re- gis institutione, in tre libri, che fu- rono censurati dalla facoltà teolo- gica di Parigi, quindi bruciati. Set- te trattati storici e teologici stam- pati a Colonia ed a Lione nel 1609. Più, un curioso trattato sui pesi e misure, pubblicato in Toledo nel 1 599, ed altre opere. Fu ancora lodato pei commenti sulla Scrit- tura. MARIANNE (Marianen). Città con residenza vescovile nell'impero del Brasile, provincia di Minas-Ge- raes, lunge quattro leghe da Villa- Ricca e cinquanta da Rio-Janeiro. Giace sulla riva destra di un pic- colo affluente della Piranga. Pic- cola ma bella, le sue slcade sono lastricate, e le nuove case ben fab- bricate in pietra. Vi sono due piaz- ze e sette fontane pubbliche. Il palazzo vescovile e quello della cit- tà sono belli edifizi ; la cattedrale è di una costruzione più elegante che solida. Evvi un grandissimo se- minario, molte chiese , vari con- venti e l'ospedale. Il commercio è qui poco considerabile, quantunque la provincia è di un gran prodotto Il MAH per la corona, inassìtito [)er (.|iiai)to ricava dalle ricche miniete d' oro. Conta più di 7000 abitanti, la mag- gior parte de* quali travaglia nelle miniere del territorio. Questa città non era die un borgo, (piando Gio- vanni V re di Portogallo essendosi ammogliato con donna Marianna d'Austria, le diede il titolo di cit- tà in onore della sua sposa, ed ottenne nel in ^5 a' i5 dicembre dalla santa Sede, che l'erigesse in vescovato. La sede vescovile dunque fu isti- tuita da Benedetto XIV, col di vi- siere il vasto territorio del vescovo del Rio di Gennaro nello stesso Brasile ossia s. Sebastiano, median- te il disposto della costituzione , Candor lucis aelernae^ presso il suo Bull. t. II, p. i53, e dichiarandola sufFraganea dell'arcivescovo di s. Sal- vatore nel Brasile, di cui lo è tut- tora. Per primo vescovo dichiarò fr. Emmanuele della Croce, trasla- tandolo da s. Lodovico del Mara- gnaiio, nato in 4>. Eulalia nullius (lioecesisj provincia di Portogallo, co- me abbiamo dalle annuali Notizie di Roma, che riportano la seguente sene de' vescovi di Marianne. Cle- mente XIV nel 1773 fece secon- do vescovo' Bartolomeo Emmanuele Mendes dos Reys, di Sercoza dio- cesi di Coimbra , trasferendolo da Macao. Pio VI preconizzò vescovi, nel 1779 fr. Domenico dell' Incar- nazione Pontevel domenicano di San- ta rem diocesi di Lisbona ; e nel 1797 fr. Cipriano di s. Giuseppe domenicano di Lisbona. Pio VI[ nel 1819 dichiarò successore fr. Giuseppe della ss. Trinità minore riformato di Porto. Gregorio XVI successivamente elesse vescovi , nel concistoro de' 17 dicembre 1840, Carlo Pereira Freire de Moui a , MAR della diocesi di s. Salvatore della Buja ; e per sua morte nel conci- sloro de' 21 gennaio 184+ l'odier- no monsignor Antonio Ferreira Vi- scoso, della congregazione di s. Vin- cenzo de Paoli, di Peniche patriar- cato di Lisbona, lettore in teologia, già rettore e professore di hngue nel seminario d'Angra de Reis. Am- bedue questi ultimi vescovi furono nominati dal regnante imperatore Pietro II. La chiesa cattedrale è dedicata alla Beata Vergine Maria assunta in cielo. 11 capitolo si cocnpone di quattro dignità, la prima delle quali è l'arcidiacono, di dieci canonici , senza le prebende teologale e pe- nitenziaria, di altrettanti cappellani cantori, oltre altri preti e chierici addetti al divino servigio. Nella cat- tedrale avvi il fonte battesimale, e la cura d'anime si amuiinistra da un sacerdote, venerandovisi una reliquia del legno della ss. Croce. L'episcopio è poco distante dalla cattedrale, ed è unito al seminario. Nella città non vi sono altre par- rocchie, né monasteri con regolari; sonovi bensì delle confraternite ed ali re pie istituzioni. La diocesi com- prende la più gran parte della pro- vincia di Minas Geraes , e perciò contiene molti luoghi. Ad ogni nuo- vo vescovo le tasse ne' libri della camera apostolica ascendono a fio- rini centosedici, proporzionate alle rendite della mensa che sono circa duemila quattrocento scudi romani. MARIANO e GIACOMO (ss.), martiri. Il primo era lettore, il se- condo diacono, ambedue di santa vita, e forse parenti. Verso l'anno 259 si recarono insieme nella Nu- midia, da qualche lontana provin- cia dell'Africa. Fervendo colà la persecuzione mossa dall'imperatore MAR Valeriano contro i cristiani, furono nireslali in un luogo chiamato Mu- guas, presso alla città di Cirta, e crudelmente torturati. Quindi fu- rono rimessi in prigione con molti altri cristiani, dalla quale n' erano tratti ogni giorno alcuni per essere giustiziali. Nel numero di quelli che ricevettero per tal modo la corona del martirio furono Agapio e Se- condino vescovi, i quali sono ono- rati dalla Chiesa a* dì 29 d'aprile. Vedendo i magistrati che questi va- lorosi cristiani erano fermi nel con- fessare la loro fede , mandarono Giacomo e Mariano, con un gran numero d'altri prigionieri, al go- vernatore della provincia eh' era a Lambese. Soffersero assai durante il cammino, ch'era lungo e difficile; e come furono giunti, vennero to- sto messi in prigione, ed ogni gior- no molli di loro erano fatti morire. Finalmente schieratili tutti in una valle, furono derapitali. Questi san- ti consumarono il loro martirio nel 259 o 260, forse a' d'i 6 di mag- gio, al qual giorno Irovansi i loro nomi neir antico calendario di Car- tagine; ma gli autori latini ed il martirologio romano pongono la loro festa a' 3o d'aprile. S. Giaco- mo e s. Mariano sono protettori di Gubbio, nel ducalo d'Urbino, e vuoisi che le loro reliquie sieno nella cat- ttdiale di questa città. MAPilAlNO (s.), solitario nel Ber- ry. Fioriva nel sesto secolo, e me- nava nella solitudine una vita mollò oscura. Egli non si nudriva che di frutti selvaggi e del mele che tro- vava ne' boschi, ne si lasciava ve- dere die in certi tempi dell'anno. I\on essendo una volta comparso, com'era solito, fu cercalo per tut- to, e finaluìente fu trovalo morto sotto di un albero in fondo ad un MAR i3 bosco. 11 suo corpo Tenne portato al borgo d'Evau o Esvaon, nel paese di Combrailles, ed i miracoli da Dio operati alla sua tomba fe- cero istituire una festa in onore di lui. Nel martirologio d' Usuardo e nel romano è menzionato a' 19 di agosto; ma in alcuni antichi bre- viari di Bourges la sua festa è in- dicata a' 19 di settembre. MARIANO Scoto. Fu chiamato Scoto perchè secondo alcuni era scozzese, benché irlandese ; nacque nel 1028, ed era parente del ven. Beda. Nel loSs recossi in Geri;na- nia, e vestì l'abito religioso a Co- lonia nel I o58. Nel seguente anno si ritirò nell'abbazia di Fulda , ivi si ordinò prete, poscia passò a Ma- gonza, ove morì d'anni 58 in gran riputazione, lasciando una cronaca dalla nascita di Gesìi Cristo sino al io83, che Dodechino abbate di s. Disibodo nella diocesi di Treveri continuò sino al 1200. Si attribui- scono a Mariano altre opere, come Caiciilalio de universali tempore. E annoveralo fra gli autori che scrissero intorno alla favola della papessa Giovanna^ ma il p. Pagi afferma che nella cronaca dello Sco- to non è fatto alcun cenno dì tal ridicola invenzione. D'altronde Vi- gnole asserisce che se ne fa memo- ria qual voce popolare. MARIANOPOLl, Marianopolis. Sede vescovile dell'Eufrate sotto la metropoli di Jerapoli, nel patriar- cato di Antiochia, eretta nel V se- colo. Ne fu vescovo Cosimo, pel quale s. Stefano suo metropolitano sottoscrisse al concilio di Calcedo- nia. Orìens christ. t. II, p. 95 1. MARIE (Tre). Sotto questo no- me s'intendono Ire persone di cui si fa menzione nel vangelo, cioè Maria Maddalena, Maria sorella di i4 MAK LazKaroj e la peccatrice di jVaim , die sparse Tungueiito sui piedi di Gesù Cristo presso Simone il fari- seo. Si cerca se queste sieno tre persone diverse, ovvero se sia la stessa indicata sotto diversi carat- teri. 11 p. Calmet in una disserta- zione su tal soggetto, dopo aver esposte le diverse opinioni e le pro- ve su cui i |3adri , i commentatori, i critici si sono appoggiali, conchiu- de col giudicare che la questione è ad un dipresso interminabile; pure egli inclina all' opinione di quei che distinguono le tre Marie, e quando si sta al testo del van- gelo, questa opinione sembra la più probabile.' MARINA (s.), vergine. Fiori nel- la Eitinia, servendo a Dio nello stato monastico con straordinario fervore. Ella è rinomata nelle vite de' padri del deserto, per la sua umiltà e pazienza. Si colloca la siw morte verso la metà del secolo YIII. JVel i23o le sue reliquie fu- rono trasportate da Costantinopoli a Venezia, dove si custodivano in una chiesa intitolata del nome di lei, la quale essendo stata tolta al culto divino, come tanti altri tem- pli di questa città, in tempo della dominazione francese , le reliquie della santa vennero collocate nella vicina parrocchiale di s. Maria For- mosa. Nel martirologio romano e nel breviario nuovo di Parigi, s. Marina è nominata a' i8 di giu- gno. A Venezia si celebra la festa della traslazione delle sue reliquie a* 17 di luglio. MARINA o MARINERIA. Arte del marinaro. Si disse inoltre ma- rina e marineria una moltitudine di naviganti in armata^ e più re- centemente sull'esempio di altre na- zioni si adottò d«i alcuni il foca- MAR bolo di marina y col quale si ab- braccia tutto quello che appartiene al servigio di mare, sia per la na- vigazione, sia per la costruzione del- le navi, il commercio marittimo e le forze marittime. Nautica si chia- ma la scienza e l'arte di navigare: dalla navigazione si riportarono im- mensi vantaggi alla geografia, alla storia, alle scienze, alle arti, al com- mercio ed alle concjuiste; quindi scuole di nautica e di navigazione furono stabilite in vari stati d'Eu- ropa con felici successi. Anche gli italiani ebbero anticamente di tali scuole, come furono i primi sino dal XV secolo a formare carte nau- tiche , fiorirono perciò scuole di nautica nelle principali città ma- rittime d'Italia, e in alcune tuttora fioriscono. Ammiraglio si appella il comandante o capitano generale del- le armate di mare; vocabolo che vuoisi derivato dall'arabo amir o e/7»r, che significa governatore di piovincia o generale d'esercito, per cui vuoisi introdotto fra noi dopo i viaggi fatti in oriente. I saraceni pei primi chiamarono ammiragli i capitani delle loro flotte , e dopo di essi i siciliani ed i genovesi. In Francia s' incominciò a conoscere nel 1270. Gl'inglesi danno il tito- lo di ammiraglio al comandante di qualunque flotta. Chiamasi ammi- raglia la nave del comandante ve- stito di questo titolo : ne' porti la nave ammiraglia è una vecchia na- ve, per lo più incapace di tenere il mare. Essa sta sempre in porto, tiene inalberato lo stendardo, chia- ma a bordo i capitani delle navi ch'entrano; dà alla sera il segnale della ritirata col cannone, e rende il saluto alle navi straniere. Dicesi ammiragliato l'uffizio o il luogo del tribunale dell'ammirali tà, cosi chia- MAR ruandosi i diversi uffizioli che han- no ispezione sugU affari della ma- rina. Tulli gli antichi scriltori greci e latini rappresentano i fenicii come i primi e più celebri navigatori, e della loro destrezza in quest' ar- te fanno prova i viaggi da essi tentati sino dai tempi più aulichi ai più remoti lidi, giacche essi fe- cero più volte il giro intorno al- l'Africa, e da altra parte si spinsero fino al Baltico. Pimio rappresentò gli antichi franchi o germani come ì popoli dell'Europa più esperti nel- l'arie della marineria : i loro vascel- li fatti di molti pezzi di cuoio cuciti insieme, o anche di vimini coperti di cuoio, non avevano né prora , uè vele, e si avanzavano soltanto a forza di remi. La loro navigazione fu assai limitata da princìpio, ma poco a poco si arrischiarono ad intraprendere viaggi di più lungo corso, scorrendo le coste della Gal- lia e della Spagna, indi per lo stret- to di Gibilterra penetrarono nel Mediterraneo. A* tempi dell'impe- ratore Giustiniano I i franchi s'im- padronirono delia Provenza, di Mar- siglia, antica colonia de' focesi, e del mare adiacente, per cui si deduce che verso l'anno SSg i franchi già possedessero una specie di marina. Tutlavolta sembra che Clodoveo I e i suoi discendenti trascurassero l'arte della navigazione, alla quale pare che Carlo Magno prestasse qualche attenzione. Fu però ne- gletta di nuovo tale arte dopo la sua morte, per cui nelle crociate i francesi furono costretti ricorrere ai veneziani e genovesi, già possenti in marina, e noleggiare a prezzo enorme i loro vascelli. In seguito s. Luigi IX, Filippo III, e Filippo IV fecero grandi sforzi per stabi- MAR 1 5 lire la marina francese , che fece salpare dai suoi porti in diverse epoche flotte di qualche forza e portata, e tentarono alcune spedi- zioni marittime. Già gl'italiani, spe- cialmente i veneziani, i genovesi, i pisani e gli amalfitani , come di- ciamo ai loro articoli, si erano da lungo tempo distinti per la loro perizia nella marineria , essendosi impadroniti di tutto il traffico ma- rittimo coU'Asia e coli' Africa , ed alcuni persino in lontane terre pres- so il mar Nero. Altresì i portoghesi, e ad esempio loro gli spagnuoli, si erano pure segnalati con lontane navigazioni, e i primi avevano ri- conosciute tutte le coste dell'Africa, scoperte nuove isole, e trovato il passaggio delle Indie orientali , gi- rando intorno all'estremità dell'A- frica; i secondi colla scorta di un ingegno italiano, 1' immortale Cri- stoforo Colombo, spinte avevano le loro navigazioni sino nell'America, e scoperto il nuovo mondo. 1 fran- cesi dopo Filippo VI di Valois la- sciarono cadere la marina in uno stato di languore, che durò sino a Francesco I, il quale riuscì a for- mare una jflolta di i5o grossi va- scelli, e di altri 6o minori. In pro- gresso la marina francese venne ri- stabilita in forza da Enrico IV ; ma intanto gli olandesi e gì' inglesi si erano grandemente raffi^rzati nel- l'arte di costruire i vascelli, e nella marineria si erano distinti per mol- te ardite navigazioni e per alcune scoperte ; anzi le imprese de' pirati e degli avventurieri risvegliarono in quelle nazioni e governi il gusto della navigazione, e lo studio d'in- grandire e fortificare considerabil- mente la marina. Sotto il regno di Luigi XIII il cardinal Richelieu fece cQStiuire molti vascelli, fece espur- I ti M A R {^are tulli i porti, ed alcuni ne for- tificò ; poscia Luigi XIV nel suo liin«o e luminoso regno portò la marina francese a quel grado di splendore che la rese per qualche tempo formidabile n tutta l'Euro- pa. Ma r Inghilterra, la Spagna e l'Olanda aveano una marina flori- dissima, quando la Francia solo possedeva alcuni vascelli, finche Lui- gi XIV in breve tempo avendo fallo costruire porti, arsenali e va- scelli, quasi con una specie d'in- canto armò una flotta considerabile, che disputò agi' inglesi l' impero del mare, fece chinare la bandiera agli ammiragli spagnuoli , e bombardò Algeri, ora in potere della Francia. In Europa V Inghilterra, la Fran- cia^ e la Russia (f^edi)^ sono po- tenze formidabili anche in mare , per le loro numerose flotte e per le loro agguerrite e possenti ma- rine. In Itaha si diede il nome di Flotta anticamente ad una com- pagnia o unione di bastimenti mercantili, i quali navigavano di conserva. Si diede poi il nome di flotta, ma però abusivamente, an- che ad una squadra o ad un'ar- mata navale. I nostri antichi scrit- tori non accennarono giammai le poderose flotte d'Inghilterra, d'O- landa e di Portogallo, se non co- me portatrici di mercanzie. Nel dizionario francese delle Orìgini si definisce la flotta un numero con- siderabile di vascelli che navigano di conserva, tanto pel traffico, co- me per la guerra; e si dice che le flotte de'feaicii sono le prime di cui si faccia menzione nella storia. Si videro successivamente flotte nella Grecia, nella Sicilia, nella Sardegna e nelle Gallie. Ma i fenicii incoraggiti dai loro gran- M A R diosi e continuati successi, osarono finalmente passare lo stretto in- oggi detto Gibilterra (che per la sua celebrità, e per essere in pos- sesso degl'inglesi, descrivemmo in fine del citato articolo Inghilter- ra), verso l'anno i2 5o avanti l'era volgare, e le loro flotte si estesero allora in tutto l'Oceano, e si spin- sero a destra e a sinistra di quello stretto. L'esempio dei fenicii diede ben presto agli idumei, agli ebrei ed ai siri, l' idea di porre insieme e di munire dei necessari attrezzi alcune flotte mercantili. Nella sa- cra Scrittura si parla sovente di frequenti viaggi che facevano le grandi flotte del re Salomone nel- l'Africa, nella terra d'Ofir e di Tarsis, ma probabilmente erano i fenicii che le conducevano, perchè gli ebrei non pare se ne occupassero. Il creatore della marina egiziana si reputa generalmente Boccori, che nell'Egitto regnava 670 anni a- vanti la nostra era. Sino a quell'e- poca la marina egizia non consi- steva che in poche barche, o an- co in una specie di zattere, delle quali si faceva uso per costeggiare le rive del golfo arabico. Neco fi- glio di Boccori, dopo aver fatto costruire gran numero di vascelli, spedi dalle rive del mar Rosso una flotta, che seguendo i di lui ordi- ni, fece il giro di tutta l'Africa,, e tornò in Egitto rientrando nel Me- diterraneo per le colonne d'Erco- le, o sia per lo stretto di Cadice o di Gibilterra. Anche di questa impresa però si dice che furono condottieri i fenicii, e che fu com- piuto quel giro nel periodo di tre . anni. Tucidide parla d'una memo- rabile battaglia navale, che si die- de 600 anni circa avanti l'era vol- gare, tra una flotta de' corinti ed MAR nìtra degli abitanti di Corcira; e cjiieslo è il più antico combatti- mento navale di cui si abbia men- zione nella storia greca. L'ampia pianma di Roma, detta ora prati di Monte Testaccio, fu dai roma- ni chiamata Navalis regio, e JVa- yalia, dopo che vemie particolar- mente destinata alla costruzione e custodia delle navi, ed all'approdo delle barche che risalivano dal mare il Tevere. La contiada pre- se da ciò tal nome nel IV secolo di Roma, forse dopo la riedifica- zione della città l'anno 365 avve- nuta, ed allora fu dato il nome di Navalis alla porta prossima sul- la riva sinistra del Tevere presso l'Aventino. La prima flotta spedi- ta dai romani nella prima guerra punica, era composta di 160 ve- le; quello però che sembra incre- dibile è ch'essi avevano impiegato soli sessanta giorni nel tagliare il legname, e nel fabbricare tutti quei vascelli. Al tempo della seconda guerra, punica, al dire di Plinio, i romani spesero quaranta giorni per munire ed eqi.iipàggiare una flotta, e per abilitarla a scórrere sul mare. Già i romani prima delle due guerre, puniche, e nell'anno di Ro- ma 4' 6 avevano rovinato il por- lo d' Amo , impadronendosi del- la flotta degli anziati, numerosa di venlidue vascelli; quindi seriamen- te si applicarono allo stabilimento e al governo della loro aiarina. Laonde spedirono poscia flotte nu- merose su tutte le coste del Me- diterraneo, nella Sicilia, e nell'A- frica contro i cartaginesi; ne spedi- rono nella Macedonia contro il re Fi- lippo, e poscia ancora contro Perseo; nell'Asia contro Antioco; sulle co- ste della- Grecia contro gli etolii; VOL. XLIII. MAR 17 finalmente su quelle dell'Asia mi- nore e della Cilicia contro Mitri- date ed i pirati. Avevano i roma- ni per difesa dei mari Adriatico e Tirreno o toscana parte del Medi- terraneo, due armate marittime principalissime, una nel porto Mi- sentì fra Baia e Ischina, che servi- va per tutto il ponente, mezzogior- no e tramontana, l'altra a Ravenna ohe serviva per tutto il levante, am- bedue cosi ordinate da Augusto. Ser- viva quella del porto Miseno, per la Francia, Spagna, Mauritiana, Africa e per l'Egitto; quella di Ra- venna, il di cui porto era assai ben munito, e capace di duecento- cinquanta navi, serviva per l'Epi- ro, Ragusi, Macedonia, Acaia, Si- cilia j Cipro, Arcipelago, Mare Mag- giore, ed altre provincie. Teneva- no similmente i romani due altre armate minori, cioè una nel porto d'Ostia, l'altra nella Gallia War- bonese nel Foro di Giulia, per cui possedevano ordinariamente in di- versi luoghi quattro armate con- siderabili, oltre quella che stava nel mare Maggiore ossia sopra Co- stantinopohj dov'era in quie' tempi un porto capace di cento navi, ia cui a tempo di Gioseffo istorico mantenevano trentamila soldati e quaranta galere. Nei fiumi grossi ne avevano tre. I romani , come; meglio dicemmo a Corona , conce- devano la corona navale d'oro a col.ui che pel primo fosse entrato armato nella nave nemica; la co- rona poi classica o rostrale si da- va a quello che con vittoria aves- se vinto in mare il nemico, come fu data a Marco Varrone ed a Marco Agrippa. Lduumviri o com- missari di marina, furono creati l'anno di Roma 5^i : era loro cu- ra di far costruire ed equipaggia- Èobwvtwi m^i ■n Ck i8 MAR re le navi. Si dislingiirvnno nelle flotte greche e romane due diver- se specie di vascelli, i grandi e i piccoli; quelle dne specie divide- "vansì ancora in biremi, Iriretìrìi , quadrii'emi e qiiinquìremi, secon- do il numero degli ordini dì re- mi e dì rematori che vi si appli- cavano ; Polibio pel primo descris- se !e nari de'romani, che in prin- cipio abborrirono la marina. Os- servano alcuni, massime gli storici dell'antica marina, che per le na- vi da guerra si faceva usò piut- tosto di remi che non di vele, e che all'opposto le navi mercanti- li o di trasporto, sì facevano viag- giare piuttosto a vele che non a remi. Tra le flotte di cui si fa menzione nella storia moderna, la più celebre dìcesi quella che Fi- lippo II avea disposto durante lo spazio di tré anni nel Portogallo, a Napoli e nella Sicilia, affine di detronizzare la regina Elisabetta; ma benché nominata V ìmdncihìle, a suo luogo dicemmo la funesta sor- te di essa, e come andò a vuoto la spedizione. Nei bassi tempi, massi- me ne'mari del Levante, i vene- ziani, i pisani, gli amalfitani, ì ge- novesi, Spedirono assai numerose flotte; e le più grandi flotte o ar- mate navali, che si resero celebri ne* secoli XV e XVI, furono per lo più formate o ingrossate da va- scelli delle potenze italiane. Le barche più antiche, dicono alcuni scrittori, non furono pro- babilmente se non che tronchi" di albero scavati, o forse ancoia ta- vole o tronchi d'albero galleggian- ti, su le quali gli uomini si affi- darono alle onde. Sembra altresì che molte nazioni più antiche fa- cessero uso di battelli composti di verghe flessibili, alle quali colléga- MAR fc e coperte dì cuoio, si dava la forma d'una navicella. Da princi- pio, dicono altri, non sì adopera- vano che zatfeie (veicoli o carri piani di legni collegati insieme, che vanno nelle acque come a nuoto), piroghe (barchette de* selvaggi a- mericani fatte dì un tronco d'al- bero scavato), o semplici barche. Le prime rozze barche non erano se non che schifi deboli e leggeri, che si condiicevano a remi, chia- mandosi ora schifi le più piccole barchette per cui dal vascello o nave si scende a terra, appellate pure lancie. Alcuni affermano che le prime navicelle furono costrut- ; te sul modello degli uccelli che teggonsi nuotare al disopra delle acque, é certamente si trova nel- le barche in generale qualche idea di quella forma, perchè tutte pre- sentano una convessità al disotto, e una convessità al disopia , che tiene il luogo dello stomaco e del- l'addome degli uccelli, e il collo, la testa e il becco danno l'idea della prora eh* è la parte dinanzi della nave, opposto di poppa eh' è la paite deretana delle navi; co- me la coda somministra la figura e l'idea della poppa col timone, il quale è quel' legno mobi-le, con cui si governa il moto della nave, e Serve di guida. Il moto altresì dei piedi degli uccelli acquatici ha potuto facilmente fornir l' idea dei remi, che a somiglianza di quelli de' palmipedi si sono fatti più lar- ghi ad una delle estremità. Inol- tre si prefende che Dedalo in- ventasse le vele, allorché tentò di fuggire dall'isola di Greta, e che col mezzo di quelle egli attraver- sasse la flotta di Minosse re del- l'isola, senza che ad alcuni riuscis- se arrestarlo . Si fecero ancora MAR lìarclie iH luoio, e le iisaiOTio certi popoli dell' Indili, e Cesare le ordi- nò a'suoi soldati nella spedizione d' Inghilterra. I babilonesi andava- no per rEulVale in barelle di euoio di figura rotonda. Di cuoio e di otri congiunti furono fabbricati de'pon- àì per trapassare le armate, e gli u- sarono pure i romani, i quali ebbe- ro il Collegio degli ulriculari , che erano persone che facevano le barche e i ponti con otri per ser- virsene ne'fìumi e nel mare. JN'oii conoscendosi chi pel primo abbia costruito navi, l>isogna riguardare forse per la prima l'arca di Noè, di cui Dio stesso indicò le dimen- sioni e diverse proporzioni, il mo- do di costruirla e di renderla im- penetrabile alle acque. Si può cre- dere tuttavia che alcune orli fos- sero già praticale dagli antidilu- viani, perchè Dio ordinò a Noè di fabbricare quella nave di legni levigati, di formarvi diverse came- re, con finestra e tetto: ciò fa ri- tenere che cognizioni edificatorie si conoscessero. In progresso di tem- po, divenuto generale l'uso delle navi presso lutti i popoli, «e ne costruirono di varie sorti, di varie grandezze e materie, e l'arte della costruzione navale, straordinaria- mente estesa e ingrandita, giunse a fabbricare moli galleggianti, sor- prendenti per la loro grandez- za e solidità, e destinate fin an- che agli usi di guerra. Sarà sem- pre oggetto di meraviglia^ il con- siderare, come su barche si tras- portassero in Roma, specialmente dall'Egitto, moli di un peso straor- dinario, come gli obelischi che tut- tora ammiriamo. Nave è vocabolo che significa propriamente ogni legno da navi- gare, ma più spesso si usa a si- MAR 19 gnifìcai'e ì bastimenti grandi che hanno tre alberi con piò ordini di vele, per trasportar mercanzie o armati per servizio dello stato e della guerra; questa specie di navi sono chiamate anche navi grosse. Di mano in mano che la navigazione si eslese e diventò più frequente, si perfezionò la costru- zione delle navij si fecero queste di più grandi dimensioni, è fu d'uo- po allora di maggiore mano di opera, e di iin artifizio maggiore per muoverle e per guidarle. Non si lardò a riconoscere l'utilità che trarre potevasi dal vento per faci- litare e rendere più veloce il corso di ima nave, e si trovò l'arte di valersene col mezzo degli alberi o antenne e delle vele : alcuni sono di avviso, che il nautilio papira- ceo, detto dai naturalisti argonau- ta argo, e non raro anche nel Mediterraneo, abbia dato il primo r idea della vela applicabile alle navi, poiché quel testaceo manda fuori dal suo nicchio una specie di vela o cartilagine o membrana, la quale gonfiata dal vento. Io trasporta rapidamente a grandissi- me distanze. Opinano alcuni che le navi de'fenicii fossero somiglian- ti in parte alle galee, cioè navi- gassero a vela ed a remi ; facendo uso delle prime se il vento era fa- vorevole, e dei secondi durante le calme e quando i venti erano con- trari. I greci fecero progressi nel- l'architettura e nella costruzione navale, dopo che Giasone fece co- struire' una nave che per la sua grandezza e corredo superò tutte quelle che eransi fino allora vedute, all'oggetto di penetrare nella Col- chide cogli argonauti, per la con- quista del vello d'oro. Presso i ffreci e i romani vi furono due 30 MAR sorta di navi, le Une destinale al traflGco, al liaspoi^to delle mercan- zie, de* viveri e delle Iruppe, e que- ste, cbiamavansi navi da carico, naves oncrariaej le altre alle sol- tanto alla guerra, o adoperate a queir uso, dicevansi lungae navesy naVi lunghe, e questo nome si per- petuò in Italia, e si mantenne an- che ne' tempi di mezzo e sin qua- si al passato secolo. Si pretende /òhe presso i romani queste navi avessero realmente un notabile pro- lungamento, a disti-nzione delle al- tre la cui forma avvicina vasi alla rotonda o all'ovale. Le navi d'al- tronde erano aperte e senza pun- te; esse non ayeano neppure alla prora que'rostri di bronzo che qua- lificavano le navi da guerra, chia- mati anco speroni, ed erano pur di ferro e di rame. Con nati gui- dale da remi e vele, benché ma - Jamenle costrutte e debolmente munite, sì fecero tuttavia lunghis- simi viaggi; gl'italiani navigatori si spinsero sino alle Indie orienta- li, e gli scandinavi sino neirAmeri- ca* L'invenzione della bussola, della quale parlammo all' articolo Amal^ fi (Vedi) ed altrove, strumento che serve a indicare la tramontana, e per conseguenza a ritrovare i luoghi ove uno si trova, e specialmente a dirigere il corso delle navi, e quella poscia delle artiglierie por- tarono grandissimi cangiamenti nel- la costruzione navale, arrischiando- si colta guida dell'ago calamitato o magnetico i navigatori a piìi lunghi viaggi, e renduto essetìdosi necessario in appresso il rafforzare grandemente i vascelli, onde capa- ci fossero di sostenere pesi assai maggiori, e l'urto de'colpi di can- none; quindi fiorendo le arti e le scienze, anche la marina si ri uno - MAR vò e riformò totalmente, cosicché a grado a grado si venne dalle epoche più remole, e dalla costru- zione navale de' tempi antichi, a quella che oia si adopera e si ammira. Nel passato secolo si è stabi li la tra diveree nazioni una emulazione attiva per la migliore costruzione de'vascelli, dal che è risultato un perfezionamento che altre volte si sarebbe giudicato im- possibile. Si narra che le antiche flot- te de're sassoni erano tutte com- poste di scialuppe, ora battelli al servigio delle navi, mosse da re- mi ; che il celebre vascello di En- rico Vili, che passava in quei tempi per una delle meraviglie del mondo, sarebbe per noi appena un vascello di quarto ordine; che una delle nostre fregate ( piccoli navilii da remi nell'antico tempo, ora sono vascelli da guerra alquan- to minori di una nave da linea ) di prima forza e grandezza, supe- riore riuscirebbe a tutti i migliori vascelli dèir Inghilterra che fab- brica vansi a' tempi della regina Elisabetta; e finalmente che ciascu- no de'vascelli di 74 cannoni di tiuova costruzione, è di molto su- periore a quello ch'erano i vascel- li di pi-imo ordine nel secolo XVI 1. Il nome poi di Èattello 0 navi- cello, o piccola nave, v. for^e fissai più antico di quello che comune- mente* si crede, e se ne fecero an- cora con macchine meccaniche per diversi usi, ma la più celebre e più utile è quella de' battelli a va- pore, motore divenuto ogj^i di uso universale: sono, pochi anni che a Manchester si costruiscono molti bastimenti di ferro destinali alla navigazione di lungo corso; la lo- ro coslruziono è della massima sem- plicità, e molti ne sono i vantag- MAPl gi. L'rdea di applicare l'azione del vapore per fiir camminare delle navi, ha dovuto nascere colle pri- me notizie dell'esistenza di questa mirabile fòrza. Nel i663 il mar- chese dì Vorcester fece conoscere l'idea madre della macchina a va- pore, in un modo però enigmatico. Quindi nel lySy Giovanni Ilulls di Londra pubblicò la descrizione di un battello a vapore per far rimorchiare le navi. Inutilmente pei' moltissimi anni si cercò in Francia, neli' Inghilterra e nella Scozia di effettuare i disegni di Ilullsj ma sì bella ed utile con- quista era ri serbata al celebre mec- canico americano Roberto Fulton della contea di Lancastro tìellà Pensil Vania , il quale dimorando nel i8o4 in Parigi, Occupato ad arricchire la Sua mente di titili cognizioni, e protetto da Living- tou plenipotenziario degli Stati Uniti presso il governo di Francia, pro- seguì il Suo disegno d'impiegare la potenza prodigiosa del vapore ad agevolare la navigazione, con tutto quell'ardore da cui era animato. Nel r8o5 fece il suo primo espe- rimento con un piccolo battello di cuoio sulla Senna, dopo di che or- dinò in Inghilterra una gran mac- china a vaporò, e recossi in Ame- rica per far preparare le navi che dovevano riceverla, con perfetta riuscita. La Spagna Volle pure ri- vendicare l'onore di avere inven- tato i battelli a vapore, poiché nel 1543 Blasco di Garay capitano di nave, propose a Carlo V di far camminare yna nave senza remi e senza vele, ed essendo la prova felicemente riuscita fu generosa- mente ricompensato. Quell' appa- recchio consisteva in una caldaia d'acqua bollente, il cui vapoi'C mct- MAR 21 teva in movimento due ruote ap- plicate sui fianchi della nave. Do- po la morte di Carlo V, il Garay non avendo pih trovato alcun pro- tettore, la sua scoperta rimase di- menticata durante alcuni secoli . Aggiungeremo a gloria del nome italiano, che il eh. Rambelli nelle sue Lettere intomo invenzioni e scoperte italiane, a p. gS e seg., parlando delle macchine a vapore, discorre del romano Giovanni Bran- ca, che nel 1628 pubblicò in Ro- ma un' opera, con la quale tentò dì applicare in grande la potenza e- spansiva del vapore a degli ogget- ti utili; e del toscano Serafino Ser- rati, il quale verso il 1787 fu il primo non solo ad immaginare, ma eziandio a porre ili corso sul- l'Arno un battello a vapore, per cui si diminuisce la gloria di HuIIs e dì Fulton, non che di Giacomo Vatt che fu l'inventore delle mac- chine a vapore in Inghilterra nel 1796. L'America pose in opera per la prima questo ramo importante d'industria commerciale; l'Inghil- terra prontamente imitò la sua ri- vale d'oltremare, e la Francia non tardò a mettersi in relazione con esse. In seguito gli altri stati in un all'Italia adottarono le navi e i battelli a vapore. Queste macchia ne che navigano in lutti i mari, e che affrontano egualmente i ven- ti e le tempeste, avvincono gl'im- peri e il mondo, e rendono ogni giorno le comunicazioni più facih e più frequenti. Popola oggi il Mediterraneo e l'Adriatico una fa- miglia di battelli a vapore d'ogni forza e d* ogni dimensione, che tagliano le acque in tutti i sensi, s'incrociano, si passano da costa, e come due amici che s'incontra- no sullo stesso sentiero^ pur quasi 22 MA.R YOgliano stendersi una mnno tra loro, monile due legni a vele slu- tliano da lungi la loro direzione, e come più si avvicinano, piti si afTalicano ad allontanarsi. Anche i fiumi sono popolati da legni a va> pore, ed il Tevere lo è pure. per provvidenza di Papa Gregorio XVI. Delle forze marittime, e delle cose principali riguardanti la marina delle principali nazioni, ne faccia- mo menzione ai loro articoli, laon- de qui solo ci permetteremo alcu- ni cenni sulla marina pontificia. Incominciato il dominio tempo- rale della Chiesa romana nei primi anni del secolo Vili, in progresso i Pontefici, come si dice all'articolo Milizie pontificie [Vedi), quali so- vrani dovettero armarsi per difende- re i loro dominii, ed- armare il litora- le per difendere le coste, massime dai pirati e corsari, e talvolta dai tur- chi. Neir849 s, Leone IV si portò ad Ostia con un esercito, e con battaglia navale e terrestre disper- se l'armata de' saraceni, che volea- no saccheggiare la basiUca vatica- na, facendone molti prigionieri. Nel secolo XI vedendo Benedetto Vili che spesso i saraceni assalivano i lidi dello stato della Chiesa , nel 1016 radunato copioso esercito, li attaccò ne* mari di Toscana, e ri- j>ortò compiuta vittoria. Negli anti- chi ordini romani sono spesso no- minati i prefetti navali. Il Moretti, De ritus dandi presbyterium, p. 2 1 7, parlando di quello che davasi ai dilungari dai Papi, e consistente in otto soldi, ecco quanto dice sui pre- fetti navali. » Apud Luitprandum Ticinensem, cap. 5, lib. 3, Histor. ìegalionis ad. Nicephorum Pliocani, Delongaristis ploas dicitur ille, qui navigantibus praeeral , Chartaritis (p. 98 Syllabi advocator. cotiiisto- MAR rial.) quod est: Praefcrtus nava- liitni^ f/tti dicitur Snngnri : in trxlu Ccncii §seq. exhihendo, legit, (jni di- citur Dilungaris. Conjiciendum hiuc romanos dilungnris laicos viros fuis- se, quos et Navales dicerent, seu navnlilms praesidentes ". Neil' ordine del canonico Benedetto, fiorito nei primi anni del secolo XII, si legge che il Papa nel giorno di Natale tor- nando in cavalcala dalla ba.silica Liberiana ol patriarchio, intorno al- la processione andavano i dirun- gari e i due prefetti navali, i quali si denominavano anch'essi con ba- stoni nelle mani vestiti di piviale come i giudici. Nell'elezione poi del nuovo Papa, nella cavalcata che avea luogo, seguivano i bandoneri coi dodici stendardi rossi , i due prefetti navali vestiti di piviale, poi gli scrinari e gli avvocati, come narra Cencio Camerlengo , poscia Onorio III. Nell'ordine romano XII, presso Mabilloti, Mus. Ital. X.\\,\). 170, praefecluf! navali, qui dici- tur Sangari ^ avevano per presbi- terio due molequini e quattro soldi. Nell'anno 1046 per la be- nedizione di Clemènte II, e coro- nazione di Enrico III e dell'impe- ratrice Agnese, questa fu accom- pagnata dal prefètto de' navali e dal secondicero de' giudici. Nelle descrizioni de' possessi de' l*api ab- biamo: in quello del i i43 di Ce- lestino II v'intervenne praefecli na^ valij ed ebbe il presbiterio. In quel- lo del 127 2 di Gregorio X, duo praefecti navales induti pluvialihus. In quello del i4o6 di Gregorio XII, praefecti dande navales duo in or- natissinw pracferuntur cultu, ut in- telligas' eie. Nel i5i3 pel possesso di Leone X, ebbero il presbiterio, praelntl et alii omnes usqae ad pratfcclos navales unum ducatuui MAR cL unum j'ulhimj nella cavalca fa iuceclerono Uopo il sagiisla, e pri- ma degli avvocali concistoriali, ve- stiti di colla o camice e piviale al- l'apostolica, cioè con il braccio drit- to scoperto. Apprendiamo dal eh. monsignor Costantino Borgia già cameriere segreto partecipante di Gregoiio XVI e del regnante Pio IX, ora ponente di consulta , nelle sue importanti Notizie biografiche del cardinal Stefano Borgia suo pro- zio, che facendo questi delle corse nelle spiaggi e del Mediterraneo e dell'Adriatico, avea raccolto un te- soro di cognizioni per un'opera che avrebbe dovuto veder la luce se la morie noi rapiva prima di porvi l'ultima mano , e nel punto che slava per divulgarla. Il titolo di quest' opera era : Istòria nautica de domimi pontificii , in due «vo- lumi , il primo de' quali portava l'iscrizione : La spiaggia deW Adria- tico; e l'altro: La spiaggia del Me- diterraneo. Queslo lavojo avrebbe servito d'immenso vantaggio in un argomento quanto rilevante, altret- tanto poco conosciuto, poiché ave- va raccolto dagli archivi di molte ciltà e. comuni ottocento documenti inedili relativi alla navigazione degli stali pontificii. Eugenio IV per di- fèndere r isola di E-odi contro i turchi, vi maiidò alcune galere in soccorso , come narra il Rinaldi all'anno i434> ww^"- 20. Nicolò V per difendere Costantinopoli da Maometto II, armò dieci galere a sue spese, ma vi perirono colle ve- nete ed aragonesi : ne avea fatto co- mandante l'arcivescovo di Ragusi. Il primo Papa che propriamente ebbe la gloria di pone sul mare una flotta, fu Calisto 111 spagnuo- lo. Eletto egli nell'anno i45j»> MAR 23 e nel fermo intendi mento di far guerra ai turchi per toglier loro Co- stantinopoli (Fedi), da essi conqui- stato, dopo aver eccitato i principi cristiani a prendere le armi, allestì un'armata navale di sedici galere , che spedì nell'oriente contro i tur- chi, sotto il comando del valoroso cardinal Lodovico Scarampo Mez- zarota, col titolo di legato aposto- lico e generale della crociata. Coa questa flotta iì fecero alcune con- quiste sugli ottomani, e si difesero le isole di Rodi, di Cipro, di Mi- tilene e di Scio : abbiamo una me- daglia colleffigie di Calisto III ia mitra e piviale^ e nel rovescio la flotta in mare coH'epigrafe : hoc vo- VI DEO, e nell'esergo: ut fidei ho- STES PERDEIiEM ELEXlT ME. .Il dì IuÌ immedialo successore Pio II , ere- ditandone lo zelo per combattere i turchi e frenarne l'orgoglio, si por- tò a Mantova {Fedi), vi tenne un generale congresso con tutti i prin- cipi cristiani, e con essi stabilì la crociala contro i nemici del nome cristiano. Dopo aver fatto Pio II le cose narrate al citato articolo Costantinopoli, nominò il suo pa- rente cardinal Nicolò Fortiguerri generale delle galere pontificie, che il Papa avea fatto fabbricare nel porto di Pisa coli' ordine di con- durle ad Ancona, ove si portò Pio II per sabre sulle navi ed in per- sona partire colla crociata, per ani- mare in tal guisa tutto il mondo, è togliere ogni pretesto a quelli che pretendessero di scusarsene. Immen- so fu il concorso in Ancona , per vedere il singoiar spettacolo d' un Papa alla testa d'una crociata na- vale, il quale fece incontrare il col- legato doge veneto dalle sue galere con cinque cardinali. Ma la morte che lo colpì a'i4 agosto i4^4; ^^ a4 MAR impedì rcffeltuazione ; il cardinal Hoderico Borgia nipote di Calisto HI, e poi anch' egli Pontefice A- lessandro VI, aveva promesso per questa crociata una galera tutta fabbricata a sue spese. Giovanni Simonetta, Ber. gest Francìsc. Sfor* tiae lib. XXX, presso il Muratori, Rer. ital script, t. XXI, col. 764, lasciò scritto che Pio li non sa- rebbe mai andato in oriente, ma che da Brindisi sarebbe tornato in lloma. Cristoforo del Soldo, nella sua Storia di Brescia, presso il Muratori t. XX, col 900, afferma che Pio li partì per Ancona con animo non di portarsi a. far la guer- ra ai turchi, ma sì per conquistar quella città che allettava una spe- cie di libertà, e poi darla ai fio- rentini, come con essi e col duca di Milano avea concordalo. L* uno e l'altro però smentisce chiaramen- te il veridico e. contemporaneo car- dinale Ammannati detto di Pavia , che di tutto fu testimonio oculare; siccome ancora Francesco Fi4elfo e Mayero, *i quali per rampognale questo Pontefice, osarono di affer- inare, che non conveniva a Pio II l'essere comandante di questa ar- inata, mentre, commessi dicono, non fu data ai ministri della Chiesa quella spada, cioè la podestà delle armi. La qual cosa quanto sia fal- sa, tra gli altri lo dimostra il sul- lodalo cardinal* Borgia nelle Meni. stor. di Benevento^ par. Il, p. 2 5, e noi ih parecchi luoghi. Anche Sisto IV molto operò per reprimere i formidabili progiessi dei turchi; nel 1472 spedì legato con- tro gli ottomani il cardinal. Olivie- ro Caraffa, il quale come ammi- raglio si condusse a combatterli con una flotta dì novantotto galere, sebbene con infelice successo, come MAR scrive il Chioccarellò nel Calalof^o dtgli arcivescovi di TiapoU, p. 288. 11 Novacs narra invece che il car- dinale fu celebi'o per perizia mili- tare, laonde il Papa lo deputò le- galo per comandar la flotta con- tro gì' infedeli, concedendo indul- genza ai ciociati. Dice inoltre che la flotta si compose di centoquat- tro galere, fra le quali diecìolto e- rano della santa Sede, trenta del re di Napoli, e cinquanlasei dei ve- neziani. Essendo le galere pontificie sul Tevere [J^cdi), vicino alla basi- lica di s. Paoloj Sisto IV dopo la processione del Corpus Domini, vi si portò a benedirle solennemente ( nel Rituale ronianum, vi è quello sulla Benedictio novae nnvis), mon- tato sulla galera capitana, come scrive il cardinal di Pavia , epist. 449- Con questa armata fu presa e saccheggiata . Smirne. Sisto IV e- sentò Ferdinando re di Napoli dal tributo dovuto alla Chiesa romana per quel regno durante la sua vita, coU'obbligo di difendere con galere le spiaggie dello stato ecclesiastico dai corsari. Altre cose fece Sisto IV in favore del cristianesimo per difenderlo dai turchi, e si propose di fare un'armata marittima di ven- ticinque galere, per unirla alla na- poletana che dovea essere di qua- ranta ; a tale effetto spedì a Ge- nova per legato il cardinal Giam- battista Savelli, perchè facesse l'ar- mamento navale, e per ottenere dal senato una squadra di galere per là ricupera di Otranto. Siccome la marina pontificia fli per lo più composta di galere, diremo qualche cosa su questa specie di legni. Galea o galera fu il primo de' ba- stimenti latini, o forniti di vele la- tine, dal quale derivavano gli altri di questa specie. Portava la galera ses- MAR santa remi per parte, fra mezzo ai quali eiavi un passaggio , die si cliiauiava corsìa, e serviva di co- municazione dall' indietro al davan- ti. Gli antichi scrittori italiani fe- cero sovente menziono di galee di corsari, di galere tunisine, di ga- leoni e di galee sottili. 1 francesi chiamarono galera un vascello a remi che avea ventìcinque o trenta banchi da ciascun lato, e (j.ualtro, cinque o sei rematori a ciascun banco. Alcuni ne fauno derivare il vocabolo dal ìaiìno galea che signi- fica elmo, perchè dicesi chxj i ro- mani ponessero la figura di un el- mo su la prora delle loro triremi, alle quali si sono fatte succedere le nostre galee. Alcuni prelesero che il vascello ammiraglio della flotta degli argonauti, chiamato Argo, fos- se una specie di galea, e fu la pri- ma "nave di (Quella forma che usci dai porti della Grecia. Scaligero dice, che la prima trireme, ch'egli interpreta per una galea a tre pia- ni di rematori, fu costruita a Co- linto. Marsiglia ebbe galee in mare sino dai tempi di Carlo IV. Cele- bri si resero in Italia per le loro ardite e gloriose imprese , massime contro i barbareschi, le galee to- scane, quelle de* cavalieri di s. Ste- fano, le pisane, genovesi e de' ca- valieri gerosolimitani. In appresso i veneziani ne accrebboo di molto il numero, ne variarono la forma e la grandezza, e queste galee for- marono la forza principale delle armate navali adoperate contro i turchi. In Francia il generale co- mandante delle galee era uno dei grandi offiziali della . corona ; nel i528 era certo Pregeut di Bidou- se: Luigi Xy nei 1748 riunì il corpo delle galee a quello della mariila. L'uso assai aulico, spccial- MAR 25 niente in Italia, di mandare in ga- lera, cioè condannare i malfattori al lavoro forzato di remar nelle ga- lee, portò che il nome di galea passò a quella specie di pena o di condanna, e galeotti o forzati fu- rono chiamati i condannali a tal pena. La pena della galea fu pure in uso presso i greci , e -presso i romani il servizio delle triremi fu ri- servato agli schiavi. In Francia la pena di galea non è molto antica, ed incominciò verso la metà del secolo XVI. Di Alessandro VI e Giulio II che posero i successori in istato di fi- gurar nel mondo come sovrani an- che potenti nelle armi, poco si parla delle loro forze marittime. Bensì Giulio II pubblicò la bolla Ro- vianiis Pontifex pacis^ de'24 feb- braio i5og, Bull. Rom. tom. Ili, par. I, p. 3 1 o, prohibilio occUpan' di bona naiifragantia in locis ma- ris S. R. E. Leone X ebbe ga- lere armate, e nell'anno 1021 or- dinò alle galere pontificie di u- nirsi alla flotta di Carlo V, per la guerra di Lombardia. Nel i5i'2 fu eletto a successore Adriano VI> dimorante allora nella Spagna, che avutane notizia fece allestire delle navi, nominò capitani , radunò uà esercito, e ne fece generale il conte d. Ferdinando de Andrada. In que- sta congiuntura d. Ignigo Velasco e lammiraglio di Castiglia d. Fre- derico esibirono al Papa quattro galere. Con gran seguito fece la na- vigazione dalla Spagna ad Ostia , e fermandovisi la flotta, Adriano VI colla corte e le milizie si portò a s. Paolo per entrare in Roma. Quando Clemente VII nel i533 si recò ili Marsiglia sulle galere fran- cesi, all'uso de' Papi antichi che nei viaggi si facevano precedere dalla :k6 MAE ss. Eucaristia j questa nella piiina galera ol•diu^ che tii collocasse. Pao- lo 111 nel i545 islituV l'ordiue dei cavalieri Laiirctani [P't'di)^ per di- iendere dai corsari Io «piaggio della Marca d'Ancona e il gantuario di Loreto: a Paolo III si deve pure rereziotuì deirallro ordine militare ed equestre di s. Giorgio (Vedi) in Ravenna, per la difesa delle spiag* gie dell' Adriatico contro i turchi. La maggior gloria del governo di s. Pio V fu la triplice alleanza da lui couchiusa nel iSy i col re di Spa- gna e colla repubblica di Venezia, contro Selim 11 imperatore de' tur- chi. La poderosa flolta degli alleati che vinse la strepitosa battaglia na- vale di Lepanto, avea dodici gale- re pontifìcie, oltre altre navi pic- cole e grandi, con mille cinquecento uomini, di cui era comandante ge- nerale capitano e luogotenente ge- nerale della léga d. Marc' Antonio Colonna, cui il Papa decretò gli onori del trionfo nel suo Ingresso in Roma [Fedi). Ne parlammo anco in altri luoghi, coiTve a Milìzia ed a Colonna Fanìi^lìay ove si disse della colonna rostrata d' argento, offerta alla chiesa d'Araceli. 11 Catena nella Fila di s. Pio F, a p. 355 e seg. ci diede il nome delle galere e dei capitani che. si trovarono a tal coni* battimento : quello delle galere pon- tificie eccolo. Fano capitana. Vit- toria, Grifo4)a, Pisana, Fiorenza, s. Maria, S. Giovanni, iioprana, Pa- drona, Serena, Reina • e Toscana. Si hanno tre medaglie pontilieie celebranti questa spedizione, in cui s^ vede l'armata navale pn parala con- tro i turchi, e la medesima che gui- data dall'angelo disperde la flotta turca, in due diverse rappresentan- ze; oltre ultra medaglia per la detta alleanza, tutte cou motti allusivi. MAR Inoltre s. Pio V conferma al le di Spagna l' indulto concesso da Pio IV, pel mantenimento delle galere destinate alla guardia delle piazze marittime d' Italia. li di lui sue* cessore Gregorio XIII , all' ordine militare ed equestre de' ss. Mauri' zio e Lazzaro (Fedi)y impose l'ob- bligo di fornire due galere armate, ad ogni richiesta della marina pon- tificia ; e per aver fortificato il li- torale dello stato ecclesiastico per difenderlo dai corsari, fp coniata dalla zecca pontificia una medaglia. Dopo avere Sisto V purgato lo stato pontificio da' malviventi, affi- ne di liberare dai corsari le spiag- gie del litorale ecclesiastico, fece labbricare dieci galere ben corre- date, e per dotarle stabilì colla co- stituzione la quanta, de'23 gennaio r588, un armuo assegnamento di scudi centoduemila e- cinquecento, ripartiti alle seguenti provincie sog- gette alla santa Sède, e persone che diremo. Marca, Romagna, Umbiia, Bologna e popolo romano, scudi dodicimila per cadauno; altrettaiilo le beneficiali , cattedrali e chiese vescovili ed arcivescovili. Patrimo- nio scudi 5874> Campagna scudi (il 26, Ancona e Fei :no snudi 1800 per ciascuna, Ascoli e Fano scu- di 12000 per ciascuna, Benevento scudi 5ooo, sensali di Roma scudi 35oo, ed oiIicio.de' revisori scudi 4ooo. Dipoi nel i^Hj istituì «una congregazione cardinalizia, chiamala nasale, per presiedere alla fabbrica delle galere e alla marina pontifi- cia, al modo detto nel vob XVI, pag. 1^6 del Dizionario. Nominò quindi prefetto delle pontificie ga- lere il cardinale Ugo Verdala fran- cese, gran maestro dell'ordine ge- ros dichiarò il suo nipote Camillo Pamphilj gene* rale deiresercito papale, il quale fu il primo ad introdurre in Ci- vitavecchia la fabbricazione delie galere, che pricua i Papi facevano costruire in altri porti ; quindi lo creò cardinale e sopraiutendente dello stato ecclesiastico, dignità che poi rinunziò per continuare la di- scendenza nella sua famiglia. Nfcl 1645 Innocenzo X nominò gene- rale delle pouiifìcie galere il prin- cipe d. Nicolò Ludovisi, marito di sua uipote d. Costanza; il genera» MAR luto delle galere Innocenzo X glie- lo tolse con un breve apostolico nell* ultima sua infermità, indi glielo restituì prima di morire. Innocenzo X fece presidente delle armi, come scrivono Cardella e Novaes, il chierico di camera Jaco- po Fransoni, indi nel iG54 '^ nominò tesoriere generale, colla soprintendenza delle galere e for- tezze marittime dello stato, poscia anche prefetto generale di tutte le milizie e del Castel s. Angelo. Nella guerra di Candia che i ve- neti sostenevano contro i turchi, Innocenzo X prestò soccorso col- le sue galere. Nel suo pontifica- to, e nel 1646 fu ristampata la Relazione dflla corte di Roma del cav. Lunadoro. A pag. 29, del ge- nerale- delle galere di sua Sanlìtàf si legge: » Sua Santità dichiara il generale delle galee con suo breve, dandogli il solito giuramento, come danno tutti gli altri otfiziali mag- giori innanzi a monsignor tesorie- re generale , con provvisione di trecento scudi al mese, ù soldo per dodici lancie spezzate. Il ge- nerale fa un luogotenente con èua patente , e gli fa dare di provvisione cento scudi al mese, e soldo e razione per quattro lan- cie spezzate. Tutti i capitani di galea, il capitano di fanteria e l'alfiere, stanno con patente del generale, colle solite paghe , come anche il comito reale (0 coman- dante della ciurma, soprintenden- te alle vele del tiaviglio), l'uditore e il notaro. Ma il provveditore, il pagatore e il padrone di galea vi stanno con patenti di monsignor tesoriere generale , come ancora il nmnizioniere e lo speziale ; ogni altra persona, come cappellano, uf- fìziali, soldati , barbieri, marinari, .MAR cornili, soUo-comiti, corniti di mez- za nia, piloti, consiglieri, dipendono immediatamente dal generale, il quale non ha facoltà de jure di liberare uomini dalla catena, il che si spetta di fare alla congregazione della consulta, ma il generale al- cune volte lo fìi di fatto ".. La squadra navale creata da Sisto V in Civitavecchia, la fiibbrica delle galere incominciata in quella città da Innocenzo X, fu seguita dal bellissimo arsenale edificato dal suc' cessore Alessandro VII, il cui pro- spetto si vede riportato in una medaglia per ciò coniala nel 1660, coir epigrafe Navale CenlumceU. Nel i656 la regina di Svezia Cri- stina si portò da Roma a Marsi- glia sulle galere pontifìcie di Ales- sandro Vn. Questo Papa soccor- rendo i veneziani contro i turchi, mandò loro cinque galere pontifìcie, comandate con titolo di generale da fr. Giovanni Bichi priore gero- solimitano di Capua, le quah col- la squadra di tal ordine si con- . giunsero nel canale di Scio all'ar- mata-veneta. Nel i658 il Bichi, che comandava pure la squadra de'cavàlieri gerosolimitani, si licen- ziò dai veneti e prese la volta di Italia. Pervenuto a Zante e con- siderando la poca fama che ripor- tava da una spedizione di tanto dispendio per la camera apostolica, risolvè di tentare l' impresa dell'i- sola di s.- Maura, nido de'corsarij che con galeotte grosse infestava- no i mari e le spiaggie d'Italia ; ma simile sorpresa non riuscì il bramato esito. Continuando la guer- ra di Candia, Clemente IX tra i soccorsi che diede ai veneti conlio i turchi, nel 1669 mandò loro la squadra delle galere pontificie, co- mandata dal fiatello bali fr. Ca- MAR 29 millo Rospigliosi, Generale di s. Chiesa (Vedi)^ il quale spiegò lo stendardo coli' immagine del ss. Crocefisso. A Zante la squadra del Papa si unì a quella dell'ordine gerosolim.itano di Malta, ed a quel- la di Francia, incedendo la Reale pontificia in mezzo, quella francese a. dritta^ ed a sinistra la uìaltese. Nel possesso del 1670 di Clemen- te X Altieri, cavalcò in mezzo al contestabile ed al proprio fìglio Gaspare capitanò generale e pre- fetto di Castel s. Angelo, il prin- cipe d. Angelo Altieri capilantu.t generalis trìremium ponti fidar uni ^ seguiti dal governatore di Roma. Nel i68g Alessandro VIII fece il pronipote d. Marco Ottoboni ge- nerale delle galere pontifìcie e governatore di Castel s. Angelo. Divenuto Pontefice Innocenzo XII, nel 1692 soppresse il generalato delle pontifìcie galere. Anticamente il- cardinal Camer- lengo (Fedi) presiedeva alla mari- na, pontifìcia, navigazione , sanità marittima, Porti e Consoli [Vedi) j ma. sulla marina ebbe poi subor- dinata giurisdizione il generale del- le galere. A questi succèsse il preiato Tesoriere generale [Vedi) col titolo di prefetto o commis- . sario delia marina. Clemente XI nell'anno 1706 concesse ai cavalieri di Malta, di far celebrare la messa sulle loro galere e fregate sul mare nelle stesse navigazioni, pri- vilegio che si diceva già concesso da Innocenzo Vili . Pio IV e Sisto IV avevano accordato ai me- desimi cavalieri l'uso degli altari portatili, quando nelle loro annue navigazioni contro gl'infedeli giun- gevano a terra. Sulle mésse nauti- che o di navigazione vedasi Messa. Noteremo che Benedetto XIV non 3o M AH solo concesse che nelle galere tlì Malfn si potesse celebmre la messa, ma t'gunl privilegio accordò allo ga- lere pontificie nell'aprile i74''> col- la costituzione Exponiy presso il suo Jìullario t. I, p. 162. Fra le me- «iaglio di Clemente XI ve i/è una ove si vede una flotta, allusiva ai* le pubbliche preci fatte da lui pel felice esito degli armamenti de'prin^ i.ipi cristiani. Inoltre Clemente XI nel 1709 mandò a difendere Malta d. Federico Colonna con galere e seicento uomini 5 e nel partire per ^Marsiglia la regina vedova di Polo- nia, la fece servire dalle galere pon» tìficie; indi nel 17 i4 l'ambasciatore di Malta ottenne dal Papa che in* -viasse per la difesa dell'isola sei galere armate, per cui il cav. Fai» conieri ebbe Y incarico di reclutai* mille uomini, ed il comando di essi. Kel 17 16 il Papa spedì alcune compagnie di corazze per guardare dai turchi le spiaggie della mari* na, ed i re di Spagna e Portogallo promisero validi soccorsi per mare contro il turco. Nel 1 719 parti per Napoli monsignor Vicentini, accora* pagnato da due galere pontificie. Quando Benedetto XII! nel 1727 ki recò a Benevento, per porto d'An- %o passò a torre Paola, ove s'im- barcò in una feluca delle galere pontificie per le Paludi Pontine, approdando a Terracina , dopo a- ver scampato il pericolo di due corsari barbareschi che tentarono di predarlo. Ritornando nel 1729 da Benevento, trovò a Terracina le galere pontificie, e con tre fé* luche si portò fino alle Case nuove. Le scorrerie de' pirati barbareschi sopra le spiagge dello stato eccle- siastico, costrinsero nel 1749 Be- nedetto XIV a fare le siìe rimo- stranze air imperatore Francesco I, 1^1 A R pel ti*ntiato di pace da lui conchiu- so colle potenze africane, come pre giiulizievole al commercio e alla sicurezza de' suoi sudditi e di tutfa l'Italia, per l'ammissione accordatji ai legni barbareschi ne* porli della Toscana. Non essendo slate le sue doglianze attese , tutte le potenze italiane si tiH3varono costrette ar- marsi contro i pirati. Nel 1746 fu coniata una medaglia coli' epigrafe AUCTO TERRA MARIOUE COMMERCIO , con Nettuno sul carro tratto ckii cavalli" marini, col tridente nella de- stra, che in mezzo al mare felicita la navigazione dei vascelli , onde celebrar le cure di Benedetto XIV. Abbiamo due medaglie di Clemen- te XIII col porto di Civitavecchia, Con nuove fabbriche e galere > l'al- tra rappresentante il Papa che arriva a Civitavecchia , ove nel mare si vedono le navi pontifi- cie. Nell'anno XIX del pontificato di Pio VI fu coniata una meda- glia ove vedesi una flotta naufraga- re, allusiva a quella francese spe- dita contro gli stati della Chiesa, e sconfìtta dagli anglo-napoletani. Nella Relazione della carie di Ro- ;n^del cav. Lunadoro, accresciuta dal Zaccaria, edizione romana del i774> si dice che un prelato chierico di camera era prefetto di Castel s. An- gelo, e soleva essere ancora dichia- rato commissario del mare , dac- ché Benedetto XIV al tesoriere tol- se la cura sul medesimo, e perciò soprintendeva alle fortezze e alle torri delle spiaggie marittime, alle navi e galere pontificie , regolate daf comandanti, capitani ed nffi- ziali da lui dipendenti. Il Villelti, Pratica della cuna romana, dell 'e - dizionedi Roma i8i5, t. II, p. 197, tratta del consolato di Ancona in c]ucslo modo» I mercanti d'Ancona MAR tra di loro e con chiunque altro , nelle cause concernenti la merca- tura, COSI nella prima, che in ul- teriore istanza, in vigore di una bolla dì Clemente Vili del i594, e dì un suo breve del i595, han- no per loro privato tribunale il consolato di quella città, formato da tre consoli che in ogni anno si mutano. Procede ancora privativa- mente nelle provvisioni da pren* dei si su quelle navi, che incontrar potessero il perìcolo dì naufragare, V. nelle cause in qualunque modo su ciò insorgenti, come si ha dalle conferme, ampliazionì e dichiara- zioni di questa giurisdizione del consolato, emanate da Paolo V, Gregorio XV, Urbano Vili, Cle- mente XII, e Benedetto XIV. Di* poi Pio VI con breve de* 5 marzo 1777 dichiarò ed ampliò questa privativa giurisdizione delle cause dì mer.catura", di naufragi e di lai: limenti, contro qualunque specie di privilegiati e patentati. Tengono i consoli in certi giórni della setti» mana l'udienza ordinaria, è si trat- tano le cause avanti di loro col* ristesse metodo che si tiene dagli altri giudici ordinari. E se si trat- tasse di qualche articolo legale assu- mono un dottore dì legge pel volo legale. Questi però lo promulga sen* za servare tela giudiziaria, e del tutto strigiudizialmente. L'assessore si concede anche per richiesta delle parti a loro spese , e la persona deputata in assessore può allegarsi sospetta dentro sei giorni a die depiUationis. Nell'istesso consolato vi sono giudici di appellazioni, i quali 'si estraggono a sorte dal ce- to di tutta l'unifeisità de'mercanti, ed anche questi all'opportunità as- sumono l'assessore, come sì è detto: allreltuuto si pratica in caso di MAR 3t ulteriore appellazione. Questa ap- pellazione in certe c. Il del com- mercio marittimo diviso in quat- tordici titoli, i." Delle navi e de- gli ùltri bastimenti di mare. 2.° Del sequestro, ossia esecuzione, e della vendita de' bastimenti. 3.° Dei pro- prietari del bastimento . 4° ^^ capitano. 5." Dell'arrolamento e dei salari de* marinari e della gente d'equipaggio. 6." Dei contratti di noleggio o locazione di bastimento, e dei noli. 7." Delle polizze di ca- rico. 8." Del nolo. 9.° Dei contraili di cambio marittimo ossia alla gros- sa. IO.*" Delle assicurazioni, cioè del contratto di assicurazione, della sua forma e del suo- oggetto; degli ob- blighi dell'assicuratore e dell' assi- ^curato , e dell'abbandono. 1 1." Del- le avarie. 12.° Del getto e del con- tributo. 1 3.** Della prescrizione, i 4." Motivi d'inammissibilità di azione. Nel pontificato di Pio VII non essendovi più le galere pontificie, allora e successivamente i luoghi di condanna per «1' opera pubblica e per la galera furono destinati il Castel s. Angelo e Tedifizio fabbri- cato nel 1705 da Clemente XI per MAR ampliare i granai dell' annona nWc terme Diocleziane, Sebbene il codice criminale dislingua l'opera pubbli- ca dalla galera, ed infligga quella lino ai cinque anni, e questa per un maggior tempo ed a vita, ciò non pertanto in fatto le due pene sono una medesima cosa, tranne la lunghezzjt del tempo. Il bagno di Caste) s. Angelo può contenere 200 individui i quello alle terme 5oo. Le altre galere dello slato o bagni sono a Civitavecchia nella darsena, in Ancona, a Spoleto nella rocca, a Narni, a Porto d'Anzo ed a Ter- racina ; altri luoghi di detenzione sono in Imola, Paliano , ec. Alle terme sotto Leone XII v'erano state le donne condannate di s. Michele; nell'anno i83i fu aperta la casa di detenzione per gli uomini. I forzati sono scortati da una spe- cie di soldatesca detta guardaciur- n\e, ai pubblici lavori della città : alcuni lavorano nei bagni, così ne- gli altri luoghi di detenzione nello slato pontificio. E regola di man- dare fuori a lavorare solo quelli che hanno una condanna sotto i die- ci anni, e ritenere gli altri nel ba- gno per più sicura custodia. I bagni sono sorvegliati dai capo custodi e dai custodi. Ciascun bagno ha un ispettore. Monsignor tesorieie che ha la suprema presidenza dei luoghi di pena, ha fra le sue fa- coltà quella di diminuire la pena di tre mesi, la quale usa in pre- mio della buona condotta nel tem- po della prigionia. I castighi che si adoperano sono la privazione del lavoro, la più stretta reclusione nel- la camera di disciplina, le battitu- re, il pane ed acqua, e per le più gravi mancanze procedesi a forma di legge dal tribunale del Campi- doglio, cui è data la giurisdizione* VOL. XLUI. MAR 33 Tutti i forzati o galeotti hanno la catena eh* è fermala ad ambedue le gambe, del peso di circa libbre quattro e mezza ; quando mancano sedici mesi al termine della pena, essa si toglie da una gamba, e to- gliesi ancor dall' altra quando re- stano soli tre mesi all'uscita. I con- dannati in vita tengono oltre la detta Catena altra che non gli per- mette discostarsi dal loro luogo che quattro passi. -Nello slato pontiilcio il trattamento degl' infelici condan- nati è più umano che altrove', e molte sono le pratiche religiose che si esercitano nei bagni. V. Carce- ri DI Roma, e Governatore, in cui si parla della visita graziosa de' car- cerati. All'articolo Milizia pontifi- cia, oltre molte notizie riguardan- ti la marina papale, dicemmo pu- re come nel 1817 furono stabiliti ne'porti di Ancona e Civitavecchia de* l^gni chiamati scorridore e guardacosie doganalij per vegliare sul contrabbando de' due litorali. Sotto Gregorio XVI nel 1841 la marina pontifìcia fece quella spe- dizione comandata dal capitano A- lessandro Cialdi, di cui tenemmo proposito all'articolo Egitto (Vedi)^ e furono nel 1842 introdotti col- r opera dello stesso Cialdi nel Te- vere, come diremo a quell'articolo, cinque navigli a vapore, che il Papa onorò usare in breve tragitto. Allor- ché poi nel maggio i835 erasi re- cato a Civitavecchia, città e porto come quelle di Ancona e Terraci- na da lui beneficale in tanti mo- di (solo qui ricorderemo che ad Ancona fece erigere l'arsenale ma- rillimo, il bastione Gregoriano, e restaurò la fortezza; a Terracina fece costruire il nuovo porlo e ca- nale, da lui visitata come Ancona), salì sul ballello a vapore il Fraii- 3 34 MAR Cesco I di regia bandiera napole- tana, non che suiraltio haltcllo a vapore ii Sully di regia bandiera francese; come ancora volle ascen- dere la golcUa pontifìcia il a. Pie- tro. In allro giorno il Papa s'im- barcò sul ballello a vapore il Me- diterraneo dì regia bandiera fran- cese, comandato dal capitano Uai- mond, per visitare le saline di Corneto: il capitano ne riportò te- stimonianze onorevoli, e poi rimi- se al Pontefice due quadretti rap- presentanti il vapore, e la gita fat- ta con esso. Ritornando Gregorio XVI nel settembre 1842 in Givi- tavecchia per osservare le grandio- se lavorazioni da lui ordinate nel- le fortificazioni del porlo, dell'an- temurale e scogliera, non che del lazzaretto, oltre V ingrandimento della città, montò sul brick pon- tificio il s. Pietro comandato dal capitano Reali. Questo legno era la mentovala goletta costruita nell'ar- senale di Civitavecchia, ed il re di Sardegna lo fece ridurre a brick, condonandone al Papa una parte di spesa del lavoro. Il Papa a bordo di tale legno usci dal porto, e vi rientrò dopo un tragUto di circa cinque miglia, fatto con molto suo piacere. Rientrato in porto salì sul vapore da guerra francese il Dan- te, comandalo ad interim dal pri- mo tenente M.r Bardon: il santo Padre fu ricevuto con segni di ve- ra divozione, donando a tale uffi- ziale una grossa medaglia d' oro, agli altri ufHziali medaglie di ar- gento, all'equipaggio corone bene- dette e 5oo franchi. Quanto ai due brick regalati da Napoleone a Pio VII, uno dalla camera apostolica fu venduto ad un genovese, l'altro venne disfatto. Nei tempi trascorsi la santa Se- MAR de ebbe, come abbiamo narrato , ima marina militare molto più numerosa di quella che ora esiste, dappoiché le circostanze di quelle epoche esigevano che a tutela del- le sue coste avesse il modo di re- spingere gli attacchi delle potenze barbaresche; cambiate poi le cose, il governo pontifìcio nella sua sa- viezza credendo bene di limitare le forze militari ni puro necessario ha ridottola sua marina militare a due soli legni da guerra, quanti sono puramente necessari pel decoro della sovranità, e quindi nell'ordi- ne del giorno 29 dicembre i834 sé ne può vedere il dettaglio. I legni da guerra sono, il suddetto brick, chiamato s. Pietro^ ed una barca cannoniera, chiamata s. Be- nedctlo. Il quadro della marina mili- tare pontifìcia nel i834 ^ riportato nel voi. II della citata Raccolta di tale anno. Nel medesimo volume vi sono: la tariffa del soldo mensile dei militari della marina ponlifì- cia, e la tariffa della ritenuta della quota del soldo, che rilasciano i militari della marina allorché sono in punizione. Nel voi. I del i835 riproducendosi l'ordine della segre- teria per gli affari di stato inter- ni, in seguito della definitiva con- centrazione di un solo ministero delle due aziende del ramo sani- tario e della polizia de' porti, si parla delle cure del governo di- rette a stabilire una cassa di sus- sidio a favore de' marinari invali- di ; delle regole sulle carte ed at- ti relativamente ai bastimenti dello stato pontificio che sono in corso; delle disposizioni intorno il perso- nale della, marina mercantile ; dei requisiti occorrenti ai marinari per ottenere le lettere di comando; della forinola del giuramento di MAR h>(U'lfìi, (la prestarsi dai capitani o paioni quando ricevono le lettere di comando ; delle disposizioni sul- la marina da pesca, e delle pro- pine competenti agli officiali ma- rittimi. il dì. cav. Angelo Galli com- putista generale della camera apo- stolica nel 1 840 pubblicò gli utilis- simi Cenni economici statistici stillo stato pontificio, e parlando a p. 5o e 33o della marina pontificia, ne da- remo un'indicazione. La marina potrebbe anzi dovrebbe essere un articolo importante pel commercio de' sudditi pontificii, per due ragio- ni : i.° perchè siamo fiancheggiati da due mari, cioè dal Mediterra- neo, che oltre i porti di Civita- vecchia e d'Anzio, ha per mezzo del fiume Tevere comunicazione diretta colla capitale, e mediante il porto -canale di Badino serve al commercio delle provincie di Prosinone e di Velletri (quanto esso viene immensamente aumen- tato dal suddetto porto e canale di Terracina^ lo diremo a quell'ar- ticolo); e dall'Adriatico, che dopo il porto d'Ancona, e diversi porti- canali lungo il litorale, comuni- ca colla legazione dal Ponte La- goscuro; 1" perchè abbiamo un commercio attivo e passivo di cir- ca venti milioni di scudi all'anno, e questo segue quasi totalmente per la via di mare. Nulladimeno pochi sono i bastimenti nazionali in gui- sa, che mancando pure al piccolo cabotaggio, anche questo si clfet- tua in gran parte dai napoletani, toscani e sardi ; lo stesso dicasi della pesca, che viene in gran par- te esercitata dagli esteri con legni esteri. INello slato dimostrativo dei legni marittimi esistenti nei lito- rali dello stato poulificio, loro nu- MAR ^^ mi, portata e valore, nelle catego- rie di gran corso sono enumerali quattordici tra navi, brick, brigan- tini, polacche, scooncr, godette, cu- ther. In quelle delle mentovale qualità di legni, con più i trabac- coli, per lungo corso, numero no- vantatre. In quelle di piccolo ca- botaggio, cioè trabaccoli, pieicghi e paranze, numero centoquarantotlo. Per la pesca, come paranze, ba- ragozzi, schiletti , sciabiche e ni- chesse, numero quattrocento oltan tono. Nelle categorie poi de' ter- rieri ed alibbi , o sia burchiel- le, piate e barcaccie, quallrocen- tonovantotto. Va notato die nel Mediterraneo esistono legni di altre denominazioni, cioè sciabecchi, bo- vi, mistichi, tarlane, martigavi e lagheri. Nell'Adriatico^ e segnata- mente in Ancona, ove il commer- cio è più attivo, esistono dei bri- gantini a vela quadra, come pure dei glossi Irabaccoli a poppa qua- dra. Tulli questi legni però sono compresi nelle quantità suddescritle. In altro fatato dei legni marittimi nel 1838, nell'unico circondario del Mediterraneo, sono registrati , 22 per la navigazione a lungo cor- so, 17 pel piccolo cabotaggio, loG per la pesca, 24 barche terriere ed alibbi. Nel primo circondario dell'Adriatico legni 2 per la navi- gazione di lungo corso, 2 5 pel pic- colo cabotaggio, 1 19 per la pescaj 237 barche terriere ed alibbi. Nel secondo circondario dell' Adriatico legni 14 per la navigazione di gran corso, 49 P^^' quella di lun- go corso, 38 per piccolo cabotag- gio, IO per la pesca, i23 barche terriere ed alibbi. Nel terzo cir- condario legni 20 per la naviga- zione di lungo corso, 68 pel pic- colo cabotaggio, 9.4^ per la pe- 36 MAR 8ca, 1 14 barche terriere ed a- libbf. Nelle asservaztoni poi sullo ma- rina, il Iodato scrittore dice che il ramo di commercio costituito dalia marina sì vede non poco pre- terito e negletto. Dal bilancio di commercio quindi risulta , che fr«i ciò ch'entra e ciò che sorte abbia- mo un movimento di circa dieci - novB milioni di scudi, avuto a cal- colo il contrabbando, e che questo viene e va nella massima parte per la via di mare ; quindi il prezzo di trasporlo delle merci che costi- tuiscono il movimento, anche ri- tenendolo ragguaglialamente ad un ventesimo del valore^ suppone un traffico di circa un milione. Di que- sto non mollo ài partecipa sull'A- driatico, ove pure esistono basti- menti di bandiera nazionale, e mol- to meno sul Mediterraneo per la quasi nullità de' bastimenti stessi : non essendo questi sufficienti al bi- sogno, tutto il rimanente si effet- tua dagli esteri. Dal riportato stato emerge, che nella spiaggia del Me* diterraneo, lunga miglia i5'j, esi- stono 169 legni nazionali; ed in quella dell'Adriatico, lunga miglia 198, se ne veggono io65: s'in* tende à quell'epoca. Nell'Adriatico dunque allora esistevano propor- zionatamente il quintuplo di quelli esistenti nel Mediterraneo j propor* zione che regge se si ha riguardo tanto ai legni mercantili, quanto ai pescarecci. La grande spropor- zione del commercio marittimo tra le due spiagge si fa derivare dal non inclinare al commercio marit* limo le popolazioni delle Provin- cie mediterranee, e dall'aria malsa- na delle spiaggie, che allontana gli equipaggi nell'estate. Molti vantag- gi si avrebbero se si dilatasse la MAR marina pescareccia, che ora lasci.t libem ai napoletani la pescagione in tutta la spiaggia del Mediterra- neo, ed a quei dì Chioggia gran parte di quella dell'Adriatico, e specialmente dal Po al Cesenatico. Ne 6i creda indilTerente questo ra- mo d' industria, perche si calcola il pi'odolto più di un milione di scudi, per cui chiamò V attenzione di Leone XII. Monsignor Nicolai opinò, che l'ampliazione della ma- rina potrebbe cooperare al ripo- polamento delle campagne sul Me- diterraneo, formandosi delle colo- nie di pescatori. Il eh. Calindri , nel Saggio statistico storico dello stato pontificio^ parlò di quanto ri- guarda la marina pontificia, e i mari lambenti lo stato, le cui acque Sono continuamente solcate da le- gni da guerra, mercantili , pesca- recci e da trasporto, a p. 87 e seg, e 648. Le leggi marittime, massime del commercio, nacquero dalle celebri leggi Roditi formatesi nell'isola di Rodi in Asia, la quale tanto si di- stinse pei Suoi Saggi regolamenti, per la perizia delle cose nautiche, e per la soggezione ai corsari, che Secondo Aulo Gellio, tutte le na- zioni del mondo adottarono queste leggi, dove non si opponevano ai loro usi marittimi, e divennero il codice marittimo del mondo. Ne parla il Martinetti, Codice de' do- veri p. 44?^ ^^^ commercio marit- timOf al modo che dicemmo al ci- tato articolo Consoli Pontifici r (ove Sonovi notizie analoghe a questo argomento, e si dice che sogliono ottenere qualche grado onorario della marina pontificia dalla pre- sidenza delle armi per mezzo della segreteria di stato ), riportando le opere di diversi trattatisti, coaie MAH pure sui daveri dfegM ammiragli ed altri magistrati navaR. Nelle Ef- femeridi letterarie di Rama &i trat- ta di varie opere riguardanti la marina. In quelle del 1778, p. 33^: De /lire naufragii, di Pietro Ra- nucci, Lucca 177B. In quelle del 177^, p. i3 e 2I^ Del sequestro dc^ bastimenti neutralij di M. Hul> ner, Genova 1778. In quelle del 1780, pag. 98 e log: Storia del commercio e della navigazione dal principio del mondo a* giorni no- stri, di Michele de Jorio, Napoli 1778. In quelle del 1785, pag. 86: Quale h stato l'influsso delle leg- gi marittime dei rodiani sulla ma- rina de" greci e dei romani , e quale V influsso della marina sulla po- tenza di questi due popoli, di Pa- storel, Parigi 1784. In quelle del 17B5, p. 218: Delle assicurazioni marittime, di Baldasseroni, Firen- ze 1786. Oltre acquali abbiamo: Stanislao Bechi, Istoria dell'ori- gine e progressi della nautica an- tica, Firenze 1785. Federico Ot- tone Menchenio, Bibliotheca oiro- rum militia aquae, ac scriptis il- lustrium, Lipsiaé 1734. 0. Henr. Goezii, Dissertalio historicó littera- ria de eruditis, qui vel dquis pe- rierunt, vel divinitus liberati jfue- runt, Lubecae 1715. Joannes Schef- feri , De militia navali veterum , TJrbsaliae i654. Scriptores de jure nautico et mariiimoj Halae l'j^ù. Si chiamarono poi corsali o corsa- ri non solo i ladroni del mare, ma anche quelli che avevano facoltà legittime di armare legni in corso, contro i nemici della santa fede e del suo principe, e ciò sotto certe leggi, ordini e patti, che però con miglior vocabolo Sogliono chidmarsi armatori. Che gli antichi non si vergognarono di fare la professione MAR 37 di qorsaro, lo gravò il p. Meno- chio nelle Sluore par. IV, cent. 54- In questo argomento si ha tra le altre opere: Sam. Frederico Wil- lembergio, Disput. de excursioni" bus maritimis. Sedani 171 1. Tra- ctatus de eo quod justXim est circa excursiones maritimas, multis ac- cessionibus auctus, Sedani 1728 e 1735. Conrado MoW'iOf De /ure pì- ratarum disputaiio, Traj. ad Rhe- nura 1737. Nella conclusione che dovette fare monsignor Andrea Ma- lia Frattini come avvocato conci- storiale, trattò questo argomento che pubblicò Colle stampe: Dissertatio ad legem I codicis de naviada- fiis seu naucleriSj etc. Romae 1837. Eruditamente discorse dell'origine della navigazione, e principalmente del suo commerciò e vantaggi im- mensi che ne derivarono, non che di que'principi ó nautici che di éiisd si lesero benemeriti e celebri; della navigazione de'fenicii, ebrei, cartaginesi, greci, romani, e de're- lativi magistrati e leggi emanate massimamente dagli antichi romani; dei collegi de* Naupegariorum seu Navicularìorunt fabbricatóri di navi (di cui si hanno lapidi in Pesaro e Verona, essendovi nel museo ca- pitolino una lapide contenente il catalogò d'un collegio dì navicellai ostiensi ). Celebrò le leggi e prov- videnze emanate dai Papi per la navigazione, incrementò é prospe- rità del commercio, é di questo quelli che ne furono piò beneme- riti, segnatamente Piò IV, Grego- rio XIII, Sisto V, Clemente Vili, Clemente X, Clemente XI ^ Bene- detto XIV, Pio VI, Piò VII é Gre- gorio XVI, del quale in «ingoiar modo giustamente ne rilevò le ma^ gnanime utilissime provvidenze. MARINI Carlo, Cardinale. Car- 38 MAR Jo Maiiiìi genoTCiC, ma nulo in Ruma in occasione che i suoi iiu- hili genitori facevano il via^^Ji^io dell'Italia, dopo aver applicato agli hludi nell'università di Torino, e scorse le provincie più celebri di Eui'opa, si trasferì a Roma pei impiegarsi in servigio della Chiesa, e siccome abbondava di denaro, ebbe agio di comprare nel ponti- ficato di Innocenzo XI un chierica* to di camera, allora venale. Nel pontificato di Alessandro Vili com- prò parimenti l'altro ufficio di udi- tore della camera, in cui fu la- nciato per grazia speciale da Inno- cenzo XII, (juaudo abolendo la vendita degli impieghi , restituì ai compratori le somme sborsale j>er J'acquisto. Clemente XI dichiarato- lo suo maestro di camera, poscia a'a9 maggio lyiS lo creò cardi- nale diacono di s. Maiia in Aqui- ro, divenendolo poi di santa Ma- ria in Via Lata e primo diacono. Lo ascrisse alle congregazioni dei vescovi e regolari, dell'immunità, della consulta, ed altre. Benedetto XIII colla prefettura de* riti gli coufèrì la legazione di Ravenna, provincia che resse con incorrotta giustizia, per cui Clemente XII lo confermò per altro triennio. Be- nedetto XIV gli assegnò quella di Urbino, di cui prima di andar- ne al possesso, essendosi nel 1747 per suo diporto condotto alla pa- tria, vi lasciò la vita d'anni 80, dopo essere stato presente ai con- clavi d'Innocenzo XIII, Benedetto XI II, Clemente XII, e Benedetto XIV che coronò. Fu sepolt^j nel- la chiesa della ss. Annnuziata dei minori osservanti detta del Vastato. INel suo testamento lasciò cento- mila scudi da impiegarsi in usi pii , parie in Genova e parte in M A ri Roma: avendo destmalo Roncdello XIV suo erede fiduciario, questi colla massima prontezza e religione ne adempì i voleri e le pie in- tenzioni. MARINO (s.), martire. Eva ol- fìziale a Cesarea in Palestina, rag- guardevole per probità e per ric- chezze. Avendo chiesto un posto di centurione eh' era vacante, un suo competitore accusollo d' esser eristiano. Chiamato dal governato- re, detto Acheo, confessò Marino la sua fede ; il perchè Acheo non gli accordò che tre ore da delibe- rare, se morire o abiurare la sua religione. Egli non ismentì la sua fede, e fu condannato al taglio della testa. Ciò avvenne verso l'an- no 273. II martirologio romano ne fa menzione ai 3 di marzo. MARINO (s.), diacono. Dicevi che lavorasse da muratore nella riedificazione delle mura di Rimi- ni ; ma avendo Iddio fatto cono- scere la sua santità, fu da s. Gau- denzio vescovo di Brescia ordinato diacono. Ritiratosi in una capannuc- cia che coslrusse in mezzo ai bo- schi sul monte Titano, a dieci miglia da Ri in ini, visse parecchi anni da romito, e mori sul finire del quarto secolo. Sulla cima di esso monte fu poscia fabbricata una città che prese il nome del santo, ed è la piccola repubblica di s. Marino {P^edi).]\\ si venerano con gran divozione le di lui reliquie : è onorato anche a Pavia, a Riini- ni e in molte altre diocesi d'Ita- lia, celebrandosi la sua festa a'4 ^i- seltembre. MARINO I, Papa. K Martino li e Madtiivo III Papi. MAlUiNO, Cardinale. Marino cardinale prete di s. Sabina, fiorì nel pontificato di s. Gregorio llldel 73 1, r MAR MAR 39 MARINO, Cardinale. Marino dirìgendola da Roma ad Albano; cardinale prete del titolo de'ss, XII dappoiché autecedeulemente per x\ postoli, viveva sotto s. Gregorio questa città passava la strada po- lli eletto nel 781. stale dirigendosi a Vellctri, e di MARINO, Cardinale. Maiino si là a Terraciua girando intorno alle fmva sottoscritto al concilio di s. pendici de' monti Lepini. Un pro- Paolo I, tenuto nel 761, in qUe- fondo acquedotto di mirabile co- sto modo: Marino umile prete del- struzione, esteso quasi tre miglia la S. R. C. del titolo di 8. Lorenzo circa, vi reca principalmente dai in DamasQ. colli Algidi quella abbondante co- MaRINO, Cardinale. V. Mar- pia d'acqua potabile che il vasto Tiiro 11 Papa. linfeo conserva sotterra, onde si MARINO, Marinutn, Cìltà dello alimentano le varie sue fonti, do- stato pontifìcio, comarca di Roma, pò di aver fatto di sé bella mo- diocesi del cardinal vescova sub- stra nella piazza in apposita fon- urbicario di Albano. Giace su a- tana, venendo ivi pure attinta dal- mena collina, dodici miglia lunge la popolazione. Tutti quelli che da Roma, avente a mezzogiorno • hanno veduto le nominate prò- ed a settentrione due vaili, lo che fondissime forme , per la loro rende più pregevole la salubrità struttura le ritengono opera degli dell'aria che vi si respira. Il suolo antichi romani. Marino già feudo del territorio è fertilissimo, e dal- dell'antica e polente famiglia Fran- la misura censuaria del i833 è di gipani, passò quindi in dominio rubbia 1933. Vi prosperano albe- di quella degli Orsini, e stabilmen- ri e frutti d'ogni specie, vino gè» te nell' altra romana e nobilissima «eroso, cereali, non che gli orti casa Colonna , che vi esercitò la ed ogni specie di erbaggi, pei di- giurisdizione baronale sino al 1816, versi rivi d'acqua che vi scorrono, in cui atteso il motuproprio di Nel medesimo territorio sono due Pio VII, il contestabile d. Filippo cave di pietre di molto uso, cioè Colonna, a cui apparteneva il mag- di peperino e di macigno, ed una giorasco di detta famiglia, rinun- sorgente di acqua minerale. Di zio ai diritti feudali. Dopo quindi- molli opifizi di carta, ferro, ra- ci anni che n'era priva, il Papa me e cuoi che vi si ricordano, più Gregorio XVI nel i83i gli re- non vi sono ora che vari mulini stiluì il governatore che tuttora da grano, da olio, una fabbrica vi risiede. Sempre benefico coi di sapone, ed altre fabbriche ne marinesi, considerando quel glorio - accrescono il traffico industriale, so Pontefice la loro costante di- Due fiere vi si tengono, l'una dal vozione e fedéltìi alla Sede aposto- 10 al i3 giugno, detta di s. Bar- lica, le affettuose dimostrazioni so- uaba, e l'altra dal io al 16 di- lenni di sincera venerazione ed cembre con molta affluenza special- attaccamento date alla sua sacra mente di negozianti di tele e sto- persona in molti incontri ; che viglie. Tuttavolta Marino molto Marino cospicua terra popolosa di perde dopo che Pio VI diseccan- più di sei mila abitanti occupa do le Paludi Pontine, riaprì la l'antica Firenlumj che fu illustre via Appia per andare a Napoli, municipio romano, che vi fiorirono 4o MAR illustri luiiili, cheli suo soggiorno è deiiziosu, piacevole la sitiiuzìoiie posta in mezzo ad ameni e nolVili tlinlorni, dccoiuta di edifìzi, di chiese, case religiose, collegio, o- spedale, e di altri particolaii pregi, col breve In more insti tutoqne Ro- inanorum Ponlijìciim , emanalo ai 3 luglio i835, presso la Raccolta lìdie leggi, voi. Il, p. i del i835, Gregorio XVl elevò Marino al grado di cìlià, con le donsuete prerogative e privilegi. Tosta questa città soprft un ripia- no della falda dipendente dalla cre- sta di Albalonga,in ùria purissima, donde si gode l'ampia veduta della canìpagna romana, è ben flibbri- cala. La strada del corso con re- golari edifizi, anche del secolo XVI, la piazza ed il duomo sono degni, come il palazzo baronale, di par- ticolare menzione. La vecchia ter- ra degli Orsini 6 de'Colonnesi con- serva gli avanzi del suo reciuto e qualche torre rotonda del secolo XV, sulle quali ancora sono gli stemmi de* Colonnesi che lo innalzarono, come in quella piccola rotonda e merlata, chiusa nella parte Inferio* re da piccole case, e posta a ma- no manca quasi sul cominciar la via del corso. Incontro si vede il «palazzo edificato con ornati di mo- saici tuttora visibili, dal cardinal Ca- stagna, poscia nel i ^90 Papa Urbano VII. Dà il corso in una piazza, in mezzo alla quale eia memorata fon- tana decorata da una colonna 0 da quattro turchi o mori di marmo, colle mani avvinte di dietro, stem- ma de' Colonnesi , sebbene costrui- ta nel i632 a tutte spese del co* mune, il quale pure ha sempre spurgato e mantenuto l'acquedotto. La chiesa principale abbazialtì col* jegiata e parrocchiale è dedicala MAR air apostolo s, Barnaba protettore della città, grandlosQ edifizlo di ec- cellente architettura, eretto dai fon- damenti con maestosa e regolare facciata dal cardinal Girolamo Co- lonna vescovo di Frascati, IV du- ca di Marino, il cui mausoleo è nell'interno con pregiati ornamenti di scoltura, sebbene egli è sepolto nella basìlica Lateranense, secondo il Cardella, e in detta chiesa al di- re del Piazza. Dichiarò la chie- sa giuspatronato di Sua famiglia, ed in morte le lasciò tutta la sua ricca e sacra suppellettile. Qui noteremo , che il cardinale non la dotò di entrate , ma per l* e- sercizio del divino culto provvi- dero le pie lascile de* marinesi, ed il ricavato delle sepolture; e che le nobili suppellettili di cui è ora fornita la chiesa provengono da elargizioni del comune, e da di vo- ti benefattori marinesi. Abbiamo dal can. Etnmanuele Lucidi, Me* morie istoriche dell! Ariccia p. 228, che i primi fondamenti furono gettati a* io giugno 1640, e fu compita nel i65o: certo è che fu aperta nel 1662. Le sue campane hanno un bellissimo suono. 11 sot- terraneo è ampio e luminoso. Nel 1747 la casa Colonna, che ne è patrona, fece il nuovo coro d'inver- no pel capitolo, con stalli di noce all'intorno, e nobile altare di mar- mo ì e da ultimo il principe d. Aspreno fece rinnovare il pavi- mento* Il quadro deiraltare mag- giore^ rappresentante il santo ti- tolare, è di scuola guercinesca, di- stinguendosi per la forza del co- lorito e del chiaro scuro- Sull'al- tare della crociera poi a mano si- nistra di chi entra é un quadrò del Guercìno stesso^ rappresentante il martirio di s, Bartolomeo apQ% ]yiAR slolo, pìtlui*^ ^i gran merito pri- gliiai^ e di gran pastO)>ìtì!i nnassinuì nelle figure dei ^anto, ma pregiu- dicata dal restauri, Nell'altrq alta-r ve della prociera èì venera un antico Crocefisso. Questa chiesa è fregiata di un capitolo con ob- baie mitrato, il quale gode il pri- vilegio di pontificare nelle feste di prima classe, ed ha la cura d'ani- me. I canonici sono dodici, ed i beneficiati sei, con l'obbligo del- l'ufficiatura quotidiana alternativa. I canonici hanno l'onorificenza d'in- dossare la cappa magna. Il Piazza, Gerarchia cardinalizia pag. 297, stampata neliyoS, dice che allo- ra i canonici erano sei, e che la prima dignità dell'arciprete nella cura di anime avea due coadiutori perpetui, per le due parrocchie soppresse ed unite alla collegiata ; e che Urbano Vili, il quale eresse la chiesa in collegiata nel i643, pri- ma che fosse compito l'edifizio, col- la costituzione, Excelsa merita san- cloruni, accordò all'abbate la cappa magna, ed ai canonici l'abito cora- le. Benedetto XIV concesse all'ab- bate l'uso de' pontificali, ed ai ca- nonici il rocchetto e la mozzelta piionaz/a , di che se ne conserva memoria in marmo nel coro, che il Papa vide nel 174^- Leone XII poi insigui i canonici della cappa maglia, con breve dei 12 agosto 1828, ove si legge di Marino quest'elogio: Ob eoruni in adversis rt'troactorum teniporuni vicissìludì^ nibus erga ipswn et Sedem apo- ^lolicani probatant fidelitateiii ac devotioneni. Finalmente Gregorio XVI nel 1843 con breve de' 17 novembre concesse alTabbale e ca- nonici r uso del (iollaré di Seta paonazza. Le altre chiese sono le seguenti, VAR 4i Chiesa, (fella fs. Trinità, della congregazione de* dottrinari, Ele- gante fabbrica con annesso colle- gio, eretta nel secolo XVIIj nella quale furono introdotti nel prin- cipio di tal secolo i chierici rego- lari minori dal contestabile Fabri- zio Colonna, perchè servissero di aiuto spirituale e d' istruzione agli abitanti ; ma la prima fondazione fu opera del sacerdote Pietro Gini, il quale lasciò quanto possedeva ai delti religiosi. Sull'altare mag- giore si venera per quadro la ss. Trinità, meraviglioso dipinto di Guido Reni, che il Bellori stima il suo miglior lavoro, non così il Nibby, fatto genialmente con pia applicazione, per soddisfare le di- vote istanze del detto sacerdote Gini, pel solo compenso di pochi barili di vino, come si ha per tra- dizione; quindi il sacerdote lo donò ai chierici regolari minori. Il di- pinto rappresenta il Padre Eterno che tiene sulle ginocchia il Figlio immolato, e nel petto lo Spirito San- to fiammeggiante. Narra il Piazza come fu ivi collocato in bella cap- pella* il ss. Crocefisso miracolosis- simo, il quale prima rilrovavasi in una nicchia cavata nel masso di peperino nella via del Fontani- le poco distante dalla città. Ope- rando la sacra immagine molti pro- digi, e fra gli altri di aver fatto rompere i ceppi due volte, ad uno calunniato di delitto, volendosi to- gliere dal luogo oscuro, e riporla nella chiesa, a'i4 giugno 1687 se ne fece la traslazione con solenne processione per opera dei Colonne- si, e coll'intervento dei cardinali Co- lonna e Santacroce, della famiglia Colonna, di altri personaggi ro- nmni, di tutta la popolazione ma- ìiuèsCf onde immenso fu il concorso 4» M A R del popolo. Il Papa Gregorio XVI nel i835 donò l;i chiesa ed il colle- gballa città, collocandovi i Dottrina' ri (f^edì)y jicciò nel medesimo locale aprissero un collegio, siccome fe- cero con successo lodevole e van- taggioso. Il comune lo ingrandì ed abbellì, ed a memoria del se- gnalato benefìzio eresse al Ponte- lìce due marmoree iscrizioni: ven* ne destinato per primo rettore del medesimo d. Raimondo Cesa» retti. Chiesa dì san Domenico^ delle monache domenicane det- te gavotte, con monastero eret- to con bolla di Clemente X, de- gli 8 maggio. 1675, di strettis- sima osservanza. Apprendiamo dal Piazza, che fabbricò la chiesa e il monastero suor Maria Isabel- la Colonna, monaca del mona- stero domenicano de'ss. Domeni- co e Sisto di Roma, che ne fu pure la fondatrice : la chiesa è di gaia architettura, e di bei marmi rivestila. Chiesa di s. Maria delle Gr^ie, degli agostiniani, detta an* ticamente del Gonfalone, perchè della compagnia di tal nome ivi eretta; a'i3 aprile i58o fu (Cedu- to convento e chiesa a detti reli- giosi*: merita menzione il quadro di s. Rocco, che dicesi del Dome- nichino o dello Spagnoletto. Ivi venerasi una divotissima immagine di antica divozione della Beata Vergine, la quale prima si chia- mò del Gonfalone, come apparisce dal modo in cui è effigiata, cioè col manto in ambo i lati aperto, in atto di ricevere sotto di esso e suo patrocinio i fratelli e sorelle del- la detta compagnia del Gonfalone. Dipoi si chiamò delle Grazie per la copia di quelle concesse à chi ricorse alla sua mediazione. Della chiesa e convento furono correli- M A R giosi, benefattori, e chiari in lette- re ed esemplarità di vita: Grego- rio Boezio, Agostino Ronacci ma- rinese, ed Agostino Usardi romano. Siccome al modo che dicemmo all'articolo Confraternite (Fedi)^ di queste in Roma la prima fu quella del Gonfalone, dopo la quale furono fondate le altre, e che la romana derivi e sia stata eretta dopo la marinese, come scrive il Piazza, e come sostengono parecchi marinesi, ne faremo breve digressione, impor- tando il conoscersi la vera origine delle confraternite della metropoli del cristianesimo. Essi pertanto di- cono che si ha per antica e costante tradizione che S.Bonaventura gene- rale de* francescani^ poi cardinale e dottore di s. Chiesa, dimorando nel 1260 in Albano, si recasse sovente a Marino a visitare un'antica imma- gine della Beata Vergine in una cappella ora diruta j che sta fra il bosco Ferentino e le pietraie di Marino. Questa tradizione si avva- lora dal fiumicello 0 rivo d'acqua chiamato Marrana che lì vicino Scorre, chiamato con più antico vo- cabolo Marrana di Bonaventura^ diverso però dall'altro rivo Mar- rana che scorre a settentrione da Marino a Roma. In una di quelle visite, S. Bonaventura , meditando il modo acciò i secolari con par- ticolar ossequio onorassero la Ma- dre di Dio, credette che gradito le riuscirebbe il redimere dalle mani degl' infedeli i cristiani fatti schia- vi, l'erezione di ospedali, l'accom- pagnare i defunti alla sepoltura e suffragarne le anime; vide in visio- ne che molti angeli in candide ve- sti Stavano riverenti intorno alla sacra immagine, é dopo aver egli orato avanti la medesima , rivolse ! suoi passi a Marino, ed incontrò MAR alcuni fanciulli marinesi , con ca- inicietle in luogo di cotte sui loro ubiti, die imitando le processioni del clero, cantavano laudi spirituali. Allora il santo si unì con essi , e con loro s' inviò all' antica chiesa di s. Lucia, di gotica bellissima struttura, di marmi, pitture e mo- saici adorna ( forse perciò, e stando alla memorata tradizione, Vaerei- confraternita del Gonfalone {Vedi) di Roma eresse la propria chiesa sotto r invocazione della medesima s. Lucia ) ; ivi giunto encomiando lo zelo di que' giovinetti , invitò i signori di Marino ad unirsi insie- me per l'efletto di tali opere pie, ad imitazione del terzo ordine se- colare di s. Francesco. Il che fatto e data forma all'abito, se ne di- vulgò ne* luoghi vicini la fama, on« de poi volendo due canonici di s. Vitale uniti a dodici gentiluon)ini romani praticare simili opere pie, si diressero ad un Irate domenica- no, il quale venuto in cognizione di quanto era stato da s. Ronaven- tura operato in Marino, a lui li rimise, ed il santo a foggia del sodalizio marinese quello di R^oma eresse col titolo di raccomandati di Maria j che si cangiò nel 1 354 111 quello di Gonfalone. Ottenutasi poi dal sodalizio di Marino la bol- la pontificia di canonica erezione e di conferma, questa in argomento di primazia si riteneva originalmen- te nell'archivio dell'oratorio di Ma- rino, con l'altra bolla di Vixoìo V del novembre 1607, come dichiara Girolamo Fazza allora priore, in una ricevuta di consegna fattagli dal suo antecessore Riondi, esistente nel libro dell'arciconfraternita, de'3o novembre 1647. 1 suddetti marinesi oltre la costante tradizione in favo- e della primazia suH'arcicofjfraltr- M A R 43 nita del Gonfalone alla romana, producono le seguenti ragioni e pro- ve, i." L'antichità degli oratorii del sodalizio in Marino, poiché do- po la rovina di quello ove orava il santo, ne furono edificati succes- sivamente tre altri; cioè nel bor- go fuori di porta Romana, ceduto agli agostiniani , come si è detto , ora chiesa di s. Maria delle Grazie, con istromento che si conserva ; vi- cino alla chiesa di s. Lucia, ancora esistente come il precedente , indi abbandonato quando fu interdetta la chiesa ; l'attuale presso la chiesa collegiata , eretto con architettura del cav. Girolamo Fontana nel 1698. 2." Diversi autori asserisco- no l'antichità e la primazia dell'ar- ciconfraternita del Gonfalone di Ma- rino, e fra gli altri il francescano fr. Flaminio da Latera, che dice che vari autori l'affermano, ed il citato Piazza. 3." L'avere l' arciconfrater- nita fondato le altre confraternite filiali della Carità e del ss. Sagra- mento in Marino prima del i5oo, col riservarsi diversi diritti, e fra gli altri quello del feretro, conser- vatole dal cardinal Giustiniani ve- scovo d'Albano. 4-° Ad onta che ne' saccheggi ed incendi e nelle pe- stilenze sieno periti i più antichi libri dell'arciconfraternita, non o- stanle nei superstiti del cinquecento s'incontrano alcune memorie delhi primazia e dei diplomi che si danno in antico latino, mentre la romana li concede in volgare. 1 diplomi marinesi dicono così : Nos praesi^ dcs ven. archiconf. vexiWferoriun Mareni sub ins^ocationc Deiparat dp. Mercede primiun a s. Bonaven- tura fundataej e nel fine: Oramus itaquc univerias urbis et orbis ar- chiconf.^ confrat.y sodali tia, congrc gatiofiesj pioscjue uniones^ ut se in 44 MAR talem t'eri pia nt et agnoscnnt. Tali diplomi soiiQ ricevuti da per tutto, ed I confrati marinesi indossano Ta- bilo in qualunque godalir.io. S.'' Nel passato secolo , nel trasporto clic venne ftilto della Madonna del di- vino amore (di cui parlammo nel voi. XVII, p. i8 del Dizionario) j quantun(|ue vi fosse l'arciconfratcr- iiita di Roma, quella di Marino eb- be la precedenza, ed altrettanto si pratica ogni anno santo (il nume- ro 77 del Diario di Roma iSi5 lo confermo), quando il sodali- zio portasi in Roma. Nel 1799 in un discarico dato al governo d'allora, e portante la data 24 ot- tobre, non solo si conferma la pri- mazia, ma si dice che avendo ri- portato il sodalizio dalla pietà dei li'deli molte donazioni di slabili , ((uindi divenuto ricco di rendite, se ne spogliò per erigere un convento agli agostiniani con congruo asse- gnamento, non che per erigere tre compagnie filiali sotto 1* invocazione del ss. Sagraniento, già del ss. Cor- pò di Cristo, del Crocefisso o buo- na morte, e delle Àiiinie del purga- torio. Finalmente è da rimarcarsi, che nel 1887 gli vSteSsi confrati della romana confessarono ai marinesi , come questi aflfermano, la primazia, e nel i^^g recandosi a Marino per la festa de* principi degli apostoli sette confrati del Gonfalone di Ro- ma, iiconoscendo là primazia ma- rinese, si vestirono de* loro abili , otffciarono coi confrati di Marino nel loro oratorio, offrirono all'alta- re sei Ix'lli ceri, e visitarono i luo- ghi dei tre più antichi oratorii. Che i confrati del Gonfalone furono in origine chiamati crociferi, lo dicem- mo altrove. H sodalizio si occupa della redenzione degli schiavi, nell'a- iulare i carcerati, ucl propagare la MAR divozione delk Beata Vergine, uf- fiziandq in tutte le fe^te annuali oltre le proprie che sono molte, e nel pacificare le persone che si so- no inimicate. Il cardinal Marit) Matte» protet- tore della città lo è pure dell'arci- confraternita del Gonfalone: mentre della confraternita della Carità sotto l' invocazione di Gesù, Ma- ria, Giuseppe, Antonio di Pado- va, e anime purganti, dal i845 n'è protettore il cardinal Adriano Fieschi. Questo sodalizio della Ca- rità gode i medesimi privilegi di ([uelli della Morte e Gesù Maria di Roma, associa i cadaveri di quelli morti in campagna , ed i poveri gratis, facendo loro un competente funere con messa e uffizio; man- tiene l'ospedale per gì' infermi ( o- spedale ch'esisteva a' tempi del Piaz- za, che lo disse canonicamente e- fetto, verso la porta che conduce in Roma, con sei stanze, donde gli ammalati si mandavano in Roma); suffraga i defunti con uffìzio una volta il mese, ed in novembre nella commemorazione de' fedeli defunti per sedici giorni; facendo ogni an- no in tal tempo nel cimiterio del- l'insigne chiesa collegiata la rap- presentazione con scenari dipinti e figure dì cera al naturale, dispen- sando incisioni e spiegazione dei fatti, oltre la celebrazione di gran numero di messe. Nel i845 rap- presentò il fatto, quando s. Anto- nio di Padova chiama in testimo- nio l'ucciso a giustificare V inno- cenza del padre. Nel 1846 poi per rappresentazione si figurò la regina Saba, che si porta a visitare il re Salo- mone. Lo stesso sodalizio della Cari- tà in delta commemorazione fa nel duomo o collegiata una solenne es- posizione con grandiosa macchina. MAR paratura e sorprendente luminarla, inoltre celebra sontuosamente la fè- sta a s. Antonio di Padova, inter- Tiene a tutte le processioni, ed es- sendo unite ad essa le sorelle della carità di s. Vincenzo de Paoli, fa continue elemosine ai poveri ed in- ferrai anco nelle proprie case. 11 Piazza a pag. 299 parlando del- le chiese di Marino, alcune delle quali non più esistenti , dice che nella collegiata vi furono canoni- camente erette quattro compagnie, vale a dire : del ss. Sagramento ag- gregata all'arciconfraternita della Mi* nerva di Koma; del ss. Crocefisso-, del Gonfalone; della Carità; e del Rosario che mantiene di cera e sup* pelletlili sacre l'altare di esso in detta chiesa, e lo recita nei giorni destinati. Quanto al novero delle altre chie- se eccolo. S. Rocco^ chiesa od ora- torio rurale sulla strada di Grotta- ferrata. S. Maria dell' Orto detta deWAcqua santa, sulla strada verso Albano, di ragione del capitolo, e- retta colle limosine de' fedeli , ove sotto l'altare sorge un' acqua che bevono con divozione gl'infermi, ed opera prodigiose guarigioni, essen- do in gran venerazione la sacra im- magine della Madonna scolpita nel peperino, scendendosi nel santua- rio per una scala di 34 gradini praticata nel masso di detta pie- tra albana nerastra. Non è poi vero che tale acqua sia la Ferentina. Nel 1819 la chiesuola fu decorata d'un prospetto esterno tutto di peperini, lodata architettura di Matteo Lo- vatti, essendo semplice e bella, ed avendo l'aspetto di antichità e se- rietà che piace. S. Antonio di Pa- dova, chiesa eretta per decreto del cardinal Pallotla nella sua visita , dirimpetto alle carceri , per cele- MAR 4> brarvi la messa a comodo de' car- cerali. S. Maria della Natività, chic - sa rurale posta sulla strada verso Roma, edificata «lel 1641 da Giu- lio Ciliano protonotario fipostolico. S. Giovanni Evangelista e s. Fran- cesco, cappella pubblica (àbbricula vicino ai molini del couumkì per legato delia famiglia Mnjoni. S. An- tonio di Padova, situata sulla strar da Romana, eretta da Bartolomeo Santo pad re. iS'. Girolamo delle Frat- toccjiie, eretta per comodo degli a- gricoltori dalla casa Colonna. SS. Crocefisso, vicino alla via Appia, della famiglia Marioli. Nel territo- rio di Marino vi è la chiesa e il convento de' minori osservanti di s. Maria della Neve di Palazzola, ove al dire del p. Kyrcher fu già Albalonga. Del luogo, della chie- sa e convento tenemmo proposito all'articolo Albano, e ne parlammo ancora agli articoli Lazio e Castel Gandolfo. Per la celebrità del silo, oltre quanto dicemmo ai citati arr ticoli, principalmente in quello di Albano, ed in quello di Lazio par- lando di Lavinio ed Albalonga , qui aggiungeremo alcune altre no- tizie. 11 convento e la chiesa di s. Ma- ria di Palazzola, nel i449 ^'^l^be- ro i minori osservanti, dai monaci certosini, con quelle condizioni ri- portate dal p. Casimiro da R.oma, Mem. istor. p. 227, della chiesa e del convento di s. Maria di Pa- lazzola. Esso fu onoralo piti volte dai Pontefici, cardinali ed altri per- sonaggi. Si sa di certo che vi fu- rono Pioli, e Sisto IV francesca- no nel settembre i47^- Per la sua amenità e scaturigini di acque ab- bondanti e freschissime , non che termali, ora deviate, vi furono fatte piscine e vivai , laonde nel secolo I J[6 MAR XV si tpnne in conto di delizia. Il celebre caidinale Isidoro di Tessa - Ionica, morto in Roma nel r463 , nmava il riliramento di Palazzo!», ed amava sovente desinare nella stagione estiva in uno degli spechi o caverne piftoriclic, die si vedono a destra del convento, vestite di edera e di musco con sorgenti di acqua limpida, oggi inondata e pri- va degli ornameiìti boscarecci, che dal cardinale erasi fatto un deli' zioso triclinio di estate. Si vuole che tali caverne abbiano tornito i mate* riali ad Albalonga, poscia luoghi di orrido carcere, ed in tempo dei romani prima un ergastolo e po- scia un amenissimo ninfeo. Il cai' dinal Girolamo Colonna otteime da Urbano VII! (il quale lo dichiarò prolettore del convento mentre vi dimoravano i pp. riformati, che vi restarono dal 1626 al 1640) l'in- vestitura di un terreno, e vi formò una villetta, edificando un casino nella ripa che sovrasta il convento e la rupe, che è alquanto fragile e soggetta ad improvvisi scoscendi- menti, l'ultimo de' quali avvenne nel 1826, che per qualche tempo troncò le comunicazioni fra Albano e Palazzola. Alessandro VII si recò al convento de* francescani agli i i maggio i656, dopo essere sialo al palazzo del cardinal Colonna; visitò la chiesa, passeggiò pel chiostro e per l'orto, e fu trattato di rinfresco. Clemente XI due volte vi si trasferì come il detto predecessore da Castel Gandolfo: la prima fu ai ^3 giù* gno 171 I, e dopo aver celebrato la messa nell'altare maggiore, am- mise al bacio del piede i religiosi nella cappella di s. Diego situata nel chiostro, assistito dai cardinali Paolucci vescovo diocesano, e Goz- zadioi ; l'altra fu a' 1 8 giugno 1 7 1 3^ MAR in cui dopo la celebrazione della messa volle visitare la chiesa di s. Angelo coll'annesso romitorio fab- bricato fin dal i63G. Benedetto XIV da Castel Gandolfo si trasferì a que- sto convento a' 28 ottobre I74' • orò in chiesa ov' era esposto il ss. Sagramento, indi ammise al bacio del piede i religiosi, e permise che entrasse nel convento la contesta- bilcssa Colonna. Nel 1829 nel mese di ottobre vi si recò a passare al- cuni giorni il cardinal d. Mauro Cappellari col p. abbate d. Am- brogio Bianchi ora cardinale, volen- do sempre mangiare nel refettorio coi frati; ed io ebbi l'onore, come in lutti i luoghi sì nel cardinalato che nel pontificato, di seguirlo e di- morarvi. Divenuto Papa Gregorio XVI, nell'ottobre i83i vi ritornò colla corte, di cui io feci parte; vi- sitò la chiesa e il convento, am- mettendo con somma affabilità a discorso ed al bacio del piede l'e- sultante religiosa famiglia, rammen- tando la cortese ospitalità ricevuta due anni prima. Ecco come il p. Casimiro da Roma descrive la chie- sa a p. 242 e seg. Incomincia dal riferire le parole di Pio II, che nei suoi Comnienlari descrisse il luogo. Ecclesia est vetiisU opens^ non ma^ ^na^ uno contenta fornice , cujus w- atibuluni ntarmoreis nitet columnis. Nell'altare maggiore vi è il quadro rappresentante la Beata Vergine , coi ss. Francesco d'Asisi ed Anto- nio di Padova, di buona maniera. Verso la fine del secolo XVII fu- rono fabbricati due altari quasi nel mezzo della chiesa; e a mano dritta della porta fu collocata ed ornala con pietre la croce di metallo, tolta dalla porla santa di s. Giovanni \n Laterano, che nel i65o avea aperta pel giubileo universale il cardutai MAR MAH 47 GirolamoColonnacoincarcipiele.il l'ordine, che vi si portassero a di - convento fu restaurato a spese del porto. Questa chiesa è filiale del p. fi'. Giuseppe Maria di Fonseca duomo di Marino, e soggetta col da Evora, detto il Por/og/zp.?mo, prò- convento alla giurisdizione parroc- curalore e commissario generale dei chiale di s. Barnaba, per cui i re« minori osservanti, che morì vesco- ligiosi sono tenuti ad intervenire vo di Oporto o Porto in Porto- alle principali processioni che si gallo, del qual regno fu ministro fanno in Marino, e da questa città, plenipotenziario in Roma pel re ove d'ordinario scelgono il sindaco Giovanni V (che alcuni chiamano apostolico, ricevono le maggiori li- suo genitore). Oltre a ciò il p. da mosine per la loro sussistenza, Evora nel lySgabhein con diversi Finalmente in Marino vi sono, ornamenti la chiesa , e particolar- una casa religiosa per l'educazione mente con quattro altari di mar- delle fanciulle, e un pubblico ospe- mo e colla balaustrata di bardiglio dale pegli infermi. Altro edifizio innailzi al maggiore. Questo illustre poi ragguardevole è il palazzo ba- personaggio lo celebramnìo in più ronale dei Colonna, magnifico fab- luoghi, come all'articolo Bibliote- bricato non condotto a fine. Ave- CA Akacelitana da lui grandemente va nel mezzo una gran torre qua- aumentata, lo che pur notammo ai dra, che venne però mozzata. Nei "voi. XII, p. g8 , e XXYI, p. 147 saloni vi sono molti quadri im[X)r- del Dizionario; oltre di aver ope- tanti pei soggetti che rappresenta- rato molti miglioramenti nel con- no , poiché i migliori furono ai tiguo convento, essendo stato gè- giorni nostri trasportati ad accre- neroso e benefico con molti di quelli scere la preziosa galleria del pa- della provincia romana, ed avendo lazzo Colonna di Roma, ove pure concorso al collocamento della statua vennero collocati i più scelli dei di s. Francesco d'Asisi nella basi» palazzi baronali di Genazzano e lica vaficana. Nella chiesa di Pa* Paliano [Fedi). JVella gran sala al lazzola vi sono pitture del Masucci, primo piano vi è la pregevole e in una rappresentandosi s. Giusep- interessante intera serie delle effìgie pe col bambino Gesù^ nell'altra i di tutti i sommi Pontefici da s. genitori della Madre di Dio. Un Pietro al regnante Pio IX, dipinti altro celebre pittore, Ippolito Scon- in tela in tanti quadri colla test» Zani bolognese, sepolto in mezzo al naturale, tanto più preziosa do- della chiesa, colorì nel convento tra pò T incendio dell'antica basilica di le altre cose due camere ed una s. Paolo, che nelle pareti avea in sala. Nel t. XIV del Bull. Rom. ritratti la cronologia de* Papi. Nel- p. 23 1, si legge il breve Exponi la gran sala al secondo piano vi nohis, di Clemente Xll, de' 9 apri- sono molti quadri di vario argo- le lySS, dal quale si rileva, che mento^ la maggior parte rappresen- il p. da Evora spese più di ottan- tanti ritraiti d' illustri Colonnesi. tamila scudi pel convento e chiesa Rammenteremo quel dipinto del di Palazzola, e si ordina che dopo cavallo tutto bianco, che dicesi del- la di lui morte le ampliale abita- la razza dei Colonna, il quale ba zioni non dovessero servire che sì lunghi e ricca la criniera del collo per alloggiarvi i benefattori del- e la coda, che quella strascina per 48 MAR terra, e questa lunga drca tre can- ne, è sostenuta da due valletti ric- camente vestiti , mentre un terzo tiene le briglie di si meraviglioso e bellissimo cavallo. Vi sono inol- tre nel palazzo antiche suppellettili, ed apparati ricchissimi de* Colon- nesi. In Marino vi è l'amena villa Bel PoggiOy già dei Colonnesi , ed ora della nobile famiglia de' conti di Marsciano, con elegante palazzine, bei viali e giardini, ed ombrosi bo- schetti. La contessa Marianna Mar- sciano ultimamente fece ristaurare ed abbellire il casino, sotto la di- rezione dell'architetto Luigi Ago- stini. In Marino fiorirono uomini e donne illustri. Primieramente si vuole che l'antica e nobile fami- glia Crescenzi appartenesse al mu- nicipio di Marino, e si desume da una lapide sepolcrale scritta in gre- co ma latinizzata , che esiste nel palazzo del comune, rinvenuta nel- la tenuta di Monte Crescenzo , la quale di rubbi cento apparteneva al comune, indi incamerata, ora è proprietà libera dei Colonna. Tra i celebri personaggi di questa pro- sapia che videro la luce in Mari- no, nomineremo Vittoria Colonna che celebrammo nel voi. XIV, p. 287 e 288 del Dizionarioy nata nel 1490 da Fabrizio Colonna e da Agnese di Montefeltro, e morta in Roma nel iS^f. Da ultimo il prin- cipe d. Alessandro Torlonia , per cura del eh. cav. Pietro Ercole Vis- conti, ne fece pubblicare con più corretta e magnifica edizione le sue rime e la vita, ed a suo onore fe- ce coniare una bellissima meda- glia, mentre nella protomoteca di Campidoglio il busto marmoreo di Vittoria fu collocato con benepla- cito di Gregorio XVI tra quelli MAR degli italiani illustri. Altro Colon- ncso nato in Marino fu Prospero de' duchi di Sonnino, che ivi vide la Incedei giorno nel 1673, creato cardinale da Clemente XII, e morto in Roma nel I74'5- Altie persone illustri di Marino sono: suor Ma- ria Costanza Biondi fondatrice delle monache oblate di Albano. Suor Claudia de Angelii fondatrice delle monachelle di Anagni : è dubbio se nascesse propriamente in Marino, certo è che marinesi furono i ge- nitori. Bernardina Cioglia e Bar- bara Costantini, ambedue morte in odore di santità, avendo Dio con- cesso grazie a loro intercessione. I nominati religiosi Boezio e Bonac- ci. Do'menico Gagliardi dottore fi- sico, che pubblicò alcune opere, e servi quattro Pontefici, Alessandro Vili che lo ascrisse alla nobiltà ro- mana. Clemente XI, Benedetto XIII, e Benedetto XIV : però il Mari- ni non ne fa menzione ne' suoi Archiatri. Nicola Gagliardi vesco- vo di Alatri. Giacomo Carissimi, celebre compositore del Misere- re che si cantò nella basilica va- ticana. Giuseppe Ercole maestro di cappella nella corte austriaca. Due fratelli Falconi, uno maestro di cappella nella corte di Spagna, l'altro in quella di Portogallo. Ca- nestri e de Cesaris si distinsero nel- la pittura. Il cav. Mocchi valente scultore, fu chiamato alla corte di Baviera : nella crociera della colle- giata edificò un bellissimo altare con colonne di marmo colorato ed altri ornati. Anticamente molti ma- rinesi si distinsero nelle armi, e da ultimo certo Rovina morì mentre era al servigio della Russia col gra- do di colonnello. Maria Domenica Fumasoni, oltre essere poetessa, si dice che fu discopritrice della fila- MAR tura (leir amianto ( del quale in- combustibile ne pailanìmo al voi. XXVI 11, p. 19 del Dizionario) f di die, secondo il eli. I^aggi, fece espe- rimento nell'accademia de' Lincei nel 1806, presenti i rinomati pro- fessori Scalpellini, Brocchi e Mori- cbini che assai la lodarono: suo fi- glio è il notaro Francesco Fuma- soni Biondi, lodalo poeta che con mirabile facilità improvvisa versi su d'ogni argomento. Altro vivente illustre è Giuseppe Mercuri inven- tore dell' incisione in acciaio, nella quale divenne sì celebre , che fu fatto direttore dell'accademia delle belle arti nel Belgio. Vanno enco- miati i filantropi patrii Francesco e Mauro fratelli Giani , per aver istituito cinque posti gratuiti e per- petui neir ospizio apostolico di s. Michele di Roma, due per maschi e tre per femmine , con pubblici istromenti de' i/^ gennaio i833, e 25 luglio 1839 per gli atti del Sol- dini notaro in Marino, avendo de- ferito la nomina dopo la loro mor- te al magistrato e segretario prò tempore del comune di Marino. I medesimi benemeriti fratelli fon- darono pure sei mezzi posti per convittori nel collegio di Marino , oltre diverse altre opere pie, per le quali hanno disposto l'intiero loro patrimonio. Non vi sono sicuri argomenti per dichiarare il famoso console Mario qual fondatore di Marino, ne memoria si ha di alcuna villa sua nel recinto, sebbene talora sia stato latinizzato col nome di f^illa Mariij tutlavolla diremo ciò che opinaro- no gli archeologi. Il p. Kircker nel riferire che non avea la terra il titolo di città, aggiunge che per l'ampiezza dell'area, per l'eleganza de' templi, per l' amenità de' giar- VOI.. XLIII. M A R 49 dìni, e per lo splendore de' palaz- zi, gareggiava colle più illustri città latine. Nelle sue vicinanze, Murena, Lucullo, Cicerone, Ponzio e tanti altri personaggi illustri di Roma , dimorarono nelle ville o delizio- se case di campagna, delle quali tuttora V* ha copia. Di alcune ne parlammo agli articoli Grott afer- rata e Frascati, abbazia e città celebri che gli sono vicine, succe- dute all'antico Tuscolo. Abbiamo dal Piazza che presso l'odierno Ma- rino fosse la villa di Caio Marino, sulle cui rovine probabilmente fu edificato, ovvero nel luogo ove sur- sero i famosi giardini di Lucio Mu- rena , onde il luogo anticamente venne chiamato Mariano^ come lo appellò Pio II ne* suoi Commentari lib. II, compilati dopo aver per- corso i circostanti luoghi e Mari- no stesso. Dice ancora, che alcuni affermarono giungesse sino a Ma- rino la magnifica e vastissima villa di Lucullo, ciò deducendo dai rot- tami di statue, di colonne, di ca- pitelli e di altre memorie che si rinvennero ne' campi. Nel sito o valle detto le Fratlocchie e dal volgo Torre del re Paolo, già villa deliziosa de' Colonnesi, di cui molto si dilettò Alessandro VII mentre villeggiava in Castel Gandolfo , fu un tempo la villa dell' imperatore Claudio, in un al tempio a lui de- dicato. Amante l'augusto della so- litudine, in essa di frequente riti- ravasi con Tito Livio, e siccome dotto nella lingua greca ed ammi- ratore di Omero, a lui si attribuisce l'erezione di quella tavola di marmo con elegante bassorilievo, che si disse opera di Archelao di Apollonio, in cui erano rappresentate le piti se- gnalate azioni di quell' insigne prxì- ta, che nel declinar del secolo XVH 4 So MAR fu rinveniiln presso le Frnlloccliic, indi illustrata dal prelato Marcello Sevcrali, dapprima collocata nel mu* seo valicano, poi in quello di Londra, e meglio conosciuta sotto il nome di j4poteosi (V Omero. Di questa scoltura ne parlarono ancora Rey- nolds e Winkelmann : dallo stile del monumento si volle ccngcllu» rare che 1* artefice vivesse al tem- po de'Cesari. Avendo fatto ricerche su tale monumento, venni a conosce* re che due di Omero ne furono tro- vati alle Frattocchie, appartenenti all'antica Bovilla, di cui tra gli altri tratta anche il Nibby nell'opera che qui ricorderemo. Che il primo fu posseduto da Arcangelo Spagna an- tiquario romano , dalle cui mani passò nel museo Roccia ed in se- guito dagli eredi di questa fami- glia fu dato in dono a Clemente XIII, che lo fece collocare nel mu- seo capitolino ; certo è che nell'/zi- dicazione di esso dell' attuale suo direttore l'egregio Alessandro To- fanelli, a p. 7 1 si legge : l'Omero « simile a quello che si trovava in bas- sorilievo nella sua apoteosi già in ca- sa Colonna; ed aggiungo che questo monumento, eh' è il secondo di quelli in discorso, fu probabilmente quello passato nel museo di Lon- dra, essendo pur certo che nel mu- seo valicano mai esistette 1* apo- teosi di Omero. Nel territorio ma- rinese e presso le Frattocchie era situala l'antica città di Boville : ne- gli ultimi scavi fatti si sono ritro- vale le fondamenta dell'anfiteatro Covillcnse. Di greco scalpello fu pure la bella statua di Diana , ri- trovata in detti luoghi. Il tempio di Giove Cimino sorgeva al nord- ovest sull'eminenza, che dicesi tut- tora Colle Cimino. Fra gli antichi monumenti sono a rimarcarsi le MAR costruzioni della via Appia e della via Trionfale, die guidava al Mon- te Albano. Che sotto Marino vi fu il Castel di Paolo, ne fa fede il p. Sciommari , Note ed ossen'azioni p. 1 97, dicendo che al suo tempo (pubblicò l'opera nel 1728) se ne vedevano ancora le vestigia. Il eh. Nibby, Analisi de dintor- ni di Roma, l. Il, p. 3i5 e seg., tratta di Marino, che chiama Ca- strimoeniuniy scrivendo quanto qui riportiamo. Plinio nomina tra le colonie del Lazio esistenti ai suoi giorni i Castrinioenienses , colonia che direbbesi derivata d'd Moenien- ses o Munienses primitivi, che poi enumera fra i LIII popoli del La- zio, che perirono senza lasciar ve- stigia. L'autore del trattalo De co- loniis mostra eh' era un oppiduni che per la legge di Siila fu mutii- to, il cui territorio prima era sta- to tenuto per occupazione, e poscia fu da Nerone assegnato ai tribuni ed ai soldati. Non si pub pertanto porre in dubbio la esistenza di un luogo di questo nome, il quale d'al- tronde è ricordato ancora in mol« te lapidi, che ne determinano la ortografia vera in Castri- moenium, come in Castrinioenienses quella del popolo. Il luogo avea il suo principe, i suoi patroni e decurio- ni, come altre colonie e municipi, e fioriva ancora sotto Antonino Pio, come dalle iscrizioni riportate dal Grulero e dal Fabrelti. Soggiunge il Nibby, queste lapidi furono rinve- nute tulle presso Marino (fi a le quel- li rimarchevole in favore del Castri- menio è quella ritrovata dj recente nella vigna poco distante da Mari- no, da Innocenzo Soldini proprieta- rio di essa ed attuale zelante segreta- rio del comune), e per conseguenza ivi la colonia in discorso dee collo* MAR rni-si, tanfo più che il Mto di Marino [>cl suo isolamento si annunzia per quello di una città antica. Con questo il cliiaro scrittore vorrebbe escludere 1' opinione del dotto p. Volpi che ritenne CaslromoenUtm o Cnstrimoniiim essere il campo di pretoriani stabilito nel sito dell' o- dierno Albano, come noi pure di- cemmo altrove. Quando penò si estinguesse tal colonia dopo Anto- nino è incerto, come incerta pure è l'epoca in che per la prima vol- ta il nome di Marino si dasse ai luogo della città odierna. Vero è che Anastasio bibliotecario nella vi- ta di s. Silvestro I, parlando della chiesa o basilica di S.Giovanni Batti- sta edificata da Costantino in Albano, dice che fra i doni che le assegnò vi fu quello di un possessio Ma- rinasi che rendeva 5o soldi; ma quel nome non è -sicuro, poiché in altri testi diversamente si legge Jìlaritanas, Marianam e Mariana. I)a molte carte de'lempi bassi ripor- tate negli annali camaldolesi, e da altre esistenti negli archivi privati, al dire del Nibby, sembra potersi stabilire, che nei secoli X e XI tutta la falda settentrionale del monte fra le vie Appia e Latina •si dicesse Moreni ( perchè alcuni vo- gliono che tal nome derivi dalla famiglia Morena che possedeva la delta falda del monte ), e questo nome egli crede poter aver data origine a quello eh* ebbe la terra, die poscia tbrmossi sul sito dell'an- tico Caslrimoenium, il quale dap- prima 3Ioreni, poi MarenOy ed in fine Marino e Marini si disse. Dicemmo di sopra che Marino occupa il sito dell'antica città di Fircntiinìy poiché anco i marinesi ritengono che sulle rovine di Fi- rtnto si ergesse Marino. Ne parla MAR Si Tito Livio, Dionifio, Plinio, Fé» sto, ed il p Rirckcr principalnien- te nella sua celebre opera: Latium vcius et novum cap. VII, in cui lo chiama col nome di Marenus svu Ferentanum. Che Marino a- vessc origine da Firento lo asseri- sce anche il più volte citato Piaz- za a p. 295 e seg. Il p. Volpi, Pietas Latium profanum^ asserisce che dopo la distruzione di Firento, da Caio Mario fosse fabbricato Ma- rino cui diede il nome. Il Rion- do pure scrisse che Marino ripete r orgine da una villa del famoso con- sole Caio Mario, chiamala Maria- na. Il rivo Ferentum apiicl caput /Iquae^ conserva tuttavia il suo vocabolo, essendo ancora nelle vi- cinanze di Marino, Capo d'acqua, ed il bosco o Selva Ferenlina già sacra alla dea Feronia: que- sto famoso bosco resta a piedi del paese, a destra della strada che conduce a Castel Gandolfo, passa- to la chiesa d' Acquasanta ed il pubblico lavatoio o fontanile, in una convalle che si dilunga ver- so oriente, amenissima perchè tut- ta ombrala da alberi, irrigata dal* le scarse e limpide acque del gros- so ruscello, già Caput Aefuac Fé- rentinae^ che si vede tra intrica* tissimi cespugli. Firento non si deve confondere con Ferentino de- gli ernici, e siccome in prova ci- tummo a quell'articolo il Nibby, qui appresso ne riferiremo il pa- rere, come luogo e curia celebra- tissima pei pubblici comizi ed assemblee che vi tennero i popoli latini, massimamente dopo la ro- vina di Albalonga capitale del Lazio, per tener a freno i romani, per discutere gli affari più impor- tanti dello stato, segnare federa- zioni e trattati , e per altre me- 5a MAR morie storiche che accenneremo; le quali diete e parlamenti nazionali si convocavano sotto la protezione di Giove Laziale, con molte ceri- monie e riti, dopo aver celebrato le Ferie Latine (Vedi) sul monte Albano o Laziale , oggi Monte Cavo, denominazione presa verso il XIII secolo. Noteremo però, che tale tempio fu eretto da Tarquinìo il Superbo, per decreto fatto nel concilio tenuto nel bosco Ferentino, qual monumento della giurata con- federazione in cui quarantaselte città latine riconobbero il primato de'romani nella lega, dopo aver perduto Turno Erdonio, uomo forte e sdegnoso della preminenza del tiranno romano; tempio che dovea servire agli annuali sagrifizì delle ferie latine, si pei romani, che pei latini e volsci. Vi si teneva ancora mercato, ed un sagrifizio in comu- ne si faceva distribuendo le carni immolate ai legati di ciascun po- polo che vi concorreva ; e perchè quei di Laurento ne furono prete- riti neir anno di Roma 5^5 , si dovettero fare delle espiazioni, di che facemmo parola al vol.XXXVII, p. 222 e 223 del Dizionario. Le feste o ferie latine da principio durarono un sol giorno, ma quan- do Furio Camillo ristabilì in Ro- ma la concordia tra la plebe e il patriziato, si fecero durare fino a quattro. Compito il sacrifizio ed il pranzo federale, il popolo ban- chettando esso pure e mascheran- dosi si abbandonava interamente all'allegrezza. Le città che vi con- correvano solevano celebrare que- ste ferie prima d'incominciare una guerra, e Lucio Paolo Emilio a- vanti di partire per la Macedonia contro di Perseo le convocò, il quale uso durò fino al IV secolo MAR di nostro era, vietando rimpcralo- re Teodosio I il falso cullo a Giove Laziale. Scrive pertanto il Nibby, che a pie di Marino verso oriente, fra questa città ed Albalonga , s' in- forca una convalle solinga , om- breggiala da un bosco, che chia- mano il Parco di Colonna, luo- go celebre nella storia latina, come quello ch'era destinato a tenere le assemblee nazionali durante la in- dipendenza del Lazio negli alfnri più importanti della confederazio- ne, e del quale col nome di Fé- rentinum, Lucits Ferentinacy Ca- put Aquae Ferentinae, fanno men- zione Dionisio e Livio. Il primo di essi mostra come avendo Tulio Ostilio terzo re di Roma , dopo la distruzione di Albalonga, mes- sa fuori la pretensione di essere succeduto ancora nella primazia che questa esercitava sulle oltre terre latine , queste convocarono la dieta nazionale in Ferentino, decretarono di non sottomettersi, ed elessero per duci colla facoltà del- la pace e della guerra, Anco Pu- blicio Corano, e Spurio Vecilio Laviniate (essendone stata conse- guenza 5 che i romani ebbero il primato nella confederazione latina). Di nuovo ivi si radunarono ai tempi di Tarquinio Prisco quinto re di Roma, onde porre argine alle conquiste che faceva. Dionisio narra ancora a lungo la dieta ivi tenuta a' tempi di Tarquinio il Superbo settimo ed ultimo re di Roma (che strinse alleanza con tutti i popoli del Lazio, facendosi dichiarare capitano generale, e ri- cevette dai latini giuramento di essere riposto sul trono, a cagione della grande autorità che esercita- va sopra di essi, in riguardo al suo MAR genero Ottavio Mamilio Tusculano tervenuti lutti, mentre Tarquialo rimase per quasi tutto il giorno in Roma; ma poco prima della cadu- la del sole v'intervenne, sed pau- lo antequnni sol occiileret venti. Po- ^va dunque egli starsene tutto il ^1 a Roma e poi giungere verso roccaso a Ferentino di Campagna, ch'è circa cinquanta miglia lonta- no dalla metropoli, e non piuttosto al mentovato bosco sotto Marino , che come dicemmo n'è appena di- stante dodici miglia? Dionisio poi, oltre che conviene con Livio, di più asserisce, che Alba fu edificata da Ascauio inter montem et laciim dfutl acjuas Ferentinas. Plutarco lìnalmente nella vita di Romolo ci assicura, ch'egli dopo la pestilenza purificò con lustrazioni la città, ed istituì i sacrifizi alla porla Feren- tina, che secondo il costume ro- mano dovea essere volta verso la parte ond'era venuto il male , co- me face va si nell' intimar la guerra, ^n che vibravasi lo strale verso il paese nemico , e in questo caso verso Laurento, per le offese del quale credevasi essere avvenuto il flagello; ed è perciò che la porta Ferenti na dovea essere certamente l'Asinaria o la Capena che mette- vano alle vie Latina ed Appia , o fra esse, e non la Maggiore o quella or detta di s. Lorenzo, che sono pur le vie Labicana e Prenestina, per cui si va a Ferentino di Cam- pagna. Che la porta romana Fe- rentina fosse nella direzione del ce* lebre luco di Ferenlina presso Ma- rino, per cui ne prese il nome, lo dichiara il lodato Nibby, Roma nel i838, pari. I, antica, p. 209. I no- mi finalmente e conservati di Mon- te Perento e di Capo d'Acqua, e di Bosco sacro Ferentino e Colle MAR Perento, die hanno ancora i luo* ghi presso Marino, smentiscono c- gualmente la contraria assertiva. A ciò per ultimo si aggiunga le ra* gioni del centro del Lazio ov'ù Marino, del tempio di Giove La- ziale avanti cui dignitosamente do- veansi fare i conciiii o adunanze , cioè corani Numine, e le vicinan- ze di Albalonga, Roma, Tuscolo, A riccia, Preneste e Velletri che e- rano le dominanti latine. Anche il Piazza, nel dire che questo luogo si chiamò anticamente Ferentino , curia celebre de'romani e de* lati- ni, per le famose acque ferenline, alle quali la superstizione de' geu' tili prestavano culto, lo dichiara espressamente diverso da Ferentino negli ernici. Ed il Nicolai, De bo- nificamenti delle terre Pontine, ci- tando l'autorità del cardinal Cor- radini, autore del Pietas Latiuni, proseguito dal p. Volpi, afierma che il nostro Ferentino è diverso dal- l'ernico , come situato nel monte Albano e presso la macchia Faiola. Va notato che il celebre Oplaco, che combattè a singoiar tenzone con Pirro, era originario di Firen- to, come afierma Plutarco nella vita di Pirro. Distrutta la città di Ferento o Firento, surse l'odierno Marino. Ri- cevette il lume della fede proba- bilmente da s. Pietro, da s. Paolo o dai loro discepoli, poiché nel vi- ci no Tuscolo o Frascati la pro- mulgarono tali apostoli, principal- mente il primo. In Albano fu il medesimo s. Pietro o almeno il suo discepolo e successore s. Clemente L In Ariccia i medesimi principi degli apostoli o i loro priiiii disce- poli propagarono il vangelo. Dun- que alcuno de' medesimi certamen- te lo avrauuo bandito iu Marino MAR ne' primi tempi deUa Chiesa , per cui ben presto sujsero templi al vero Dio , primi de' quali furono quelli sotto l'invocazione di s. Gio- vanni e di s. Lucia. I goti che vi fermarono stanza, con marmi e co- lonne del demolilo tempio di Dia- na Aricina, e colle macerie di al- tri edifìzi diroccati, costrussero quat- tro torri , una delle quali ancora esistente, ed ornarono le due anti- che chiese parrocchiali di s. Gio- vanni e di s. Lucia di Marino, che mostrano il gusto del tempo negli avanzi che esistono, essendo ora soppresse. Su di che va letto quan- to riporta il Lucidi, Meni. stor. dell' Ariccia p. 228. Nelle civili guer- re i baroni romani piti volte si trincerarono in Marino, siccome si- to elevato, ed ebbero luogo fre- quenti fatti d' orme e triste rap- presaglie. In progresso di tempo divenne feudo de' polenti Conti Tu* sculani, e passò quindi ai Frangi- pane. Nel 1265 vi si ritirò Rai- natdo Orsini, e vi si difese contro Eurico senatore di Roma. Questo Enrico fu forse il figlio del re di Castiglia, che nel 1267 era sena- tore di Roma, secondo il Pompilj Olivieri, // senato romano, p. 219. Era dunque a quell' epoca Marino già un castello fortificalo ed appar- teneva agli Orsini, che lo ritenne- ro almeno in parte fino al secolo XV , meno diversi intervalli , poi- ché lo dominarono ancora un ca- valier Gianni, e l'ultimo de'Frangi- pane che donò ì suoi diritti ai mo- nasteri di Grottaferrata e di s. Sa- bina di Roma. Nel i3o2 ivi stava Sciarra Colonna, allorché Filippo IV il Bello re di Francia apri con lui trattative contro Bonifacio VI IL Mentre signoreggiava Roma l' au- dacissimo. Cola di Rienzo trìbuQO, MAR 55 questa terra degli Orsini attrasse a sé r occhio di quel nemico de' no- bili romani, o nel i347 Oiordano Orsini da lui bandito da Roma ivi andò a ritirarsi, e raccolta molta gente uscì in campagna , e dopo aver messo a ferro e a fuoco i din- torni di Roma, di nuovo si ritirò in Marino suo dominio. Altri nar- rano, che dopo la famosa rotta che il tribuno dio ai signori romani contro di lui ribellati, sulla porta s. Lorenzo, molti baroni si rifu- giarono a Marino, in cui li difesero Giordano e Rinaldo Orsini, che si vogliono nativi della terra, per cui Giordano si diede in seguito a tra- vagliare lungamente le terre vicino a Roma , finché i romani venuti ad assalirlo lo costrinsero a con- chiudere con loro la pace. Tali guerre civili nel secolo XIV furono frequenti, stante l'assenza de' Papi residenti in Avignone. Portatosi Gre- gorio XI in Roma, vi mori nel 1378, e fu eletto in successore Ur- bano VI, contro di cui insorse l'an- tipapa Clemente VII. Ambedue po- sero in piedi un esercito per di- fendere le loro ragioni , essendo quello di Urbano VI forte delle truppe imperiali ed italiche, sotto il comando del celebre capitano Albe- rico conte di Barbiano. I dintorni di Marino furono il teatro della batta- glia fra le due armale. All'ardore di Alberico resistè invano il furo- re de' guasconi guidati da Bernar- do de la Sale, e sebbene il subal- terno capitano Galeazzo Pepoli pie- gasse incontro a Montjoye o Mon- zoja, nipote dell'antipapa, co' suoi bretoni , sicché questi tene vasi ia punto la vittoria, ma sopraggiun- se in tempo Alberico già vincito- re, che strettolo lo privò d'ogni scampo. I soldati quasi tutti peri- fiS MAR rono, i duci e il generale resta* lono prigioni a' 28 aprile 1379. Sembra che Giordano Orsini par- teggiasse per l' antipapa Clemente VII , poiché questi a' a dicembre 1378 avea emanato un breve a suo favore, come signore di Mari- no, investendolo del dominio di IVemi e Genzano , ed altre terre, alcuni a quell'anno assegnano il mentovato assedio di Marino fatto dai romani, e il successivo accordo. Nel i4oo, per volontaria dedi- zione, Marino si diede al Pontefice I^onifacio IX. In quest'anno le mi- lizie marinesi, sotto la condotta del capitano Pietro Paparelli, liberaro- no il popolo di Genzano (al quale articolo avendo ciò narrato, chia- mammo Pietro Passarello nobile napoletano, capitano di Marino per Ja Chiesa romana) dalle sevizie di Jjuccìo o Bruto Savelli, e di Nicolò Colonna, per essere ricorsi i gen- zanesi all'autorità di Bonifacio IX. IVel pontificalo di Martino V Co- Jonna, eletto nel i4i7> Marino di- venne proprietà dei Colonnesi per donazione di quel Papa, il quale nel giugno 14^4 l'onorò di sua j)resenza. Dipoi Marino fu dichia- rato ducato in favore de' Colonne- si. È nota la guerra che dopo la morte di Martino V insoi^se . fra i Colonnesi ed Eugenio IV suo im- mediato successore. Questi a* 18 di- cembre 143 1 fulminò una bolla contro il cardinal Prospero Colon- na che privò de' benefìzi, a moti- vo di ribellione, giacché invece di fare restituire alla Chiesa i castel- li e le fortezze occupale dalle genti di Antonio Colonna , al contrario le avea animate co' suoi scritti a non renderle, ed avea disposto a danno di Roma il castello di Ma- vino, a lui lasciato in testamento MAR da Papa Martino V. Pertanto nel 1436 fu Marino assalito, preso e disfatto dall'arcivescovo di Pisa (giu- liano Ricci legato di Eugenio IV. Ritornò poscia in potere dei Co- lonnesi nel i447>per volere di Nico- lò V, i quali lo riedificarono , e vi si fortificarono nella guerra insor- ta sotto Sisto IV, nella quale i ma- rinesi fecero una scorreria fin den- tro Roma a' 3o maggio 1482, por- tando via un tal Pietro Savo ma- cellaio. Nello slesso anno ai 5 di giugno eutrovvi il duca di Cala- bria figlio del re di Napoli, anch'es- so in guerra con Sisto IV, e vi alloggiò ; ma pochi mesi dopo, per la vittoria riportata dalle milizie pontificie a' 2 r agosto vicino a Vel- letri, Marino fu fbi-zato ad arren- dersi alle genti del Papa a' 24 a- gosto. Nell'accordo seguito nel i483. Marino fu restituito da Sisto IV ai Colonnesi; ma l' anno seguente ai 26 di giugno fu preso ad istiga- zione di Lucii Antonio di s. Ge- mini, dal contestabile delle truppe di Sisto IV , Andrea da Norcia , meno la rocca che continuò a di- fendersi; indi gli fu restituito da Innocenzo VIII, eletto a' 29 ago- sto. Nel i5oi Alessandro VI ma- ledi i Colonnesi collegali col re di Napoli, il quale empiamente chia- mava i turchi allo sterminio d'I- talia ; laonde i Colonnesi per la gravissima sentenza cederono al Pa- pa le loro signorie, mentre i loro partitanti vennero oppressi dagli Orsini loro perpetui emuli. Ales- sandro VI a* 17 luglio parti da Roma col suo esercito, dopo aver stabilito col senato romano di spia- nar Marino; egli soggiogò Sermo- neta ed altri luoghi de' Colonnesi, e Cesare Borgia duca Valentino colle milizie francesi adeguò al suo- MAR Io Marino^ Morto nell'agosto i5o3 Alessantlio VI, il successore Giulio JI richiamò dall'esilio i Colonnesi, restituì ad essi le loro terre, e li pa- cificò cogli Orsini. Nel pontificato di Giulio II, Fabrizio Colonna ai 17 luglio i5i2 animosamente con- dusse da Roma a Marino il duca Alfonso d'Aragona, il quale corre- va rischio di essere carcerato per ordine del Papa. Questi credendosi morto a' 17 agosto i5i2, Pompeo Colonna incitò il popolo romano a ricuperate l'antica libertà. Fabrizio restò nel castello di Marino sino ai 20 febbraio i5i3, giorno della ve- ra morte di Giulio II. Dall'Eschinardi e dal Theuli si ha, t;he Marino sotto ClemeiJte VII fu bruciato. Ad onta che (juel Papa avesse ricolmalo di benefizi gli ir- requieti Colonnesi , si unirono essi nel i526 cogli imperiali per im- padronirsi del palazzo vaticano, che saccheggiarono, ed avrebbero ucciso il Papa, come dicemmo altrove, se non si rifugiava in Castel s. An- gelo. Non andò guari che i Colon- nesi furono puniti colle censure ec- clesiastiche, narrando il Borgia, Sto- ria di Vellctrl p. 4^6, che il Pa- pa ordinò ai velletrani la demoli- zione delle terre de' Colonnesi, ciò che fecero incominciando da Ma- rino, che smantellarono e brucian- dolo distrussero , spettando allora ad Ascanio Colonna domicello ro- mano. Riavutosi appena, fu messo a fiamme e fuoco dal generale O- bigny, poiché Prospero Colonna, abbandonata la parte francese, si l'eco in Napoli a combattere m van- taggio degli aragonesi. Nuove pe- ripezie gravitarono sui Colonnesi sotto Paolo HI, massime conti o gli slati di Ascanio, che Luigi Farne- se conquistò con diccicuila uomini. MAR Sj Il successore Giulio III fu benigno con casa Colonna, che ricuperò col- le armi i suoi dominii. Ma nel pontificato di Paolo IV, Ascanio Colonna si trovò in nuovi guai, perchè cadde in sospetto agli spa- gnuoli, ed il suo figlio Marc'Auto- nio gli tolse i suoi stati, sebbene poi dovesse fuggire il risentimento del Papa per essersi miito colla Spagna nella guerra che si faceva ne' luoghi intorno a Roma. Egli fu l'ultimo de' Colonnesi scomuni- cato dal Papa, perchè Paolo IV e- tnanò le censure ecclesiastiche, e gli confiscò i beni, che diede a' suoi parenti Carafa; per cui quando il Pontefice nella sua rettitudine punì i suoi nipoti, esiliò il cardinal Car- lo Carafa nel feudo di Marino , donde passò a Civita Lavinia. Pio IV s'imparentò coi Colonnesi, re- stituì loro i feudi, e li assolvette, onde Marino fu dagli antichi suoi signori restaurato. Il Papa s. Pio V nella celebre guerra navale con- tro i turchi, nominò generale delia flotta pontificia Marc' Antonio Co- lonna , che coi collegati veneti e spagnuoli riportò la famosa vitto- ria di Lepanto, nella quale brava- mente militarono anche i marinesi, i quali tuttora mostrano uno scu- do ed uno stendardo, trofei della parte ch'ebbero alla vittoria. Nello scudo, che trovasi nella sagrestia di s. Barnaba, vi è questa iscrizione : Triuinphale hoc inarirwnsis laililis clypeuni auspiciis Pii V Pont. Max. sub Marco Antonio Colunvia su- premo duce cantra Solinianuiii tur- carwn iyrannuni ad Enchinades strenuissime durtanlis ad ornamcn- tum Donius Dei, et sacri belli pe- renne monunieutum. La descrizione del trionfo che s. Pio V decretò a Marc' Antonio, la riportammo aN 56 MAR l'nrllcolo TpronEssi ix Roma, Nel pontificato (li Urbano Vili inco- minciando i Piipi a recarsi nlln pon- tificia villeggiatura di Castel Gandol- fo, venne da loro spesso onoralo di presenza e di benefìzi Marino , o pel primo da Urbano Vili. Que« sto Papa avendo unito in detto ca- stello in matrimonio, a* a4 ottobre 1627, il suo pronipote d. Taddeo Barberini, con d. Anna figlia del contestabile d. Filippo Colonna^ le nozze furono celebrate privatamen- te in Marino, luogo del contesta- bile, dove Urbano Vili si ritrovò con grandissimo gusto e piacere, come riferisce il contemporaneo dia- rista Gigli. Per l'amenità ed aria salubre di Marino, nel secolo XVII l'requenti furono gli accessi di per- sonaggi che vi si recarono a vil- leggiare , tra' quali nomineremo i prelati Ludovisi e Pamphilj, il pri- mo predecessore di Urbano Vili col nome di Gregorio XV , il se- condo successore col nome d'Inno- cenzo X. Essendo i due prelati a- micissimi, per convalescenza il Pam- philj si recò a Marino, e Ludovisi si portò Q trovarlo, restando con lui del tempo. . L'anno i656 fu a Marino fatale, avendo il contagio menomato per due terzi la popolazione. Alessan- dro VII che regnò dal i655 al 1667, frequentando la villeggiatura di Castel Gandolfo , si dilettò di portarsi spesso a Marino; altret- tanto si dica di altri, e specialmen- te di Clemente XI che regiK) dal 1700 al 1721. Continuando Bene- detto XIII a ritenere la sua anti- ca sede di Benevento, volle portarsi a visitarla nel 1727 e nel 1729. Nella seconda volta partì da Roma lunedì 27 marzo col suo seguilo di treutasei persoiic, e pernottò a MAR Marino, dopo aver visitato la chiesa collegiata , avendo preso alloggio nel convento degli agostiniani. Il contestabile Colonna l'avea incon- trato alle Frattocchie, luogo in cui ì Colonnesi solevano ricevere i Pa- pi che si conducevano a Castel Gan- dolfo o ad Albano, facendo sempre lauti rinfreschi, i quali ebbero luo- go pure in questa circostanza. Be- nedetto XIII nel seguente giorno partì da Marino ad ore quindici , proseguendo il suo viaggio per Ci- sterna , altra stazione di fermata. Benedetto XIV si giovò molto delia villeggiatura di Castel Gandolfo , nel maggio, giugno ed ottobre, cioè due volte all'anno, per cui spesso si portò in Marino, e noteremo al- cune delle sue visite. Con tre mute e le guardie vi si recò lunedì gior- no 9 giugno 174» ; visitò la col- legiata ed il palazzo del contesta - bile, ricevuto dal medesimo , che fece godere alla famiglia nobile e generoso rinfresco. Vi ritornò per la festa di s. Barnaba agli 1 1 giu- gno, ricevuto alla carrozza dal con- testabile, governatore e pubblici rappresentanti. Entrò nella chiesa collegiata incontrato dall'abbate e dal capitolo, ed orò all'altare del ss. Sagramento^ e poi all'alta- re maggiore, in cui era esposta la reliquia di buona parte del braccio del santo apostolo, in mezzo al canto dell' Ecce sacerdos niagnus. L'abbate ed i canonici gli presen- tarono un nobilissimo fiore d' ar- gento frammischiato di varie spi- ghe d'oro. Trasfeiitosi quindi in sa- grestia, ivi in sedia con dossello, posata sopra un gradino , coperta da ricco manto, ammise al bacio del piede il capitolo, il governato- re, il magistrato, e la nobile fami- glia Colonuit. Pas:iato indi al casi- MAR lìo del conlcslabile, vi liovb il cai • (linai Acqnaviva^ e fu dispensalo uiagnifìco rinfresco. Nella villeggia- tura di ottobre 1741, ai "xa si recò nelle ore pomeridiane a Marino, e vi ritornò in quelle del 28; prima di giungervi smontò a passeggiare vicino alla villa del contestabile, delta il Parco, ed arrivato in Marino giunse nell'altra di Bel Poggio. Nel- l'ottobre 1 74'^> io un dopopranzo, Benedetto XIV si recò a Marino, e dopo aver visitato il ss. Croce- fìsso nella chiesa de' chierici mi- nori, si trasferì nella villa Bel Pog- gio del contestabile, ricevuto dalle contestabilesse ; nel dì seguente i niarinesi Gagliardi gli mandarono due bacili di pere angeliche. Nel giugno 1747 Benedetto XIV per la festa di s. Barnaba andò a Ma- rino, e nella collegiata ebbe il so- lito ricevimento: V Ecce sacerdos magnus fu cantato con molti stro- menti. Visitalo il ss. Sagramento all' alture del Rosario, passò a ce- lebrare la messa nel maggiore , ed in sagrestia il contestabile die cospicuo rinfresco di cioccolate e gelati. Indi il Papa, passò alla chiesa dei chierici minori, ricevuto dal pa- dre generale e dalla religiosa fami- glia, in un al commendatore Em- manuele Pereira de Sampajo mini- stro di Portogallo, che dovea rice- vere in quel giorno il Papa nel l'apparta mento da lui fabbricato nel contiguo collegio, e magnificamente perciò addobbato. Nel coro mentre orava si fecero vaghissime sinfonie. Poscia passato nell* appartamento, lesse l'iscrizione marmorea eretta per celebrare T avvenimento, colla data /// idus jiinias, sotto la sua effigie scolpita in un medaglione. Il Papa pranzò in una camera assi- stito dal commendatore, e riposò nel- MAR 59 le camere del p. generale Nella gal- leria desinarono i due cardinali Va- lenti e Colonna di compagnia del Pontefice, il contestabile ed i pri' mari della corte j gli altri mangia- rono nel casino della villa Del Pog- gio. Tutto fu splendido e decoroso. Benedetto XIV passeggiò nel giar- dino, mentre facevasi la corsa dei cavalli; ed il commendatore fatto dispensare altro rinfresco, presentò al santo Padre una ricca pianeta di lama d'oro rossa, ricamata d'oro con fiori al naturale, con cui avea celebrato, ed una coperta dell* In- die tessuta d'oio e fiorata, che avea servito al suo letto; cose somma mente gradite dal Papa , che col commendatore recossi nella conti- gua villa Bel Poggio a cammina- re per quei viali. Nel giugno 174^, dalla consueta villeggiatura di Ca stel Gaudoifo, Benedetto XIV per la festa di s. Barnaba si portò u Marino, ricevuto dal contestabile ed altri sum mentovati, che in sa- grestia gli baciarono il piede, pre- sentando al Papa la cioccolata e i gelati il contestabile coi figli: pri- ma di partire da Marino, il Papa visitò l'appartamento del commen- datore Sampajo. Nel giugno 17^1 Benedetto XIV andò a venerare il ss. Crocefisso in Marino , ricevuto dal generale de' chierici minori e dagli altri padri graduati ; indi vol- le osservare una nuova fabbrica fatta dal p. generale degli agosti- niani. Per la festa di s. Barnaba tornò a Marino, e ad orare avanti il ss. Crocefisso. Nel 1755 Bene- delio XIV onorò altresì di sua pre- senza Marino, per la festa di dello santo suo proiettore. Noteremo, che quando i Colonuesi ricevevano alle Frattocchie i Papi che reeavansi a Ca- stel Gaudoifo, solevuuo quindi man- 6o MAR dar loro leguli di squisili comme- stibili. Siccome le descritte visite di Benedetto XIV a Marino, e quelle che audiamo a riportare de' suoi successori lo prendiamo dai Diavi di Roniay ai relativi numeri delle diverse epoche se uè può leggere il dettaglio. All'articolo poi Castel Gandolfo notammo le pontifìcie villeggiature, e da esse facilmente si potrà conoscere le visite fatte dai Papi a Marino; su di che C per Gregorio XVI si potrà consultare l'articolo Villeggiatura de' Ponte- fici. Benedetto XIV rifece la stra- da che dal giardino di Castel Gan- dollo conduce a Marino ; altrettan- to rifece Gregorio XVI. Inoltre i Pontefìci visitarono Marino molle delle volte che recaronsi a Grotta- ferrata e Frascati^ dovendolo tra- versare ; ed a quegli articoli notam- mo chi furono tali PdVitefìci, e quando ciò fecero. Clemente Xlll egualmente mol- to si piacque della villeggiatura di Castel Gandolfo, in conseguenza diverse volte fu a Marino, e per la prima volta nelle ore pomeri- diane degli li giugno 1759 (poi- ché, come Benedetto XIV, faceva la villeggiatura per maggio, giu- gno ed ottobre ), per la festa di s. Bainaba; dopo aver fatto oraz,ione nella collegiata, in sagrestia am- mise al bacio del piede il capitolo e il magistrato. Indi passò nella chiesa de 'chierici minori a venera- re il ss. Crocefìsso, ricevuto dal p. generale e da quello degli ago- stiniani, che ammise con altri al bacio del piede in sagrestia , ove gli fu presentata una di vota im- magine, con un fiore nobilmente lavorato. Soleva inoltre Clemente XIII visitare Marino quando il sabbaio andava ad assistere alle MAR litanir della chiesa abbazialc di Grò Ita ferra la: le sue villeggiature dopo il 1 765 non più le fece. An- che Clemente XIV fece delle gite a Marino, essendo incominciate le sue villeggiature di Castel Gandol- fo, dal settembre 1769. Ai 19 ot- tobre 1771 portatosi a Marino, fu ricevuto alla chiesa de' chierici minori dal p. proposto e da al- tri padri, e venerò il ss. Crocefis- so: le sue villeggiature finirono nel 1773. Pio VI non foce villeggia- tura in Castel Gandolfo, perchè ogni anno andò a Terracina per osservare il progresso de'grandiosi lavori delle paludi Pontine. Diver- se villeggiature bensì vi fece il successore Pio VII, ma prima dob- biamo dire, come nelle vicende po- litiche e deliri repubblicani, che resero infelicemente famoso il se- colo XVII, Mariuo nel 1798 fu piazza d'arme difesa da due can- noni tolti da Castel Gandolfo; ma a* 19 agosto 1799 solfri il sac- cheggio dei napoletani, e nel se- guente anno vi si tennero acquar- tierati più reggimenti di quella na- zione. Nella seconda invasione fran- cese, come lo era stato Pio VI, fu deportato ancora Pio VII, laonde dal 1809 al 18 14 Marino diven- ne capoluogo di cantone del go- verno invasore. Quanto alle villeg- giature di Castel Gandolfo di Pio VII, non contando la brevissima del 1802, la prima fu nell'ottobre i8o3, in cui onorò di sua presen- za Marino, come pur fece nel i8o4 e i8o5 (massime a' 17 ot- tobre che si recò a Frascati) ; e dopo il suo glorioso ritorno nel 181 4, 18 15 (particolartnente ai 22 ottobre), 1816 e 1817, nelle quali circostanze più volte audò a Marino, festeggiato dai marincsi, MAR orò nelle loro chiese, e vi ricevet- te la benedizione col ss. Sagra- n)ento decorosamente esposto. Leone XII e Pio Vili non fecero villeggiature a Castel Gandolfo; mol- te ne fece il Papa Gregorio XVI, come molte furono le volte clie partendo da tale luogo visitò Ma- rino, da lui in particolar modo amato e affettuosamente benedet- to, anche per le molteplici, costan- ti e solenni festevoli dimostrazioni dategli dai morinesi, tutte le volte che onorò di sua presenza il bel paese da lui elevato al grado di città. Lungo sarebbe il riferire i variati modi religiosi con cui i tripudianti marinesi celebravano la sua venuta o passaggio per Mari- no, con edificante e religioso giu- bilo, presentando spesso lo spetta- colo della loro selva illumina- ta. Accennerò le cose principali, mentre dalle epoche che ripor- teremo, nt' Diari di Roma e nelle Notizie del giorno, se non l'intero dettaglio, se ne può ricavare le più rimarcabili nozioni, molte del- le quali furono in Castel Gandol- fo, per incarico de' prelati mag- giordomi, da me descritte we* Dia- ri mentovati. Distinguendosi i ma- rinesi per un particolare attac- camento alla santa Sede , e di singoiar divozione verso i som- mi Pontefici, sembrerà esagerato quanto indicherò , che però vi- dero ogni volta gli abitanti dei luoghi convicini, ì miei concitta- dini romani, e forastieri di ogni condizione, che vi si recavano ap- poMtaroente, ed io ne fui costante- mente testimonio ammiratore. Sem- pre il Papa fu ricevuto dal capitolo colle insegne corali con alla lesta l'abbate, dal governatore e dal magistrato municipale in abito di MAR 6i formalità: da loro accompagnato soleva percorrere la strada del cor- so a piedi per recarsi alla colle- giata, essendo la via coperta di verdure e fiori, le finestre e i balconi ornati di drappi, prece- dendo la banda filarmonica, cui facevano giulivo eco tutte le cam- pane e il continuo fragore de'mor- tari. Nella chiesa trovava sempre esposto con sontuosa macchina e sfarzo di cera il ss. Sagramento, con il quale riceveva la benedizio- ne, dopo il canto àeW Ecce sacer- dos magniis e del Tantum ergo. Dipoi il Papa ammetteva il clero e i magistrati in sagrestia al ba- cio del piede, accogliendo pure con giovialità altre persone; la- sciando ogni volta copiose liraosi- ne ai poveri, ricevendo benigna- mente le suppliche che gli veni- vano presentate, molti riportandone grazie e beneficenze. Agli 8 ottobre i83r Gregorio XVI per la prima volta fu a Ma- rino (vi era pure stato da abbate camaldolese, eda cardinale mi ci con- dusse), ricevuto alla porta della col- legiata dall'ab. Giuseppe Maria Seve- ra, che nel 1887 fece vescovo di Città della Pie^e [Vedi), dal ca- pitolo e dal magistrato, passando poi a Grottaferrata tra gli evviva e il tripudio de'marinesi, e lo spa- ro de' mortari e suono di tutte le campane. A* i3 ottobre ritornò a Marino, avendo seco in carrozza il cardinal Pacca: nella collegiata ri- cevè la benedizione col santissimo Sagramento magnificamente espo- sto, da monsignor Soglia ora car- dinale, in quell'epoca elemosiniere; in sagrestia il Papa ammise al bacio del piede il capitolo, il magistrato ed altre persone, ciò che fece ogni volta che si recò a G2 Mivn lilarino, e partì tra le vivissime ncclamnzioiii di immenso popolo. Ai i4 ottobre Gregorio XVI re- candosi all'eremo de' eamaldolesi di Frascati, traversò Marino, e nel ritorno trovò eretti due piccoli ar- tlii trionfali, parate e illuminate tutte le finestre, e da lutti festeg- giato. Tanto nell'andata a Castel Gandolfo che nel ritorno in Ro- ma, i marinesi colla banda filar- monica e lo sparo de* mortari, si trovarono nella via Appia al con- fine del territorio di Marino a fa- re omaggio al Pontefice, e quest(j lo rinnovarono sempre in simili occasioni, con gradimento del Pa- pa. Come ancora tutte le volte che fu a Castel Gandolfo, dopo l'arri- ■vo e prima della partenza, le de- putazioni del capitolo e del ma- gistrato civico ivi recaronsi a pre- sentare i sensi di fedeltà e di di- vozione del clero e popolo mari- nese, venendo tutte le volte accol- te con paterna effusione. Nel i832 Gregorio XVI felicitò Marino di sua presenza a* 4 ottobre, riceven- do i soliti ossequi e la dimostra- zione di un arco trionfale di ben inleso disegno, sovrastalo dal pon- tificio slemma. Volle onorare Ta- Lilazione del cardinal Mario Mal- ici nella villa di Bel Poggio j col quale si recò alla chiesa collegiata a piedi. Nelle oi"e pomeridiane poi del 6, il Papa col solito treno e nobile accompagnamento visitò la *:hiesa e il monastero delle mona- the domenicane, le quali consolò MAR glie di superfìcie. Il territorio non consiste che in una montagna sco scesa, chiamala sino dal secolo de- cimo I^lons Tkamis, che ha 36o tese di elevazione, e nei castelli e MAH ni clie lo sOìIdamento di esso e vicini, si del)- degli altri monti ba altrihuirc a vnicaniche crnzio- ni. Le acrjne minerali di Sanmari- no o sia acque della \jalle, non so- villaggi che ne dipendono, essendo no propriamente nello stalo della i princit)ali Faelano ( da altri repubblica, ma per la conginnV-io- chiamalo Forilano e Fcntrano), ne delle medesime al detto terri- Serravallc, Cawle, Busiirnnno e torio, e per l'ospitalità che rice- Fiorentinò: n'è la capitale la città vono i molti forastieri di distin- di s. Marino^ posta sopra detta zione che da ogni parte si recano montagna, e di cui faremo cenno in alla città di Sanmarino nella sla- fìne di questo articolo. Altri dico- gione del passaggio di tali acque, no che il territorio è di diciasset- per approfittarne, gli fece dare in le miglia quadrate, con circa 7600 ogni tempo il nome di acque di abitanti repubblicani . Il fiume s. Marino^ che presso il volgo di Marecclìia bagna da due Iati qnc- Romagna chiamansi anche acque sto isolato monte, di cui dal nord- della Fallcy per la posizione del ovest, al sud est estendesi il limgo luogo donde scaturiscono. Il per- dorso, rendendosi accessibile da che il dotto arciprete Luigi Nai- quella sola parte, ove piìi placidi di bibliotecario di Rimino, dedicò spirano i venti, mentre dall'altra il al supremo consiglio dell'eccelsa sasso perpendicolarmente tagliato op- repubblica di Sanmarmo ii libro pone opportuna barriera alle nor- intitolato : Direzione storica per diche bufere, e dona il pregio al coloro che si portano alle acque purissimo clima di una dolce lem- minerali di s. Marino o sia acque peratura. Il fiumicello Amarano, discendendo dalle cime feretrane, bagna più da vicino il suo terri- torio, ed un torrente vi fluisce pu- re, che porta notabili acque in della Falle j Pùmino 1823, per gli Albertini. Prima di lui nel '792 il dottor Naidi pubblicò in Bolo- gna l'opuscolo : Delle acque medi- cìnali dette volgarmente di s. Ma- tributo al Marecchia. Il monte rino. I principali prodotti del ter- si'chiamò Titano dai piti remoli ri torio sono vino eccellente, olio tempi, e si compone di un tufo comune, fruita e seta; e vi si al- calcareo arenoso, che posa su ba- leva un sufficiente numero di be- se d'argilla. Vi si trovano molte stiame. conchiglie incastrate, e sonovi pu- Il potere esecutivo della repub- re concrezioni alabastrine, e gessi blica è confidato a due individui, di varia specie surrogabili ai mar- che dapprima ebbero nome di con- mi col polimento di che sono su- soliy poscia di difensori, ed ora di scèttivi . Vi è copia di manga- capitani reggenti o gonfalonieri. nese, e tracce considerabili del- Uno di essi si sceglie fra i cittadini, l'esistenza di carbon fossile, del ed altro fra gli abitanti del conta- quale però non si è mai tenta- do. La durata della loro autorità to di trarre profitto. Pei fie- è di sei mesi, quindi si rinnovano, quenti filoni di zolfo che s'incon- ed entrano in carica nel primo di Irano pel monte, opinarono alcu- aprile e nel primo di ottobre, il MAR c:oipo legislativo era formato nei piiiiìordi dell'inteia popolazione, il reggimento dello quale chiamavasi /arringo o consiglio universale. In progresso si stabilirono de'consigli di maggiore o minor numero di individui, ed attualmente sono ses- santa i consiglieri; composto essen- do il consiglio o senato di Tenti nobili, di venti cittadini, e di ven- ti paesani possidenti, come si crede il meglio. Vi è poi un perraanenle consiglio, di dodici individui clie viene ogni anno rimosso per due terzi, e preso dal detto consiglio o senato ; non esercita verun po- tere giudiziario, ma dà il suo vo- to consultivo alla reggenza negli affari di maggior rilevanza. Dai giudicati poi del commissario ap- pellasi al consiglio principe^ cb'è cjuello composto di sessanta indi- vidui. Nelle semestrali assemblee nazionali , ciascun cittadino ha il diritto di petizione al supremo ma- gistrato, e queste adunanze chia- manfiì V Arringo. Un podestà è chia- mato dall'estero a rendere giustizia, e viene in ogni triennio nominato da! consiglio generale , non può essere rieletto che una sola volta, ed è assistito da un procuratore generale e da un cancelliere. Tut- ti i cittadini atti alle armi sono difensori nati della patria e delle leggi. Due segretari di stato, cioè i due capitani, sono incaricati uno pegli affari interni, T altro per gli affari esterni della repubblica , le cui rendite superano annui scudi seimila ; formandosi le tru ppe di sessanta uomini, divisi in due guar- die pei due capitani. Il governo si è sempre mantenuto nei giusti ri- guardi di non essere incomodo ai vicini, ne punto gravoso ai propri cittadini, limitando le imposte in M A R 6y proporzione de'pubblici bisogni; né si deve lacere, come dice il Fea, che la repubblica ha anco esistilo ed esiste per grazia e favore de*som- mi Pontefici. Quello scrittore, nell'opera di cui andiamo a parlare, combatte il titolo di slato assoluto, e fa osservare che formando esso parte de'dominii del- la santa Sede, non possono i Papi concedere porzione o frammento dello stato della Chiesa romana in assoluta proprietà, pei giuramenti che fanno; e che la Sede aposto- lica nel concederla in feudo con mero e misto impero, proprio dei feudi, accordò l'utile non il domi- nio diretto. Raccoglitore imparziale di erudizioni riporterò gli opina- namenti del Fea e del Delfico, senza parteggiare per alcuno di essi, poiché sembra che ambedue con troppo calore e zelo abbiano vo- luto sostenere il loro assunto, che talvolta partecipò di animosità e di spinta prevenzione. Questa ristjetlii società, per molti rapporti singolare, formò l'attenzione .degli storici e de' filosofi indagatori. GÌ' inglesi Macpherson, Addisson , Adams e Gillies, il faentino Zuccoli ed il cesenate Chiaramonti ne parlarono ai nostri giorni in diverso , ma sempre onorevole senso, ed il pri- mo vi ravvisò una perfetta rasso- miglianza cogli antichi modelli del- le repubbliche greche. Taluno vi ravvisò pure il tipo di que'dome- stici governi, ond' era beata l'Ita- lia innanzi alla romana dominazio- ne^ e che insieme confederati com- ponevano le gloriose nazioni sicule, umbie, elrusche, sabine ed altre. La jepubblica venne in più fama dopo che il nestore de* letterati na- poletani, il cav. don Melchiorre Delfico cittadino della medesima, G8 . MAR con filosofica storia la fece me- glio conoscere, rendendo parziali omaggi di riconoscenza a questa sua patria di adozione, però lascia mio non solo q desiderare la venera- zione che si deve alla santa Sede e suoi ministri, e una pii^ castigata riservatezza nelle ffiaterie di eccle- siastico diritto, ma eziandio più cri- tica e verità istorica , onde il suo contegno fu disapprovato dai saggi e dai letterati giusti ed imparziali. E s'egli colla sua penna valse ad eternare l'onore della cittadinanza dai sanmarinesi ricevuta, immenso però è il novero di quelli che tro- varono sempre in questo suolo acco " glienza ospitale, ed ove talora i me- riti e le virtù si videro sfoggiare, quindi nacque gara nella repubblica, anche per dilatare i suoi rapporti, di Conferire l'onorata cittadinanza, e chi la riceveva andava ben con- tento dello appartenervi, per di- versi motivi e ragioni. La repubblica ha un cardinale per protettore pressò la santa Se- de , ed un incaricato d' affari in Roma , per antico costume. Per- tanto si legge nel numero 16 del Diario di Roma del 1816, che la repubblica aveva scelto per pro- tettore il cardinal Antonio Dugna- ni sotto decano del sacro collegio, e che avea sostituito al defunto celebre e dotto monsignor Gaeta- no Marini ^ l'avvocato conte Ales- sandro Savorellì cameriere d'ono- re di Pio VII, ambedue di fami- glie ascritte alla cittadinanza no- bile della stessa repubblica. Nel nu- mero 34 del Diario i83i si dice come il conte Alessandio Savorelli incaricato della repubblica di San- marino, ebbe l'onore di presenta- re al Papa Gregorio XVI la let- tera gratulatoria di questo gover- MAR no, pel suo fausto avvenimento al trono pontificio , unendo in voce . le espressioni della più ferma di- vozione della repubblica verso la Sede apostolica, consci* va la sempre dai più remoti secoli, non ostante le vicende da cui è stata spesso circondata, e dalle quali ha saputo mantenersi in ogni tempo illesa. Il Pontefice rispose colle più gen- tili parole di benevolenza, assicu- rando che pari a quella de'glorio- si suoi predecessori sarà la sua protezione per si pacifico governo. L'incaricato passò quindi ad osse- quiare il cardinal Bernetti pro-se- gretario di stato, che gli fece la più cortese accoglienza. Finalmente nel numero 69 del Diario del 1846, si riporta come il marchese Alessandro Muti-Papazzuni già Sa- vorelli, colonnello delle guardie ed incaricato di affari della repubblica di Sanmarino, avendo ricevute le lettere del suo governo che lo con- fermarono in tal quahfica presso il regnante Pontefice Pio IX, fu da lui ammesso all' udienza, che con singoiar bontà rispose ai sentimenti di divozione espressi dall'incaricato per parte dello stesso governo, assicurandolo che come ì suoi pre- decessori, cosi egli avrà partico- lare protezione per la repubblica. Passò quindi l'incaricato dal car- dinal Gizzi segretario di stato , a cui presentò le più vive congra- tulazioni dell'eccelsa reggenza san- marinese, perchè fosse stato eleva- to dalla legazione di Forh a tal suprema dignità , ed il porporato ricambiò sì falle nianifeslazioni col- la più grata e gentile accoglienza. Al presente protettore della repub- blica di Sanmarino presso la santa Sede è il cardinal Vincenzo Mac- chi sotto-decano del sacro collegio. I MAR In Milano nel i8o4 nella tipo- grafia Sonzogno si pubblicarono ie Memorie storiche della repub- blica di ». Marino raccolte dal cav. Melchiorre Delfico cittadino della medesima. Questa edizione in foglio dedicala dall' autore al general consiglio principe della re- pubblica, ed ai capitani reggenti la medesima , nel 1842 iix riprodot- ta in dodicesimo con tavola analiti- ca e cronologica, dalla tipografia elvetica di Capolago. JXella prefìi- zione l'istorico dichiara che l'avea pieceduto Matteo Valli, che nel i633 coi tipi di Padova diede l'opuscolo: Dell'origine e governo della re- pubblica di s. Marino, breve re- lazione di Matteo Valli segretario e cittadino di essa repubblica. Ri- produssero i suoi racconti il Linda, il Bisaccioni ed il Baudrand. Quin- di protesta che il primo che ne scrisse con critica ed accuratezza fu il dotto arciprete Giambattista Ma- rini, nell'opera intitolata ; Ragioni della città di s. Leo detta già Montefeltro, ec. , Pesaro 1758. Il dotto avvocato don Carlo Pea pubblicò in Roma coi tipi came- rali nel 1834 l'opera intitolata: Jl diritto sovrano della santa Se- de sopra le valli di Coniacchio e sopra la repubblica di s. Marino difeso. Questo scrittore incomincia nella prefazione a protestare che parlandosi oggidì tanto di sovra- nità assoluta ed indipendenza to- tale di Sanmarino, che vuol farsi considerare quale potenza estera, coi principii del diritto, colla sto- ria e con documenti diplomatici dichiara, che questa repubblica e suo territorio è sempre stata una minima frazione delio stalo della Chiesa, nel quale è inclusa; che i sommi Pontefici sempre ne hanno MAR 69 disposto come hanno stimato nelle circostanze; ne hanno dilatato il territorio; le hanno accordato mol- ti privilegi ed esenzioni, che gior- nalmente sì godono ; e hanno per- messo ai sanmarinesi di continua- re a governarsi da loro con par- ticolari statuti, approvali e rifor- mati a quando a quando dai Pontefici e loro legati, a modo di feudo, e feudo è slato Sempre di- chiarato 6 chiamato dai medesimi Pontefici. Aggiunge, che da qual- che anno si ode e si legge in qualche libro le parole libertà , indipendenza e sovranità assoluta; per mostrare poi qual sia tale liber- tà, quando essa fu restituita nel 1740 da Clemente Xli agli abi- tatori di Sanmarino, riportò la parte essenziale di quelle innova:^ zioni, anche acciò se ne abbia una giusta idea, vedendo nei libri di alcuni autori mal prevenuti comu- nemente alterate le cose a danno della verità e della giustizia , e della esatta condotta del legato cardinal Alberoni* Per avere insie- me una storia imparziale e più compita della repubblica, suo ter- ritorio è forma di governo, il Fea v' inserì la porzione della storia di Matteo Valli l'elativa, è la re- lazione del Salmon, correggendole e supplendole , facendo così in succinto una storia critica diplo- matica di Sanmarino. Termina la prefazione coli' avvertire che più di tutto la conservazione della re- pubblica si deve all'attaccamento degli abitanti al loro patrono s. Marino, alla loro località isolata sopra un alto inonte alpestre , al- la forma popolare del governo, che lega ed obbliga ogni individuo alla libertà ; mentre che sotto al- tro reggimeulo perirebbe la liber- 70 MAR là e la popolazione, ninno po- tendo avervi iuteres!>e ne politico né economico di assumersene il peso con lucro cessante e danno emergente, in un tenitoiio che si mantiene bastantemente Tettile u forza di attività ed industria re- golarmente continuata. Laonde, di- ce il Fea, conviene confessare che fu provvida e savia risoluzione di demente XII, di rimettere le cose nel pristino stato di libertà, con qualche altra provvidenza che si legge nel di lui Sommario j il tut- to per altro basato sulla pruden- te condotta e dipendenza della santa Sede, che sempre i sanma- rinesi hanno protestato di profes- sare sì nobili che plebei ; ricordan- do per ultimo , che ì Papi hanno accordati e mantenuti i tanti fa- vori e privilegi agli abitanti natu- rali, per la loro più comoda sus- sistenza, non per rifugio a fora- s.lieri molesti ed a banditi. Quale stima poi meriti in fatto di vera- cità istorica e critica la Relazione del citato Valli, si legga il Fea che ne rimarca l'esagerazioni a p. 67. Il Salmon poi nell'opera: Lo stalo presente di tutti i paesi e popoli del mondo j ec, stampata in Venezia nel 1757, voi. XXI, cap. 4? p. 49o> C' diede la Relazione della repubblica di s. Marino. Il Fea a pag. 83, parlando del Delfico, dice che ne compilò una nuova storia panegirica in tono trionfale , per encomiare quella ch'egU si era scel- ta per nuova patria libera; ma che l'ardente encomiaste non ha riflettu- to che se è cresciuta la libertà di scri- vere a capriccio, è pure molto miglio- rata l'arte critica, la diplomatica e la storica, e soprattutto si sono schiarite le controversie intorno al dominio temporale della Chiesa 1*0- M A I\ mana ; e secondo tutti i canoni di bene scrivere ci vogliono pezze (li appoggio, documenti autentici id idonei, non frasi , non decla- mazioni enfatiche ed iraconde. 11 Delfico all'opposto, secondo lui, ca- ricò d'ingiurie molti Pontefici, tac- que molte carte, narrò molte cose a modo suo, sempre ad onore di Sanmarino; virulente cor^tro la ge- rarchia ecclesiastica, insultò tutti i Papi, i cardinali e gli scrittori a- pologisti delle ragioni e diritti della Sede apostolica, tacendo mol- te cose riguardanti il cardinal Al- beroni e Clemente XII. Lungi dal portare giudizio sopra i due sto- rici, ripeto, nai limiterò a compen- diarne le asserzioni, lasciiindone ai, critici ed ai savi l' imparziale giu- dizio. La regione del Titano si tro- vò anticamente compresa nella De- capoli o nella Penlapoli Montana, e nella divisione de'contadi, benché a ninno appartenesse, si considerò, come compresa in quello detto di Monlefeltro. Benché il Monte Titano elevi altieramente la sua cresta fra le nuvole, e presenti in un Virslissitno orizzonte il più vago e maestoso spettacolo visuale, pure sarebbe forse senza gloria e senza fama, se un uomo proveniente dalla Dal- n)azia non avesse prescelto ([ueste alpestri balze pel suo prediletto soggiorno. Tale fu quel Marino ve- nuto o mandato in Rimino dopo la metà del IV secolo; ed essen- do muratore di mestiere, o condan- nato a farlo, ebbe perciò occasione di recarsi sul Titano pieno di materiali pei suoi lavori. Potè al- lora conoscere che il luogo non era meno utile per occuparsi nel- Tarte moratoria, che atto a sot- trarsi dalle ingiurie della pcrsecu- MAR 7Ìcik; religiosa , di cui era a quel- l'epoca segno ii cullo callolico, o proprio ad essere un soggiorno lilìero e tranquillo per esercitarvi nel' silenzio e nella solitudine gli ulfizi delia cristiana pietà. Ma co- n»e spesso avviene che dagli ere- iTu ancora vola la fama delle vir- tù e del vero merito, non vi re- stò occulto quello di Marino ; ed li buon vescovo di Rinvino s. Gau- denzio lo volle per ministro e coo- peratore nella difesa del culto e nella propagazione della fede. Eb- be egli per socio un tal Leone, (ii cui eguali furono i principi! e l'emigrazione, promosso poi alla cattedra Feretrana, mentre Marino si contentò restare fra i ministri del cullo semplice levita; e l'u- no e l'altro, forse stanchi de'lor- bidi feroci e de' tm vagli che in Rimino si offrivano, come nelle vicine contrade , cercarono luoghi più coniiicenti a persone abituate alle opere ed al diletto della tranquilla solitudine. Marino quin- di rimontò le sue balze, e sempre occupato negli eserci/i di pietà e di umanità, egualmente che nei la- vori necessari alla sussistenza , non potè allontanare dalla sua angusta dicuora ne i soci de'suoi travagli, uè i fedeli che si accostavano a lui, o per ricevere i rudimenti del- la morale e della credenza, o atti- rati dall'esempio e dalla sua dif- fusiva carità. Narra la tradizione inoltre, che Marino tagliò nello scoglio la sua casa, il suo letto, il suo orticino ; e pei miracoli da Dio operati a sua intercessione, e per le buone sue opere, ebbe da pie persone in dono il territorio del Monte Titano, di cui divenne proprietario, ed il Titano incomin- ciò ad avere i suoi propri abitato- MAR 7t ri. L'uomo pio e religioso , di- venuto quasi rettore del piccolo circondario, pensò naturalmente a mantenere i suoi soci nei princi- pii e sentimenti che li avea riuni- ti, e nel culto che n*era l' espres- sione ; ed al suo eremo aggiunse una chiesuola, che ierv\ di primo punto di riunione ai fedeli e membri del piccolo nascente cor- po sociale , cui morendo lasciò ricordi di pace, di buoni costumi e di libertà, come esprimesi il Delfico, conservati in perpetuo re- taggio dalla successiva popolazione. Le più antiche memorie dei primi abitatori e delle prime abi- txizioni sulla vetta del Titano, è vero che si sono espresse colle parole di monaci e monastero, ma indicanti più lo stato, che la con- dizione degl'individui e del loro admiamento. Tultavolla, al dire del citato istorico, il monaco Eu- gippio fiorito nel monastero di s. Severino in san Leo, ed autore della vita di s. Severino, fiorito fra il V e VI secolo, lasciò scrit- to di aver veduta e letta la vita di un tal Basilico o Basilicio mona- co del Monte Titano, uno dei più antichi successori di Marino, che poi finì i suoi giorni nella Lucania. Gli atti poi della vita dì Marino si leggono nei Bollandisli, Jc(a sancì, ntens. stptemhris t. If, p. 2i8, i quali però restarono malcontenti dell' autore di essi , per gli episodi drammatici e cose favolose che v' introdusse . Le favolose narrazioni del Valli sul- l'origine miracolosa di Sanmarino, le storielle de' BoHandisti discus- se a'4 settembre, le combattè più parlitamente l'autore anonimo de (pi scopata Ferttrano , contro il (juale si diffuse Giambattista Ma- 72 MAR MAR lini, ragionamlo intorno ai docu- di abbati e di monaci alcima vol- incnti dell' operato dai Pontefici, ta furono designali gli ecclesiuslici Si può vedere anche l'Ughelli t. che vi presiedevano ed orticìavano. JI, coi. 854, edizione del Coleti, In fatti successivamente tal chiesa che riporta la storia deirinvenzione divenne la parrocchiale e prese il del corpo di s. Murino a' 4 otto- titolo di pieve, corno l'abbate prese hre 1596 in una grotta dentro ((uello di prete o di rettore. Quali la sua chiesa in Sanmarino. Si intanto fossero gli scarsi progressi vuole che i primi alti veridi- della popolazione titanica , non è ci della vita del santo andassero facile il riferirlo » nella scarsezza smarriti , mentre la di lui fama anzi mancanza di documenti di essendosi propagata in Italia, ivi quel tempo. Abbiamo da Anasta- gli eiano stati eretti de* templi, sio Bibliotecario, in Vita Stephani come in Pavia, edificato nell* Vili // detto IH, che questi avendo nel «ecolo. Non sembra vero , dice il 7^5 ricorso all' aiuto di Pipino Delfico e cosi il Fea, che in quel- contro Astolfo re de' longobardi, la chiesa vi riponesse le sue reli- ch'erasi impadronito daìV Esarcato quie Astolfo re de'longobardi, pri- (Vedi) _, il quale per spontanea vandone il Titano, mentre pare dedizione de'popoli era già sotto ))rovato ch'egli mai si accostasse la protezione della santa Sede, e a questo monte allorché invase faceva strage nella provincia ro- i'Esi» reato : in favore di Pavia pe- mana suo dominio temporale, il rò scrisse Giovanni Gualla, nel suo principe francese obbligò Astolfo santuario delle reliquie di quella a restituire alla Chiesa romana città, stampato in latino, lib. V, le occupate terre, e ve ne aggiun- fol. 5S ; e Stefano Beneventano se altre in dono, come l'Esarcato, cittadino pavese, nella descrizione per ampliare il principato del delle memorie sacre di quella chic- sommo Pontefice, fra le quali San- sa. Marino venendo acclamato per marino, Castelluni s. Marini^ Mon- santo dalla popolare divozione , tefeltro, Rimino ec. : altrettanto ri- qual primo autore della pacifica portano il cardinal Baronio, An- aggregazione sociale fondata sul naL t. IX, anno 755, fol. 229 ; Titano, questo dal di lui nome ed il Cenni, Codex Carpi, t. I, prese in vece la denominazione che p. 62 e seg. porta di s. Manno o Sanmarino. A questa donazione ripugna il 11 Butler registra questo santo ai Delfico, quanto a Sanmarino, per- 4 settembre , dice eh' è onorato che il Titano ancora non avea anche a Pavia , a Rimino e in preso questo nome, e perchè non molte diocesi d' Italia, ma le due esisteva allora un luogo fortifi- vite che abbiano di lui non meri- calo, castnwif che portasse il no- tano fede. 11 monastero rammen- me di Sanmarino > dicendolo le tato da Eugippio, non si credè diverse copie della donazione di popolato da uomini che vi menasse- Pipino j or san Marino, or san ro vita regolare, ma piuttosto una Mariano, or san Martino. Che ai- chiesa destinata alla riunione dei lora sul monte Titano sussistesse fedeli, che in quei tempi talora una popolazione con chiesa prov- Momiuavasi chiesa, qoxùq coi nomi veduta dì molti fondi, provenienti MAR dalla prima fondazione, ed ?iccre- sciuli a poco a poco dall'oblazione (leTedeli, si prova da un autentico documenlo del secolo IX, dal gìu^ dicalo o placito feretrano di Gio- vanni abbate e tcscovo di Monte-» lèltro, ficclesiae Feretranae, contro Deltone vescovo di Rimino, dato in favore di Stefano parroco, ed in cui Stefano preshyicr et ahhas s. Marini è cliiamato, essendo Orso tinca (li Montefeltro nominato pu- re nel placito. Quantunque nel territorio o provincia feretrana lusse compreso il distretto di San- marino che si trovava nella dio- cesi feretrana, osserva il Delfico die né dal placito, ne da altri do- cumenti si rileva che la giurisdi- zione politica de' duchi e poscia ile'conti di Montefeltro si esten- desse su questo monte e su le 6ue appendici. Narra in vece il Fea a p. 68, che per le accurate ricerche ordinate nel 1660 da Alessandro VII , venne provato che Sanmarino col suo territorio è .-.empie stato sotto il dominio del- lu santa Sede, la quale, come sua proprietà, incastrata la repubblica nello stato, lo avea sempre soste- nuto e difeso nelle guerre civili italiane, e T avea favorita di po- ter continuare in certo modo da •s<3rA'W in omnibus Roma- nae Kcclesìae juslilin et re\>erenùa. Osserva inoltre il Fea, che i Ponte- Iclìci o tulli gli scrittori gcULnalineii- le, prima da due secoli, sempre di- cono castello, terra, gli uoiniid di s. Marino, uè mai città, né re- jmbblicay e terra dice pure lo sta- tuto. Ad esempio delle altre città e castelli d'Italia clic proclamarono i santi tutelari, questo popolo de- corò la poi'ta maggiore della chie- sa coH'epigrafe : Mva Marino Pa- trono et Libertatis Auctori D. C. S. P. Crescendo la popolazione senti il bisogno d'in|»randire il suo piccolo territorio, quindi comprò dai confinanti signori di Carpegna tlelle terre colle loro giurisdizioni, e col monastero di s. Gregorio in Concii coni[>letarono l'acquisto, prendendo dal medesimo a livello cjuelle terre, sulle quali dai conti «li Carpegna acquistavano la giuris- diziorte e tutti i diritti signorili: gli acquisti fatti dal sindaco di San- inariuo, furono il castello di Pen- na rossa e la metà di quello di Gasoli, del quale dipoi se ne com- pì r acquieto. Altri se ne fecero dai conti di Montefellro , convali- dati dalla perpetua amicizia di quella famiglia colla repubblica di ^^anniaiino. Ecco come con lenti passi progredendo , la piccola so- cietà stabiliva una forza propor- zionata alla sua piccolezza , e si lòrmava quella base che dovea garantirne la durata, come si espri- me il Delfico. La popolazione eb- be rapporti continui con le fa- iai|:;lieFeltria de' duchi di Urbino, e Malatesta de' signori di Rimino. Finche la popolazione del Titano (u di pochi individui, e d'una for- za disunita ed iudetermlaala , e MAR quindi invalida ad agire e resi- stere, potè facilmente essere neglet- ta e trascurata daf»li uomini domi- nati dall'ambizione ed avidi del potere ; om quando colla estensione de' suoi confini, coli' accrescimento della popolazione , e colla valida fortificazione annunziò un grado di forza e dì resistenza sostermte dal coraggio, gli sguardi dell'am- bizione e dell'orgoglio non furono più indiflerenti per questo scoglio, e Yolontieri vi si sarebbero ada- giati, se avessero potuto espellerne la libertà natia, come dichiara il Delfico. Aumentata la popolazione con abitaziorw di cui si formò il bor- go, eslesi i confini,, e fortificato il luogo di residenza del governo , si propagò la fama dell' inaccessibili- tà ed inespugnabilità del castello o rocca nel secolo XII; mentre gli italiani per la debolezza del gover- no imperiale scossero il giogo stra- niero , dopo la pace di Costanza ogni luogo volle assumere le for- me repubblicane, eleggendo i con- soli, benché la pretesa libertà fu effimera e tumultuaria , perchè le piccole società furono presto assor- bite dalle più potenti, e i magi- strati politici abusando del potere si trasformarono in dominanti, ciò non accadde sul Titano, perchè cre- sciuto il popolo neir indipendenza, col suo naturale andamento non ebbe bisogno di farsi imitatore del- le nuove repubbliche insorte, libe- randolo la sua situazione dal par- tecipare al movimento ed al gene- rale scompiglio d'Italia. Questo po- polo avea già le sue leggi e le sue forme governative. I suoi supremi magistrati, intitolati pur essi con- soli, al numero di due o tre, adem- pivano ai doveri del potere esecu- MAU livo e dei giudiziario, mentre il potere legislativo risiedeva presso il popolo, rappresentato dai capi delle famiglie. Ma se potè salvarsi da tale sconvolgimento, racconta il Del- fico , non andò Sunmarino esente dall'insania de' parliti guelfi e ghi- U'llim\ che per lnnghissin»o tempo perturbarono anche la vetta del tranquillo Titano, riuscendo fune- sta alia repubblica, perchè oltre la discordia civile da cui fu lacerata, fu successiva cagione che nella con- trarietà de' partiti i vicini prepo- tenti ne volessero profittare, come i signori di Carpegna , i vescovi feretrani, la città di Rimino o i suoi Malatesta, e pegii antichi di- ritti i ministri pontificii. Si crede che Ugolino di Monlefeltro vesco- vo feretrano e fanatico ghibellino, quale lo dipinge il Delfico, come gli altri di sua famiglia, gittasse i primi semi di zizzania nella popo- lazione titanica, per estendere so- pra di essa il dominio temporale della sua chiesa, e come dice il Delfico, vantando pretese signorili su questo territorio. JVota il Fea , a p. 70, che si giustifica iJ posses- so di Sanmarino, avuto dal vesco- vo di Montcleltro, e massime nella persona del vescovo Ugolino , dal contenuto d'un istromento che si trova nel pubblico archivio di Ver- rucchio, stipulato a' 12 settembre 1243. Nei libri poi di contralti o enfiteusi del medesimo vescovo, a p. 2, sta pur oggi notato di carattere antico ; Plebatus s. Marini liabtt ecclesias X. In dirlo Plebatu est Terra s. Marini, ex qua dictus e- fjiscopus Feretranus habet, et con- sucvit ha bere conde/nnationes , et rolligcre decinias ab hominibus. È tradizione, e si ha per sicuro, dice il Fea, che gli uomini di Sauu)ari- MAR 75 no si comprassero per loro le ra- gioni di detto vescovo; che dove- vano essere il jus- delle prime istan- ze delle cause^ pei prezzo già ac- cordato coi riniinesi. Quanto ai partiti guelfi e ghibellini , il Fea con opportuna osservazione fatta dal Rotta, non conviene che l'elemento di tali fazioni potesse aver luogo in Sanmarino per la sua piccolezza, e per i componenti l'amministrazio- ne. Aggiunge in nota che il Ro- scoe, nella Fila di Lorenzo de' Me- dici y t. I, p. 4> scrive che nel pri- mo tempo si dicevano guelfi quelli che sostenevano le parli del Papa contro i ghibellini aderenti agi' im- peratori; ma che nei tempi suc- cessivi, guelfo si chiamò quello che in qualche popolare commozione sposava la causa del popolo. E ve- rissimo, dice il Fea, che ogni cit- tà e paese intendeva (àr la causa piopria per la libertà e indipen- denza una dall' altra ; ma sem- pre si protestavano dipendenti sud- dite del Papa, di sostenere le sue parti, o a lui ricorrevano per aiuto, e spesso a lui si sottomettevano in- teramente per finire le discordie interne : le Storie di Bologna di Gaspare Rombaci, ne danno conti- nui esempi. Legata la casa di Monlefeltro per gratitudine al partito impe- riale, e vedendo V imperatore Fe- derico 11 guerreggiare in questi monti coi ghibellini, contro il Pa- pa e i suoi guelfi, non potendo re- sture indifferente, secondo il Delfi- co, Ugolino eccitò lentusiasmo dei sanmarinesi pel ghibellinismo. Ma colpito Federico H nel concilio ge- nerale I di Lione dai^li anatemi del Pontefice Innocenzo IV, lo fu pure il vescovo Ugolino partitante, e con esso il comune di Sanmari- 76 MAR no comlaiiualo uU'inleiUcllo. Que- sto durò (.lai l'Jtl? ^^"^ ^' '^•49> quniidu in Perugia i conti di Mon- tef«.'llro, Ugolino, i sanmarinesi ed altri ftii'ono ribenedelti e re!>lituiti alla coinunione cattolica. Non nu- dò giiaii che i ganmarinesi cogli altri obliarono le scomuniche della Chiesa, ed essendo da loro bandi- ta la cojicordia, provarono in con- segui-n/a gli stessi mali ond'erano afllilto le altre città italiane. Il par- tilo dominante in questa terra fu sempre quello de' ghibellini, soste- nuto dai vicini baroni, e più de- bole essendo <|uello de' guelli , si trovarono perciò questi quasi sem- [)re fuoruscili o banditi dalla pa- tria; finché l'autorità di Filippo ar- civescovo di Ravenna, se non (ine al- meno pose tregua tra le due tremen- de e accanite fazioni. Considerando il prelato Sanmariiio come luogo li- bero e indipendente, quindi njcno soggetto air influenza de' polenti , nel 12^2 vi tenne un congresso per pacificar le parti che in lui eransi compromesse, ma non potè ottenere che un armistizio nel ge- neral consiglio tenuto nella chics.l di questa pieve, perchè l'adunanza fu qtiasi tutta formata dai ghibel- lini. I sanmarinesi col loro vescovo Ugolino tornarono al ghibellinismo, dimorando egli con loro, avendo fissata la sua residenza in San ma- rino ; ma il Papa lo depose dalla dignità, e sostituì Giovanni nella cattedra feretrana, che per essere entralo in comunione con Sanma- rino neir acquisto , che il comune fiece della metà del castello o del monte di Casole, ovvero ratifica di quello fatto anteriormente , imitò l'esempio del predecessore Ugolino nella cessioue de' diritti di passo MAR che avea fatto Guidone da Cerre- to. Nel medesimo anno ia53 i po- chi uomini del restante territorio di Casole, spontaneamente si uni- rono con quelli di Sanmarino , fi- cendo^i loro perpetui castellani ed abitatori ; cosi il conmne sanma- rinese potè dare una maggiore es- tensione al suo territorio , e nel suddetto anno si trova già men- zione dei primi statuti (dell'origi- ne de' quali parlammo all'articolo Comuìvita' o Comune ) di Sanmai i- no, che sicuramente debbono esse- re tra i più antichi d' Italia. Nel 1277 Rodolfo d' Absburgo re dei romani confermò al Papa Nicolò III le donazioni fatte dagl' impe- ratori suoi predecessori, compresa la Romagna, onde poi il comune sanmarinese Solfrj dei distiu'bi nel possesso della sua libertà ed indi- pendenza, e dalle pretensioni dei vescovi feretrani, onde si conferma- rono nel partilo ghibellino , come pretende il Delfico che usa tali e- spressioni. I vescovi feretrani aven- do in Sanmarino la loro casa nel luogo ìi pili fortificato, cioè nel gi- rone del monte della Guaita , il Comune cedetle loro in vece altre case in luogo di quella. Costuman- dosi in quei tempi tenere i gene- rali parlamenti 'ne' capoluoghi, tal- volta Sanmarino intervetuìe a quelli tenuti dal podestà di Montefeltro o delle terre della chiesa feretra- na, contribuendo prestazioni e col- lette imposte dal geneial parlamen- to o dal podestà delle medesime; secondo il Delfico non dev|& trarse- ne argomento di giurisdizione o dipendenza, poiché il presentarsi alle assemblee era pel sostegno del - la causa comune, tanto piìi ch'es- scuilo il comune sanmaiinese ad- detto al ghibellinismo, d quale era MAR quasi genernlmente il partito fere- trano, non poteva fare a meno
  • ì. Nel i5o9 si sparse voce trat- tarsi un accordo tra il Papa ed i veneti , e che questi, già padro- ni di Vcrrucchio, si sarebbero e- sicsi , ed avrebbero occupato il territorio, se tale accordo non si fòsse conchiuso. I sanmarinesi che a cagione dell' alleanza col nipote infeudalo della Sede apostolica , e- rano costretti a concorrere alla guer- ra, esposero le loro agitazioni al l*apa, richiedendolo di aiuto o pro- tezione, e Giidio li scrisse un bre- ve in cui gli esortò a confidare nel suo impegno per la protezione della loro libertà, sotto il patrocinio della santa romana Chiesa, di che furo- no lietissimi e contenti, per vedere assicurata l' indipendenza dello sta- to da un sommo Pontefice e da un sovrano che amava stabilire il dominì'o temporale della Sede apo- stolica su basi più solide. Per l'alta protezione che su Sanmarino erasi riservata la santa Sede, nel conce- dere r infeudazione del Montefeltrq ai Feltreschi e Rovereschi, ecco co- me il Papa si espresse nel breve. Jtaque hortamur ul fovO^ et ma- stio animo siiis , considerelìsque , nihil dulcius, atque utilius esse li- herlatCy et protectione sanctae ro- manae Ecdesiae^ m qua vos hacte- nus conservavimusy conservaturique sumus. Cosi il Fea. Sempre Giulio II si mostrò col nipote benevolo colla repubblica, e quando il se- condo richiese alla repubblica che ritenesse i riminesi dimoranti in es- sa, essendo ciò contrario all'indi- pendenza ed onestà, la repubblica fece una dignitosa negativa. Nel i5i3 divenne Papa Leone X, il quale scomunicando il duca d' Ur- bino^ gli tolse Ip stato e lo d|ec)e MAR al proprio nipote Giuliano de Me^ dici. 1 sanmarinesi procurarono a- iiilare Francesco Maria, e gli offri- rono oro inutilmente. Incominciala la guerra. Giuliano mori dalle fe- rite riportate, laonde Leone X di- chiarò duca d'Urbino il nipote Lo- renzo, il quale colle milizie papali occupò tutto il Monlefeltro, tranne s. Leo ; ed i sanmarinesi per non perdersi inutilmente, cercata la sua amicizia l'ottennero, ciò che lodò il Pontefice, avendogli spedito la re- pubblica per ambasciatore il padre maestro Giuliano Pasini cittadina sanmarinese e celebre oratore. Que- sta buona corrispondenza co«lò ca- ra alla repubblica, perchè tutti i condottieri dell' esercito pontificio sembravano aver preso Sanmarino pel deposito o magazzino generale dell'armala, richiedendo ogni gior- no vettovaglie e munizioni ; crebbe l'incomodo dopo la presa di Pesa- ro, e quando l'armata passò all'as- sedio di s. Leo che cadde forse per tradimento, gli esuli trovarono nel- la repubblica asilo, a fronte che ne li voleva esclusi il vincitore, dal quale anzi implorò clemenza. Il Pa- pa alle preghiere de' sanmarinesi solo offri ai ganleesi l' assoluzione dalla scomunica. Intanto Francesco Maria ritornò con un esercito col- lettizio per ricuperare lo stato, onde la repubblica si trovò combattuta da contrarie istanze ed affetti , per cui Lorenzo entrò in sospetto. Cor- rotto l'esercito collettizio, France- sco Maria fu costretto a capitolare e andare in esilio, riservando solo l'assicurazione de' sudditi, l'artiglie- rie e la biblioteca. Morto Lorenzo, Leone X riunì il ducato d'Urbino allo stato della Chiesa , daqdo s. Leo e il Montefeltro ai fiorentini. Nel i5:?i, per morte di Leone MAR X, sollo Adriano VI, Francesco Maria rientrò in possesso del du- cuto, ad eccezione delle terre occu- pate dai fiorentini, come ricuperò Kimino Pandolfo Malatesta che su- Jjjto invitò i saniiiarinesi ad esser- gli amici, sebbene durò poco il suo dominio. Divenuto Papa nel iSiS Clemente VII Medici, i perturba- menti d'Italia accrescendosi, ben- fchè questo piccolo stato non pren- desse direttamente alcuna parte , pure trovandosi in mezzo a varie dominazioni, com'erano il duca di Urbino, i ministri ponliOcii di Ro- magna ed i fiorentini di s. Leo , non potè rimanere del tutto esente dai generali disturbi. La repul)bli- ca si governò egregiamente, del che ne fu commendata dal Guicciardi- ni e da Giacomo di lui fratello, il primo presidente di Romagna, il secondo suo vicario. Nel i5ij le castella del Montefeltro furono dai fiorentini restituite a Francesco Ma- ria, che quale collegalo del Papa, seguendo sempre le sue parti i san- marinesi, dovettero dare sussidii ed aiuto alle fortezze ed alle armi pon- tificie, continuando nel loro pru- dente contegno alieno da ambizio- ne. Restò illeso Sanmarino dal bru- tale esercito imperiale ispanico, che a' 6 maggio prese Roma che or- ribilmente saccheggiò, Nel i53i fondossi il torrione di Porta della ripa, indi a poco fu compiuta la rocca del Monte della Cesta^. o circondata di opere la torre, la quale si vuole già preesistesse e formasse colle torri del Monte del- la Guaita e del Monte Cucco, estrema e minor punta Titanica, la caratteristica della repubblica. Mori nel i538 Francesco Maria, e gli successe il figlio Guidobaldo II della MAR 89 del padre verso i sanmarinesi. Nel pontificato di Paolo III, a' 4 gi'^- gno 1542, mentre erasi senza so- spetti di guerra, Fabiano del Mon- te, nipote del cardinale poi Giulio III, si mosse dal castello di Rimino col castellano di quella rocca e con 5oo fanti e parecchi cavalli levati da Bologna, per sorprendere la rocca e città di Sanmarino; ma il tentativo fu sventato, poiché in un istante furono tutti in arme , partendone adontato l'aggressore. Altri dicono che lo scampo de' sanmarinesi de- vesi attribuire perchè fu scoperto il trattato, e pegli aiuti del duca d'Urbino; e presso i Bollandisti, ai 4 settembre, il fatto si racconta al- quanto diversamente per l'oggetto. Mostrarono interesse per la salvezza di Sanmarino, oltre il duca di Ur- bino, Cosimo I duca di Firenze, i ministri dell'imperatore Carlo V, ed anco il Papa, restando dubbia la causa motrice dell'attentato. Inoltre, racconta il Delfico, che un invialo dell'ambasciatore imperiale in Pio- ma, si recò a Sanmarino, olTri pri- vilegi alla repubblica, che senza far molto di essi ringraziò. In questo tempo Guidobaldo II ristabilì nella repubblica la calma, alterala da feroci inimicizie cittadine , e parte- cipandole gli sponsali con Vittoria Farnese, i sanmarinesi gli donaro- no una gran coppa d'argento do- rato, con una leggenda che atte- stava la loro libertà: Liherlas per- petua rei public ae sancii Marini. Per le pretensioni dei ministri e tesorieri del Papa in Piomagna, che volevano estendere sul territorio e cittadini le contribuzioni imposte pei pubblici bisogni, la repubblica ricorse a Paolo HI, il quale avendo esaminate le ragioni de'sanmaiinesi, Rovere, ereditando anche l'aifetto dice il Delfico che riconobbe con cjo MAR breve nposlolico rimmcmoral)ilc e perpetua libertà della repubblica, e l' iiumunità ed esenzione da qua- lunque imposta propria a' sudditi della Chiesa, ed ordin^ n tutti gli oflìziali della medesima, che mai più ardissero far simili tentativi, con pena di scomunica, esentando inol- tre i sanmarìnesi dallaumento del prezzo del sale. Da altro tentativo nel i549 dovette la repubblica di- fendersi , tramato proditoriamente da Leonardo Pio, divenuto signo- re di Verrucchio, onde sorpren- dere la repubblica a tradimento; ma fu sventato colla vigilanza e pronto aiuto di Guidobaldo II, col quale i sanmarinesi rinnovarono confederazione ed amicizia, facendo quindi una legge, che non si con- siderassero come amici della patria i cittadini ricorrenti al duca senza la pubblica approvazione, onde te- nersi in guardia. Nel i55o il fìi- iiioso archi letto militare Giambat- tista Bell uzzi di Sanmarino, e il capitano Nicolò Pellicano mandato dal duca d'Urbino, [)roposero altre fortificazioni alla totale difesa del luogo, onde si completò la cinta, si costruì il bastione della porta s. Francesco, e si migliorarono le mura, le quali nella parte dt fronte hanno cinque torrioni. Nello stesso anno fu eletto Giulio III, e nel i555 Paolo IV, a cui ricorse con- tro la repubblica uno sconsigliato cittadino, ed il Papa fece citare i ca- pitani a renderne ragione avanti di lui^ che non ebbe però spiacevoli conseguenze, e il duca d'Uibino ot- tenne grazia pel licorrente. Trovandosi la repubbhca alquan- to degradata pei dispendi solferti e per la tra>curanza delle leggi , come per gli abusi del potere, quin- di incominciai ono 'usuirczioni ed MAR innovazioni di cui profittarono i cattivi. Non giovò restringere il con- siglio al numero costituzionale di sessanta, né giovarono altri prov- vedi meiìti, uno de' quali fu la no- mina nel i566 del duca d'Urbino in primo consigliere, ciò che durò ne' successori fino all'estinzione della famiglia. Guidobaldo II morendo nel i574, gli successe il figlio Fran- cesco Maria 11, dotto assai e reli- gioso , che si mostrò egualmente propizio ai sanmarinesi, rinnovando nel i58o il trattato di confedera- zione colla repubblica. In seguito si venne alla risoluzione di rifor- mare gli statuti, onde riparare ad un manifesto rilassamento nei sen- timenti di patria, si nominarono i correttori, cui si aggiunsero altri, ma inutilmente. La miseria nel i59i divenne pubblica per la carestia , vendendosi il frumento ventidue scudi d'oro la soma : tanta era la deficienza dello stato, che alle istan- ze per la nomina d' un pletore o podestà per l'amniinistrazione della giustizia, a cui protestavansi inabili i capitani, si rispose dal consiglio negativamente per mancanza di mezzi. L' insensibilità de' cittadini giunse al segno, che spesso i con- sigli si adunavano inutilmente per mancanza del numero stabilito dalia legge. Per la tiascuranza poi dei correttori eletti alla riforma dello stato, si dovè dar forza di legge ad una privata collezione di leggi antiche patrie fatta da Camillo Bu- nelli. Sotto Sisto V gli ecclesiastici di Sanmarino dimoranti nella dio- cesi di Montefeltro, furono obbli- gati dal clero feretrano a concoi - lere alla tassa delle galere imposte sopra tutto il clero dello stato ec- clesiastico da quel Papa, cioè pel maulcnimtuto delle galere d'Ance- MAR Ha e Civitavecchia. Nel i5»99 coiii- pari il nuovo glatulo riformato, ma in peggio : fu perciò gran ventura per la repubblica , che nello slato politico di generale inditferenza, non ricevè urlo alcuno , cbe avrebbe potuto agevolmente rovesciarla. Alle molte famiglie antiche restate estinte, fiorirono invece la Cionini, la Maggi, la Tosinj, la Maccioni, la Biondi oggi Begni. Alla decaden- za delle prime si deve forse attri- buire il raffreddamento de' palrii sentimenti, i quali non si possono acquistare in breve tempo; fu pu- re sventura che molli cittadini, e senza dubbio i più colti, si trova- rono per lo più fuori dello stato in onorevoli impieghi , tali furono specialmente Francesco e Camillo Bonclli, già del consiglio, e succes- sivamente impiegalo ed occupato decorosamente fuori della patria ; così Francesco Belluzzi consigliere del duca di Urbino, il cav. Ippo- lito Gombertini magistrato in vari luoghi, Giidiano Pasini sullodato, amico del Bembo e lavorilo di Cle- mente VII, Costantino Bonelli ve- scovo di Città di Castello, Simone relliccieri pubblico professore di me- dicina in Padova, Giuliano Corbelli, Agostino Belluzzi , e finalmente il nominato Giambattista Belluzzi, uno de'più bravi architetti di quel secolo nell'architettura militare, in cui in opere insigni l'impiegò Cosimo I; né fu men degno il figlio Gian An- drea per politici e nnlitari tulenti. Si potrebbe aggiungere il sommo architetto Bramante Lazzari, che il contemporaneo Saba Castiglioni di- ce di Penne di Sanniarino, per- chè il Titano degli antichi fu pu- re denominato Penne, vocabolo con cui gli antichi chiamarono le som- mità dei monti che più menlisco- MAB 91 no le creste. 11 Titano si ve- de da lungi per le sue alte cre- ste, guarnite ciascuna da una tor- re più o meno fortificata, con una penna sulla sommità in vece di l)anderuola; ed in tal modo rap- presentasi lo stemma della repub- blica, colla parola Libertà: le tre alte creste sono le Tette dei tre monti Guaita, Gista o Cesta, e Cuc- co. Nella degradazione dello stato non volle esso restare indietro nel vano progresso del titolarlo, quin- di il consiglio generale si qualificò d'illustre e (\' illustrissinio , prenden- do ragionevolmente il titolo di prin- cipe, ed i capitani , già magnifici ed onorandi^ pur di simili titoli del consiglio furono onorati, trovandosi molte intestazioni de' consigli, Jllu^ stri et generali Consilio alniae rei- puhlicae illustris libertatis tcrrofi sanati Marini. Il duca d' Urbino già avea preso il titolo di altezza. Nel medesimo secolo XVI s'in- cominciò ad ambire l'onorarla cit- tadinanza di questa repubblica : il governo era solito accordarla ad al- cuni, 0 per merito, o per gratitu- dine, o per rapporti d'amicizia, o a pelizione de* duchi d'Urbino; ma sovente ancora accadde, che si de- siderasse questo distintivo per avere un luogo di sicurezza che potesse essere l' asilo dell' innocenza ed il rifugio nell'oppressione, sebbene i» progresso su ciò in vece vi furono non pochi e gravi abusi. Conosciutasi la itnprovvidenza de' nuovi statuti, nel i6o2 si propose iu coniglio di rimpiistarli ; ed il duca Francesco Maria 11, prevedendo di morir sen- za prole, pensò ad appoggiare la protezione de' sanmarinesi da lui tenuta, alla santa Sede, per cui spe- dì ambasciata alla repubblica , che gli mandò deputali per tratlare la 97. M A R cosa. Pertanto i sanmarinesi invia- rono a Roma Malatesta de* Mala- tesli per procuratore loro, a Cle- nicnle Vili, supplicandolo che in mancanza del duca, si degnasse di accettare la repubblica e gli uomi- ni di Sanmarino sotto la protezio- ne della Chiesa romana e de' som- mi Pontefici in perpetuo (come a- vevano fatto Pio li, Giulio II e Leone X), offrendo essi di stare e di essere ai romani Pontefici e alla Sede apostolica sempre ed in pcr- j)etuo riverenti sudditi e fedeli, sal- va la loro libertà. Laonde, narra il Fea, Clemente Vili a mezzo d'un suo chirografo degli 1 1 aprile i6o3, diretto al nipote cardinal Pietro Aldobrandini camerlengo, accettan- do volontieri il patrocinio di San- marino anco per la Chiesa e pei suoi successori, ne fu stipulato istro- inento, che il general consiglio dei 24 maggio ratificò e pubblicò. Osserva il Fea a p. yS, che il fon- damento nel quale i sanmarinesi appoggiarono la libertà del loro go- verno, lo deducono dall' istromento di prolezione di Clemente Vili, ro- gato in Roma a' 20 aprile i6o3, ove si dice che la terra era sem- pre stata in libertà dal 1220 in qua ; parole espresse dagli stessi sanmarinesi nel proprio mandato di procura : giurarono però di essere fedeli alla santa Chiesa e sommo Pontefice, ed aver sempre ainicos sanctac rornanae Ecclesicie prò a- micisj et inimicos prò ininiicis. Av- verte inoltre il Fea , che il Papa permise ai sanmarinesi il libero go- verno rispetto al narrato, ma non già il dominio, e che gli uomini di Sanmarino non hanno mai tras- curato le occasioni de' propri van- taggi, per costituirsi in dominio li- bero; e c|ie in fine si può credere M A R ancora, che le loro pretensioni sie- no sempre state patrocinate a dan- no della Sede apostolica, prima dai conti di Montefcltro stati sempre poco bene alletti alla medesima san- ta Sede, e poi dai duchi d'Urbino prolettori di Sanmarino, i quali pe- rò essendo feudatari della santa Se- de, non si verifica la costaijte as- soluta indipendenza della repubbli- ca. Che i duchi comandassero non quai semplici protettori i sanmari- nesi, si rileva da alcuni ordini da essi emanati dal i546 al 1620, e riprodotti da! Fea a p. 100 e seg., osservando che il duca non toglie- va loro il gius di governarsi e di far quelle funzioni giurisdizionali che loro competevano per antica consuetudine, ma come suole il so- vrano sopra i vassalli, stabiliva il mo- do e i confini della giurisdizione e di quell'esercizio; per cui il Fea conchiu- de, dovrà dunque la protezione della santa Sede essere da meno di quella dei duchi d'Urbino, considerati qua- li semplici protettori di Sanmarino? Inoltre Clemente Vili concesse con breve ai sanmarinesi la libera estra- zione delle grascicj mentre coli' i- stromento era stata loro accordata la facoltà d* acquistar beni stabili nello stato ecclesiastico, di racco- glierne i fruiti, e trasportarli libe- ramente a Sanmarino, e d' istituire ed aprire un banco; il perchè i san- marinesi promisero ancora di difen- dere l'onore , stato e diritti della sant^ romana Chiesa e Sede apo- stolica. Da tuttociò non pare che Sanmarino collo stipulato istromen- to conseguisse la sua assoluta indi- pendenza e sovranità indipendente, siccome si legge nel Fea. Per la nascita del principe Federi- co, per gioia i sanmarinesi spedirono al duca d'Urbino un^ porpposa and^ MAR Lasceria. Nel 1621 fu nominata una commissione per rivedere e rifor- mare lo statuto, senza risultato; e per la morte del principe Federico , accaduta nel 1623, il padre cadde in grave tristezza , e determinò di restituire alla santa, Sede il ducato che teneva in feudo, facendone do- nazione iiiter vii'os, per cui Urba- no Vili nel 1626 fece prendere possesso dello stato, e fti ad istanza dello stesso duca spedito un pre- lato pel governo, che fu Bcrlinghie- 10 Gessi, ma con patente dello stes- so duca. Nella cessione dello slato di Urbino la repubblica ottenne dallo slesso Pontefice nel 1627 la rinnovazione delle condizioni del- l'istromento della protezione e con- servazione, stipulata con Clemente Vili; stipulando che la libertà, giurisdizione, mero e misto impero, e governo proprio della repubblica fossero salvi. D'anni ottantadue mo- rì nel i63i Francesco Maria II, ed Urbano Vili conferì la sua di- gnità di prefetto di Roma al pro- prio pronipote d. Taddeo Barberi- ni. La repubblica passò effettiva- mente colla sua libertà sotto la protezione della Sede apostolica, più utile senza paragone di quella du- cale, ed i Pontefici si compiacquero di confermare e riconoscere il suo libero stato, come già avevano fatto gl'illustri predecessori Pio II, Giu- lio II, Leone X e Paolo III, ed inoltre vollero con nuove grazie comprovare la lealtà de' loro senli- menti, accordando ai cittadini di Sanmarino il diritto di poter es- Irarre e ricondurre nel loro terri- torio, senza dazio alcuno, le entra- te provenienti dai propri beni nello slato della Chiesa, anco per gli ac- quisti che avessero potuto fare in avvenire, esentandoli altresì dal pe- M A R 93 so detto della cinquina. Così la re- pubblica restò nel pacifico possesso della sua libertà, gelosatnente e qua- si per prodigio per tanti secoli con- servala, solo momenlanecunente per- turbata dalle pretensioni di un ve- scovo feretrano, stando a quanto volle scrivere il Delfico. Il Valli che terminò la sua relazione nel 1 633, si compiace che la repubbli- ca sia restata sotto la santissima protezione di santa Chiesa e del sommo Pontefice romano^ e vi sta- rà perpetuamente j loda Urbano Vili da cui fu arricchita di molte grazie e privilegi; ed avendo in cie- lo ed in terra persone sante che la proteggono, non potrà mai ca- der in animo ad alcuno di farle nocumento e dispiacere; ma in ri- guardo del sommo Pontefice protei^ tore, la cui potestà, autorità e giu- risdizione cede solo a quella di Dio, non sarà alcuno che non le porti rispetto, conoscendo massiinamenle meritarlo per l'obbedienza e fedeltà sua verso la santa Chiesa ed il sommo Pontefice romano. Con que- ste parole il Valli termina la sua slorica narrazione di Sanmarino, come non tralasciò di rimarcare il Fea. Osservando la repubblica che sem- pre pili in Italia si avanzava la pre- giudizievole costumanza delle com- mendatizie negli affari pubblici e di giustizia, le condannò e proibì. Nel 1639 si concesse dispensa del- l'età a due eletti capitani, contro il loro desiderio , per mancanza probabilmente di persone atte alle cariche; vani poi ed infruttuosi furono i provvedimenti per costrin- gere i consiglieri ad intervenire ai consigli, i quali nel i652 si ri- dussero dal numero di sessanta a quello di quarantacinque consigi ie- 94 RiAK ri. Indi si volle provvedere all'am- uiinistrazione della gìiislì/ia collo staMiire un podestà, sempre fore- stiere, ma allora si Irascurò In pub- blica istruzione, tanto necessaria al ben vivere civile^ massime ad una piccola repubblica democratica, ciò che produsse il degradamento del paese. Innocenzo X accordò che gli uomini e cittadini di Sanuia* rino, possidenti nello stato ponti- ficio, debbano essere considerati come cittadini del luogo ove ri- siedono, e che posseder potessero, nel pagamento delle collette; piti, esentò i sanmarinesi dal pagamento delle cinquine. Invalso nella repub- blica il pericoloso abuso di accettare ulla cieca e senza distinzione gli esuli e delinquenti in gran numero, nel 1654 per correggerlo si fece un rigoroso bando per discacciare lutti i ricovrati, e moderare l'ospi- talità per l'avvenire ed i salvacon- dotti, giacché la morale ne avea inteso grave pregiudizio. Anche in Sanmarino s'introdusse la distinzio- ne, però di nome, tra le famiglie nobili e le altre, venendo ampol- losamente qualiOcati i capitani : Regnandbus in illustrissima Rei- pub lica illustrissinìis D. D. ca- pilaneis Claudio Bellutio, et Pau- lo Antonio Honofrio nobilibus san- marinensibus. Furono ancora nu- merose famiglie forestiere, princi- palmente dello stato pontifìcio , aggregate nel secolo XVII tra le famiglie nobili di Sanmarino. Nel- la scarsezza de' mezzi d' istruzione pure si distinsero in detto secolo, monsignor Valeiio Maccioni vescovo di Marocco e vicario apostolico nel- la Sassonia inferiore; monsignor A- iessandro Belluzzi; Matteo Valli che pel primo pubblicò la relazio- ne islorico-pohtica di sua patria: a- M/Vll mico di Gabriele Naudeo e segreta- rio della repubblica e letterato, fu pure autore di alcuni consigli scritti con semplicità. Indeboliti i principii costituzio- nali, nella degradazione de' senti- menti, ne soiTrì ancora la ricchez- za pubblica e la popolazione. Le guerre che devnslarono 1' Italia dal principio fin quasi alla me- tà del secolo XVIII, incomincian- do da quelle per la successio- ne alla monarchia spagnuola, la- sciarono immune la repubblica, che per altro andò soggetta ad in- terne alterazioni, essendone stata la più potente cagione la riduzione del consiglio , che dal numero di sessanta fu ristretto a quaranta consiglieri. Se i sommi Pontefici dopo che il feudo d' Urbino nel 1624 si devolvette alla santa Se- de, cessando la protettoria di San- marino di que' duchi , e suben- trando quella della Sede apostolica, non credettero di esercitare alme- no lo stesso identico diritto di protezione de* duchi d'Urbino, non ne hanno però perdalo il diritto, né hanno dubitato di poterlo eser- citare e praticare, come al tempo di Clemente XI nel 1701, per bi- sogno di accantonamenti di truppe straniere, per la battitura delle marine, e somiglianti bisogni; che anzi nel 1 7 1 8 a' 4 aprile, in ca- mera apostolica avanti monsignor Colonna giudice deputato, fu deter- minato, che dagli ecclesiastici tutti di Sanmarino si pagasse la stessa tassa delle galere, che non si pa- gava se non dagli ecclesiastici del- lo stato pontifìcio. Ta»Uo sostie- ne e riferisce il Fea. Un grave pericolo che minacciò i' esistenza della repubblica, e che andiamo a narrare, ravvivò gli animi, che ri* M A II scossi dal lungo errore e profonde» letargo, posero ogni potere per ri- stabilirsi nell'antico slato e nei pri- mieri sentimenti : per isterica im- parzialità riporteremo il diverso mo- do come l'avvenimento fu narrato. 11 cardinal Giulio Alberoni piacen- tino fu da Clemente XII spedito in Romagna per legato apostolico. Alcuni sanmarinesi rei di prigione, ed altri malcontenti del governa- mento e degli arbitrii de'capi del- la repubblica, ricorsero alla prote- zione del cardinal Alberoni, invo- cando altresì sul loro paese il pa- terno governo delia santa Sede. Il cardinale domandò al governo democratico la remissione di tali rei come patentati del santuario di Loreto, che allora concedeva pa- tenti immunitarie , esonerando i patentati dalie giurisdizioni altrui. Non riconoscendo la repubblica sif- fatti privilegi, dichiarò al cardina- le opporsi alle leggi la sua richie- sta, il quale scrisse a Roma pro- ponendo che gli fosse accordato il diritto di rappresaglia. Il Novaes, nella vita di Clemente XII, narra che più volte alcuni sanmarinesi erano ricorsi al Papa per assogget- tarsi al suo dominio, che sulle prime non rispondendo , quando lo supplicarono a mezzo del cardi- nale, fece a questi rispondere che si portasse ai confini della repub- blica, ed ivi prudentemente atten- desse quelli che volontariamente venissero a ratificare le loro sup- pliche, e se la migliore e maggior parte della popolazione fosse real- mente bramosa di sottomettersi al dominio pontificio , allora si avan- zasse a prendere possesso del ter- ritorio, altrimenti ritornasse subito a Ravenna. Tanto bastò al cardi- nale , impaziente d' impadronirsi MAR 95 della repubblica , per portarsi con buon numero di gente armata nel territorio, e senza attendere quanto gli era stato insinuato, en- trò a forza in Sanmarino ni/^. ot- tobre, vi pose il governatore, e prescrisse diverse leggi, malgrado che molti ricusarono prestare il richiesto giuramento di sudditanza alla Sede apostolica. I sanmarinesi ricorsero a Clemente XII, mani- festandogli le violenze usate dal cardinale, ed il Papa alieno dalle usurpazioni, riprovò pubblicamen- te la condotta del legato e dis- approvò il giuramento esatto. Sicco- me poi alcuni del popolo erano con- tenti restare sotto il dominio della Chiesa, quindi Clemente XII mandò a Sanmarino il governatore di Ma- cerata Enrico Enriquez poi cardi- nale, prelato di somma prudenza ed integrità , incaricandolo qual commissario apostolico e delegato, di ricevere i voti liberi e spontanei dei sanmarinesi, con facoltà di annullare gli atti precedenti , se contrari alle rette intenzioni del Pontefice. Conosciutasi dal prelato la libera volontà del consiglio, del cleio e dei capi della repubblica, nella maggior parte costanti nel- l'antica libertà, questa interamente restituì loro, confermando i privi- legi concessi dai Papi, ed in ispe- eie di Martino V, di Eugenio IV, di Pioli (che avea confermalo il possesso di Serra valle, di Faetano ed altri luoghi , salvo il supremo dominio della santa Sede), di Leo- ne X e di Clemente Vili. Il tutto confermò Clemente XII, re- stituendo alla repubblica la sua piena libertà con sua gloria, non però del cardinal Alberoni, il qua- le pubblicò a sua difesa un mani- feslOj di cui restò assai disgustato 96 MAR il Ponlcfice , anche per aver at- taccato i suoi ministri, e divulgate le lettere scrittegli dal cardinal Firrao segretario di stalo. Fin qui il Novaes. Però lo storico di Sanmarìno riferisce che il cardinal Alberoni, senza attendere riscontri da Roma suir invocata rappresaglia, arrestò alcuni innocenti gentiluomini san- marinesi che per affari trovavansi in Romagna, impedì le tratte e i passi alle vettovaglie, e fece circon- dare i conOni del territorio dai suoi armati; che quindi rappresen- tò al vecchio Pontefice che a be- ne della Chiesa e dello stato conve- niva riunire la repubblica, che di- pinse co'piìineri colori, alla papa- le dominazione, per ridurla alle vie della salute e della quiete, an- co per le future contingenze se un principe straniero se ne fosse impadronito, e per terminare fra i cittadini le continue dissensioni ed inimicizie; che il cardinale con false carte rappresentò al Papa e al sacro collegio una spontanea de- dizione del popolo, cose tutte che indussero il cardinal segretario di stato a persuadere Clemente XII a convenirvi con bolla però circo- scritta da cautelate condizioni, dal porporato non curate, eccedendone i limiti, invece di verificar prima il volere de' cittadini. Accompa- gnato il cardinale da milizie , con alcuni traditori della patria, entrò nel territorio; e dopo pochi applau- si che fece Serravalle al Papa , en- trò ancora in Sanmarino, occupò le porte della città per mezzo dei contadini d' un castello sedotti , con sorpresa de* cittadini , parte de'quali si allontanarono, che ben presto ne conobbero le intenzioni- Nella maggior chietra dedicata al MAR santo patrono, il cardinale convoca) i cittadini perche giurassero sog- gezione. Si ricusarono il capitano Giangi, Giuseppe Onofri, Girolamo Gozi, onde il cardinale proruppe in iraconde espressioni, che poi sfogò con ordinare carcerazioni e saccheggi, e gli altri per evitarti scandali e disturbi sagrificarono alle circostanze, prestando giura- mento di fedeltà ed obbedienza alla Sede apostolica condizionata- mente. Ricorsi i sanmarinesi a Ro- ma, il Papa e i cardinali restaro- no sorpresi e meravigliati dalla narrazione delle prepotenze del le- gato, e dopo le relazioni del pre- lato Enriquez, Clemente XII ripa- rando air ingiustizia le disapprovò^ e restituì alla repubblica le sue antiche forme di governo, dopo un interiegno di circa tre mesi e mezzo ; e nel giorno 5 febbraio 1740, sacro alla vergine s. Agataj fu la repubblica integralmente ri- costituita, colla più pura gioia e liete feste de* sanmarinesi , che le rinnovano tuttora nell'anniversario di tal giorno. Benedetto XIV a- vendo fatto legato di Bologna il cardinal Alberoni , questi allora pubblicò un Manifesto islorico- critico- apologetico della conquista del Titano, ma venne vittoriosa- mente confutato per decoro della santa Sede e di Clemente XII, dal nipote di questi cardinal Neri Maria Corsini, con una Memoria corredata d'irrefragabili documenti, secondo il Delfico. Finalmente i san- marinesi vollero manifestare esterni sensi di gratitudine alla memoria di Clemente XII, con un marmoreo busto ed iscrizione che fu decre- tala ed eseguita, mentre il commis- sario Enriquez { ciò che tace '\\ Delfico, anzi confonde col busta M A R che non nomina) assicurò il cardi- Dal Firrao che la statua di Cle- iDenle XI 1 eretta nel palazzo pub- blico dal cardinal Aiberoni, ivi re- sterà in perpetuo, giusta il suo decreto, e l'obbligazione giurata fatta da'consiglieri, poscia solo si cambiò r iscrizione, come notò il Fea. Se per tale avvenimento la repubblica risorse in certo modo dall'oblio, profittò anche della sventura, ri- stabilendo i pubblici sentimenti sul ■vero amore della patria. Il gene- ral consiglio fu rimesso nella sua integrità, restituito il decoro ai pubblici funzionari, e riprese le abitudini repubblicane ed il rispet- to alle leggi; le private gare ces- sarono, e rinacque la stima e l'o- pinione favorevole per la repubbli- ca, laonde diverse illustri famiglie d'Italia desiderarono di essere a- scritte alla sua nobile cittadinanza, la quale fu con piacere accordata, tutto osservando il Deifico nella sua nanativa. Ma quanto all' occupazione di Sanmarino eseguita dal cardinal Ai- beroni, questi il Fea difende prin- cipalmente col sommario a p. 122 e seg. , in cui ne riporta i docu- menti, e pel primo il breve Inter prnecipitas, di Clemente XII al cardinale; la copia della lettera del cardinal Firrao segretario di slato al cardinal Aiberoni legato di Romagna, in cui gli dice con- venire di aver la terra di Sanma- rino con maneggio non per via di forza, riportando soscrizioni da quel- li che desiderano darsi alla santa Sede, promettendo esenzioni e pri- vilegi ; la copia di lettera del le- gato al segretario di stato de' 17 ottobre 1739 da Sanmarino, in cui narra le acclamazioni ricevute a Serravalle dal parroco, e da più VOL. XLIII. MAR 97 di trecento uomini che Io accompa- gnarono al borgo di Sanmarino, donde dopo i rogiti passò a San- marino stesso inerme, senza solda- ti e sbirraglia, perchè la dedizione fosse volontaria , compiacendosi di poter disfare un nido che poteva col tempo essere fatale allo slato ecclesiastico. La lettera del legato, di Sanmarino 2 i ottobre, al segre- tario di stato, notificandogli esser- si a lui presentati i capi più rag- guardevoli e più accreditali del luogo, per riformar gli statuti sì pel civile, che pel criminale ed econo- mico. La copia di lettera scritta a' 28 ottobre 1789 dal gonfalo- niere e conservatori della città di Sanmarino al cardinal Aiberoni legato di Romagna e delegato apo- stolico, in cui si dice che aduna- tisi per la prima volta dopo l'ob- bedienza prestata alla santa Sede, e dopo aver ricevuto e posto al possesso di governatore il dottor Fogli, dal cardinale a ciò desti- nato, era obbligo loro e di tutto il popolo rassegnarsi umilissimi sud- diti di sua Beatitudine, e implo- rare la conferma de' privilegi, ri- servandosi far simile atto diretta- mente con sua Santità, facendo al cardinale ringraziamenti ed osse- qui per la carità e moderazione usata. Il breve Cum diu vìultiim- que , de' 21 dicembre 1739, dì Clemente XIT, col quale destinò monsignor Enriquez visitatore e delegato apostolico nella terra di Sanmarino e suoi annessi, per prov- vedere ai bisogni di que' popoli, e successivamente restituirli al- la primiera libertà . In questa breve, come in quello diretto al cardinal Aiberoni, si vede come i Papi non hanno mai dubitato del supremo dominio della santa Sede 7 98 MAR sopra Sanraarino, in vigore del qua- le egli agì in quella occasione con plenipotenza, ne i sanmarinosi op- posero rilievi alla loro imlipoii- denza, anzi implorarono e gratìi- rono r aiuto pontificio; laonde fu allora, come riflelle il Fea, fìssalo uno stato inalterabile, coll'obbligo di ricorrere alla santa Sede in o- gni occorrenza, quindi incoerente l'asserto che non conoscono il Pa- pa se non che per una potenza estera, la quale non ha alcun di- ritto su di loro. Gli altri docu- menti sono. L'istruzione di quanto doveva fare il prelato Enriquez nella commissione alìfìdatngli, e la lettera del segretario di stato ai capitani di Sanmarino, accompagna- toria del prelato per ristabilir la pace e la quiete. La lettera del cardinal Firrao a tale prelato, e quella di questi responsiva de'20 gennaio 1740; con altre del me- desimo porporato allo stesso En- riquez per conoscere se vere le decantate angarie ed oppressioni del popolo, prima che \i giunges- se il cardinal Alberoni , perchè istallasse prima di partire il nuovo governo di Sanmarino, e ripristi- nasse in libertà l'antico governo. La lettera de' capitani della re- pubblica di Sanmarino, in data 6 febbraio ì'J^o, di ringraziamento per aver cooperato alla ricupera della primiera libertà. La lettera del commissario Enriquez al car- dinal Firrao, in cui significa aver ricevuto dal consiglio de' sessanta i giuramenti e promesse in iscrit- to di tutti i consiglieri sopra il rispetto dovuto olla santa Sede, a cui prwativamente dovranno ri- correre per aiuto e favore in tulli i bisogni sì interni che esterni di questo pubblico; e di aver pubbli- Ai APx calo i decreti ligunrdanli vari provvedimenti, restituendo quindi il pubblico nella primiera libertà per le facoltà conferitegli dal bre- ve apostolico , onde il consiglio volle che il prelato gli proponesse il commissario o sia giudice ordi- nario, ed il cancelliere, dopo che si recò coi sanmariuesi nella chie- sa maggiore a rendere grazie a Dio, con voci dì riconoscenza ver- so Clemente XIL La lettera del prelato al magistrato di Sanmari- no, pei ringraziamenti che aveagli fatto nella reintegrazione della re- pubblica, de' 17 febbraio I740' Lettera del medesimo al cardinal Firrao, in cui afferma che il suo decreto di reintegrazione è relativo al pontificio breve, dove per ben tre volte si enuncia l'alto dominio o sia sovranità della santa Sede su Sanmarino, del qual breve, co- me di tutti gli atti fatti, erano re- slate copie autentiche nel pubblico archivio sanmarinese ; e che di più, tutti i consiglieri eratisi obbli- gati con giuramento di ricoirere privativamente alla santa vSede in tutti i bisogni SI interni che ester- ni del pubblico , per aiuto e fa- vore, e di mandare per l'archivio vaticano tutte le copie in auten- tica forma relative alla sovranità pontificia , estratte dagli archi- vi di Sanmarino, di Verrucchio e della Penna. Il decreto de' 9 feb- braio 1740 del prelato visitatore e delegato apostolico, reintegrante i sanmariuesi al primiero slato, di |il)ertà. L'alio solenne col quale la comunità di Sanmarino nel 1464 ^> obbligò di non distrug- gere Serravalle. Il diploma del duca Valentino , da cui si racco- glie che Sanmarino e Serravalle erano a lui soggetti come fendala- MAR rli lidia Cliiesa. L'annotazione eli un erudito apologista , in cui si dice che il duca Valentino nel i5o2 occupò Sanniarino come mém- l)io del Monte Feltro , e parte dello stato dtl duca Guidobaldo. ]1 breve Jiilìnniiim ordinis del )5i7, di Leone X, col quale prese sotto la sua protezione gli uomini di Sanmarino. Documento sulla pro- lezione clie prese su Sanmarino Guidobaldo 11 nel i549- Concbiu- de il Fca il suo sommario con di- chiara re, cbe la commissione accor- data al cardinal Alberoni di rice- vere la libera dedizione dei san- marinesi per la santa Sede, era giusta e insieme piudente , nella supposizione in cui fu data ; quin- di riporta la bolla di Martino V, Sìncerae dcvotionìs affectus^ colla quale accordò il giudice per le seconde istanze ; e la bolla di Pio 11, Evidentia verae pdelilaiis, del i4f>3, per l'investitura di Serra- valle e degli altri castelli, data al- la terra di Sanmarino. 11 Salmon che pubblicò la sua o- pera nel i 757, narra che a quell'epo- ca la città di Sanmarino da un lato era cinta di mura, dall'altro difesa da un orribile precipizio, sopra il quale erano tre castelli o fortezze in poca distanza fra loro; che conteneva nel isuo circuito cinque cbiese, e quattro conventi o mo- nasteri; che nel borgo a pie del monte ogni settimana tenevasi mer- cato, e quattro fiere ogni anno, e nella maggioive di s. Bartolomeo tutti i cittadini si vedevano in ar- mi; che il popolo onesto e dabbe- ne, vivendo in mezzo agli slati della Chiesa, viveva altresì sotto la pro- tezione pontificia, e quasi diremo in potere del Papa, che volendo potrebbe con poca fatica dar fine MAR ^^ 9*9 alla di lui indipendenza, cwn' egli si esprime; ed aggiunge, cti' essa non nasce tanto dall'eccellenza del governo con cui si regge, quanto dalla povertà e freddezza del pae- se. Aggiunge che sull'altare mag- giore della chiesa principale vedo- vasi la statua di s. Marino tenen- te in mano una montagna coro- nata da tre castella, che sono ap- punto r arma della repubblica. Passa a narrare la storia del car- dinale Alberoni , seguendo quelli che fecero comparire odiosa la sua spedizione, e più la di lui condot- ta, parlando pure della risposta dei sanmarinesi al ragguaglio stam- pato in Ravenna dal cardinale. Nel 1786 il cardinale Valenti le- gato di Romagna assunse la pro- tezione di un tal avv. Diasi com- missario della repubblica, accusato di gravi mancamenti al suo impiego, e che per isfuggire il giudizio della repubblica t rasi appellato a Roma, adducendo il suo privilegio chieri- cale, o meglio' si vollero tutelare i diritti dell'immunità ecclesiastica. L'urto crebbe a segiìo, che in Ro- magna fu bandita ogui estrazione di generi ed ogni comunicazione con Sanmarino, che in certo modo fu bloccato sei mesi; ma Pio VI, co- nosciute le ragioni de'sanmarinesi, richiamò il legato, fece riaprire le comunicazioni, e lasciò in libertà i sindacatori di sentenziare. La fine del secolo XVIII, tanfo fatale ai politici rapporti dell' Ita- lia, cangiò anche in parte, ma tran- quillamente, i rapporti geogralìco- politici della repubblica. Dal tro- varsi intieramente contenuta nello slato della Chiesa , si vide quasi intieramente collocata in mezzo ad una nuova repubblica, e successiva- mente aver da un fianco l'aulico vi- loo , MAR cÌDo^t^ «l^iraltio il moderno. Il con- taggjfgvoluìjionàrio si fece pur sen- tiivp^ l^g'ermenle in qualche rao- mento, ma l'ordine fu presto rista- bilito. Mentre il generale Napoleo- ne Bonaparte nel 1797 continuava ad invadere V Italia colle armate francesi repubblicane, dal quartieie generale di Modena mandò il ce- lebre scienziato Monge a visitare in nome suo e della repubblica fran- cese i sanmarinesi, e proferir loro amicizia e fratellanza. Monge arri- vò a Sanmarino a' 12 febbraio, e fece un discorso degno di lui, della nazione, e di chi lo mandava. Le generose offerte dell' estensione del territorio, della piccola artiglieria e delle derrate, furono accettate o ri- fiutate con ragionevoli distinzioni. Hicusato l'aumento del territorio , temendo che in alcun cangiamento potesse restare in pericolo la pa- tria, i sanmarinesi accettarono Tof^ ferta delle armi, non mai però ef- fettuata, le sussistenze e i favori relativi alla finanza. Nelle sue guer- re d' Italia Napoleone ebbe il per- messo di far transitare le sue trup- pe nel territorio sanmarinese. La libertà e indipendenza salvata sulla vetta del Titano, vi ricevè gli omaggi della nazione che faceva allora tre- pidare l'Europa : Alessandro il Mace- done rispettò nelle sue conquiste la libertà di Pindinisso; il nuovo Ales- sandro (cosi lo storico di Sanmari- no qualifica Napoleone) rispettò il Titano, e gli stese la sua destra benefica. Pindinisso; piccola città o castello degli eleulero-cilicii , col- locato su d'un altissimo monte, mu- nitissimo ed inespugnabile, benché posto fra bellicose nazioni ed am- biziosi principi, restò sempre libe- ro e mai da alcuno soggiogalo . Alessandro passandogli appresso da MAR conquistatore, rispettò la sua pace e libertà, e Cicerone sospirò invano sul nome di Pindinisso per farne un titolo al suo trionfo. Dall'anzi- detta epoca tutto fu tranquillo in Sanmarino, ed a quella della re- pubblica italiana, la nuova repub- blica e il supremo rettore della medesima Napoleone, confermarono con solenne trattato un sistema di amicizia e di beneficenza , essendo compresa nel dipartimento del Ru- bicone. Il trattato di fratellanza creata da Napoleone colla repub- blica nel 1802, con bollettino delle leggi della repubblica italiana num. i5, presso il eh. Coppi anno 1802, num. 34, si può leggere. In que- sto tempo fiori benemerito dell^ patria, e ben accetto a Napoleone, Antonio Onofri. Neil' impero , e nel ritorno di Pio VII sul tro- no pontificale, la repubblica nul- la ebbe a soffrire, contenta della sua mediocrità e della pontifìcia pa- terna protezione, riconoscendo quel Papa la sua indipendenza nel rior- dinamento delle pubbliche cose. Il cav. d'Artaud nella Storia del Pon- tefice Leone XI I^ t. I, p. 197 e seg. narra come per alcune dissensioni particolari, alcuni bramarono che il territorio della repubblica si u- nisse allo stato pontifìcio, mentre il numero maggiore voleva conserva- re r indipendenza ; come alcuni di- plomatici vi presero parte, della il- luminata moderazione di Leone XII, che difende in un al cardinal se- gretario di stato della Somaglia piacentino e figlioccio del cardinal Alberoni , narrando inoltre , che nel 1824 il marchese Antonio Onofri deputato del governo , fu dal santo Padre ammesso ad osse quiarlo per congratularsi dell'assun- zione al pontificato (il busto di MAR tal diplomatico concittadino è nel palazzo del governo); dice in fi- ne die nella guerra dell' ultima rivoluzione di Napoli il conte Fri- iTiont generalissimo dell'esercito au- striaco^ chiese ed ottenne il per- messo dalla repubblica di passar coll'esercito nel suo territorio , ed una parte della popolazione discese dal monte per vedere il difìlamen- lo dell'esercito, che a venti soldati della repubblica rese gli onori mi- litari. Pio VIIJ, Gregorio XVI, e il regnante Pio IX riconobbero la repubblica sanmarinese ; e questa nelle politiche vicende del i83i e nelle successive si contenne saggia- mente. La città di Sanmarino, un tem- po detta la Penna di s. Marino, capitale della repubblica, è posta orizzontalmente nel versante monte del Titano, cinta di mura , leg- gendosi il molto Libertas nelle sue porte. Nel tempio maggiore anti- chissimo, ed a più vaga e maesto- sa forma modernamente ridotto dall'architetto Antonio Serra bolo- gnese, si venera qual promulgtore del vangelo e fondatore della libertà s. Marino. Questo tempio è insigni- to del titolo di collegiata, ed è uffi- ciato dai canonici, essendovi la di- gnità dell'arciprete. Vi sono sette altari, nel maggiore ammirandosi nell'ara massima la statua di san Marino in marmo del valente Ada- mo Tadolini (che scolpì pure il monumento del diplomatico Onofri colla figura della repubblica che piange s\ egregio concittadino), il quale dopo il i834 l'esegui secon- do il disegno datogli. L'interno della chiesa è ornato assai , con eccellente organo , distinguendosi ira' quadri la Madonna di Loreto del Guercino, ed un s. Sebastia- MAR loi no. Vi si tengono anche 1 pub- blici consigli, vi si presta il giura- mento civico dai magistrati , e si riguarda come il palladio della san- marinese libertà. A' 3 di settembre vi si celebra pomposamente la fe- sta del santo titolare, che può dirsi nazionale, poiché vi risuonano gl'in- ni spiranti amor di patria , e de- voti alla celestiale protezione. Nel- la Fisita triennale, che il p. Ci- valli fece ne' conventi de' minori conventuali nel declinar del secolo XVI, e pubblicata dal Colucci, An- tichità Picene t. XXV, p. 2o3, dice di aver veduto il sepolcro ed il letto del santo, di pietra viva, avente vici- no una gran tomba o arca pure di pietra viva, nella quale giacevano i signori che avevano donato l'altissi- mo Monte Titano a s. Marino; e che la chiesa era allora coperta di coppi fatti di pietra per mano del santo, cosa bella a vedersi. Indi sog- giunge che i minori conventuali vi ebbero un convento, la cui chie- sa fu consecrata nei i254; nel convento vi fiorirono il b. Dome- nico, il b. Pietro da Monte del- l'Olmo, ed il b. Graziano, i corpi de' quali è opinione che sieno stati trasferiti nella chiesa di s. Marino. Del secondo convento e chiesa esi- stenti al tempo della sua visita , l'erezione della prima risaliva al i36i. Nell'altare maggiore era vi un quadro dipinto da Girolamo da Corognola, vicino ad esso il sepol- cro di un signore di Carpegna , e presso la sacrestia quello del san- marinese Madronio vescovo di Se- baste sunnominato. Illustrò questo convento l'altro minor conventuale pur rammentato vescovo Bertoldi. 11 palazzo del governo edificato nei primi del secolo XIV adorna. la piazza principale, ed altre con- 102 MAR venienti fabbriche si ravvisano Fra le private abitazioni. In ([uella del celebre insigne archeologo cav. Bar- tolomeo Borghesi di Savignano , solo per elezione e cittadinanza sanmarinese, si ammira il suo mu- seo numismatico ricco di circa qua- rantamila medaglie, molte delle quali rarissime. La istruzione pub- blica risplendeva a' nostri giorni nel collegio Belluzzi, ove si col- tivavano i buoni studi con ec- cellenti professori; ma da qualche tempo il collegio è chiuso. Vi è una casa religiosa di francescani , e vicino alle mura della città un convento di cappuccini, che si me- ritarono sempre, per la loro edifi- cante pietà, il rispetto e la venera- zione di tutta la repubblica. Egual- mente rispettabile per cristiane vir- tù si reputa il monastero delle monache di s. Chiara, situato entro il paese, ove di continuo accorro- no molte pie donzelle delle più di- stinte famiglie di Romagna per far- "vi religiosa professione. Al disopra della città vedesi sull'alto della ru- pe la rocca della Guaita , e nella pendice occidentale fu costruito , dopo l'aumento della popolazione, il così detto Mercatale o Borgo. Ivi si tengono quattro fiere annua- li, essendo le principali, quella del giorno di san Bartolomeo, e quel- la per la festa della Natività di Maria Vergine : avvi inoltre in ogni mercoledì cospicuo mercato. Il piccolo territorio è fertile, ma soprattutto sono stimati i vini cru- di, che nell'estate ottimamente si conservano nelle grotte. Nell'urba- no recinto e nel borgo gli abitanti superano i quattromila, compresi nel novero di quelli di tutto il ter- l'itorio di sopra riportato. Menti e mi giunsero da Venezia, gli MAR ultimi stamponi di questo artico- lo, sono veniito a conoscere, senza poterne profittare, una terza edi- zione del Delfico, fatta in Firen/.e nel 1843 con aggiunte; più il Qua- dro storicO'Slalisiico della serenis' sinict repidìblica di Sdiimarino^ del capitano della mtdesiaia, il eh. cav. Oreste Biizzi aretino; opera eru- dita ed impollante, pubblicata nel 184*^ in Firenze. Inoltre questo riputato scrittore, nell' applaudito Giornale militare italiano^ di cui è direttore il eh. cav. F. Glierardi Dragomanni, ci ha dato un bel- l'articolo sulle fortificazioni di San- mariiio, con la veduta e pianta delle medesime, coi n. 4^ e 52. MARIO o MAIO (s.), abbate. Nato in Orleans , lasciò il mon- do per abbracciare la vita mona- stica, e fu eletto abbate della Val- Benois, nella diocesi di Sisteron, sotto il regno di Gondebaldo re di Borgogna, che morì nel 5o9. Egli avea una gran divozione a s. Dionigi di Parigi e a s. Martino di Tours, laonde imprese un pere- grinaggio al loro sepolcro. Ogni quaresima procurava d' imitare il digiuno del Salvatore , passando quel tempo nel fondo d' una fo- resta. Morì nel S^5. Essi^ndo sta- ta dipoi rovinata dai barbari la badia della Val-Benois, si trasferì il suo coipo a B^orcalquier, ove fij fabbricata una chiesa in suo onore, la quale è collegiata, e prende il nome di cattedrale di Sisleron. Ivi si celebra anche oggidì la festa della sua traslazione il 27 gen- naio. MARIO MERCATORE. Origi- nario d' Africa, che tenne un ran- go assai distinto fra i difensori dti misteri della grazia e dell' incarna- ziouCj nel secolo V. Nel 4 ' 7 cir-. MAR ca era in Roma o nelle vicinanze, tjiiando Giuliano e gli altri capi dei pelagiani disputavano contro ]alazzo incaricati delle scuderie im- periali , dell' equipaggio di caccia, M A R della cucina, ec; tre ministri sono alla testa dell' armata, della marin.i e delle finanze; i governaloi'i ilelle provineie e delle città, che portano il titolo di bey, pascià o kaid , riuniscono i poteri militari, ammi- nistrativi e giudiziarii; però nelle città principali vi sono cadì o giu- dici indipendenti, che sono inve- stiti di una grande autorità. Oj^ì- pressi e vessali dal sovrano e dai cortigiani, tutti questi governatori o giudici opprimono e vessano a vi- cenda i loro dipendenti. Il soldato non ha uniforme, ritenendosi l'ar- mata per un ammasso di predatori, di cui si serve il sovrano per la riscossione delle imposte arretrate, e trista la provincia che ne speri- menta r indisciplinatezza. Quando un ministro si è arricchito, non manca il sovrano con qualche pre- testo di spogliarlo. L'impero, come tutti gli altri dispotici, è soggetto a grandi rivoluzioni , ninna classe essendo impegnata a sostenere il sovrano, e la stessa guardia di ne- gri mercenari del sovrano , fu a questo spesso funesta detronizzan- dolo per altro che gli dia maggior salario. Il primo alto che fa il no- vello sovrano del suo potere è quel- lo comunemente di ordinare che i suoi competitori siano strangolali, benché parenti e fratelli. L' impero di Marocco compren- de una piccola porzione nella Mau- rìliana Cesariciisej e tutta la Mail' ritiana Tangilaiia o Tingitana. Que- sta grande contrada soggiacque alle medesime rivoluzioni del restante dell'Africa settentrionale, finché se ne impadronirono i romani. Sotto il loro impero vi sparse il lume della fede l'apostolo s. Simone, e vi si fondarono diverse sedi vescovili; e pili tardi anche in Marocco (Fé* MAR di), cillà capitale di questo impe- ro, ed in Tanger o Tingis [Vtdt) capitale della Muuriliana Taugita- iia. Dai romani la regione passò successi va niente nel dominio de'xan- dalj, e da questi ai gieci nel VI secolo sotto il regno di Giustinia- no 1. Sotto quello di Eraclio, pri- ma della metà del secolo VII , i califi già dominatori della Siria e dell'Egitto, non tardarono di sot- tometterla, col mezzo de' loro luo- gotenenti, che vi f'ojidarono molti slati indipendenti. Queste diverse dinastie arabe si disputarono lun- gamente le loro conquiste , ed in fine un rifortnatore della religione mussulmana chiamato Abu alFin , uscito dal deserto nel secolo XI , acquistò una sì grande riputazione di santità, che tutte le vicine tri- bù si accolsero sotto la sua ban- diera : i\ì esso il capo della dina- stia degli Ahnoravidi o Morabiti o Lumptuni, ch\^stesero il loro do- minio in tutta la Barbaria, ed an- che sulla Spagna. 11 vasto in>pero formatosi, ricevetle il nome di Mo- grab o dell' Ovest; nel secolo se- guente questo grande impero fu conquistato da nuovi settatori, gli Almoliadi, il cui sovrano porta- va il titolo di emir-al mumeinon, ed anche di calilfo. Abbiamo dal- l'annalista Rinaldi, che nel 1212 Alfonso IX re di Castiglia avendo ■\into in battaglia Miramomelino o Mumillino re di Marocco^ mandò le sue spoglie a Roma al Papa In- nocenzo ili, fra le quali la di lui lancia, ed uno stendardo tessuto d'oro, che furono collocati in sito eminente nella chiesa di s. Pietro, *e siccome il principe maomettano erasi vantato che avrebbe collocato il proprio stendardo nella sommità della basilica vaticana, si adempì MAR 107 in ben altro modo. Nello stesso tempo cinque discepoli di s. Fran- cesco d'Asisi frati minori, Bernar- do o Berardo da Calvi diocesi di Narni, Pietro da Saufireminiano di Toscana, Accursio, Adiuto ed Ot- tone, mandati dal loro padie fon- datore dell'ordine a predicale il vangelo ai maomettani dell'occiden- te, cominciarono la loro missione dai mori di Siviglia. Questi infe- deli fecero loro sollrire ujolte asprez- ze, e infine gli scacciarono dal loro paese. Da questo passarono al re* gno di Marocco , e pel loro zelo furono scacciati anche di là ; ma essi lungi dal rimoversi dal loro di- segno, vi ritornarono sperando che il lume della fede ci avesse a tro- vare almeno qualche cuore pieghe- vole; in vece furono due volte sì aspiamente battuti con verghe, che loro rimasero scoperte le coste. In- di il giudice fece versar sulle loro piaghe olio bollente ed aceto , e tiascinarli sopra frantumi di rotte stoviglie. Poscia il re di Marocco se li fece condurre innanzi, e colla scimitarra ad ognuno tagliò la le- sta a' 16 gennaio 1220. Si trasfe- rirono i loro corpi in Coimbra, e Sisto IV nel 14B1 li pose nel ca- talogo de' santi. Nel 1221 in Ceu- la nella Mauritiana Nangitana, a'io ottobre furono dai maomettani mar- tirizzati i frati minori Daniele To- scano, Angelo, Samuele, Donolo o Donno. Leone; Ugolino e Nicolò, de'qdali Leone X nel i5i6 appro- vò il culto di martiri. Nel secolo XllI gli Almokadi ili continuo assaliti da molti rivali, fu- rono obbligati di cedere i regni di Fez e di Marocco ai M eriniti ; que- sta nuova dinastia, più gelosa di conservarsi in dominio, che di ren- derlo maggiore, non pensò a rista- io8 IVIAR bilire il gruiitle impero di Mogiab. Infine nel 1 54? uno scerilVo di- scendente da Maometto, cliiamato Muley Aly, pose nn termine alla dominazione dei Meliniti: devoto, \irlnoso e costantemente occupalo delia felicità de' suoi popoli, mori universalmente compianto nel 1664. 1 suoi successoli , che ancora re- gnano in questa contrada, non mol- to imitarono il suo esempio. Si sa poi che gli spagnuoli ed i porlo* ghesi, appena ebbero liberato i lo- ro paesi dai mori, portarono la loro guerra in Africa. I portoghesi che vi fecero maggiori conquiste incominciarono i loro attacchi nel 14» 5, colla presa di Ceiita (Fedi), sede vescovile (di cui ora n' è ve- scovo monsignor Giovanni Barragan- y-Vera dell' ordine di s, Giacomo della Spada di Leon, fatto da Gre- gorio XVI a' 1 5 marzo 1 840 ), e nel i5o8 regnavano sull'intiera costa sino a Mogador; così non fu- rono giammai tranquilli nei loro possessi, e i vantaggi che ne ri- traevano coprivano appena le spese inseparabili di im continuo stato di guerra. D. Sebastiano piissimo re tli Portogallo, pensando che l'in- terno del paese gli sarebbe di una piti grande olili là, e che vi avreb- be propagato la religione cattolica , di cui era zelante, ne intraprese la conquista. Il Papa Gregorio XIII temendo la dinicoltà della riuscita procurò distorlo, ma invece da lui pregato dovette condiscendere ed accordargli il soccorso di i5o,ooo scudi sopra i beni ecclesiastici , ed altri aiuti gli concesse. Ma il re Sebastiano con un imprudente va- lore vi perì con tutta la sua ar- mata nel 1578, in una battaglia che diede nelle pianure di Alcazar, e a poco a poco gli europei fu- M A R rono scacciali da lutti i porti che occupavano. Gli spagnuoli vi con' servano ancora le piazze di Ceuta, Penoii di Velez, Albucemas e Me- lilla, da dove gì' imperatori di Ma- rocco tentarono invano di scacciarli, specialmente nel 1774. Nel secolo XVII esisteva una missione con prefetto nel regno di Marocco, e nel t. I dell' Appendix p. 2 1 5 del BidL. de prop. fide, si legge il breve Ex debito, de' 3 novembre 1637, con cui Urbano Vili concede al prefetto della missione la facoltà di ricevere i testamenti e codicilli de' cristiani schiavi nel regno. Lui- gi XIV ebbe sovente motivo di far la guerra agli stati barbareschi, le cui piraterie inquietavano il com- mercio francese nel Mediterraneo. Nel 1669 dopo alcune ostilità nel- le quali i legni marocchini avevano avuto la peggio, l'imperatore man- dò a Luigi XIV in ambasciatore a Parigi AbdallaliBen-Aischa ammi- raglio di Sale, che vi fu trattato a spese dello stato magnificamente, ed il 16 febbraio fu nelle carrozze di corte condotto a Versailles al- l'udienza reale; quattordici suoi servi lo precedettero a cavallo. Offrì l'am- basciatore a Luigi XIV alcuni pre- senti in nome del suo padrone , cioè una sella ricamata in una pelle di tigre, ed un gran numero di pelli di altri curiosi animali; ma r ambasciatore partì dalla Francia senza aver nulla conchiuso, benché dotato di molto spirito. Gran contentezza provò il Pon- tefice Clemente XII nel vedersi in Roma a'suoi piedi, nel 1733, Mu- lei-Abdar-R.ahman, nipote del re di Marocco, che volendo togliere il regno allo zio fu imprigionato; ma fuggito in Ispagna, recossi all'alma città per abiurare gli errori del mao* MAR melfisiiio ed abliracciare la callolica religione. Dopo di essere in questa stalo bene istruito, a' 16 marzo fu dal nipote del Papa cardinal Gua- dagni vicario di Roma, solennemen- te battezzato in s. Pietro coi nomi di Lorenzo Bartolomeo , tenuto al sacro fonte dall'allro nipote del Pon- tefice principe d. Bartolomeo Corsini in nome dello zio, per cui il primo nome era quello avuto da lui nel battesimo. Clemente XII assegnò al principe africano una pensione di cento scudi al mese, che egli godè con esempi a rissi ma condotta sino agli II febbraio 1789 in cui pia- niente morì, restando sepolto in un deposito che gli eresse lo spa- gnuolo cardinal Belluga con ono- revole iscrizione , nella chiesa di s. Andrea delle Fratte, da un lato della porlicella. Lo stesso Clemen. te XII col breve Niiper prò par- te^ de'22 agosto 1738, presso il citalo Bull. tom. Il, pag. 244, confermò il decieto della congre- gazione di propaganda fide^ sopra le facoltà concesso al p. prefetto apostolico de' minori scalzi di s. Francesco, delle missioni di Mequi- nez nel regno di Marocco, e sul- l'istituzione di un procuratore delle medesime missioni nel castello di Matrili diocesi di Toledo. Dal primo marzo 1799 esiste fra la Spagna e Maiocco un trattato di commercio e d'amicizia, in virtù del qjiale queste potenze godono reci- procamente del diritto di avere dei possessi nei due stali, senza che la diversità della religione e de'coslu- mi vi apporti pregiudizio. Nel 181 5 scoppiò in Marocco una sedizione che fu soffocata a slento; trenta- mila uomini perdettero la vita in una sola battaglia. Si può consul- tare Straberg, Specchio geografico MAR 109 e stclislico dell'impero dì Marocco^ Genova 1834. Da ultimo la Fran- cia avendo fatto energiche rimo- stranze all'attuale imperatore di Ma- rocco pegli aiuti che dava al fa- moso Abdel Kadei', di cui parlam- mo all'articolo Mano a selle diUt (Vedi), pei gravi danni che ad essa recava nei suoi possedimenti d' A- frica neir Algeria, i due governi con reciproca soddisfazione si sono pacificati, avendo il marocchino con- disceso ai desiderii del francese. Tut- tavolla si rileva dalle ultime noti- zie che Abdel Kader per la simpa- tia che trovava in diverse tribù dell'impero, e per la debolezza del governo, vi si comportava non al- tri nienti che se fosse stalo in casa propria. In quasi tutta la Baibaria Abdel-Kader esercitava più influen- za e più potenza reale, che non il sultano o imperatore, procedendo come quasi le di tutti i marabutti del paese ; anzi il porto di Tetuaii era divenuto il principal punto per cui AbdebKader e i suoi agenti comunicavano con Gibilterra, ove egli avea corrispondenti per aiuto di denari ed armi. Negli ultimi del 1846 la Francia spedì un'amba- sciata all'imperatore di Maiocco, nella stessa capitale del suo impe- ro, dove si dice nessuno ha pene- trato ancora in un modo officiale, gli ambasciatori essendosi per l'ad- dielro arrestati a F'ez ed a Me- quinez. Dicono alcuni che nel- l'impero di Marocco vi siano con- venti o ospizi di missionari re- ligiosi a Marocco, Mogador, Tan- ger e Mequinez, esposti per altro a vessazioni. Certo è che lo stato della prefettura apostolica della missione di Marocco è il seguente. La pre- fettura è diretta da religiosi france- scani della riforma di s. Pietro d'Ai- I !• MAR rnntarn delb provincia di s. Diego di Spagna. Il ministro provinciale lì' è il prefeUo , che vi spedisce i ìcligiosi dello stesso ordine e pro- vincia per un decennio, e vi tiene ììtì vice-prefello, die rei 1837 vi lii fatto il p. Gitiseppe Paronollin. Terminato l'ufTicio di provinciale , il successore eletto chiede le flicollà di prefetto alia congregazione di propaganda fide^ ed il permesso di potervi spedire missionari. Le vi- cende politiche della Spagna , la soppressione dì que' conventi , de- vono avere resa peggiore la condi- r.ione di questa missione, cui i re di Spagna solevano sovvenire con limosine, non essendo la missione a carico di detta congregazione quan- to al mantenimento. Un missiona- rio chiamò il luogo, la regione di Tìtarfe. Piccola è la cristianità, es- sendo di circa trecento ; ed i luoghi delle missioni sono Marocco, Fez, Mequinez, Felun , Tanger e Te- tnan. Vi sono due chiese, ed il ve- scovo di Centri suole deputare un sacerdote per amministrar la cresi- ma ai cattolici. MAROCCO o MAROCHIUM. Ci Ita vescovile della Barba ria iti A- frica, capitale dell'impero di Ma- rocco e della provincia del suo no- me, ed ordinaria residenza dell'im- peratore, posta in una deliziosa e fertile pianura , abbellita da ben ordinati gruppi di arboscelli, e ba- £;nnta da vari ruscelli, che discen- dono dall'Atlante e la rendono più fimena e pittoresca, presso la riva sinistra del Tensif. È cinta di muia altissime, assai grosse, con calce e .sabbia mescolata con terra grassa, rhe forma un cemento durissimo , fiancheggiale da torri con baloardi interni, e precedute da una larga fossa esterna ; in questo circuito di MAR circa tre leghe sonovl numerose rovine, grandi giardini e vasti ter- reni. U palazzo imperiale che in forma di cittadella domina la città, ne occupa la maggior parte verso il sud-est, e le sue mura possono avere circa una lega di circonfe- renza ; è questo un'unione di pa- diglioni e di corpi di case fran)mi- schiati di cortili, piazze e giardini, dominati dalla torre della grande e bella moschea eretta da Muley- Abdallah. 1 padiglioni abitati dal- l'imperatore portano i nomi delle principali città dell'impero; gli al- tri edifizi sono occupati dai gran dignitari, dagli eunuchi e dalle o- dalische. Nel circuito del palazzo stanno anche l'arsenale, il vecchio castello omadarassa, i vasti ma- gazzini a grani dei sovrani, gli an- tichi magazzini a biade, che sono fatti a Tolto, e dove sono rinchiusi gli schiavi cristiani, un mercato per le derrate, ec. La parte di Maroc- co che si chiama Al-Kaiserah ha pure un circuito particolare, eh' è quasi di mezza lega; essa sta fra il palazzo ed il restante della città ; quindi si vede mi mercato ben for- nito, e molte case rovinose, ed è questa parte popolala da mercanti mori ed ebrei ; questi ultimi sono rinchiusi ogni sera nel loro sepa- ralo quartiere. Marocco ha molte piazze e mercati, che come le stra* de non sono lastricate ; l' interno è triste, perchè le case, di un appar- tamento solo quasi tutte, hanno di rado le finestre sulle strade; le in- ferriate del maggior numero guar- dano una corte interna che d' or- dinario vedesi adorna di una fon- tana^ la quale rinfresca l'atmosfè- ra e serve alle abluzioni ordinate dal Corano. Gli accessi delle case de' cittadini più illustri sono sem- MAR pre formntl tli viottoli stretti e tor- tuosi, onde potersi agevolmente di- fendere nelle commozioni popolari o nelle frequenti guerre intestine. Fra le moschee di Marocco, se ne distinguono sei grandi; le più no- tevoli sono quelle dette Kautoubia, Muezzin, e Bonious veramente ma- gnifica, e quella che sfa nel circui- to del palazzo, fabbricata da Abdul- lìiumen secondo re di Marocco, e che suo figlio Jacob Almanzor ab- belb con molte pietre di pregio , che fece trasportar dalla Spagna , insieme colle porte della chiesa mag- giore di Siviglia, coperte di pezzi di bronzo di ammirabile lavoro ; portava sulla cima della sua torre quattro palle di rame ricoperte d'o- ro, di una graduata grossezza, e che pesavano unite 1200 libbre: quan- timque la superstizione le credesse incantate, pure verso il i54o Mu- ley Hamet non temette di fiule le- vare. Marocco ha un serbatoio di acqua in cui si riuniscono un'infi- nità di sotterranei acquedotti che lutti conducono le acque dall'Atlan- te, le cui nevose sommità rinfre- scano l'atmosfera, e l'aria vi è sa- na. Gli abitanti sono sucidi , e le loro case piene d' insetti incomodi e velenosi; ascendono a circa 3o,ooo, che nei tempi prosperosi della città si fecero arrivare quasi a 700,000, perchè le guerre sanguinose e le fiere pestilenze la spopolarono. Ma- rocco ha nove porte, che in alili tempi erano ventiquattro. Marocco si crede da alcuni che corrisponda all'antica Bocomun- Hc' menun, ove eravi un vescovato pri- ma del dominio de' mori. Secondo l'opinione coimme fu fondata nel io52, o 4^4 dell'egira, da Abu-al- Fin primo re degli Almoravidi o Lomptuni, e videsi pvoul^ mente e- MAR MI retta ed abbellita di tuttociò che l'oigoglio e la voluttà fecero im- maginare di più comodo e magni- fico. Nel secolo di Ali-Ben-Yussuf suo figlio essa godeva della mag- gior prosperità, assicurando molli autori che la sua popolazione ascen- deva allora a circa un milione di abitanti ; egli è fuor di dubbio, che se anche questo numero si vuole esageralo, pure la sua superficie in-» dica essere stata popolatissima. De- ve la sua decadenza alle rivoluzio- ni di cui fu spesso il teatro , alla tirannia dei sanguinari suoi capi, alla peste del 1678 che costò al- l'impero tre o quattro milioni di abitanti, a quella del 1799 che ne fece perire quasi tremila al giorno, alla devastazione ed alla carnifìci- na che ne fece Muley Elyezid , al- lorché la prese d'assalto, ed infine alla non perenne dimora del sovra- no e della sua corte. Al presente Marocco, Marochie/i, è un titolo ve'* scovile in partìbus che conferisce la santa Sede. Alessandro VII lo conferì a Valerio Maccioni san- marinese, vicario apostolico del- la Sassonia inferiore e commissa- rio della santa Sede ne' ducati di Brunswick e nelle provi ncie con- vicine. Ne furono ultimi a portar- lo, il suffiaganeo di Breslavia Car- lo Alok o Aulock, fatto da Leone XII; e monsignor Maria Nicola Sil- vestri Guillon prete di Parigi , a cui glielo conferì Gregorio XVI nel concistoro de' 1 7 dicembre i832. MARONE (s.), abbate. Viveva ritirato sopra un monte non lun- gi dalla città di Ciio, e nell'anno 4o5 fu per la sua santità innal- del sacerdozio, consumava giorni e botti mliere nella preghiera : era usato di pregare in piedi , e sólo nella zato alla dignità Egli Ili MAR vecchiaia concedeva alcun allevia- nienlQ al suo corpo, appoggiando- si ad un biistone. Diceva poche cose a coloro che andavano a vi- silarlo, per non inlerrotnpere la sua contemplazione ; tuttavia acco- gli'evali con molta bontà, e con- fortavali a rimanere con lui. Iddio guiderdonò le sue flitiche con ab- J)()ndevoli grazie, e col potere di guarire ogni sorta d'uifermità. Eb- be un gran numero di discepoli, , e fondò parecchi monasteri nella Siria. San Gio. Crisostomo avealo in sì grande riputazione, che gli scrisse da Cucuso, ov' era esiliato, per raccomandarsi alle di lui pre- ghiere. Morì verso l'anno 4^3; ed il suo corpo fu trasportato in un borgo vicino, ove venne edificata una gran chiesa sopra la sua tom- ba. I greci l'onorano a'i4 ^' feb- braio ; ma i maroniti ne celebra- no la lèsta ai 19 dello stesso mese. V. Maroniti. MARONEA o MARRONEA. Maronia, Marogna. Sede vescovile della provincia di Rodope, sotto la metropoli di Traianopoli, nella dio- cesi ed esarcato di Tracia, situata airiruboccatura del fiume Nesto vicino al mare Egeo. Fu eretta in vescovato nel V secolo, in arcive- scovato onorario nel VI, e secondo Coramanville nel IX, e nel XV gli venne unito quello di Traianopoli dacché questa città fu distrutta, pas- sando l'arcivescovo a risiedere in IVIaronea. Al presente Maronea o Marogna è un borgo della Turchia europea nella Romelia, sangiacato presso l'Arcipelago, /l primo ve- scovo di Maronea fu Alessandro che sottoscrisse la lettera del conci- lio di Sardica alle chiese; gli suc- cesse Timoteo, che Palladio pose nel numero de' vescovi esiliati per aver MAR sostenuta la causa di s. Giovanni Crisostomo. Quanto agli altri ve- scovi fino a Gabriele II, il quale sedeva nel 172 i, ne tratta il p. Le Quieu, Orieiis chrìxt. t. I, p. i 196. Attualmente Maronea, Marroneay seu Marionen, sotto l' arcivescovato in partibus di Traianopoli, è un ti- tolo vescovile in partibus che con- ferisce la santa Sede, e [>er ultimo lo portarono Giuseppe Mora, per morte del quale Gregorio XVI nel concistoro de' 3 settembre i83i die in successore monsignor Nicola Ferrarelli romano, professore del testo canonico nell' università roma- na, che poi fece canonico Liberia- no e segretario della congregazione della visita apostolica. Quindi a' 1 3 maggio i836 fece vescovo di Ma- ronea , e primo vicario apostolico dell'Oceania occidentale l'odierno monsignor Giovanni Battista Pom- pallier della congregazione de' ma- risti. MARONI Cristoforo, Cardina- le. Cristoforo Maroni romano, che in uu diario ritrovato dal Mura- tori nella biblioteca dei duchi di Massa si chiama Manoni, chiaro per lo splendore delle virtù, fu da Bonifacio IX a' 18 dicembre 1389 creato cardinale prete del titolo di s. Ciriaco, vescovo d' Isernia, arci- prete della basilica vaticana, ed ab- bate commendatario del monastero de' ss. Bonifacio ed Alessio sull'A- ventino, il quale fu dal detto Papa incorporato a detta basilica ; ben- ché ciò non ebbe effetto che dopo la morte del cardinale avvenuta in Pioma nel i4o4> ^opo essere inter- venuto all'elezione d'Innocenzo VH, venendo sepolto in s. Pietro nella cappella di s. Gregorio , o presso quella di s. Tommaso, in una tom- ba di marmo adorna di sacre im- I MAR magini e della statua del cardina- le, o fregiata di un nobile epi tallio in versi, rovinata poi nel i^j^in occasione di rifabbricarsi la nuova basilica. Bonifacio IX ebbe in tan- to pregio questo cardinale, che in- sieme col cardinal Francesco Car- bone e Bartolomeo Carafa priore gerosolimitano di Roma, lo destinò arbitro in una gelosa causa, che quel Papa avea con Paolo Savelli barone romano, riguardante alcu- ni castelli, che dal cardinal Maro- ni fu aggiustata con soddisfazione d'ambe le parti. MARONITE, Monache. F. Ma- roniti. MARONITI, Monaci. F. Ma- roniti. MARONITI o MARRONITI, Maronitae. Popoli della Turchia a- siatica nella Siria, abitanti princi- palmente il paese di Kesroano o Kesrauan, coperto di ramificazioni del Monte Libano ( Vedi) nel sud del pascialatico di Tripoli, e go- vernati da un ecnir, che comanda anche ai drusi. La famiglia dell'e- mir prima era turca maomettana, dipoi si fece cattolica : al presente non è più al comando della re- gione, ed il Libano è governato da un pascià turco. I maroniti sono lo- dati per ospitalità generosa, essendo l* agricoltura la principale loro oc- cupazione. Questo popolo fu così chiamato dal V secolo, dai monaci maroniti che riconoscono per fonda- tore e padre il santo abbate Ma- rone, il culto del quale difesero dalle altrui calunnie Teodoreto, s. Giovanni Crisostomo , Benedetto XIV, ed altri. È la caratteristica de' maroniti trovarsi la nazione tutta unita al capo della Chiesa cat- tolica, e costituire una bella por- zione della vigna del Signore. Ciò VCL. XLIII. MAR ii3 che que«ta nazione è al presente, lo Ui ancora ne* secoli trascorsi. Oppressa dagl' infedeli, perseguita- ta dagli scismatici , insidiata dagli eretici, si conservò pura nella fede, come rosa fra le spine, senza mai allontanarsi di un passo dall'apo- stolico ossequio e dalle cattoliche verità. Questa è la più numerosa delle nazioni orientali cattoliche, e più delle altre nel rito si avvicina al latino. Usa il calendario grego- riano, e con.sacra in azimo nel sacrifizio della messa, quale possono dire anche più sacerdoti, che uniti intorno all' altare portando una semplice stola assistono il celebran- te che fa ad essi la comunione : i secolari in coro assistono agli uf- fizi divini, sì di giorno che di not- te. Lasciarono la disciplina greca quanto alla messa de' presanlifìcati nel venerdì santo. Anche la forma degli abiti sacri non dissomiglia da quella dei latini. In quanto pe- rò al matrimonio, il clero secolare segue la disciplina degli altri orien- tali. Ai sacerdoti semplici, e molto più ai diaconi e suddiaconi, è per- messo avanti che ricevano l'ordine sacro il prendere moglie. Il sa- ceidote maronita procuratore del patriarca di questa nazione, resi- dente in Roma, al presente è mon- signor Nicola Murad maronita, na- to nel Monte Libano nel 1797, e dal Papa Gregorio XVI fatto ar- civescovo di Laodicea in pattibiis a' 5 novembre i843. Il vescovo sud- detto, e gli altri vescovi maroniti che si trovassero in Roma hanno luogo nella cappella pontificia tra i vescovi orientali, e nelle cappelle ordinarie assumono un mantello o ampio piviale di drappo di seta paonazza, portando intorno al collo e cucita sul piviale una specie di 8 ii4 MAR mozzetta o stola di seta bianca con ricami d'oro. Quando tutti i vescovi nelle pontificie funzioni as- sumono gli abiti sacri, altrettanlo fa il vescovo maronita, che secotj. do il costume orientale si lascia crescere la barba. U vescovo ma- ronita usa l'anello e la croce pet- torale, non che il bacolo pastorale sovrastato dalla croce. I maroniti non si scuoprono il capo entrando in chiesa, neppure durante la mes- sa, né quando si canta V uffizio in coro, poiché nel loro paese hanno sempre la testa coperta d'una ber- retta ornata d'una fascia bianca, o nera rigata di bianco o di qualche altro colore; ma quando si legge il vangelo , o si fa l' ostensione delle specie sagramentali si scuo- prono la testa, e si pongono ge- nuflessi per dimostrare il loro an- nientamento avanti Dio. I maroniti non digiunano nelle quattro tem- pora, né nelle vigilie de' santi, ma incominciano la loro quaresima al- la domenica di quinquagesima, e digiunano per sette settimane, ec- cettuati i sabbati ed i giorni festi- vi . Nei mercoledì e venerdì di tutto l'anno essi non mangiano né carni, né ova, e non prendono al- cuu cibo prima del mezzo giorno. Si astengono altresì dalle carni e dai latticinii venti giorni prima di Natale, quattordici giorni prima della festa del principe degli apo- stoli, ed altrettanti prima dell' As' sunzione. Oltre l'olflzio ordinario de' santi, i maroniti hanno un of- fizio propiio, assai lungo, per la quaresima ; nelle cui tre prime set- timane tutto l'offizio è del digiuno; nella quarta e quinta dei miracoli di Gesù; nella sesta della festa del- la palma ; nella settima della pas- sione. Quanto ai riti de' maroniti MAR ai rispettivi luoghi non manchiamo parlarne, e della liturgia loro ne trattammo nel voi. XXXIX, p. 5o del Dizionario. La gerarchia ecclesiastica de'maroniti si compone d'un patriarca, di sette arcivesco- vi, di alcuni vescovi, di circa cin- quecento preti secolari, di circa mille seicento monaci, de'quali sei- cento e più sacerdoti che seguono la regola di s. Antonio in tre di- stinte congregazioni, olire le mona- che , ed hanno collegi ed ospizi nazionali. Nel voi. Il, p. lyS del Dizionario si parlò del paliiarcato antiocheno de' maroniti, della sua origine, del clero, dell' elezione del patriarca, della residenza di esso nel Monte Libano presso il mona- stero di Canobin o Rauubin; co- me il Papa lo approva a mezzo della congregazione di propaganda fide ; dei monaci e delle monache, e che i cattolici maroniti superano i centocinquantamila, sebbene alcu- ni li fanno giungere a duecento cin- quantamila, ed altri al doppio. Fe- di il Terzi, Siria sacra p. 3o6 : della nazione maronita^ ed il p. Le Quien, Oriens christ. t. HI, p. 46. La nazione maronita non da Gio- vanni Marone abbate eretico, che visse nei primi anni del VII secolo sotto l'imperatore Maurizio, come con altri scrisse Guglielmo arcive- scovo di Tiro, De beli. sac. Ilb. 22, e. 8 ; ma ripete l'origine da un pili antico Marone santo ana- coreta rinomatissimo nel Libano e in tutta la Scria, padre e mae- stro di molti santi uomini, che fiorì sul finir del IV secolo regnan- do l'imperatore Arcadio (di altro s. Marone probabilmente romano, primo martire ed apostolo del Pi- ceno, ne parlammo all'articolo Ma- MAR CERATA, Iraltando di Chùtanova di cui è patrono). Esaltò la di lui vir- tù Teodoreto suo conletiiporaneo; la conitneiidaroiio i padri del con- cilio di Calcedonia ; e" s. Giovanni Crisosloino, die pur visse al di lui tempo, e lume della chiesa orien- tale, neUa lellera 36 lodò le sue eroiche virtù, raccomandandosi alle vsue orazioni. JNon nien chiara me moria se ne ha registrata presso s. Basilio e presso s, Girolamo. Nel menologio greco, non che nel marti- rologio romano è annoverato tra'san- li, e della sua virtù e miracoli ne scrisse con eleganza il p. Rosveido. Benedetto ^IV colla lettera Inter rae/f/Y/, de' 2 8 settembre lySS, pres- so il 9>no Bull. t. IV, p. i3i, dopo aver gravemente biasimato la con- dotta di Cirillo patriarca de' greci nielchitì, per avere in odio de'ma- roniti tacciato di eresia s. Marone loro padre, e lacerale le di lui im- magini; e dopo di avere in essa enconwata la di lui santità, con- chiude essere stata sempre mente della Sede apostolica, e sentenza di tutti gli uomini eruditi doversi at- • Uibuire a Marone gli onori di san- to. Anzi nel Bull, de propaganda fide, Jppendix t. Il, p. io 6, si legge il breve dello slesso Papa, Jnclyta maronilaruni de orlhodoxa fide, emanato a' i2 agosto 1744» col quale concesse indulgenza per- petua in tulle le chiese de' maro- niti, nella festa di s. Marone abbate a' 9 lebbraio. Narra Massimo ve- scovo di Cipro, che Marone fondò molli monasteri nella Siria, i quali poi divennero seunnari donde de- rivarono alla Chiosa soggetti insigni per santità e dottrina, e negli alti del concilio 11 di Costantinopoli t rinomati. Celebre fra lutti fu quel- MAR ii5 moria sua eretto nell'impero di Marciano, dal quale poi uscirono trecentocinquanta valorosi che per la fede ortodossa sparsero il san gue sotto Severo ed Anastasio im- peratori, registrati nel martirologio romano a'Si luglio. Venerabile non meno fu quello fondato in Costan- tinopoli, i cui monaci propugnaro- no la fede ortodossa de' loro ante- nati contro Nestorio e Giacomo Baradeo capo della setta de' seve- riani ; laonde ad imitazione degli eustaziani difensori del concilio ni- ceno, cognomi naronsi Maroniti. Da questa fede apostolica una volta abbracciata, la nazione maro- nita non ha giammai deviato punto, com'è chiaro per irrefragabili mo- numenti ; anzi la conservò sempre e in ogni luogo, come la conserva tuttora, sana, pura, illibata, e con tale uniformità di sentimento in ogni suo individuo, che sebbene ^ questi furono e sieno numerosissi- mi, ed altronde circondati per ogni parte da infedeli, eretici e scismati- ci, pure non furono mai suscitate fra loro questioni intorno alla fede; ne furono mai disuniti per isci- sma, ne v'ebbe giammai parte di essi che macchiasse la purità del- la cattolica dottrina, come altre- sì osservò costante l'uniformità del- la disciplina. Non si deve attende- re a ciò che da alcuno incautamen- te si è detto, che la nazione ma- ronita fu una volta infetta di mo- notelismo, mentre tale asserzione viene da reputati storici e da do- cumenti pontificii apertamente con- futata. Fra gli altri scrisse su tal proposito il professore di storia ec- ilesiastica nell'università romana d. Gio. Battista Palma nel t. II, p. i38 e seg. delle applaudite Prtìfe/f^c^. hist. eccL, ove chiaramente dimo- ii6 MAR stro» che tanto Mosheim, quan- to gli altri s'ingannnrono a gran par- tito nel pretendere che questa na- zione abbracciò nna volta gli erro- ri di quella setta ereticale, allegan- do, come essi fanno, per unico fon- damentale motivo , essere questi chiamati Mardaiti per indicare che una volta tralignarono dalla fede circa il domma cattolico opposto alla monotelitica eresia. Ma è certis- simo, dice il prelodato scrittore , che questo soprannome fu una volta dato ai maroniti, non perchè ia loro fede fosse venuta meno, ma perche ribellaronsi a Costantino III Pogo- nato dopo la metà del secolo VII, che non prendeva cura di difendere le loro terre dalle incursioni de 'sa- raceni che avevano già occupato Damasco, fatta una grandissima stra- ge, e depredati tutti que'contorni; ed avendo finalmente scacciato da tutto il Libano, insieme ai saraceni, tut- ti gli eretici che ivi si trovarono, e ciò in seguito di un decreto dai vescovi per conservazion della vera fede emanato, in vigore di cui ve- niva interdetto ad ogni infedele eretico rabitare in quel celeber ri» mo monte, come leggesi nella cro- naca de' maroniti) laonde questi fu- rono con voce siriaca o araba ap- pellati Mardaiti^ che vuol dire ri- belli f ciò che dimostra ad evidenza Fausto Nairone dotto maronita , e professore di lingua siriaca nel!' uni- versità romana, nella Dissertatio de orìg. noni, ac relig. 31aronitarunt, Romae 1679. Questa fu Tunica ragione, dice il p. Pagi nella sua critica agli annali del Barouio, al- l'anno 635, n.° i3j per cui i ma- i-onili furono dagli eretici per odio chiamati Mardaiti In fatti, osserva il citato Nairone, non si legge mai nelle storie questo nome Mardaiti MAR prima dell'impero del Pogonalo^ ne dopo die i maroniti tornarono al- l'obbedienrii YcviO r imperatore di oriente. Il che diinosira non essere questo nome proprio della nazione maronita, oppure non essere la me- desima cosa il dire maroniti o mar- daiti. Riporta di più il dotto Pal- ma nel citalo luogo , per rigettar ({iiesta calunnia, l'argomento ad- dotto fra gli altri dall'eruditissimo e delle cose orientali peritissimo Giuseppe Assernani, Dibliollu orietit. pag. 293, t» I, ove riflette che gli antichissimi calendari maronitici of- frono un argomento evidentissimo per convincere, aver essi avuto sem- pre in orrore la setta de'monolelitij imperocché in que* calendari viene celebrala la memoria del sesto sino- do generale tenuto per condannar questa setta coi suoi errori, ed inol- tre contengonsi in que'libri vetusti monumenti ecclesiastici della chiesa maronitica, cioè quasi tutti que' san- ti che hanno grandemente resistilo al monotelismo, come i ss. Sofro- nio vescovo di Gerusalemme, An- drea cronografo, Massimo martire, e Martino I sommo Pontefice. Mentre in questi stessi calendari non si fa alcuna menzione di alcuno di quei che favorirono il monotelitico erro- re, come nota 1' Assernani. La credenza dei maroniti non andò giammai disgiunta da una in- dissolubile unione, dal profondo ri- spetto ed intera soggezione dovuta alla Chiesa romana, madre e mae- stra di tutte le chiese. Perchè es- sendo questa nazione oltremodo cre- sciuta, e fatta padrona della Siria e Fenicia, come narrano Teofane, Cc- dreno ed altri, e determinandosi a (are elezione di un particolare pa- triarca, yi^o scy come dice Benedetto Xiy nella sua allocuzione recitala ]\JAR nel concistoro de' iS luglio 1744? ab ea contagìono (monothelitarum scilicet haei-esis in patriaicatum on- lioclienum gi-assautis) ìntegros ser- varent (il che avvenne verso 1* an- no 68 (] o 687 nella persona di ». Giovanni JVIarone, uno dei tno- naci del santo anacoreta Marone) ; furono subilo umiliati gli atti del- l'elezione al Papa 8. Sergio I di Antiochia, dal quale si ottenne la conferma e il pallio per il nuovo patriarca . Uno squarcio analogo della memorata allocuzione si ri- porta nel voi. XII, p. 96, degli annali delle scienze religioso^ ove ii legge un bellissimo articolo in difesa della cattolicità de' maroniti, contro la gazzetta piemontese de'28 agosto 1840. Il quale alto di som- missione della nazione al romano Pontefice s. Sergio 1, o di ricono- scenza del di luì primato di giurij»- dizioue sopra tutta quanta la Chie- sa, non solo in quella elezione del primo patriarca maronita, ma fino ai giorni nostri fu Senza interru- zione veruna costantemente conti- nuato. Che so la nazione maronita, come vedremo, rimiovò in appres- so gli atti della sua unione colla santa Sede, ciò non è prova che la fede di quella nazione in avanti mancasse, ma bensì di divozione, di atlaccamento e di riverenza verso il centro della cattolica unità. ì^éV appendi xi. 1, p. i del Bull, de prop. fide è riprodotta la costitu- zione d'Innocenzo III, 7 nonas jannarii 1207, Quia divina Sapien- tia, colla quale concesse molli fa- vorì al patriarca, arcivescovi e ve- scovi maroniti; Fenerahilibus fia- trihiis Hieremiae patriarchae^ sive primati j archiepìscopis^ et episcopisj et dilectis filiis pnoribus, clero , et popido maronilano. Alcuni patriar- MAR 117 chi aggiunseix) al loro nome pro- prio quello di Pietro, in onore del principe degh apostoli, eh' ebbe la sua prima sede in Antiochia. Giacomo dì Vitry vescovo di To- lemaide, e contemporaneo, attesta che il patriarca de* maroniti si re- cò nel I2r5 in Ptoma al concilio generale di Laterano IV (Ved^)^ ce- lebrato da Innocenzo HI, al qual articolo dicemmo che si chiamava Giona. Il patriarca de'maroniti fu in se- guito dichiarato patriarca antio- cheno da molti Papi, e princi- palmente allorquando la città d'An- tiochia fatta preda del fiero Ban- decar soldano d'Egitto, il rimanen- te del clero e popolo fedele, che sino allora era governato da Elia di nazione latino , succeduto a Rai- nero Tanno i243 , si ritirò nel Li- bano abitato dai maroniti. Simo- ne che in quel tempo reggeva con titolo di patriarca la nazione, accolta avendo amorevolmente la smarrita gregge, e ricevutala con quella af- fezione e dolcezza, che i maroniti usarono mai sempre e fino al pre- sente, sia riguardo ai latini, non meno che alle altre nazioni che ricoverarono appresso di essi (dap- poiché non solo accordarono loro lino al presente terreni gratuiti, co- me consta da molti istromenti, ma prestarono anco ad essi il più del- le volle aiuti necessari all'edifizio dei pii luoghi ove ora trovansi ri- coverati), e scritto avendo al Ponte- fice Alessandro IV per ragguagliar- lo dello stato di quella cristianità ossequiosa e obbediente alla santa Sede apostolica, ne ottenne in ri- sposta nel 12540 poco dopo il ti- tolo di patriarca d'Antiochia, co- me pronunziò nella nominata allo- cuzione Benedetto XIV, e come an- ii8 MAR Cora nella di lui vita afferma il Novaes, tliflicile essendo che Antio- chia tornasse al suo antico spleiì- dorè, e che ripristinata la sede pa- triarcale vi potesse risalire un pa- store latino. Il medesimo titolo col- le insegne patriarcali della chiesa Antiochena fu dato da Eugenio IV al patriarca David nel i438: nel concilio generale che quel Papa ce- lebrò, in Ferrara e terminò in Fi- renze, v' intervenne un procuratore o vicario del patriarca antiocheno: nella vita di detto Papa si dice, che nel i44^ spedì nel regno di Cipro ed isola di Rodi Andrea ar- civescovo Colocense, per richiamare al grembo della Chiesa alcuni orien- tali, fra 'quali diversi maroniti, ciò che pur fece Nicolò V nel i4Ì7 a mezzo di Andrea arcivescovo di Nicosia, per restaurare la disciplina ecclesiastica. Inoltre Nicolò V scris- se un breve, ed un altro Calisto III che nel 1 455 gli successe, al pa- triarca Giacomo Pietro, chiaman- dolo ambedue patriarca antiocheno. Similmente Leone X nel i5r4 con ispecial breve raccomandò alla pie- tà del patriarca Simone tutti i cat- tolici dispersi nell'oriente; veramen- te il Novaes dice che il Papa spe- dì un legato apostolico ai maroni- ti per la disciplina ecclesiastica. Lo conferma l'annalista Rinaldi, poi- ché all'anno i5i4, n.° 87, raccon- ta che Leone X mandò al patriarca Furaroche figlio di Mobaret, per nunzi alcuni frati minori con lette- re apostoliche, per sempre più am- maestrarlo nelle verità cattoliche, per informarsi come eleggevasi il patriarca, che riti usassero e qual forma usassero ne'sagramenti. Rice- vette il patriar-ca con somma vene- razione e gioia le lettere pontificie, e secondo l'uso de* maroniti se le M A R pose sul capo; (jiiindi nella lettera responsiva assicurò il Pontefice, che i riti erano corrispondenti ai latini, e che solo per ignoranza avea er- rato nel fare il crisma, mescolan- dovi diversi aromati, secondo l'u- sanza degli antichi armi-ni. Leone X rispose al patriarca doversi il crisma fare solo con olio e balsamo; e gì' insegnò non doversi aspettare il quarantesimo giorno degl'infanti per battezzarli, mentre ne moriva- no molti senza essere rigenerati in Cristo; con quali parole si do- vesse consagiare il Corpo di Cristo; che riti si dovessero osservare nel- I' ordinazione de' chierici ; e molte cose riguardanti i sacramenti della penitenza e del matrimonio, il pa- radiso e il purgatorio; lo Spirito Santo procedere dal Padre e dal Figliuolo come da un sol principio; sul ricevere l'Eucaristia nella Pas- qua, e sul primato delta Chiesa ro- mana. Il patriarca ricevette il tut- to come oracoli, e spedì in Roaia nunzi a prestar obbedienza alla san- ta Sede, e co' suoi si unì insieme al concilio Lateranense V celcbia- to da Leone X. In fatti il Rinal- di stesso all'anno i5i6, n." 5, rac- conta che nella X sessione i nunzi del patriarca presentarono al Papa le loro lettere di ringraziamento , protestando che avrebbe eseguilo tutti gl'insegnamenti ricevuti, e di osservare co' suoi popoli la fede cattolica, i riti della Chiesa roma- na, ed in nome dello stesso patriar- ca baciarono i piedi al Pontefice, gli prestarono obbedienza, e giura- rono fedeltà. Clemente VII e Pio IV conces- sero molti privilegi al patriarca dei maroniti, ed il secondo nella bolla f^enerabileni frairem^ kal. septem- bris i562, diretta al patriarca, pres- MAR so il Bull, de prop. fide, Append. t. I, p. 4^; dopo aver lodato la nazione per la sua costante catto- licità, compaiCi al patriarca la fa- coltà di assolvere eretici, scismatici e apostali di qualunque nazione se ritornassero alla Chiesa. Essendo patriarca de' maroniti Michele di Citaraiva, questi spedì due oratori a Gregorio XI l'I a prestargli ob- bedienza, ed a mostrargli le lettere d'Innocenzo III in testimonio del- l'antica loro unione alla Chiesa oc- cidentale. Il Papa li ricevette con straordinaria benignità, confermò le preminenze del patriarca , di che gli oratori lo aveano supplicato, e Il rimandò alla patria con buona somma di denaro, donativi, e con l'accompagno de' gesuiti Gio. Bat- tista Eliano e Giovanni Bruni, pe- riti nella lingua araba, come visi- tatori apostolici; i quali ritornati in Roma riferirono che tranne al- cun errore involontario e non co- nosciuto, alcune vestigia degli er- rori di Dioscoro in alcuni libri, e qualche abuso ne' sacramenti ed in alcune altre cose, che essi corres- sero in due sinodi radunati a tal uopo, la fede era ortodossa, sj del patriarca e nove vescovi, che della nazione; laonde Gregorio XIII si applicò con più parlicolar cura al vantaggio di questa cristianità. In- fatti nel i583 fondò in Roma un o- spizio e spedale ove fossero ricevuti benignamente i maroniti che sole- \ansi portare a visitar la tonìba de' ss. Pietro e Paolo, coll'aulorità della bolla Salvatoris nostri^ id. januarii, presso la citata Appendix pag. 82. Considerando poi quanta maggiore utilità potea ritrarre la nazione se l' ospizio Io convertisse in collegio, per istruirvi-ed educarvi la gioventù ch'era per abbracciare MAR 119 lo stato ecclesiastico, nel i5i84 l'e- resse in collegio e l'affidò ai gesuiti. Vi si potevano mantenere quindici alunni, poiché le rendite a poco a poco ascesero, a scudi 1700 : a tem- po di Alessandro VII i collegiali, come gli alunni del collegio Urba- no, furono assoggettati al giura- mento. Il collegio fiorì perchè vi uscirono molti dotti che recarono grande splendore alla letteratura orientale, fra' quali nomineremo A- bramo Ecchellense, i monsignori Giuseppe, Stefano Evodio e Luigi Assemani , de' quali i primi due hanno scritto egregie opere sull'an- tichità ecclesiastica, ed il terzo in- torno alle cerimonie della Chiesa. Del Collegio de maroniti trattam- mo nel voi. XIV, p. i44 e i^5 del Dizionario. Questo collegio fu chiuso nella prima invasione fran- cese al termine del secolo XVIII ; nella seconda perdette la casa e la chiesa convertita ad uso profano. Da quell'epoca gli alunni furono educati dai sacerdoti della missione di s. Vincenzo di Paoli fino al 1822. Allora passarono per convenzione al Collegio Urbano (Fedi), al quale si pagano gli alimenti dal cardinal protettore, che in oggi è il cardinal Giacomo Filippo Fransoni come prefetto della congregazione di pro- paganda fide, e presso del medesi- mo rimane l'amministrazione delle superstiti rendite. Da ultimo gU a- lunni maroniti erano cinque. Clemente Vili nel i5g6 spedì ai maroniti per nunzi i gesui- ti Girolamo Dandini e Giovanni Bi uni, che sentivano uniformità di dommi colla santa Sede. Giunti al Monte Libano, nel pontificio no- me consegnarono buon sussidio di denaro. Calici d' argento^ libri di pietà e di materie ecclesiastiche. 130 MAR arredi sacrì^ ed al patriarca un li- bro pontificale. Ritornati i nunzi apostolici in Roma , il p. Dondini pubblicò la Relazione de' suoi viag- gi, la quale poi fu da Riccardo Simon tradotta in francese con al- cune note curiosissime quanto al testo. Paolo V ancora scrisse ai maroniti , ed encomiandoli disse che quale roseto fioriva fra le spi- ne. Eziandìo Urbano Vili ricolmò di lodi i maroniti, e mandò in dono al patriarca ricche e nobili suppellettili sacre. Dopo l' istituzio- ne mirabile della sacra Congrega-^ zione di propaganda fide (Fedi), la medesima pensò di fondare e mantenere o sue «pese tre scuole nel Monte Libano e nella Siria, per l'educazione ed istruzione del clero della nazione maronitica ; ta- le pio disegno però non potè mai mandarsi ad efletto, essendo discor- di fra loro il patriarca ed i ve- scovi neir assegnare i luoghi dove dovevano stabilirsi le scuole in di- scorso. Nell'anno i635 venne a morto in Roma 1' abbate Vittorio Sciadah maronita, che avea pas- sato molti anni in Ravenna, e la- sciò i suoi beni per fondare in questa città un collegio per la sua nazione. Piacque quel testamento alla congregazione di propaganda, e per affrettare l'apertura di que- sta pia fondazione aggiunse del suo quattrocento scudi , e vi ap- plicò quaranta luoghi di monti ri- sultanti dall' eredità del cardinal Ubaldmi. Cresciute essendo le ren- dite del collegio, la congregazione volle accresciuti anche quattro po- sti gratuiti per gli alunni maroni- ti, due de* quali dovevano pren- dersi da Cipro e due dalla Soria. Ciò avvenne nel 1647, e nell'anno seguente Innocenzo X Ip dichiarò MAR collegio ponliflcHo, perchè la mapj- gior parte de' beni proveniva da propaganda , col breve Quoniani dwinae honitatis , emanato a'G lu- glio. L'esperienza non tardò a far conoscere, che da questo pio sta- bilimento non si poteva sperare il fruito desideralo; perciò nel i663 fu decretata la sua traslazione in Roma, da incorporarsi con quello della stessa nazione. Quindi Ales- sandro VII col breve Romanus PontifeXf de'22 ottobre i665, /ép- pendix l. I, p. 286, e Bull. Rom. t. VI, par. VI, p. 36, lo soppresse dando la commissione al cardinal Celio Piccolomini legato di Raven- na, di venderne le possessioni, che comprò Pandolfi Fantuzzi per scu- di 6200, i quali con sessantaselte luoghi di monti si presero in am- ministrazione dalla congregazione, la quale dispose che a seconda delle rendite si aumentasse il nu- mero degli alunni del collegio ma- ronita di Roma, cedendogli le ren- dite stesse. Nel pontificato di Clemente XI insorsero tra il patriarca Pietro Giacomo e la nazione maronita gravi dissensioni. Il Papa scrisse loro il suo gran cordoglio, ne lodò l'antica fede, e gli esorlò caldamen- te alla concordia. A questo fine col carattere di ablegato apostolico spedì al Monto Libano Gabriele Eva abbate di s. Maura della con- gregazione riformata di 8. Antonio, imponendogli, che non potendo esso araichevolmenla comporre le discordie, il patriarca intimasse un concilio provinciale , in cui fossero con giusto ordine esaminate e de- cise le differenze, e principalmen- te quelle insorte fra i vescovi di Damasco e .di Beri lo; alla parte poi che al giudizio soccombesse del MAR concìlio, il Pontefìco riservò la facol- tà di poter vicorierc alla carila Se- de. Riconosciuto innocente il patriar- ca, pei' tale lo riconobbe puro Cle^ mente XI, ed ordinò ai maroniti che gli prestassero piena obbe- dienza. Su questo punto \anno letti i tre brevi emanati da quel Pupa: Etsi quotquoty de'29 gen- naio 1721 ; Ex romani, del primo febbraio; e Curii sicuty de' 12 mar- zo, presso VAppendìx t. I, p. 4?^» 478 e 479' Informato Clemente XII nel 1736 per lettere del pa- triarca de' maroniti Giuseppe Pie- tro Gazeno, che nella nazione e- ransi introdotti abusi nell'ecclesia- stica disciplina, per mettervi ripa- ro spedi suo legato apostolico nella Siria monsignor Giuseppe Simone Asseraani, primo custode della bi- blioteca vaticana^ prelato dome- stico e canonico di s. Pietro, il quale convocò un concilio naziona- le nella chiesa del monastero di Loasia dell' ordine di s. Antonio, dedicata all'Immacolata Concezione di Maria. V'intervenne il patriar- ca, quattordici arcivescovi e vescovi, e fra i primi quelli di Damasco ed Aleppo, due abbati regolari, molli missionari di varie religioni , e di- versi principi e magnati della na- zione. Ne fece l'apertura il p. For- mage gesuita ai 3o settembre, con un discorso che si aggirò sullo scopo salutare del concilio, la ri- forma cioè di alcuni abusi. Si ten- nero otto sessioni, «elle quali si fecero molti regolamenti per la riforma di detti abusi, i principali de'cjuali erano i seguenti, i. L'u- sanza, giusta la quale i vescovi maroniti avevano vicine delle re- ligiose, la casa delie quali non era separata da quella de'vescovi stes- si, se non che da una porta di MAR i-ii comunicazione. I religiosi ne ave- vano pure nel lecinto de'loro mo- nasteri. 3.*^' 11 patriarca erasi arro- gato il diritto esclusivo dì fare gli oli santi, e di distribuirli ai ve- scovi ed ai parrochi a prezzo di oro. 3." Erano pure vendute le dispense di matrimonio. 4-° H ss. Sagramento non conservavasi d'or- dinario che nelle chiese de* religio- si. 5." 1 preti ammogliati passa- vano a seconde nozze. 6." Le chie- se mancavano di ornamenti, ed i poveri di soccorsi. 7.° I maroniti di Berrea o Aleppo non celebra- vano il divino ofijzio che in lingua araba da dieci o dodici anni in poi, invece di celebrarlo in lingua siriaca , secondo 1* antica costu- manza. Appena divenuto Pontefice Be- nedetto XIV, dopo che la congre- gazione di propaganda fide ebbe esaminati i decreti del suddetto si- nodo, trovatili il Papa corrispon- denti alle istruzioni date dalla san- ta Sede al suo legato, gli appiovò col breve Singularis romanoruni Pontificum j del primo settembre 1741, presso il Bull. 3if7gii. t. XVI, p. 4^} e nel Bull, de prop. t. Ili, p. 3. Indi col breve Apo- stolica praedecessoruiiiy de'i4 leb- braio 1742, loco citalo p. 6^ del Bull. Magn., e p. 12 del Bull, de prop.j Benedetto XIV lodò nuo- vamente i decreti del sinodo; a- brogò la contribuzione che davasi al patriarca per la distribuzione degli oli santi, e perchè il prela- to non restasse privo de' necessari alimenti , stabilì che la congrega- zione di propngantla imponesse ai vescovi una tassa, cos\ ai monaste- ri, la quale gli sarebbe data ogni anno a titolo di sussidio nella do- menica fra l'ottava della festa del- 171 MAR r Assntitr». Inoltre prescrìsse che nella nazione fosse una chiesa pa- triarcale con olio vescovi , in vere di sedici ch'erano prinaa, ai quali assegnò i limiti delle diocesi, stabi- lendovi Aleppo o Benea, Tripoli, Itotra, Eliopoli, Damasco , Berilo, Tiro e Cipro. Nella morte del pa- triarca Giuseppe Pietro, divisi fra loro d'opinione i vescovi maroniti, alcuni elessero per patriarca Elia arcivescovo Arceiise, e gli altri in minor numero Tobia arcivescovo «Il Neapolosia. Ambedue si appel- larono a Benedetto XIV, e ne do- mandarono il pallio; ma il Pa- pa dichiarò nulla l'eiezione di en- U-ambi, riservandola alla santa Se- de col breve Qiiod non fiumana, de* I 3 marzo i 743, Bull. Magn. p. 1 46, Bull, de prop. p. 76. In luo- go di detti arcivescovi Benedetto XIV nominò patriarca Simone E- vodio arcivescovo di Damasco, col liieve Niiper ad nos, dato a* 16 marzo ìj^^, BtdL Maga. p. i47, Bull, de prop. p. 79, ordinando alla iMzione maronita, che con rive- l'enza e sommissione lo ricevessero. }*er lo stesso fine Benedetto XIV col disposto del breve Nuper ad scdandas, di detto giorno, Bull. Mngn. p. i5o, Bull, de prop. p. 87, deputò ablegato apostolico ai ma- roniti il p. Jacopo da Lucca mi- nore osservante, visitatore e com- n»issario del santo Sepolcro, ch'egli raccomandò a molti vescovi me- diante il breve Magna, non minn.v, emanato nel predetto giorno, Bull. Magn. p. i52, Bull, de prop. p. 91. Il nuovo patriarca Simone Evo- dio, fatta la consueta professione di i\(\e, supplicò pel pallio patriar- cale, che il Papa gli mandò ac- compagnato dal breve, Literas fra- ternitalis, degli i i agosto 1 744» MAR Bull. 3fagn. pag. 207, Bull de prop. p. 1 -29. Nello stesso giorno indirizzò agli arcivescovi e vescovi maroniti il breve Exìmìi erga a- postolicani, presso il Bidl. Magn. p. 20S, Bull, de prop. pag. i3i. Estinto lo scisma de' due patriar- chi. Benedetto XIV dichiarò com- missario apostolico il p. Desiderio de'minori osservanti, presidente del convento del s. Sepolcro, col bre- ve Ne/w'ni sane, de' 20 luglio 1746» e ne prevenne il patriarca Simone col breve DUecto filio, dato in det- to giorno, nel quale ne diresse al- tro. Non pos.sunius, agli arcive- scovi e vescovi maroniti, quali bre- vi sono riportati nell' Appendix t. Il del Btdl. de prop. p. 11 5, 118, 120, onde riordinare le cose, e mandare ad effetto i decreti del si nodo. Essendo morto il patriarca Si- mone a' 12 febbraio del 1756, gli arcivescovi e vescovi maroniti, ai 28 dello stesso mese elessero con- cordemente in successore Tobia Pietro Gazeno arcivescovo di Ci- pro, leggendosi nel citato tom. Il Appendix p, 2o3 e seg. gli atti di tale elezione, la lettela di obbe- dienza del nuovo patriarca a Be- nedetto XTV de' 20 marzo, la let- tera del medesimo alla congrega- zione di propaganda , la lettera degli arcivescovi e vescovi allo st<^sso Papa, il decreto della con- gregazione di approvazione, la pro- posizione e allocuzione detta in concistoro a' 27 marzo 1757 dal Pontefice, l'istanza del patriarca pel pallio, e il ringraziamento che fece di tal concessione il prelato Giuseppe Simone Assemani . Il pallio fu dal Papa accompagnalo dal breve Ex venerahilem, de' 3o aprile 17^7, presso il Bull. Magn, MAR t. XIX, p. ^^76, ed in mi protestò di non trascurale occasione alcu- na di far conoscere l'anriore suo verso questa nazione. Nel tempo stesso col breve Non possninus^ loco citato p. 277, esortò i vesco- vi maroniti a prestare esatta obbe- dienza al nuovo patriarca, e lodò grandemente col breve Qitam prae- claram, loco citato p. 278, la co- stanza della fede de' magnati della nazione, e la riverenza con che lo avevano ricevuto. Clemente XIII nel concistoro de' 6 aprile 1767, coirallocuzione Tristem haud, si- gnificò ai cardinali che per morte del patriarca Tobia Pietro, era stato eletto successore Giuseppe Stefano arcivescovo di Berito, cui concesse il pallio, come si legge nel Bull, de prop. t. IV, p. Ili, mentre a p. 112 si riporta il breve Quam- quam prò, de'22 agosto 1767, dello stesso Clemente XIII, diretto al pa- triarca Giuseppe Pietro de Stefa- nis, riguardante la disciplina pre- scritta dal sinodo Libanese pel clero de' maroniti. Pio VI a' 17 luglio 1779, ^^^ breve Dedimus ad vos^ presso VAppendix t. II, p. 259, e- sortò il clero ed il popolo maro- nita alla concordia ; quindi nel 1780 il primo luglio scrisse il breve Non possumus, presso V Jppendìx t, li, p. 261, all'emiro Giuseppe Sciab principe del Monte Libano, perchè accogliesse bene Pietro de Moretta delegato apostolico destinato a com- porre le questioni insorte tra i maro- niti; quindi a'20 ottobre 1788 scris- se ancora il bieve Iterum ad vos^ presso il Bull, de prop. t. IV, p. 194. Inoltre Pio VI con breve stampato in latino e siriaco condannò e di- chiarò illusa e visionaria, non che falsa la santità di Endie o sia An- na Agemi monaca del monastero MAR 123 di "Bechorche nel Chesronno , pre- tesa fondatrice nel Monte Libano dell'istituto monastico del ss. Cuor di Gesù, e della confraternita. E siccome il vescovo Germano Dieb, ingannato dalla falsa monaca, avea propagato i suoi errori in noateria di fede, così il Papa lo sospese per sei mesi dalla giurisdizione vesco- vile (nel qual tempo fu deputato all'esercizio della patriarcale Miche- le Gazeno vescovo di Cesarea ) , e l'obbligò a fare la ritrattazio- ne. Per una simile, ma volonta- ria ritrattazione, fatta nel 1784 da Giuseppe Pietro de Stefanis pa- triarca de' maroniti, ed umiliata al Papa a* 28 marzo, il medesimo non tardò a dimostrare la paterna gioia che aveva provato, dirigendo a que- sto fine un suo tenerissimo breve agli arcivescovi, vescovi, magnati e popolo della nazione maronita. Nel medesimo volume àtW Jppendìx a p. 279 e seg. sonovi il detto breve Massimum nohis atlulere gaudiuni, de' 28 settembre, che comprende ancora la ritrattazione e gli analo- ghi decreti della congregazione di propaganda, e quelli deli' ablegato apostolico Moretta. Olire a ciò nel- listesso t. 11 deli' Jppendi'x a p. 226 e seg. vi è l'allocuzione pro- nunziata da Pio VI a' 27 giugno 1796, in cui annunziando la mor- te del patriarca Michele Fadel , partecipò al sacro collegio l'elezio- ne seguita del successore nella per- sona di Filippo Pietro Gemaiel ar- civescovo di Cipro, nel monastero di s. Maria di Bekorke; vi si legge altresì la lettera del patriarca al Papa, quella alla congregazione di propaganda, la lettera degli elettori a Pio VI, il decreto di conferma della congregazione nominata, l' i- slanza del procuratore p. Arsenio 1 24 MAR Cardadii monaco auloniano pel pnl- lio, ed il suo ringrazittinento dopo averlo conseguilo. Nello t^tcsso l. IV, p. 247 o seg. sono riportali gli alti del concistoro 24 luglio 1797, in cui fu confernialo in pa- triarca antiocheno de' maroniti Giu- seppe Pietro Thian già vicario del patriarca defunto, quelli della sua elezione, conferma e concessione del pallio di Pio VI, il quale fu do- mandalo dal p. Luigi Belaibel de- legato dall' eletto , facendo il rin- graziamento l'agente Antonio As* semani. Pio VII col breve Explorn- tiim (ibi rritj degli 8 ottobre 1808, raccomandò all'emiro 13iscir prìn- cipe de* maroniti , la disposizio- ne testamentaria fatta a favore del monastero di s. Maria Liberatrice di Cliesroano dal patriarca de* siri Ignazio Giarve ; il breve si legge nel t. IV, Bull, de prop. fide p. 347. Ivi a p. 349 e seg. sono ri- prodotti gli atti del concistoro dei 19 dicembre 181 4, riguardanti la rinunzia del patriarcato fatta da Giuseppe Pietro Thian a Pio VII nel monastero di s. Giuseppe di ^Vintura, sino dagli 8 giugno 1809, e r elezione in successore dì Gio* vaimi Dolci vescovo Acrense, o sia di Tolemaide, con tutte le consue* le lettere, insieme a quella del vi- cario apostolico Luigi GandoUi. Es- sendo il Papa nel mese seguente deportato da Roma, non potè farne la conferma^ laonde ritornalo nel 1814 ^'^^ ^^^ sede, in detto con- cistoro, a tenore del decreto con- fermatorio di propaganda, con ap- posita allocuzione lo confermò, e ad istanza del procuratore p. Ar- senio Cardachi concesse il pallio. A p. 365 e seg. poi del medesimo tomo souo i brevi di Pio VII, In MAR \ coffiniufìi, del primo novembre 1 8 iG, di congratulaziono, et te tollendis prorsus agìt monasten'is duplìcibusj Multa perfusi\ de' 1 5 febbraio 1817, in lodo Illustj'ì ac potentissimo Scicilk Bescir Gemblat, per la be- nevolenza con cui riguardava i ma- roniti; M^a://«o/;rtrem?^w, dello ster- go giorno, diretto Illustri ac po- tentissimo Emiro Bescir Sciehat, sul- lo stesso argomento, in occasione che il p. Giuseppe Assemani de- fìnìtore della congregazione aleppi"- na di Monte Libano, a questo da Roma fece ritorno. Finalmente nel medesimo tomo a p. 376 si legge il breve di Pio VII, Quod de con- stand ohsequio, de'3o maggio 18 19, col quale confermò il sinodo tenu- to dal patriarca e vescovi maroniti, servatis nonnullis avtìculis a s. e. de propaganda fide praescriptisj et praesertini decretum prohat de duplicibus monaster. abolendis. Leo- ne XII nel concistoro de* 3 mag- gio 1824 confermò l'elezione, e concesse il pallio al patriarca an- tiocheno Giuseppe Pietro Habaisci vescovo di Tripoli (che non aven- do quarant'anni , e mancandogli qualche voto, fu dalla salila Sede sanata ogni irregolarità),, essendo morto il patriarca Dolci; l'elezione era seguita a' 25 maggio 1823 nel monastero di s. Maria di Kannubina o Canubina. Tutti gli atti sono nel t. V, p. I e seg. in un alla lettera di Luigi Gandollì vescovo Icosiense e vicario apostolico liiernpolitano os- sia di Gerapoli, ed alla domanda del pallio e successiva orazione di ringraziamento, del p. abbate Ba- silio Dursun monaco armeno an- toniano. Al mentovato patriarca, Gregorio XVI a' 24 dicembre i83i diresse il breve, Suinmis saepCj Ball, de prop. t. V, p. 73, incaricandolo MAR di esaiT)ir>are |e veitefize insorte tra Imxiivescovo di Hicrapoli Paolo A- ititin, il clero ed il popolo, pren- dendo intanto egli l'amministrazio» ne di quella chiesa, finché 1* arci- vescovo nel Monte Lihano si ibs« se purgato dalle accuse. Nello stes^ so tomo a pag» 124 ^'* ^ '^ breve Fraternitalis ^//<7r?, emanato da Gre- gorio XVr n' 6 settembre i835, sulla questione del patronato del monastero di $. Artemio: a p. 224 inoltre evvi il breve Quuni dilectus filiils^ che Gregorio XVI scrisse al patriarca Habaisci a* 16 febbraio 1841 * pel ritorno al Monte Liba- no del p, Nicola Murad, incarica- lo di procurare aiuti ai maroniti a cagiono delle vicende di guerra. Negli ultimi tempi la nazione ha sofferto gravi mah dai drusi^ e dai turchi con essi segretamente colle- gati per la rovina de' maroniti , poiché caduto il dominio degli egi' y.iani, si accese la guerra fra i drusì ed i maroniti. Trionfando i primi, il generale turco consigliò la deposi- zione delle armi, ed i maroniti pre- standovi fede le deposero. Ma allora i drusi gli assalirono e ne fecero strage, devastando campi, case, chie- se, monasteri, villaggi e città. In- vitali i principi cristiani a prestare protezione ai perseguitati maroniti^ la promisero, ma con poco effetto. Il patriarca spedì a Coslanlinopoli il p. Nicola Murad, per Iregua e pace; quindi da Roma, da Parigi e i\fìi Vienna furono spedili gene- rosi sussidi ai maioniti per alle-, viar tanti mali. Ultimamente nel settembre 1846 è stata fondata a Parigi i' opera di s. Maria del Li- banOj per istabiiire in quella capi- tale un collegio destinato a daje ad alcuni giovani cattolici maroniti ima educazione gratuita che li pon- MAR 125 ga in istato di riportare nella loro patria i lumi delle scienze, delle lettere e dello arti; olt«e di che que- sta fondazione intende a vegliare permanentemente gì' interessi delle popolazioni cattoliche del Libano. Finalmenle il Papa Gregorio XVI nel concistoro de' 19 gennaio 1846, preconizzò l'attuale patriarca d'An- tiochia de' maroniti monsignor Giu- seppe Gazeno, già arcivescovo di Damasco, coH'allocuzione Ob mor- kni antiocheni patn'archae ^ e gli concesse il pallio a petizione óeì suo procuratore monsignor Nicola Murad arcivescovo di Laodicea. Nel- la proposizione concistoriale si legge che la chiesa patriarcale, esistente presso il monastero di Kannubina, é dedicata alla Beata Vergine as- sunta in cielo, buono edifizio; che il patriarca ha nove suffraga nei, tra ftrcivescovi e vescovi ; che in detta chiesa la cura d' anime si esercita dall'arciprete, essendovi il fonte bat- tesimale, e molte reliquie in gran venerazione; che nello stesso mo- nastero vi è un decente patriarchio, e che i fruiti della mensa tassati ne* libri della camera apostolica a- scendono a circa scudi quattromila. Patriarcato antiocheno c/e' maroniti. Antiochia (Vedi) fu già la sede de' patriarchi de' maroniti , il pri- mo de' quali fu s. Giovanni Ma- rone. Oggi la residenza patriarcale è nel monastero di Kannubin in una valle del Monte Libano : que- sto monastero chiamalo ancora Co- nobia e Cannubina lo lece fabbri- care in onore della Beala Vergine alle falde del Monte Libano l'im- peratore Teodosio 1 verso la fine del IV secolo. Dapprima fu un sem- plice vescovato, ma Giovanni Algi- ia6 MAR geo patriarca de' maroniti aven- dovi stabilita la sua sede verso il i44^ divenne patriarcale. Alzaber Bardine soldano d'Egitto esentò da ogni imposizione questo monastero^ e fece incidere sopra una tavola di rame in grossi caratteri tale esen- zione acciò niuno l'ignorasse. Il pa- triarca avea prima la sua sede nel monastero di Capharhai. Egli sten- de la sua giurisdizione sopra tutti i nazionali dell' Asia e dell'Egitto, non però su quelli del patriarcato di Costantinopoli. Nel patriarcato si trovano 3 20 chiese e oratorii. Le piccole città di Eden e di Zgorta già vescovato, dipendono dal pa- triarca, senza far parte oggi di al- cuna diocesi ; e possono conside- rarsi come una sola città, passan- do gli abitanti a vicenda da un luogo all'altro; la chiesa pari'oc- chiale è sotto l'invocazione di s. Giorgio. Come si disse in principio, si trovano nel patriarcato circa sa- cerdoti secolari 5oo, regolari 600 , nello stato di monaci laici 1000. Monsignor Gabriele Nars vescovo di Nazareth è giudice pei cattolici nel Monte Libano. Vi sono tre collegi patriarcali, cioè: i.° di Ain-varca, fondato in un monastero di s. An- tonio abbate nel 1789 dal patriar- ca Stefani, di giuspatronato di que- sta famiglia, e n'è rettore monsi- gnor Giuseppe Rezq vescovo di Ti- ro; 2.** di Marone Rumiè, fondato dal patriarca Dolci, di giuspatrona- to della famiglia Safìr, erezione che fu confermata nel 1 8 r 9 dalla con- gregazione di propaganda; 3." di s. Abdà, eretto dal patriarca Habaisci, già monastero di monache. In Zgor- ta esiste una scuola fondata nel 1734 da Pietro Benedetti e da Giorgio vescovo di Eden, prima ch'entras- sero nella compagnia di Gesù. Di* MAR verse stamperie, casa di noviziato per le missioni, monasteri di mo- naci, oltre le tre congregazioni di cui parleremo ; diecinove collegi dio- cesani, oltre quello di Antura, di piena autorità del patriarca. Il col- legio di s. Giorgio, tolto dall'auto- rità del patriarca e del vescovo dio- cesjmo, è posto sotto la protezione della congregazione di propaganda, e per essa ne esercita la cura il delegato apostolico, ed è giuspatro- nato della famiglia Benedetti. No- teremo che al presente delegato a- postolico nel Monte Libano e vi- cario apostolico pei latini nel vica- riato d' A leppo, è monsignor Fran- cesco Villardel de' minori osservan- ti, arcivescovo di Filippi in partìbits^ fatto da Gregorio XVI agli 8 mar- zo 1839. Esiste in Antura un mo- nastero di salesiane , di circa 5o monache, delle nazioni maronita, melchita e soriana. Il patriarca nel giovedì santo consacra gli olii santi, e ne fa distribuzione. Al medesimo a titolo di sussidio caritativo tutti i parrochi e superiori de' monasteri, nella domenica tra l'ottava dell'As- sunta presentano una piccola som- ma di denaro. Il patriarca oltre le decime ha le sue rendile partico- lari, e prima di ricevere il pallio viene annoverato tra i patiiarchi : dovrebbe ogni triennio convocare il sinodo per la direzione del suo po- polo; non può accrescere le diocesi oltre le otto stabilite dal sinodo nazionale del 1736, approvalo dalia Sede apostolica, essendo nei tempi antichi molte di più; il sinodo (is- sò anco i limiti delle diocesi, ciò che pur fecero altri posteriori. Berìlo o Bayrut (Fedì), arcive- scovato con città e porto di mare, di cui è arcivescovo monsignor K;>- rara. La sua giurisdizione si esien- MAR de ad Alrnatan , Ginrd , Ghorh , Sciuhar ed Almaten fino al ponte del giudice detto Addamur. Il con» vento di s. Giovanni Quiaitala fu riabilito per residenza dell'arcive- scovo, ma non essendo abitabile, l'ordinario si procura altrove il do- micilio. Tra l'arcivescovo e il su* pei iore de' gesuiti Cu sottoscritta una'convenzione per conservare per- fetta concordia , indi trasmessa al delegato apostolico a' 23 settembre i84k Tripoli [Vedi)^ arcivescovato i\\ cui è arcivescovo monsignor Paolo Musa, e stende la sua giurisdizione da Tripoli e Zuaja, ad Acca, Na- bjas, Ranad, Tartus'', Gabala e Lattachia fino ai termini della dio- cesi di Aleppo. Si stava terminan- do la fabbrica pel seminario, e pro- babilmente ora la residenza arci- vescovile sarà fissata in qualche vil- laggio che ha acquistato questa dio- cesi. Essa è stata accresciuta di un- dici villaggi tolti a quella di Ga- bala o Gibail e Botra dal patriar- ca e dal delegato apostolico nel 1840 autorizzali dalla congrega- zione di propaganda. I biblici han- no fatti grandi ma inutili sforzi per istabilirsi fra i maroniti, spargen- do bibbie tradotte in siro, caldai- co ed ebraico. Un maronita che per dispensa pontificia era entiato nella compagnia di Gesù, celebrò talvolta in rito siriaco e caldaico, per istruire gli alunni nazionali. So- levano comunicare i fanciulli dopo il battesimo , ma abbandonarono questa consuetudine. Cabala o Gihbe o Gibail ^ e Botra o Bostra (Fedi) , vescova- to che ha in amministrazione il pa- triarca, il quale vi tiene un vica- rio. La sua giurisdizione abbiac- ciava Azura, Deir, Elahmar, Geb- MAR 17.7 bet, Besciarra ed altri luoghi. In ogni villaggio vi sono scuole: la residenza vescovile è nel monastero di s. Giovanni Marone in Kafarheji, nel quale s'istruisce la gioventù che si dedica al culto divino, potendo gli alunni essere trenta. Per la dio- cesi vi sono sparsi altri sei mona- steri. Questa era la diocesi più ric- ca, ciò che indusse la congregazio- ne di propaganda a dismembrarla di alcuni villaggi fticoltosi, e sotto- porli a quella di Tiipoli ch'era la più povera delle chiese de' maro- niti. Berrea o Aleppo ( Vedi), glan- de città della Siria , arcivescovato di cui è arcivescovo monsignor Pao- lo Arutin. La sua giurisdizione com- prende la città ed i suoi dintorni. La casa vescovile é presso la chiesa di s. Elia. Damasco [Vedi), grande città della Siria, arcivescovato di cui è arcivescovo monsignor N. L' ar- cidiocesi oltre Damasco contiene una metà di Gazir, di cui è ca- poluogo Ayeltun, Baschinta , Zug- Arab e Zabugha. La residenza del- l' ordinario fu stabilita nel con- vento di s. Antonio Bogalà di gius- patronato; non permettendosi però dalla famiglia patrona, risiedeva nel convento di s. Mosè \\ì Baluna, an- che questo di giuspatronato. Morti tutti i patroni, gli eredi ne esclu- sero il vescovo, che restò senza re- sidenza. Enopoli o Balhek { Vedi), ar- civescovato di cui è arcivescovo monsignor Antonio Gazeno. Con- tiene la sua giurisdizione i terri- torii di Baalbah e di Fouh nei confini di Giobeil, e la metà della regione di Gazir . La residenza arcivescovile era fissata nel con- vento di s. Giorgio di Raifuni. In- 128 MAR sorse lite tra ìv. due fumigiie De- nedetti, edAhu Causo Gazeno, per diritto di patronalo, il perdio nel j832 fu risoluto clie la sede del vescovo fosse fissata dentro i limi- li della diocesi. Sidone f o Sur o Tiro (Vedi\ arcivescovati uniti, de'quali ò arci- vescovo monsignor Abdellah J5e- sleni. Comprende le diocesi di que- ste città, ed inoltre Alscius, Ba* gali, la valle Firn e suoi contorni dal fiume Damur fino a Gerusalem- me, che pare spetti al patriarca* Tiro o Sur, e Sidone apparteneva- no al patriarca, perciò non vi fu fissata la residenza pel vescovo. Cipro (^Fedi)y arcivescovalo che ha per capitale Nicosia (Fedi). Iv'tì arcivescovo monsignor Giusep- pe Giahgiah. I luoghi ove si tro- vano maroniti sono Carmacili, Mar- chi, Cambili, s. Marina, Carpascia ed Assomatos. Vi sono sei chiese nuove ó restaurate, e due in co- struzione. Questa diocesi ha nel Kesroano, Bacfaia e Bet-Sciabab, ed i paesi vicini fino al ponte di Berito. Vi sono i monaci di s. Antonio detti di s. Elia. Il colle- gio di Cornat e Scihuan è desti- nato per la lesidenza dell'ordinario, mentre per l'istruzione del clero è il collegio di Mari Giovanni Zaerit. Ordine monastico deniaroniii. Uno è l'ordine monastico della nazione maronita, é segue la rego- la di s. Antonio abbate. Fino al 1 757 era diviso in due congre- gazioni, cioè in quella di s. Isaia, ed in quella detta comunemente di s. Eliseo o di s. Antonio abbate. Il p. Bonanni nel Catalogo degli ordini rcZ/gzW, pubblicato nel pon- tificato di Clemente XI, par. I, MAR pag. XCII, paria del monacxj di s. Antonio nella Siria, e ce ne dà lu figura. Egli dice, che nella Si- ria, massime nel Monte Libano e contorni, vi sono monasteri di mo- naci cattolici della nazione de'ma- roniti, osservando alcune regole ricevute per tradizione , e credute conformi ai costumi' di s. Antonio che venerano come loro istitutore. Si astenevano continuamente dal- la carne, celebravano ogni anno quattro digiuni lunghi, cioù quel li dell' avvento , della quaresima , quello di quindici giorni avanti la festa de'ss. Pietro e Paolo, e quel- lo di quattordici avanti la festa dell'Assunta. Recitavano dopo la mezza notte il mattutino e poi tutte le altre ore canoniche in lin- gua siriaca. Alcuni di essi più telanti stabilirono altre regole, qua- li osservavano con vita comune, professando pubblicamente i tre voti religiosi, ed eleggendo un su- periore pel governo del monastero. Tultociò era stato approvato dal patriarca de' maroniti Stefano Al- doense di Eden, ed allora, dice il p. Bonanni, procuravano la confer- ma della santa Sede. Vestono di nero con sottana cinta con fascia di cuoio nero, e ad essa e unito un piccolo e tondo cappuccio . sopra tal veste ne aggiungono un'altra sciolta ed aperta nella parte anteriore. Aggiunge che tuttociò riferì il p. Gabriele maronita, mo- naco venuto a Roma per impe- trar la conferma delle costituzioni stabilite. Queste infatti approvò Clemente XII a* 3[ marzo 1732, cioè quelle della congregazione di s. Eliseo o s. Antonio, col breve Aposlolalns officium, che si legge nel Bull. liom. t. XIII, p. 2 2 3, e nel Ball, de prop.Jide, Appendix MAR t. II, p. 47- Laonde nel 1785 si pubblicarono in Roma con questo titolo : Regulae et conslitiitìoncs mo- naclìorum syronun maronitarum. Dipoi lo stesso Clemente XII ai 1 7 gennaio 1 740, col breve Mise- ricordiaruni Pater, approvò le co- stituzioni della congregazione di s. Isaia. 11 breve è riportato nel Bull. Rom. t. XIV, p. 4oo , e nel Bull, de prop. p. 309 e seg., ove sono ancora riportati in cinque parti, e per intero le costituzioni. Que- ste erano state pubblicate in Ro- ma nel 174^ con questo titolo: Regulae et constituliones monacho* rum maronitarum. Divisa dunque la congregazione de' monaci di s. Antonio maroniti^ nelle due con- gregazioni di s. Isaia, e di s. E- liseo o s. Antonio, questa seconda era composta di monaci di Aleppo delti aleppini, e di monaci mon- tagnoli perchè del Monte Libano, delti haladitì. Accadde però per questa seconda congregazione , che nel 1754 radunati i graduati in un capitolo generale per la scelta del superiore, poiché i monaci di Aleppo solevano avere in qualche disprezzo quelli della montagna, cioè di Monte Libano, si ruppe la pace e la carità vicendevole, in mo- do che non fu più possibile di riunirli. Per porre un termine a tanti mali convenne alla congregazione di propaganda fide approvare la divisione de'medesimì, tanto consi- gliata dal patriarca e dai vescovi della Siria. Fu pertanto conferma- ta la separazione delle due con- gregazioni come oggi esistono, una degli Aleppini, l'altra dei Libanesi di s. Antonio abbate, a b ala diti j da Clemente XIV col breve Ex injunclo nobis, de' 19 luglio 177O; VOL. XTJIf. MAR 1Ì9 presso il Bull, de prop. t. IV, p. 126. Però in Roma presentemen- te non vi sono aleppini, ma solo vi risiede il procuratore genera- le àe maroniti libanesi di s. An- tonio abbate, il cui nome si legge nelle annuali Notizie di Roma, ove si legge pure il nome dei due ge- nerali delle congregazioni. Nell'o- spizio de' maroniti aleppini, an- che quand' eravi il loro procura- tore, vi abitava il procuratore ge- nerale de'monaci libanesi come o- spite, pagando una dozzina compe- tente pel vitto, ed ora vi è me- diante convenzione. La congrega- zione di s. Isaia ha quattordici monasteri, cioè di s. Antonio Ba- habda studentato, di s. Rocco, dì s. Pietro Elcatin, di s. Elia Gie- zin, di s. Giovanni Elealhet, de Mar Domizio Rumiè, di Mar Isa- in, di Mar Simone Ain Elcubiè, di Mar Abda Elmusciamur, di Mar Elias Altelias, di Mar Giorgio Ancari di Mar Elias Gazir, di Mar Adnà e di Mar Sergio Eden. La con- gregazione Aleppina è ristretta a quattro monasteri e due ospizi , cioè di s. Maria di Luaizè, di s. Pietro Cartiara Eltim , di s. Elia Sciaueja, e di s. Eliseo; un ospi- zio è in Roma» l'altro in Deir-Elca- maz. La terza congregazione è quel- la òe Libanesi o montagnoli ò ba- Inditi, ha diecinove monasteri in Siria ed uno in Cipro 5 due ne dirige di monache, cioè dì s. Ma- ria de'soccorsì, e di Mar Elias Er- ras; oltre quindici collegi sparsi per l'istruzione della gioventù, l monasteri e i collegi sono di s. Antonio Cosajo , di s. Antonio Hùbi di i. Maria Maisuh, di s. Cipriaho Casifano studentato, di s. Giorgio Quatobà, di s. Marone El- giddidj di Mar Abda Moad^ di Mar 9 i3o MAR Giuseppe Borghi , di Mai- Silvio Maschilità , di s. Miiria Tamisci, di s. Antonio EInahechè, di s. Mi- chele Bonabil , di s. Marone Bir- sanìù, di Mar Musa Etiope, di Mar Elia Elcasalemije, di Mar An- tonio Sir, di Mar Giovanni Risci- niajà, di s. Giorgio Einaiimé, di s. Maria Maseimusei, di Mar Elia in Cipro; inoltre ospizi in Berito, in Tripoli, in Bolra, in Giobil, in Si- done, in Zhale, in DeirElqumner. I monaci di questa congregazione sono mille : fanno quattro voli solenni, di obbedienza, di castità, di povertà e di umiltà, e li rinnovano ogni anno nella festa del loro pa^ triarca s. Antonio. La loro vita può dirsi attiva e contemplativa. La maggior parte di essi nello stato laicale , come gli antichi mo- naci dell'occidente, si occupa nella coltura de' campi, per rilrarne il necessario sostentamento. 1 sacer- doti frequentano il coro cinq.ue volte al giorno ; attendono agli studi per la propria ed altrui i struzione, e si portano alle missio- ni ad ogni cenno del patriarca e degli ordinari, senza il consenso de* quali sono alieni dal prendere in cura delle anime, e in ispecie delle monache del proprio istituto. ] monaci maroniti di s. Antonio abbate del Libano desideravano possedere in R.oma un ospizio , dove potessero alcuni trattenersi per la necessaria istruzione, per il che si rivolsero al cardinal Sacri- pante prefetto di propaganda. Que- sti portò le loro istanze a Cle- mente XI, il quale acconsentì alla richiesta e rimise l'affare a pro- paganda. Vennero in Roma due monaci, e loro si accordò nel 1707 la casa ed orto vicino a s. Giovanni in Laterano, presso la Chiesa dei MAR ss. Marcellino e Pietro (^edi)^ che si diede loro ad uflìziare. Vi si dovevano istruire quattro o sei novizi nelle facoltà teologiche, per renderli abili alla predicazione fra i loro nazionali. Fu aperto lo stu- dio ed approvate le regole, ed a fronte dell'aria malsana, i monaci vi dimorarono sino al i743. Al- lora Benedetto XIV, già titolare di detta chiesa , la riedificò per il monastero delle carmelitane, ed i monaci dovendone partire, sotto la direzione del cardinal Petra acqui- starono casa ed orto plesso s. Pie- tro in Vincoli, ov'era la villa Mat- tei de'duchi di Paganica, ed ivi e- dificarono un oratorio o chiesa sot- to l'invocazione di s. Antonio abba- te. Nella divisione de'monaci que- st'ospizio toccò agli aleppini, che vi tengono un procuratore. Mon- signor Eva maronita, venuto in Roma nel principio della fondazio- ne di questo ospizio , fece istanza di rimanere in Roma per ordi- nare i suoi nazionali, come sole- vano fare i vescovi greci ed ar- uìeni. Questa istanza non venne ammessa, poiché essendo soliti i maroniti ammogliarsi secondo la disciplina orientale prima di ascen- dere al sacerdozio, si voleva che prima si portassero alla patria, dove contratto il matrimonio po- tevano gli alunni ricevere gli ordi- ni sacri dal patriarca e dai rispet- tivi ordinari. A' 17 gennaio nella chiesa di detto ospizio si celebra la festa di s. Antonio abbate. Monache maronite. Le monache maronite di stret- ta osservanza hanno sette mona- steri, e sono dirette dai preti che professano la regola scritta da un MAK antico vescovo di A leppo; esse som- mano a circa duecento. Col con- senso del patriarca, e se la mag- gior parte di esse non si oppone, possono passare da uno in un al- tro monastero. Altri due monaste- ri sono governati dai monaci ba- laditi, i quali però neirintrapren* derne la cura, devono essere auto- rizzati dall'ordinario. I cooservato- rii sono quattro per le divote. Ol- tre a ciò vi è un gran numero di monache, che sono sotto l'obbe- dienza de' vescovi rispettivi. Abbia- mo accennato di sopra i monaste- ri doppi, qui dunque ne daremo dichiarazione. Da antichissimo tem- po i monaci e le monache aveano comune il vitto, comune l'abita/Jone, comuni gli alti di pietà e di ricreazio- ne. Questi che avrebbero dovuto es- •sere di salutevole esempio al popolo, coabitando cosi erano l'ammirazio- ne. Io scandalo, la favola de'cattolici e degl'infedeli. Nel 17 io il patriar- ca Giacomo procurò venire alla .separazione dei due sessi, giacché il suo antecessore avea fulminata la scomunica a quel monaco, che o monache o altre donne ammet- tesse nel suo monastero. Ma nien- te ottenne il suo ecclesiastico ze- lante rigore, che non mancavano ne religiosi, uè vescovi sostenitori di questa corruttela. Nel lySS il patriarca Gazeno e tre ordinari mostrarono maggior impegno per estiipare cosidàtte coabilazioni e convitti. Questo fu uno de' motivi per convocare il sinodo nazionale del 1786 nel Libano. Per togliere questo abuso, causa di tanti mali, per ordine della congregazione di propaganda si sottoscrissero agli at- ti del sinodo, ma senza l' effetto desideralo. Poiché il patriarca fa- talmente mutalo divisamenlo, ordì- MAR i3i nò che niun cangiamento sì ope- rasse al convitto e coabitazione dei monaci e monache; ed inutili per riparare al disordine riuscirono le minaccio della congregazione di propaganda, e i provvedimenti di altri sinodi. Il male giunse fino agli ultimi anni del pontificato di Pio VII, il quale mise la falce al- la radice; moltissimo ottenne, giac- che furono assegnati ai monaci ed alle monache distinti e separa- ti monasteri lontani gli uni dagli altri ; ma l'opera non fu pienamen- te coronata, e nel i836 nel mo- nastero di s. Elia in Gezir coabi- tavano monaci e monache, onde la congregazione di propaganda tornò a rinnovare l'inibizione. Nelle costi- tuzioni approvate da Clemente XII nel 1 740, nella parte II, il capo XIV tratta de nionìalibus. Bene- detto XIV colla costituzione, Ad stipi tmam, de'4 gennaio i 74^5 pres- so il Bull, de prop.y Appendix t. II, p. 160, abob la congregazione delle religiose sotto l' invocazione del ss. Cuore di Gesù, istituita da Anna Agemi, e le trasferì ad altri monasteri, proibendo i libri che spacciavano la pretesa santità e i falsi miracoli della fondatrice, di cui parlammo di sopra. MARONOPOLI. Sede vescovile della provincia di Macedonia, sot- to la metropoli di Amida, nella diocesi e patriarcato d'Antiochia, e- retta nel IV secolo. N'era vescovo Eusebio, quando Simone suo me- tropolitano sottoscrisse , eziandio per tutti gli altri vescovi assenti della provincia, al concilio di Cal- cedonia. Orìens chrisLA.Wy p. 1007. MARQUEMONT Dionisio Si- mone, Cardinale. Dionisio Simone o Simeone di Marquemont, nato in Parigi, dove fece con grande ri- i3i MAH putazioue i suoi studi, e ne ripor- tò assai giovane la laurea di dot- tore, condottosi a Roma coli' am- basciatore Perron, essendo poi que- sto ritornato in Francia, egli d'or- dine del re rimase in Roma, ac- ciò co' suoi consigli giovasse il du- ca di Luxembourg ambasciatore di obbedienza al Ponlellce. Prima di questa incombenza aveva ottenuto il posto di cameriere del Pontefi* ce, allorquando nel i6o4 fu am- messo tra gli uditori di rota, e deputato a far le veci dell'amba- sciatore assente da Roma, per trat- tare gli affari del regno presso la santa Sede; lo che eseguì con tan- ta soddisfazione del suo sovrano, che in seguito diede ordine a' suoi ambasciatori in Roma, che non dovessero conchiudere il menomò affare senza l'oracolo del prelato. Esercitando l'uditorato di rota, eb- be ordine da Enrico IV di trasfe* rirsì in Firenze per dar principio ai trattati del suo matrimonio con Maria de'Medici, che felicemente rimase conchiuso. Da Luigi XUI m ricompensa de'suoi meriti fu nominato all'arcivescovato di Lione, che gli fu conferito da Paolo V nel 1612. Governò parecchi anni col titolo di amministratore la dio- cesi d'Autun vacata per morte di Pietro Saunier. Consacrò in Roma nel 1620, nella chiesa di s. Luigia il celebre annalista Spondano in vescovo di Pamiers. Due volte si trasferì in Roma ambasciatore di Luigi XIII, cioè nel 161 7 e nel 1622. Avendo perorato innanzi il monarca nel i6i4 i" un'assemblea del clero, ottenne fra i vescovi ivi radunati il primo posto, vivamen- te contrastatogli dall'arcivescovo di Tours. Visitò con diligenza e sol- lecitudine la sua arcidiocesi, oltre MAR le contee di Bresse e di Borgognfft, predicando per tutlo il vangelo al popolo. Introdusse in Lione un gran numero di ordini regolari di ambo i sessi, e vi fondò diel.iselte luoghi pii. Spedito oratore del pro" prio sovrano alla santa Sede per affari di gravi conseguenze, ad istan- za del medesimo, Uibano Vili ai 19 gennaio 1626 lo creò cardina- le prete del titolo delia ss. Trinilìi al Monte Pincio, e venne ascritto alle congregazioni del s. offizio, di propaganda e del concilio. Passa- ti appena otto mesi, morì in Ro- ma in detto anno, d'anni cinquan- taquattro, e fu sepolto nel suo ti- tolo, al manco lato, ove fu erelto' il suo busto, con illustre e giusta elogio. Ad una costante vita im- macolata, unì eccellente erudizione e profonda dottrina. In cinque deter- minati giorni della settimana os- servò rigoroso digiuno, essendo sem- pre astinente dal vino. Sospirava di ritornare alla sua chiesa di cui fu acerrimo difensore. Il Papa al- l'annunzio della vicina sua morte, non potè contenere le lagrime, di- cendo che temeva volere il Signo- re castigare la sua chiesa colla per- dita di un tanto cardinale, pel qua- le avea particolare slima e venera- zione s. Francesco di Sales. Le sue suppellettili di molto valore^ le la- sciò allo spedale di Lione. Insigne- mente pio, divotissimo del suo re, savio, prudente e zelante nel trat- tamento de'negozi più ardui, sem- pre favorì la Chiesa e il sovrano, studiandosi di mantenere con per- fetto equilibrio i diritti e le loro ragioni. MARRA ce I IppoiiTo. Lucchese, e chierico regolare della Madre dt Dio, fiorito verso il i65o, del qua- le abbiamo una raccolta inlilolala; MAR Bihlìotcc(j. Mariana , disposta in oicliiie olfabelico, e divisa in due parti, in cui si trovano tutti gli autori che scissero su Maria Verr gine, col catalogo delle loro ope- re, Roma 1648 in due tomi, pel Caballi. Egli è pure autore della Porpora Mariana^ cioè de' Papi, cardine li, prelati, imperatori, re e principi che furono particolarmen- te di voti di Maria Vergine, in mol- ti volumi, Roma i654 P^' ^^i"* nabò. MARRAMA URO Landolfo, Car- dinale. Landolfo Marraroauro napo- letano, nel iSyS da Urbano VI fu fatto arcivescovo di Bari, chie- sa ch'egli teneva nell'assunzione al pontificato, contrastatagli però dal- la regina Giovanna I fautrice del- l'antipapa Clemente VII, per cui neppure fu consecrato. 11 Papa pe- rò nel dicembre i38i Io creò car- dinale diacono di s. Nicola in car- cere. Poco dopo parteggiando pel re di Napoli Carlo III', nel i384 come reo di lesa maestà fu da Ur- bano VI deposto dalla porpora e dall' arcivescovato. Ma Bonifacio IX eletto nel 1889, non solo Io rico- nobbe per cardinale, ma lo spedi con amplissime facoltà in Roma- gna e Toscana, per aggiustare e comporre le controversie che allo- ra bollivano Ira i Malatesta a ca- gione del ducato di Urbino^ alle quali con somma prudenza e de- strezza pose fine con immensa glo- ria del suo nome, e compiacenza del Pontefice ch'era stato prega- lo per ai'bitro. Lo stesso ese- guì in Sicilia e nel regno di Na- poli, che agitato e sconvolto dalle sedizioni e fiere inimicizie insorte tra il re Ladislao e i baroni del reame, per opera di lui fu resti- tuito a perfetta tranquillità. Inno- MAR i33 cenzo VI lo deputò legato di Pe- rugia, ove si diportò egregiamen- te. Abbandonato Gregorio XIl in- tervenne al concilio di Pisa, in cui riportò infinite lodi, come inviato in Germania ad invitare i prelati e principi della nazione al concilio; tanto era prudente e savio, non che attivo al maneggio degli affari i più gelosi. Giovanni XXIII col carattere di legato Io spedì ai re di Leone, Castiglia, Granata, Na- varra ed Aragona, ed a tutta la Spagna, per eccitarli a concorrere dal canto loro all'estinzione dello scisma, che dal 1378 turbava la Chiesa, ed al concilio di Costanza, con amplissime facoltà di venir a tjattato di concordia coli' antipapa Benedetto XIII, e di procurare e- ziandio la conversione dei mao- mettani, possessori del regno di Granata. Di queste commissioni, per r ostinazione de' partiti, niu- na ebbe buon esito . Intervenne a quattro conclavi e al concilio di Costanza, e in ogni occasione fe- ce risplendere la sua virtù, inte- grità e prudenza. Finalmente pie- no di meriti morì in Costanza nel i4i5, e fu sepolto nella chiesa dei domenicani. MARSAGLIA. Luogo della dio- cesi di Parma in Italia, ove One- sto arcivescovo di Ravenna tenne un concilio nel 973, conciliuni Mar- salicnse, per mettere d' accordo il vescovo di Bologna e quello di Par- ma eh' erano tra loro in disputa a motivo di alcune terre che ambe- due pretendevano appartenere alla propria diocesi. Regia t. XXV ; Lab- bé t. IX; Arduino t. VI. MARSCIA. Vescovato armeno, sotto il cattolico di Sis. Gregorio suo vescovo assistè ai concilii di Sise di kà^X^di. Qriens cìirist. 1. 1, p. i437» i34 MAR MARSCIAC. V. Marcuc. MARSI Amawzio, Cardinale. A- roanzio della nobilissima prosapia de' conti di Mar'si, nato nella Ter- ra di Lavoro, cardinale diacono, intervenne e sottoscrisse al concilio tenuto in Laterano da Nicolò li nel 1059. MARSI EPIFANI Desiderio , Cardinale. V. Vittore III Papa. MARSI Oderisio, Cardinale. O- derisio de' conti di Marsi fino dal- l'adolescenza abbandonato il secolo e vestilo l'abito monastico in Mon- tecassino, si acquistò in breve tal credito per l'esemplarità de' costu- mi e per la perizia in ogni genere di scienza e di sacra e profana let- teratura, che sparsasene la fama , da Nicolò II che portatosi a quel celebre cenobio potè per se stesso ammirarne la virtù e la dottrina (il Ferlone lo dice cieato cardinale da Vittore HI, ma con ninna proba- bilità), nel 1059 fu creato cardi- nale diacono di s. Agata, e poi da Urbano II passato nell' ordine dei preti col titolo di s. Marcello, o di s. Ciriaco alle Terme secondo Pie- tro Diacono. Nello stesso tempo fu fatto il primo ottobre 1087 abbate di Montecassino, carico che accettò ripugnante, e sostenne diecinove an- ni con credito di rara umiltà, pru- denza e discrezione ; egli fu eletto abbate in questo modo. Essendo gravemente infermo Vittore HI, si fece portare in letto nel capitolo de' monaci, confortandoli ad eleg- gersi un nuovo e degno abbate. I monaci concordemente convennero nella persona del cardinale, ed il Papa di buon grado ne approvò l'elezione. In tempo del suo gover- no segui l'invenzione dei corpi dei «s. Benedetto e Scolastica. La fama di sue virtù lo rese caro ad Alei»sio MAR Comneiio imperatole d* oriente, il quale l'onorò di sua auiicizia, di sue lettere, e di rari e preziosi do- ni per lui e [lel monastero; anzi Enrico IV nemico della Chiesa, fu protettore ed amico del cardinale e del suo monastero. Morì in que- sto nel I io5 dopo quarantasei anni di cardinalato, e fu sepolto nella chiesa di s. Benedetto. Il suo nome si legge registrato col titolo di bea- to nel martirologio benedettino agli I I dicembre. Pietro Diacono di lui tesse breve e significante elogio, di- cendolo grande per umiltà, rispet- tabile per prudenza, insigne per pu- dicizia, e sublime per il lume di- vino di cui era ripieno. MARSI Teodino, Cardinale. V. Sawseverino Teodino, Cardinale.. MARSI Giovanni, Cardinale. Giovanni de* conti di Marsi, da Ur- bano II fu creato cardinale vesco- vo Tusculano e vicario di Roma , benché altri dicano da Pasquale II. Si trovò presente al concilio tenu- to da questo Papa a Guastalla nel 1106, ed a quello di Roma del II 12 per derogare al privilegio delle investiture accordato per vio- lenza da Pasquale II ad Enrico V. Fatto da esso prigione, gli riuscì fuggire dalla basilica vaticana in abito di villano, insieme con Leone cardinal d'Ostia. Trovandosi libero, con forte ed eloquente discorso in- fiammò gli animi del popolo a sos- tenere con vigore la causa della giustizia e delia religione, ed a ven- dicare l'enorme attentato commesso contro la sacra persona del Ponte- fice, non meno che contro il sacro collegio, come infatti avvenne con glande strage dell'esercito imperiale, e dello stesso Enrico V, che sbal- zato da cavallo e ferito in faccia, poco mancò che non vi restasse MAR morto. Tuttavolta Pasquale II gli scrisse alcune lettere risentile, do- lendosi di lui e degli altri cardi- nali e vescovi rimasti in Roma, che uuiti insieme con decreto aveano condannato il suo operato nella pri- gionia di Sabina per la violenza dell' imperatore , avendo avuto il coraggio di spedirgli copia del de- creto. S' ignora quando morisse. MAKSl Leone, Cardinale. Leo- ne de' Marsi vestì la cocolla mo- nastica in Montecassino, e per la sua eloquenza e dottrina fu da Urbano li nel 1088 creato cardi- nale diacono. Scrisse a nome del Papa parecchie lettere e ne formò un esatto registro, e secondo il Ciacconio morì nel pontificato di Urbano II, ma probabilmente dopo di lui, come riflette il Baronio. Il fliacconio crede che questo Leone sia quel Leone cardinal diacono di s. Vito, che per volere di Pasquale 11 prestò il giuramento delle iuve-» stiture ecclesiastiche ad Enrico V. Altri lo vorrebbero fatto cardinale da tal Papa; e però affatto diverso da Leone de' Marsi vescovo d'Ostia che fiorì tra i cardinali di Pasqua- le II. MARSI Leone, Cardinale. Leo- ne de' conti di Marsi , così detto dalla sua patria nella Campagna os- sia Terra d» Lavoro, offerto a Dio fin da fanciullo nel monastero di Montecassino, vestito l'abito religio- so di quattordici anni , si distinse tra gli altri così per l'esercizio del- le virtù, come per l'ardore nel col- tivare gli studi. Fu quindi fatto bibliotecario e decano di quel fa- moso cenobio, e poi vescovo di Ses- sa nel regno di Napoli, secondo il Rellaimino, di che tacciono Pietro Diacono e l'Ughelli . Vittore III o meglio Pasquale 11 del 1099 lo MAR i35 creò cardinal vescovo d' Ostia e Velletri nel iior, avvertendo il Cardella non sussistere che solo nel I r 5o le due chiese sieno state go- vernate da un solo pastore. Accolse Enrico V nell'ingresso che fece in Roma; ma dopo il sacrilego di lui misfatto contro Pasquale II, invo- latosi per allora sotto mentile spo- glie da Roma, sollevò poscia i ro- mani. Intervenne con Pasquale IT nel I 1 06 al concilio di Guastalla, e nel e 112 a quello di Laterano. D'ordine del cardinal Oderisio scris- se la storia di Montecassino, da s. Benedetto fino all'abbate Desiderio poi Vittore 111. Questa storia: Chro- nica monasterii Casinensrs, fu stam- pata in Venezia nel i5i3 e po- scia in Parigi, e finalmente nel 1616 per opera di Matteo Laure- to monaco cassinese che la illustrò con erudite note assai critiche ; ciò non pertanto tali edizioni coll'ori- ginale che si conserva in Monte- cassino, non sono esenti di gravi e frequenti errori. Scrisse ancora il cardinale alcuni sermoni e vite dei santi. A' i5 ottobre i i 12 consagrò solennemente l'altare maggiore di s. Lorenzo in Lucina di Roma^ e mo- rì nel maggio i 1 1 5 con gran fama di santità. MARSI Oderisio, Cardinale. O- derisio de' conti di Marsi, della provincia di Terra di Lavoro, mo- naco cassinese, e poi abbate di s. Giovanni in Venere nel territorio e diocesi di Lanciano, per la san- tità di sua vita, congiunta ad una rara dottrina, da Alessandro HI nel I i63 fu creato cardinale, e morì nel I 177. Il p. Gattula sostiene che traesse origine dalla nobile famiglia Palearia, e che vivesse nel cardi- nalato quarantadue anni, in prova di che allega un privilegio lui vi- i36 MAR venie accordalo da Enrico VI al stio monastero, che governò qua- ruittanove anni. MARSI Stefano, Cardinale. V. Sanseverino Stefano, Cardinale. MARSI (Marsoruni). Ciltà ve- scovile del regno delle due Sicilie nella provincia dell* Abruzzo ulte- riore secondo, l'antica Valeria > giù capitale dei Marsi detti anco Fa- leHy che abitavano presso la riva orientale del lago di Fucino, ora Jago di Celano, nell'Apennino. In ge- nerale comprende vansi sotto un tal nome i veslini, i peligni, i marru- cini ed i frentani. Si crede comu- nemente che i marsi avessero i ve- slini al nord, i peligni ed i sanniti all'est, il Lazio al sud, ed i sabini all'ovest. Marrubiiini si chiamò an- cora questa capitale, e per distin- guerla da Marsico Niiovo^ si de- nomina ancora Marsico Vecchio o y etere. Le sue rovine nell'Abruzzo ulteriore, appresso il castello s. Be- nedetto, offrono un'arena e le trac- cie di un vasto anfiteatro: le acque di Fucino la ingoiarono, e vuoisi che prendesse il suo nome da un re Marrone compagno di Marsia re de* lidii ; Mairuvio divenne capo e metropoli della provincia Marsica- na. Gli antichi danno a'marsi un'o- rigine favolosa, ma si dicono orion- ili dai sabini. Il paese dei marsi, celebratissimo nelle storie per la sua antichità e distinte memorie il- lustri, in progresso di tempo fu appellato col nome di provincia di Valeria o Marsicana , ed annove- rata tra le XVII provincie d'Italia, secondo la divisione fatta sotto A- driano imperatore. Dipoi prese il come di Abruzzo e comprese città e popoli rinomati. Tra le prime vi fu la città di Marsia capitale della legione, poi sommersa nel suddef- MAR lo la2;o di Fucino, che si crede il cratere di un antico vulcano. Al- tri dicono che in una violenta inon- dazione fu rovinata la ciltà di Ar- chippe eretta da Marsia re dei li- dii. Di questo lago si vedono an- cora i superbi avanzi del suo ac- ({uedotto lungo 35oo passi, fallo costruire attraverso il monte Sal- viano per prevenire le inondazioni: il lavoro incomincialo sotto Cesare, fu compito dall' imperatore Clau- dio, e nello spazio di circa undici anni occupò trentamila schiavi. I popoli marsicani dominarono varie celebri ciltà dell'Abruzzo, e fra le altre Forconio, Amiterno , Aquila, Valve, Chieli, Penna, 't'eramo ed Ascoli di Satriano . Anzi credono alcuni che i marsi, po- poli della Germania, sieno pro- venienti dai marsi d'Italia (Fedi), da dove furono, dicesi, scacciali da Pompeo. Delle guerre diverse dei marsi, di quelle di Annibale, lieila guerra marsicana detta sociale, ne parlammo a detto articolo, a quello di Lazio, ed altrove. Celebre e po- tente fu la casa degli antichi gran conti de'Marsi^ discendenti da Car- lo Magno per Berardo suo affine , come figlio di Pipino il giovane e nipote di Bernardo re d' Italia : molti personaggi illustri ne deri- varono, de' quali trattarono Leone Ostiense e l'Ammirato. Lodovico II imperatore elevò il gastaldato di Marsi in contea, tolta già al du- cato di Spoleto, di cui era dive- nuta soggetta. Altri dicono che i conti di Marsi originarono da Tras- mondo III duca di Spoleto , per cui i Trasmondi portano il titolo di conti di Marsi, mentre gli Sfor- za-Cesarini hanno l'altro di duchi di Marsi. Su di che si può leggere i' importante ed eredito libro inti- MAR telato: Compendio storico-genealo- gico della patrizia famiglia Tras- mondoj Pionia i832. Il paese dei marsi apparleiine al dominio tem- porale della santa Sede, per cui l'imperatore Ottone I nel 962 ne confermò la proprietà e rinnovò la donazione al Papa Giovanni XII, con diploma scritto a lettere d' o- ro, che a' tempi del Baronio si ser- bava nell'archivio di Castel s. An- gelo. Tanto affermano il Borgia , Memor. stor. t. I, p. 94j chiamando anche lui Marsi città del ducalo di Spoleto, e Pietro Antonio Cor- signani nella sua Reggia Marsica- na, Napoli 17 38. In questa opera esso parla delle memorie topografi- co storiche di varie colonie e città antiche e moderne della provincia de' Marsi e di Valeria, compresa nell'antico Lazio e negli Abruzzi , colla descrizione delle loro chiese e immagini miracolose; e delle vi- te de' santi cogli uomini illustri, e la serie de' vescovi marsicani. Dai marsi uscirono valorosi guerrieri , santi, il Papa s. Bonifacio IV, molti cardinali, dotti ed altri illustri per- sonaggi. La sede vescovile vi fu eretta ne' primi tempi della Chiesa sotto la provincia della metropoli di Chic- li, ma immediatamente soggetta al- la santa Sede. Il primo vescovo di Marsico si dice s. Marco di Gali- lea, eletto dal principe degli apo- stoli a predicar la fede ai marsi ed agli equicoli, e martirizzato essen- do vescovo di A ti no. e poi forse anco di Rieli^ come scrive il Mari- ni vescovo di tal città. Il secondo vescovo è s. Ruffino, che soffrì il martirio verso l'anno 240; il terzo Giovanni che intervenne al costi- tuto del Papa Vigilio nel ^^^ ; il quarto Luminoso che sottoscrisse MAR i37 al concilio di Laterano nel 649 adunato da s. Martino I. Lidue- rito intervenne al concilio sotto s. Leone IV ; Rottario del 968 si tro- vò presente ad una sentenza ema- nala dall'imperatore Ottone I in favore della chiesa di s. Maria A- piniaci. Gli successe Alberico figlio di Berardo III conte di Marsi nel 970, d'infelice memoria: dopo di lui s'intruse nella sede il suo figlio spurio Guinisio nel 994. Nel io'56 dalla chiesa di Chieti vi fu trasla- tato Actio de' conti di Marsi , cui Vittore II die per successore Pan- dolfo, sotto del quale Stefano X nel 1057, essendo in Montecassino, reintegrò la sede vescovile dell' in- fera diocesi eh' era stata divisa in due parti da Benedetto IX che vi avea stabilito due chiese. Indi fu- rono vescovi Andrea , e Sigenulfb intruso dall'antipapa Clemente III, che governò sino al i 106 per die- cisette anni. Nel pontificato di Pa- squale II fu fatto vescovo nel i i io s. Berardo de' conti di Marsi car- dinale di s. Angelo in Pescheria , poi del titolo di s, Grisogono: a di lui istanza quel Papa con bolla del iri5 confermò i confini, i te- nimenti e le ragioni delle chiese e della diocesi Marsicana, con distin- ta menzione di tutte le sue parti, sua ampiezza e. giurisdizione , poi- ché anticamente i vescovi di Marsi, oltre il temporale ebbero ampio dominio spirituale, immediatamen- te soggetti al sommo Pontefice. La bolla Sicut injusta si legge nell'U- ghelli, in un alla vita del beato cardinale. Egli coli' assistenza del preposto di Celano e de' capitolari, fulminò scomunica contro il conte d'Albe usurpatore de' beni ecclesia- stici. Fino al II So non si trova altro vescovo che Bernardo, a ca- 1 38 M A Pv gioiK! (lei gravissimi litigi dei nn- ncinici della catledrale di s. Savina e di s Giovanili BiUtisla di Cela- no, per cui vi prese energica prov- videnza Eugenio IH, massime sulla consagrazione deirolio santo. Altro Piernardo era vescovo nel i 178, in favore del quale il re Guglielmo II emanò sentenza contro Oddone di Celano invasore de' beni della chie- sa. Zaccaria fu al concilio generale del I l'jcf Laleranense III, ed ebbe lite con Gentile di Palearia per la chiesa di s. Bartolomeo d'Avezza- no, che per mandato regio fu se* data. Tra i di lui successori note- remo i piti distinti, riportandone la serie l'Ughelli, Italia sacra t. I, p. 882. Nicola di Celano prevosto della chiesa di s. Giovanni, eletto vesco- vo nel 1^54, fu confermato da Innocenzo IV. Giacouio canonico della cattedrale di s. Savina, essen- do stato eletto dal capitolo senza l'intervento di quello di s. Giovan- ni Battista di Celano, questo pro- testò, di lesione al privilegio che concedeva doversi eleggere il ve- scovo nella loro chiesa, e perciò di nullità all'elezione. Per questa lun- ga lite Gregorio X deputò ad esa- minarla il cardinal Matteo Orsini, liionde passati dieci anni Onorio IV confermò reiezione di Giaco- mo, col voto di diversi cardinali, dichiarando però che per l'avveni- re non s'intendesse pregiudicato il rapitolo celanese. La chiesa di s. Giovanni Battista di Celano , già luiUiiis^ fu eretta in Celano vecchio nell'anno 1264 o 1:274 ^^^ beato Giovanni da Foligno, sópra amenis- simo colle, e divenne patrono del luogo. Tanta fu la venerazione ver- so tale tempio, che in progresso fu eretto (in uu all'altra chiesa di s. M A R Giovanni Evangelista, pure edificata dal beato (xiovnnni ) in cattedrale col titolo di nulliu!}, e giurisdizio- ne su nove terre , il cui prevosto fu decorato di mitra e bacolo e giurisdizione episcopale , dovendo intervenire alT elezione de' vescovi marsicani, che talora si fece in que- sta chiesa. Per questa ragione ac- cadero in vari tempi non pochi li- tigi tra i canonici di Celano, cioè del capitolo delle due chiese de' ss. Giovanni Battista ed Evangelista , con quelli di s. Savina. La calte- dralità di Celano terminò nel 1 5()2 dopo lunga questione tra il vesco- vo Matteo Colli e il capitolo cela- nese, che fu deciso dover essere soggetto al vescovo marsicano. La controversia tuttavia non terminò, ma la chiesa di s. Giovanni Batti- sta restò collegiata insigne e pritna- ria della diocesi. Noteremo che l'an- tico Celano fu colonia de' romani e città,, e si chiamò capo de Mar- si, ed un tempo spettò al dominio della Chiesa romana, con Soia ed Arpino, per cui Martino V e Ni- colò V concessero esenzioni al co- mune pel mantenimento di sua for- tezza ; e fu signoreggiato come feu- do dai Cibo, dai Piccolomini, dai Savelli, e dai Cesarmi Bobadilla. Nel 1295 Bonifacio Vili cassata la postulazione del capitolo per Alessandi'o de Ponti, invece elesse Giacomo Busce domenicano. Gia- como de Militibus romano , cano- nico d'Ostia e cappellano pontifì- cio, nel i363 divenne vescovo. Pie* tro fatto da Urbano VI nel 1 38o, vicario della basilica Liberiana, ade- rì poi all'antipapa Clemente VII : qtjesti nel 1 38o fece p«ir vescovo Giuliano de' minori, che dopo lun- ga contestazione fu deposto nel 1409 da Alessandro V, ed ebbe il IVI A R piloralo (li Colle Martio per vive- re, finché Martino V lo trasferì alle chiesa Cnpritanense. Angelo Maccafani nobilissimo nnarsicano , chiaro in giurisprudenza, Eugenio IV nel 1446 lo l^cce vescovo, e meritò di essere tesoriere generale della Marca Anconitana , luogote- nente e governatore di Fano, mor- to in Macerata nel i47<^j ^ sepol- to nella cattedrale. Francesco, Ga- briele, Giacomo e Gio. Dionisio Maccafani, successivamente furono vescovi, e Clemente VII nel i53'^ conferì la sede a Marcello Crescenzi nobile romano, che Paolo III creò cardinale nel [5^2. Per sua ces- sione nel 1 546 fu fatto vescovo Michele Fran/ino Governatore di Roma, di cui parliamo nella serie di quelli. Giaoìbattista Milanesi no- bile fiorentino, eletto nel i562, si recò ài concilio di Trento; gli suc- cesse nel iSyt) Matteo Colli na- poletano, sotto del quale la sede di Valeria o Marsi, dal luogo di s. Benedetto fu trasferita da Grego- rio XI II in Pescina , il perchè è indispensabile la scmiente digressio- ne. Il castello di s. Benedetto eb- be tal nome dalla rinomata chiesa di questo titolo. È costante opi- ni ^ benché a quell'epoca la fede cattolica fosse per lui già stabilita in Valeria, chiesa de'marsi, non poteva esse- re a queir epoca eretta , perché Ja santa moglie del senatore Pu- dente fu in Roma battezzata da s. l^aolo , patì il martirio a' 29 agosto o 3 settembre dell' anno 122, verso il qual tempo tal chiesa può avere avuto la sua prima origine in Valeria, divenen- do la matrice chiesa dei mar- si. In progresso di tempo l'ediQ- zio fu ingrandito ed ornato, an- che per òpera dei conti di Mar- si, ed in particolare del gran Be^ Tardo; e Pasquale II gli confermò il dominio su tutte le chiese della diocesi, come abbiamo già detto. In questa chiesa furono sepolti i vescovi, e presso le sue mura esi- steva il palazzo vescovile, ove i car nonici con altri preti vissero in vita comune col vescovo. La chie- sa era a tre navate con marmi fi-> rissimi, con bassorilievi e pitture alla gotica, per cui molte pietre lavorate furono trasportate a Pe-r scina, cadendo in rovina il tempio e l'episcopio. Imperocché, diroccq- MAR ta Valeria, rimase la chiesa in so- litaria campagna, soggetta a deso- lazione ed alle ruberie de'masna- dieri, onde i vescovi si trovarono esposti a non pochi disagi, così i canonici. Questi avendo col vescovo Matteo Colli ricorso nel i58o al Pdpa Gregorio XIII, egli trasferì l'antica cattedrale di s. Savina nel tempio di Maria Vergine delle Gra- zie, già sotto il titolo della Madon- na della Neve, con bolla In su- prema dignitatisj kal. januarii. Tut« tavolta la cattedrale nuova non fu compila che nel iSgS sotto il ve- scovo Peietti, con ornati, portici, tre navale, trono del vescovo ed ampio coro, con l'altare maggiore lavoralo di marmo mischio, con cappelle, alcune delle quali abbel- lite, essendo in complesso edifizio maestoso. Sbagliò il Baudrand e chi Io seguì, in attribuire a Cle- mente Vili questo trasferimento della sede vescovile di santa Sa- vina a Pescina, città posta sulla destra riva della. Giovencola, che entra nel lago di Fucino metten- do foce nel suo lembo orientale, capoluogo di cantone, che conta tra i suoi uomini illustri il cele- bre cardinal Giulio Mazzarini. Pe- scina per tale onore da terra di- venne citlà, e fu così chiamata o dal fiume che alle radici dell' A- pennino sotto le scorre, oppure dal rivo deli' antica chiesa di s. Ma- ria in Apeniace, essendo baronia sotto la contea di Celano. Il suddetto vescovo Matteo Colli difese con fortezza e zelo le ragio- ni di sua chiesa, e soggiacque al carcere di Castel s. Angelo di Ro- ma, ma ne uscì innocente, morendo in della città nel 1596, e fu sepolto nella chiesa di s. Lorenzo in Lu- giua, leggendosi nella iscrizipqe se MAR polcrale,che fu benemerllo della cat- tedrale, del seminano, deUVpiscopio e di diversi monasteri. Gli successe Bartolomeo Pereftì, sotto del qua- le Clemente Vili dichiarò catte- drale s. Maria delle Giazie di Pe- scina, appena ridotta a tale, e vi trasferì il capitolo. Muzio Colonna lomano fu falto vescovo nel i63o, e fu pio pastore ; per sua morie nel i632 lo divenne Lorenzo Mas- simi romano, canonico della ba- silica laleranense. Nel 1646 fu promosso a questa chiesa Gio. Pao- lo Caccia, che introdusse la vita comune nelle monache di s. Chia- ra, ed incominciò la fondazione delle scuole pie, mediante il pin- gue legato di Lelio Tomasselli, per cui insorse lite tra gli scolopi ed i silvestrini, monaci dimoranti presso la loro chiesa di s. Antonio abbate. Antonio o Ascanio de Gasperis di Veroli, secondo collaterale di Cam- pidoglio, eletto da Innocenzo X nel i65o, compose le vertenze sulla precedenza della prima col- legiata, celebrò il sinodo, e fu Io- dato per scienza e soavi qualità ', nel 1664 gli successe Diego Petra de'baroni di Sangro: anch' egli ce- lebrò il sinodo, nel 1671 pose la prima pietra alla chiesa di s. Giu- seppe delle scuole picj e nel 1680 fu traslato all'arcivescovato di Sor- rento. L' ultimo vescovo registrato dai continuatori dell' Ughelli fu Francesco Bernardino Corradini no- bile di Fabriano, padre de'poveri ed ottimo pastore: il seminario trasportato dal monastero de' sil- vestrini vicino alla cattedrale nel 1 58o dal vescovo Colli, restaurato nel 1664 dal vescovo Petra, fu accresciuto soltanto dal vescovo Cor- radini, e perfezionato nel 1720 dal successore Muzio de' Vecchi. MAR i4i La successione de* vescovi di Marsi si legge nelle annuali Notizie di Eoiha : ne riporteremo gli ultimi. 1760 Benedetto Mattci di Avezza- no diocesi di Marsi. 1776 Fran- cesco Vincenzo Lajczza di Napoli. 1797 Giuseppe Bolognese di Chie- ti. i8o5 Giovanni Camillo Rossi di Avellino. 1818 Francesco Sa- verio Durini abbate della congrega- zione celestina, nato in Chi eli, poi Iraslato ad A versa. 1824 Giu- seppe Segna di Poggio Ginoifo diocesi di Marsico. Il Papa Gre- gorio XVI nel concistoro de' 19 giugno 1843 fece vescovo l'odier- no monsignor Michelangelo Sorren- tino della terra di s. Gio. a Pire diocesi di Policaslro , della pri- ma arciprete, della seconda ca- nonico. La cattedrale di Marsi esistente in Pescina , dedicata alla Beata Vergine delle Grazie, è soggetta immediatamente alla Sede aposto- lica. Il capitolo si compone della dignità dell'arciprete, di dieci ca- nonici, comprese le prebende del teologo e del penitenziere, di due mansionari o benefiziati, e di altri preti e chierici addetti al servizio divino. La cura di anime della cattedrale, ov'è il fonte battesima- le, appartiene al capitolo, che la fa esercitare da un canonico. Tra le reliquie che si venerano nella cattedrale, nomineremo un brac- cio di s. Savina o Sabina patro- na di tutta la diocesi ; ed il capo di s. Berardo o Bernardo vescovo della medesima, il cui corpo dal- l'antica cattedrale di s. Savina, nel i58o fu trasferito alla chiesa di s. Berardo, posta nella cima del monte della città , e rifabbricata dal vescovo de' Vecchi, mentre il suo successore Dragonetli nel 1727 i4i MAH vi fece ediiicare una (.appella . L'episcopio è prossimo alla cat- tedrale; fu eretto dal vescovo Col- li dopo la traslazione della resi- denza episcopale in Pescina, re- staura to ed abbellito dai vescovi de Gnspe» is , Corradini ed altri. Olire la catltdrale in Pescina non vi è altra chiesa parrocchiale; ben- sì vi è un convento di religiosi ed un uiOiiaslero di monache, quat- tro confraternite, più dotazioni per le poverezitelle, due ospedali e se- minario con alunni. Ampia è la diocesi e contenente più di sessan- ta luoghi. La mensa ad ogni nuo- To vescovo è tassata ne'libri delia camera apostolica in fiorini cento, corrispondenti alle rendite d'annui scudi tremila non deductis ouC' rihu.i. MaRSICO nuovo {Marsicm). Città con residenza vescovile del regno delle due Sicilie, nella pro- vincia di Basilicata, distretto sulla laida orientale del Monte della Maddalena, presso la sorgente del fiume Acri, al piede deli'Apennino, i cui popoli chiamaronsi marsici, come noia il Corsignani nella Reg- gia Ma rs icona j perché presero il nome da questa città edificata dal possente Rinaldo figlio del conte de'Marsi, quand'egli si ritirò nella provincia di Salerno presso alla medesima Basilicata. Marsico Nuo- "vo fu contea ed ebbe i suoi conti, avendola signobeggiala per molto tempo la nobile famiglia Sanseve- rino. Siccome l'antico vescovato di Grumento venne unito a Marsico Nuovo, ne daremo un cenno come de'suoi vescovi. Grumento , Gru- nieniuni o Agiomento , città della Magna Grecia, nella Lucania, ver- so il golfo di Taranto , e fra À- bellinuni Marsicum ed Iltraclea M A II o Eraclea. Tito Sempronio vi ri- portò una vittoria sopra Hanon, al detto di Tito Livio. Parlano pure di Grumento, Tolomeo, Pli- nio ed Antonino. Si crede essere più antica di qualche altra città del paese, la cui origine non ri- sale che all' epoca romana : i sa- raceni la rovinarono. Grumento di- venne sede vescovile nel secolo IVj e fu irrigata dal sangue di s. La- beijio o Laverio suo patrono. Sem- pronio Alone è il primo vescovo conosciuto di Grumento , ordinato dal Pontefice 8. Damaso I nel 370. Giuliano Patoraa è il secondo, cui scrisse nel 58o Pelagio li per trasferirlo alla chiesa Marcel- liense, richiesto dal clero e dal popolo. 11 terzo fu Rodolfo Alano, uomo magnifico e degnissimo, al cui tempo la chiesa fiorì pel san- gue glorioso de* martiri. L' Ughelli neir Italia sacra incomincia la serie dei vescovi di Marsico Nuo- vo con quelli di Grumento, e ne tratta nel t. VII, p. 485, e X, p. Ili e 284, riportando pure le gesta di s. Laverio martire , che predicò la fede in Grumento e ri- portò presso tal città la palmu del martirio nel 3 12, 5 kal. de- cembris : il suo corpo fu deposto nella chiesa a lui intitolata, ma quando fu devastata la città, par- te se ne trasportò nella cattedrale di Acerenza, e parte in quella di Satriano. Commanville dice che Grumento fu unito a Marsico Nuo- vo nel VI secolo, ed altri defini- tivamente nel 1260 circa. A Giu- liano di patria grumentino, che accrebbe il lustro di sua chiesa , r Ughelli pone per successore Tu- der o Tuderisìo che si sottoscrisse Marsicensis ecclesiae episcopns^ nel decreto con cui s. Leone lY nel- 1*853 conilannò Anastasio cardi- nale prete ; questo è il primo dei vescovi Marsicani seu Mnvsicenses^ anch'essi sufFraganei dell'arcivesco- vo di Salerno. S'ignora quando vivesse Ori- ni al do vescovo Marsìccìisis^ notato dopo Tuderisìo, sotto di cui ebbe luogo la traslazione dejle reliquie di s. Gennaro vescovo di Cartagi- ne. Dopo circa duecento anni si trova Gisolfo marsicensìs episcopus, sotto del quale nel 1089 ^^^'' nianno donò a Rado abbate di s. Stefano di Marsico, le chiese di s. Nicola e di s. Caterina colle loro pertinenze. Nel 1095 mori GisoHb, e subito gli successe Giovanni mo- naco cassinese, Marsicensìs et Gru- ìnenliiiae ecclesiae si sottoscrisse ad un privilegio concesso a Pietro ab- bate della Cava per l'erezione della chiesa di s. 'Giacomo de lUtrgentia ; nei monumenti di tale abbazia sembra che Giovanni fosse fregiato della dignità cardinalizia. Al- tro Giovanni pur cassinese gli suc- cesse; quindi fiori Leone che tal- ora si chiamò vescovo di Marsico e talora di Grumento : nel i xiZ fu uno de'deputali che Calisto II incaricò per esaminare i miracoli di s. Gerardo vescovo di Potenza, Posentini Grumentinus item appel- lalur. Enrico fu vescovo sotto O- norio II, nel di cui lem pò nel i 1 3 i fu fabbricata la chiesa cattedrale sotto il titolo della Beata Vergine e di s. Giorgio martire, trasferen- dovisi la cattedra episcopale eh' e- ra nella basilica di s. Angelo. Tra i suoi successori noteremo quelli che si distinsero, Giovanni a cui Sil- vestro conte di Marsico fece pie donazioni nel i i5o e nel i 1 52 ; intervenne nel 1179 al concilio ticucralc Lalcraiiense III tenuto da MAH i43 Alessandro III, e nel suo vescovato Guglielmo altro conte di Marsico edificò la chiesa in onore di s. Tommaso di Cantorbery, nella qua- le Giovenale prete sotto la rego- la di sani' Agostino fu costituito priore immediatamente soggetto al- la santa Sede, alla quale chiesa fe- cero donazioni altri conti di Mar- sico. Nel 1 1 88 essendo vescovo il medesimo Giovanni, Bartolomeo signore del castello di Marsico vec- chio, con Mariella sua moglie, do- narono all'abbate di s. Stefano di Marsico la chiesa di s. Maria. An- selmo famoso per le sue profezie sui Pontefici, che furono pubblica- le dopo Bonifacio Vili, contempo- raneo dell'abbate Gioachino fonda- tore della congregazione Florense, visse dopo il 1210. Dal 1^39 va- cò la sede sino a fr. B.inaldo do- menicano siculo, fatto vescovo sotto Clemente IV, traslato a Messina da Gregorio X nel 1273, chiaro per egregie qualità. Gli successe l'altro domeyicano fr. Reginaldo da Pi- perno discepolo di s. Tommaso di Aquino. Essendo vescovo Giovanni de Vetere Mattei salernitano, nel 1293 Tommaso Sanseverino con- te di Marsico (il quale confermò i privilegi della chiesa e monastero di s. Tommaso, che dagli agosti- niani passò in proprietà delle mo- nache benedettine, alle quali con- cessero privilegi vari conti di Mar- sico), fece edificare la torre campa- naria nella cattedrale. Clemente VI nel i349 quivi trasferì da Tricarico il vescovo Rogerio, al cui tempo il conte Tommaso, figlio dell'altro di simile nome, fondò il monastero pei celestini presso la città, che dipoi soppresse Innocenzo X, con- cedendolo colle rendite al semi- nario. i44 1^1 A R Giacomo Capndnin di Potenza, vivente il vescovo Tommaso fatto tale da Urbano VI, l'antipapa Be- nedetto XI II ve lo intruse, e mo- rì nel i4oo. Pietro Ilperino o Alperino, di antica e nobile fa- miglia romana , celebre teologo domenicano e maestro del sacro palazzo, fu anch egli nominato ve- scovo da Urbano VI, ma cacciato dalla sede dai vescovi intrusi, moi lì in Roma nel i383, e fu se- polto presso il campanile di s. Maria sopra Minerva, al convento della quale era appartenuto, in nobile monumento, poi trasportato nella cappella della ss. Annunziata. Fr. Nardello da Gaeta de'minori, nel i4oo nominato vescovo da Bonifacio IX, governò egregiamen- te, e morì nel pontificato di Eu- genio IV. Fr. Antonio de Medi- ci di Firenze , dotto religioso dei minori francescani, eletto nel i4^4> morì nel medesimo anno: gli suc- cesse Fabrizio Guarna salernitano, ed a questi nel i494 Ottaviano Caracciolo di Napoli, illustre per la sua nascita , per la sua pietà, e per la sua erudizione , morto nel i535, e sepolto in cattedrale nel sepolcro dei vescovi da lui re- staurato, nella cappella de' santi Cosma e Damiano . Il successore Vincenzo Bocca ferri nobile bolo- gnese abbate olivétano, insigne in prudenza, morì in Roma nel se* guente anno, e fu sepolto nella chiesa dell'ordine. Paolo III nel i54i creò vescovo Marzio de'Medici nobile fiorentino, che intervenendo al concilio di Trento si fece ammi- rare per l'erudizione , e morì nel 1573 in Venezia, ove risiedeva quale ambasciatóre di Cosimo I granduca di Toscana, venendo se- polto in s. Maria dell'Orto. Gli MAR successo suo nipote Angelo de' Mar- zi Medici, decano della metropo- litana di Fiienzc. Fr. Antonio Fe- ra toscano, gran teologo e vicario generale apostolico de' conventuali, Gregorio XIII nel i5S/\. lo pro- mosse al vescovato , che rinunziò nel 1600, anno in cui morì, (ili fu sostituito Ascanio Parisi di Mo- literno diocesi di Marsico , morto in patria nel 1614. Fr. Timoteo Casello domenicano, napoletano di Guardia, fu eletto dopo il prece- dente; aumentò le rendite della mensa, ornò ed ingrandì la cat- tedrale che arricchì con insigni re- lifjuie ricevute in dono dal l*apa , fu colla voce e coli' esempio mo- dello di virtù al popolo , e meri- tò che dopo la sua morte accadu- ta nel 1639 , il successore ed i canonici gli erigessero nella catte- drale un marmoreo monumento. Fr. Giuseppe Cianti nobile roma- no, dell'ordine de'predicatori, eru- dito nella lingua ebraica, dotto nel- le scienze. Urbano Vili nel 1640 lo fece vescovo. Con invitto animo sostenne la lunga lite che si agi- tava in rota contro l'arciprete dt Saponaria , e ne riportò vittoria, con che il vescovo di Marsico rientrò nella sua giurisdizione sul medesimo e clero . Celebrò nel 1643 il sinodo che fu stampato) riedificò dai fondamenti la catte- drale , l'ampliò ed ornò; eresse nell'episcopio il seminario e l'ar- chivio vescovile ; restaurò nella chiesa di s. Maria sopra Minerva il sepolcro de'suoi maggiori ; inol* tre in Roma col fratello Ignazio, pur domenicano e vescovo di s. Angelo de'Lombardi, restaurò ed abbellì la cappella di s. Domenico in s. Sabina; rinunziò la sede nel t656 per dedicarsi in Roma a MAR tratlurre l'opera del dottore s. Tom- maso contro i gentili, oltre altri scritti che lasciò. Alessandro VII gli sostituì Ange- lo Pineri di Montefiascone, ornato di molte virtù , al quale successe nel 1671 Gio. Battista Falvi dei baroni di Giulianello, canonico di IVlartorano e di Cosenza, stimato da diversi cardinali; dopo l'eserci- zio di diverse dignità ecclesiasti- che. Clemente X lo elevò a que- sta chiesa; ne fu benemerentissi- mo, accrebbe le rendite del semi- nario che ingrandì, fu zelante del- la disciplina ecclesiastica e dei sa- cri studi, soccorse i poveri nella carestia ; pel terremoto del 1673 diede esempli di edificante peni- tenza; dotò le zitelle, aiutò le ve- dove, distribuendo ai bisognosi le sue vesti e suppellettili; e moren- do in Vigiano nel i676,fu tumu- lato in onorevole sepolcro, tra il lutto e il pianto di tutti i dioce- sani. Domenico Lucchetti della dio- cesi di Tricarico, arcidiacono di Marsico, ne divenne vescovo nel 1686, succedendogli nel 17 io, do- po tre anni di sede vacante^ Do- nato Ansani nobile di Ariano, ed arciprete di quella cattedrale, con esso terminando la serie de' vesco- vi di Marsico i continuatori del- l'Ughelli. In quella che si legge nelle annuali Nolizie di Roma , sono gli ultimi i seguenti. 1766 Andrea Tortosa di JNocera de' Pa- gani. 1771 Carlo Nicodemi di Pen- ta diocesi di Salerno. 1792 Ber- nardo della Torre di Capo di Monte arcidiocesi di Napoli. 1797 Paolo Garzillo di Solofra arcidio- cesi di Salerno. Pio VII nel 1818 colla lettera apostolica De lUiliori do- vìinicae, V kal. julii, nel riordina- mento delle diocesi del regno delle VOL. XLIII. MAR i4^ due Sicilie, unì la diocesi e il ve- scovato di Potenza (Fedi) a questo di Marsico Nuovo, indi confermò Marsico Nuovo suffraganeo della metropoli di Salerno, e Potenza m suffraganeo dell'arcivescovo di A- cerenza. Lo stesso Papa fece primo vescovo di Marsico Nuovo e Po- tenza unite, nel concistoro de' 2 1 febbraio 1820, Giuseppe BotticelU de'minimi paololti di Sora, al qua- le die in successore in quello dei 29 aprile 1822 Ignazio Marolda della congregazione del ss. Reden- tore, nato in Muro, cui successe r odierno vescovo monsignor Mi- chelangelo Pieramieo, di s. An- gelo diocesi di Penne, fatto da Gregorio XVI nel concistoro dei 12 febbraio i838. La cattedrale, nuovo edificio splen- dido, perchè un incendio distrusse l'antica, è sacra all'Assunzione di Maria Vergine. 11 capitolo si com- pone di tre dignità , prima delle quali è l'arcidiacono, di dodici ca- nonici e di diversi mansionari o ebdomadari, oltre altri preti e chie- rici addetti al divino servigio. Nel- la cattedrale vi è il fonte battesi- male colla cura d' anime , di cui ha l'amministrazione il primicerio, seconda dignità del capitolo , coa- diuvato da un prete economo. L'e- piscopio è prossimo alla cattedrale, anch'esso riedificato dopo l'incendio. Oltre detta chiesa, nella città vi so- no altre quattro chiese parrocchiali è munite del battisterio. Vi sona inoltre due conventi di religiosi ed un monastero di monache, diverse confraternite, l'ospedale ed il semi-, nario. Le due diocesi unite si esten- dono a circa novantacinque miglia di territorio, e contengono quindici-, luoghi. Ogni vescovo è tassato nei libri della camera apostolica in fio- 10 i46 MAR lini 208, coirìspondenli alla rendi- la (ìi circa 2000 ducati napoletani, publicis dtduclìs ouerihiis. MARSIGLIA (Marsiticn). Cwxìx con residenza vescovile, la più ric- ca, mercantile e popolata del mez- zodì della Francia , nella Pro- Tenza, ora capoluogo del diparti- mento delle Bocche del Rodano, di circondario e di cantone, distan- te I 98 leghe da Parigi. E situata sopra una rada del mare Mediter- raneo, alla costa nord- est del golfo di Lione , un poco al nord della iroboccalura dell Huveaune. Tnoltie Marsiglia è capoluogo dell' ottava divisione militare, e del sindacato marittimo, sede de* tribunali di pri- ma istanza e di commercio. Vi so- no direzioni delle contribuzioni di- rette e indirette, dei demani e do- gane, una conservazione delle ipo- teche, una camera ed una borsa, un consiglio di periti, un sindaca- to marittimo, un commissario ge- nerale, un tesoriere di marina, ed un ingegnere de* ponti ed argini , incaricato de* lavori del porto. Mar- siglia è cinta di colline, delle quali la più alta è quella della Madon- na della Guardia, verso il mezzodì, su cui evvi un forte; all'ovest si trova il mare col porto. Presso ed all'ovest di questo ultimo, vi è la cala della Fontana del re, e al nord- ovest di questa quella del Faro: al nord-est dell'ingresso del porto si osservano le cale dell' Ourse, della Jolietle e del Lazzaretto rimarca- bilissimo. Il porto, di figura ovale, si prolunga nell'interno della città, dall'est all'ovest, sopra una lunghez- za di 5oo tese ed una larghezza di circa 200 ; V ingresso è rinchiu- so fra due roccie, sulle quali s'in- nalzarono al nord il forte s. Gio- Tanni, e al sud quello di s. Nico- MAR la, che più considerabile del primo domina altresì una parte della cit- tà ; è diflìcile e non permette il passaggio che ad una sola nave per volta. Questo porto è sicurissimo, e può contenere circa 1200 navi- gli; le fregate sono i legni da guer- ra i più grandi che vi possono en- trare ; è soggetto ad essere colma- to dalle alluvioni e dal fango delle vicine colline, staccato dalle piog- gie; varie macchine sono di conti- nuo impiegale al suo nettamento. Sul lato nord del porto evvi lo stabilimento sanitario ; un canale cinto di magazzini della dogana è praticato sul lato meridionale. In- dipendentemente da questo porto, se ne fece di recente un altro chia- mato Dieudonné, nella rada, fra le isole ben fortificale di Ralonneau e di Pomèguc; i vascelli di linea possono ancorarvisi con sicurezza, e serve anche di luogo di ([uaran- lena ai navigli. Avanti della rada si trova l'isola d'if, roccia ben co- perta di batterie, ove stanno le tor- ri e gli edifizi che servono di pri- gione di stato. Il lazz^uetto sta sul- la costa a 200 passi nord dalla cit- tà, ed è uno de' più beili dell'Eu- ropa ; si eresse pure nell'isola Ra- lonneau un ospedale per gl'indi- vidui la cui salute è sospetta. Di- scendenti i marsigliesi dai focesi, i quali tracciarono pei primi la via del golfo Adriatico e del mare Tir- reno, i marsigliesi non hanno mai smentito la loro origine; ma sem- pre rivolsero tutte le loro viste al commercio, e questo coronando le loro fatiche, fu sem^n'e la sorgente della loro prosperità, del qual com- mercio passirmo a da ine un cenno istorico, limitandoci all'era cri- stiana. Fino dal secondo secolo le sala- MAR gioni della provincia godevano già ni) soiniuo credito ; e Plinio il vec- chio scrisse, che i pesci preparati in Mursigiia, e specialmente le sar- de, erano ricercale ed in molto pre- gio presso i romani. Secondo s. Gre- gorio di Tours^ questa città era nel VI secolo il luogo di deposito or- dinario delle merci della nazione francese, e di quelle che si tras- portavano dall'estero. Era pure in questo porlo che sbarcavasi il vino di Gaza , cosi rinomato presso i galli. Abbiamo dallo storico Egi- nardo, genero e segretario di Carlo Magno, che nell* B3o i negozianti stabiliti in Marsiglia importavano già dall'Egitto le spezie dell' Indie ed i profumi di Arabia; ne trae- vano anche dello zucchero e della seta, portata dalle caravane dell'A- sia ; ma questa ultima merce era di estremo lusso, e le sole spose novelle facevano uso di un abito di seta, la cui fattura costava cin- que soldi. I cuoi, le pelle conciate, gli olii divennero in appresso gli oggetti più importanti del commer- cio di Marsiglia. È noto abbastan- za il conto in cui teneasi il sapone ivi fabbricato, il quale forma an- che oggidì uno de' più considere- voli rami della sua industria, e se ne fa smercio quasi per tutte le piazze mercantili d'Europa. All'e- poca delle prime ciociate, nel de- clinar de! secolo XI e nei primi tempi del XI 1, i marsigliesi el3bero specialmente il merito di provve- dere a tutto quello che poteva oc- correre nel tragitto del mare alle schiere cristiane de* crociati j ed et» tennero perciò in Siria diverse con- cessioni, e l'esenzione di tutti i dazi sulle mercanzie che importavansi co' loro navigli. La concia delle pelli fu già per Marsiglia di som- mah ì47 mo profitto, e l'Italia e la Spagna specialmente ne facevano vistosi ac- quisti ; ma il dazio gravoso che ftt imposto a questa merce nel 1760, diminuì moltissimo siffatto commer- cio. Nel 1187 il conte di Monfer- rato concesse a' marsigliesi il di- ritto di commerciare con Tiro fran- chi da ogni imposta. Nel 14^3 do- po la morte della regina Giovanna li, mentre Marsiglia era sottoposta a tutti gli orrori della guerra sotto Alfonso V re d'Aragona e di Sici- lia, le repubbliche di Genova e di Venezia s' impadronirono in gran parte delle relazioni commerciali di Marsiglia col levante ; ma ben pre- sto sotto il regno di Renato tali perdite furono riparate. Questo prin- cipe stabilì saggi regolamenti, che prepararono un'era novella di pro- sperità, portata al più alto grado dalle franchigie accordate nel 1669 da Luigi XIV, che dichiarò il porto franco. Qiiesla prosperità non fu interrotta che nel 1790: in tale epo- ca Marsiglia ebbe a soffrire in cau- sa di sospensione generale del com- mercio, e specialmente dalla legge emanata il i3 dicembre 1 794, che «soppresse interamente la franchigia accordata nel 1669, ch'era già sta- ta di mollo modificata dalla ante- cedente legge «."agosto 1791, con- seguenze solile delle rivoluzioni. Nel- le lunghe guerre sotto l'impero mi- litare, Marsiglia andò del tutto in decadenza ; e la sua popolazione , ch'erasi ripristinata dopo la pe.«>le del 1720, ("lì di liuovo e così ra- pidamente diminuita, che rimasero perfino alcune contrade del tutto spopolate. La pace vi ricondusse gli abitanti e le ricchezze; il governo s'impegnò a favorire questo ritorno dell'attività del commercio , ed il porlo in di nuovo dichiaralo fran- i4S MAR co a' 3 ottobre 1814. La legge del 16 dicembre 18 16 restituì al por- to le sue antiche franchigie, ed ac- cordò una piena libertà alla di lui navigazione. Con tali provvide dis- posizioni, Marsiglia si è ben presto innalzata ad un grado di ricchez- za, la cui base è un commercio spe- ciale che non le si può contendere. Solo gran porto francese sul Medi- terraneo, Marsiglia ha una posizio- ne unica incontro le corti spagnuo- le, italiche, greche, levantine, asia- tiche ed africane. Né a queste con- trade limita essa le sue commer- ciali relazioni ; ma non lascia di estenderle col mar Nero , col Bal- tico e coiringhilterra ; le sue navi si spediscono alle grandi Indie ; sono in comunicazione con gli Stati Uniti e colle Antille; infine le sue spedizioni per l'America del sud dimostrano ch'essa intende il valore commerciale nel senso più esteso. Marsiglia è ancora una piazza di guerra, e vi si vedono alcuni avanzi di un'antica muraglia con bastioni. Si divide in vecchia e /nuova città: )a seconda è bellissima. La prima situata all'ovest, eretta in anfitea- tro, in parte sopra alture, ha per limiti il porto, il gran corso, la strada d'Aix ed altre, tutte bene irrigate da acque sane ed abbon- danti. Questa porzione di Marsiglia ha il vantaggio di non essere mai esposta ai venti impetuosi che si fanno sentire'* nella città nuova , e dove si è altresì più difesi dagli ardori dell'estate. Non manca né di piazze, ne di fontane, né di passeg- gi ; la piazza nuova è la più gran- de e regolare, e quanto ai passeg- gi, quello della Torretta, chiamato pure la Spianala , è il più bello, perchè vi si gode di una prospet- tiva variata e bellissima, che si e- MAR stende sul mare, la campagna, ed una parte della città nuova. Il ba- luardo delle Dame è assai ameno, essendolo egualmente le strade lun- go l'acqua, che sono soprattutto nel- r inverno la porzione la più fre- quentata di Marsiglia. La città nuo- va, che forma circa i due terzi di Marsiglia, è percorsa dal nord al- l'est da una lunga e bella strada che dalla piazza della porla d'Aix, va in linea retta alla piazza Ca- stellana , sotto i nomi di strada d'Aix, grande corso, corso di s. Lui- gi, strada di Roma e gran cam- mino di Roma ; dall'alto della stra- da d'Aix la vista n'è maestosa. Questo viale è ancora abbellito dal- l'arco trionfale eretto sulla piazza d'Aix in onore di monsieiu' il Del- fino, da due belle fontane costruite sul gran corso, e da un'altra fon- tana con sopra un superbo obelisco. Tutte le strade di questa parte di Marsiglia sono belle e adorne di bellissime case ; dall'alto della stra- da Canabière si scopre il porto co- perto di navigli, e chiuso all'estre- mità occidentale da colline che non permettono di vedere da qual lato tì penetri il mare. Il canale situa- to sulla parte sud del porto è cinto da belle spiaggie, da case regolari e da magazzini la cui architettura è semplice ma soda; un poco più superiormente del canale, e dal Iato stesso stanno i cantieri di costru- zione: in vicinanza si racconciano i vascelli. Le piazze, in minor nu- mero che nella città vecchia, sono più spaziose, regolari e meglio or- nate, ricordandosi la piazza Reale colla fontana di s. F'ereoI, cinta da una doppia linea di maronai delle Indie, quelle di s. Vittore, del gran teatro, e di s. MicheFe ove si dan- no alcune volte pubblici spettacoli. MAR I passeggi nel circuito e fuori della città sono numerosissimi , mollo frequentata essendo la strada che conduce al giardino botanico ; il corso Borbone che termina al- la montagna dello stesso nome , un tempo roccia nuda , ed ora piantata d' arbusti , intersecata da strade e laberinti, con una colon- na di granilo; infine i bastioni che con ^ari nomi si estendono dalla montagna di Borbone sino alla por- la d'Aix. Le acque delle fontane in questa parte della città sono suf- ficienti al bisogno ; le acque di Mar- siglia vengono da Huveaune, e da molte sorgenti particolari che ali- mentano alcune fontane. Un gran- de acquedotto quasi interamente sotterraneo, e che ha tre incili sul- l'Huveaune ed uno sul Jarret, è lun- go 7828 metri, oltre altri piccoli acquedotti. Il clima di Marsiglia è sanissimo, quantun(|ue sia la sua temperatura assai alta. Questa città non rinchiude al- cun avanzo di antichi monumenti; Mi si trovarono soltanto negli scavi fatti, statue, urne, medaglie ed una specie di obelisco di 7 a 8 piedi d'altezza, e che si crede essere il gnomone di Pitea. Ultimamente si scopri un sotterraneo, opera roma- na e benissimo conservata, che scor- re tutta la lunghezza del porto. Questo fece nascere l'idea della co- struzione di un Tunnel non infe- riore a quello di Londra ( Fedì). Da gran tempo l'ingresso e l'uscita di quel passeggio sottomarino era- no cliiusi : fu l'ingegnere Talon che osò tentare quell'ignoto e pericolo- so tragitto in numerosa compagnia. Non reca meraviglia che gli anti- chi romani costruissero un' opera sotterranea a Marsiglia, mentre pas- sarono per lo spazio di Ire miglia MAR 149 e mezzo sotto al monte Salviano per asciugare il lago di Fucino, e meramente per facilitare l'accesso ad una villa, forse di Lucullo, tra- forarono per lo spazio di un mi- glio il colle di Posilipo. La catte- drale di Marsiglia, posta nella città vecchia, una delle più antiche di Francia, dicesi eretta sulle rovine del tempio di Diana. 11 palazzo pubblico costrutto da Puget , è il più bell'edilizio della città ; la fac- ciata sul porto vedesi adorna di bellissimi rilievi in marmo bianco; vi si vede la statua di Pietro Ba- yon, che uccise il console Casaux, capo di quelli della lega, e due bei quadri del marsigliese Serre , rap- presentanti le stragi della peste di questa città ; la borsa è nel pian terreno di questo edilìzio. Si distin- guono pur anco l'osservatorio, la pe- scheria nuova eseguita da Puget , il nuovo mercato a 32 colonne d'ordine toscano, i due teatri e soprattutto il grande, il palazzo del- la prefettura, la dogana, i magaz- zini pubblici, e la colonna innalza- ta nel 1822, in memoria dei soc- corsi ottenuti dal Papa Clemente XI durante la peste. Si legge nella di lui vita del Novaes, che nel 1720 avendo una nave proveniente da Seyde introdotta in Marsiglia la pe- stilenza , Clemente XI compassio- nando la miseria del popolo, man- dò al vescovo duemila rubbia di grano (e mille ad Avignone), per- chè gratuitamente lo distribuisse ai bisognosi ; onde il magistrato civi- co di Marsiglia in segno di grati- tudine, nel 1726 eresse nel palaz- zo pubblico una onorevole iscrizio- ne. Tanto fu orribile la strage, che fece perire da 4^ a 5o,ooo abi- tanti ; l'eroismo del vescovo di Mar- siglia Bclsunce, che in mezzo a tutti i5o MAR i pericoli non cess?» di prodigare le sue cure agii appestati , ha lascia- to una memoria in perenne bene- dizione, solo oUuscntH dalla contra- rietà che mostrò alla bolla Unige- nittis di Clemente XI che lo aveva fallo vescovo. Oltre le chiese e par- rocchie cattoliche, ed una chiesa de* Mele ìùli- greci (f^edi), in Marsi- glia vi è una chiesa concistoriale riformata , una sinagoga concisto- riale, parecchi ospedali, l'arsenale, ]a zecca (lettere M ed A intrec- ciale), una gran corderia, un mon- te di pietà, una cassa di risparmio e di prevedimento, dei bagni a va- pore e di sabbia saturata di sai marino buoni pei reumatismi : le strade sono bene illuminate dal 1785. Marsiglia è rinomata per le sua fabbriche, massime di sapone, di coltelleria, di damaschi di gran- de bellezza, e meglio di quelli di Siria, e di altre cose ; vi si tiene una fiera di quindici giorni il 3 1 agosto. Mai-siglia possiede una rinomata accademia di scienze, belle lettere ed arti, stabilita sino dal 1726, molte società di agricoltura, di me- dicina, di carità materna , di mo- llale cristiana, di beneficenza. Un collegio reale, una scuola seconda- ria di medicina, una di mutuo in- segnamento, scuole di disegno li- neare, di navigazione, di commer- cio e di musica ; un corso gratuito di geometria e di meccanica appli- cate alle arti, un istituto di sordi- muti , una biblioteca pubblica di 60,000 volumi, un museo di qua- dri, un gabinetto di storia natura- le, un giardino botanico, ed un giardino reale di botanica e di na- turalizzazione. La città produsse tanto nei tempi antichi, che nei mo- derni, molti uomini celebri, ma no- MAR mineremo i primari. Il celebre Pi* tea astronomo, gootuetra e lettera- to, vivente al tempo di Alessandro il Grande ; Eutimene navigatore; i medici Demostene e Crinas; fra i moderni Onorato d' Urfé , ameno scrittore; Dumarsais grammatico; i sacri oratori Mascarou e Massil- lon ; il poeta Pellegrin; il viaggia- tore, matematico e botanico Carlo Plumier; lo storico di Marsiglia An- tonio Rulli ; il viaggiatore ed eru- dito orientalista cav. d' Arvieux ; l'astronomo e botanista p. Peuillée; il letterato Lantier; lo scultore, pit- tore ed architetto Pietro Puget; il generale Gardanne, ed altri. Il poe- ta Petiouio nacvjue ne' dintorni di Marsiglia, la quale conta circa 120,000 abitanti, l marsigliesi so- no laboriosi, inteliigtuiti, franchi e probi, ed amano con passione la musica, la danza ed il teatro. La letteratura fiorì un tempo assai piìi che al presente^ in cui il commer- cio e la navigazione attraggono ogni cosa. Il territorio di Marsiglia è' secco in generale, rinchiudendo le montagne molte cave di marmo. E irrigato dall' Iluveaune, dal Jarret e dalla Plombières, piccole riviere. Fu fondata Marsiglia sotto il re- gno di Tarquinib il vecchio, verso l'anno 600 prima di Gesù Cristo, e perciò la più antica città di Fran- cia, e sembra dovere la sua origine da una colonia greca di focesi, po- poli della Ionia asiatica, che abban- donò il suo sterile paese, onde cer- carne uno più fertile. In progresso essa ricevette tutta la [lopolazione della Focea, che abbandonò in mas- sa la propria patria , e si 1 ifugg» nelle Gallie per sottrarsi dalla ti- rannia di Arpago o Arpale, gene- rale di Ciro, e da questo invialo governatore nel conquistato paese. MAR F(t in origine nominata Massalìaj rhe i latini pronunziarono Massiliay « da cui poscia cliinmossi Marsi- glia e dai francesi Marseille. Quasi dalla sua origine divenne una delle più grandi e eoaìuiercianti città del- l'occidente. Essa formò ben tosto una repubblica simile a quelle delle fitta greche, che diveime florida pel suo traffico, e rinomata per la sag- gezza delle sue leggi, e per la ci- viltà, di cui sparse tosto i benefizi sulle rive del Mediterraneo e nelle Gallie. Pub ^vantarsi Marsiglia di aver formato una delle tre più fa- mose accademie del mondo, e di aver perciò diviso l'onore con Ro- di ed Alene, meritando da Cicero- ne di essere chiamata V /4!ene delle Gallie^ e da Plinio magislra s indio - rum. Quivi venivasi da ogni parte per apprendere l'eloquenza, la filo* sofia e le belle arti, mandandovi spesso i romani i loro figli per i- struirsi. I naturali del paese, invi- diosi della felicità e della licchezza che acquistarono i marsigliesi , a- vendoli spesso faticali con sempre move ostilità, li costiinsero a fare alleanza col popolo romano, che fece guerra ai salii loro più pos- senti nemici ed oppressori. 1 roma- ni non ebbero giammai amici più fedeli e generosi, lo che dimostra- rono specialmente allorché abbrac- ciarono gì' interessi della repubbli- ca contro Cesare. Il potere de' mar- sigliesi e le forze loro erano assai considerabili, talché sostennero di- verse guerre contro i gaulesi, i li- guri, i cartaginesi ed altri popoli nemici de* romani, avendo la loro alleanza con essi, si può dire oc- casionata la conquista della Gallia Transalpina, apiendone le porle ai tonquistatori. Marsiglia rimase per lungo tempo alleala dei romani e MAR i5i resisfelle a Giulio Cesare, che vo- lea forzarla ad abbracciar il suo partito contro Pompeo , e non si arrese se non dopo aver sostenuto lungo e terribile assedio. Sotto ì romani Marsiglia perdette la sua potenza politica, ma conservando la sua libertà, rivaleggiò, mediante il suo esteso commercio, con A lessati-^ dria e Costantinopoli, ed appunto occupandosi soltanto ad ammassare delle ricchezze, abbandonossi a pia- ceri di ogni genere, talché i costu- mi dei marsigliesi passarono allora in proverbio, onde disegnar quelli di gente perduta nel lusso, nella mollezza e nello stravizzo. Non ces- sarono però di coltivare le scienze, come lo aveano fatto in preceden* za, lasciando il loro antico linguag* gio pel latino, e da essi può dirsi essersi i galli spogliati della loro nativa barbarie, apprendendo dai marsigliesi la scrittura, che non lar- darono a spargere fra i popoli vi- cini. Roma e l' Italia soggiogate nel V secolo dagli eruli, Marsiglia cad- de in potere di Enrico re de' vi- sigoti e di suo figlio Alarico, dopo la morte del quale Teodorico re degli ostrogoti s'impadronì di que- sta città e del paese vicino. I suoi successori la cedettero nell'impero di Giustiniano I ai re franchi Me- rovingi, che ne furono padroni sino a Carlo Martello. Allora il duca Moroote se ne impadronì, sotto la protezione dc^ saraceni, ma però es- sendo vivamente pressato dai fran- tesi, egli si salvò per mare, e Mar- siglia obbedì a Carlo Magno ed ai Carlovingi, poscia ai re di Borgo- gna, e finalmente ai conti d'Arias. Sotto il regno di Luigi il Cieco, e sotto il governo di Ugo conte di Arles, i saraceni che si erano sta-. i52 MAR biliti e fortificati sulle coste della Provenza, rovinaroixo tulle le città marittime, e specialmente Marsiglia. Ebbe la fortuna di ristabilirsi sot- to il regno di Corrado il Pacifico. I suoi governatori, che chiaraavansi visconti o duchi, se ne rendettero padroni assoluti sulla fine del X secolo. Guglielmo, che mon nel ioo4, fu il suo primo visconte pro- prietario. Ugo Godofrudo, uno dei suoi discendenti, lasciò la sua vis- contea da dividersi egualmente fra i suoi cinque figli. Allora i marsi- gliesi acquistarono insensibilmente le porzioni degli uni e degli altri, e tornarono a governarsi repubblica- namente nel 1226, ma non godet- tero per lungo tempo di tale van- taggio. Carlo d'Angiò fratello di s. Luigi IX, essendo conte di Pro- venza, fece marciare un'aràiata con- ti*o di essa, e se ne impadronì nel f25i, o secondo altri nel 1262. Nel secolo seguente dopo che Cle- mente V stabilì in Provenza ed in Avignone la residenza pontifìcia , Urbano V già abbate di s. Vitto- re di Marsiglia (ove si dice rice- vesse l'avviso di sua elezione, ben- ché non fregiato della dignità car- dinalizia, altri dicono in Firenze) risolvette dr restituirla a Roma sua legittima sede. nel iSGy, partendo d'Avignone a' 3o aprile, accompa- gnato da diverse galere italiane. Approdato in Marsiglia albergò nel suo antico monastero di s. Vittore, ove a' 12 maggio creò cardinale Gu- glielmo di Agrifoglio , nipote dei cardinale dello stesso nome, da cui principalmente ripeteva la sua e- saltazione. A' 19 maggio parti da Marsiglia, con una flotta dì venti- tré galere ed altri bastimenti, che Giovanna I regina di Napoli e con- tessa di Provenza, coi veneti j geno- MAR vesi e pisani gli avea magnificamen- te somministrati. Mentii dimorava Urbano V a Roma, non cessando le guerre tra i francesi e gl'inglesi, né quelle tra gli aragonesi ed i na- varresi , per sopirle determinò di ritornare in Provenza, le cui deli- zie erano amate dai cardinali. A' 5 settembre iSyo Urbano V s'im- barcò a Corneto , con una bella squadra di diverse nazioni, appro- dò in Marsiglia a' 16 setteuibre, quindi a' 24 arrivò in Avignone, ove morì a' 19 dicembre vestito dell'antico suo abito cluniacense. Il cadavere fu deposto nella cattedrale, e nel seguente anno fu trasferito nella chiesa di s. Vittore di Mar- siglia, facendolo il successore Gie- gorio XI accompagnare da sei car- dinali. Ivi gli fu eretto un mar- moreo monumento, fatto nel mo- do di architettuia che più allora si pregiava di gusto gotico , con staluine e ornamenti in mezzo, che riuscì opera accurata e splendida, ed ove Dio a sua intercessione o- però diversi miracoli, venerandolo alcuni per santo. Gregorio XI volendo anch' egli stabilmente ridonare a Roma la papale residenza , partì da Avi- gnone a' IO o i3 settembre del- l'anno 1876 con tutti i cardinali, tranne sei, e giunto a Marsiglia vi soggiornò dodici giorni. Ivi s'im- barcò a' 12 ottobre in una nume- rosa flotta, e giunse a Roma nel gennaio 1377, morendovi nel se- guente anno. F'u eletto Urbano Vf, ma insorse l'antipapa Clemente VII, per opera de' cardinali francesi che sospiravano il soggiorno di Proven- za, che recandosi in Avignone fu cagione del grande scisma d' occi- dente, seguendone le parti la Fran- cia. Morto l'antipapa nel iSg^, g^i M A R successe nella (lilsa dignità Bcne- dello XI il, il quale con inganno mostrò nei pontificati di Bonifacio IX ed Innocenzo VII, di convenire all'estinzione del lagrimevole scisma, vedendosi abbandonato dai francesi ed altri popoli, onde diversi di essi tornarono colla Francia alla sua obbedienza. Al tempo di Bonifacio IX in Marsiglia apparecchiò inve- ce l'antipapa un'armala per tra- gittare in Italia alla sua oppressio- ne, ed agli 8 novembre i4o3 si portò egli stesso a Marsiglia, e sul principio di dicembre a Tarascona. Dopo avervi dato incominciamento all'anno i4o4j passò a continuarlo in Marsiglia, ove a' 9 maggio creò anticardinali Cbalant e de Salva , come dicemmo nel voi. Ili, p. 228 del Dizionario. Nel i4o5 l'antipa- pa si trasferì a Genova, ma per la peste fece ritorno in Marsiglia; ed in lloma nel 1406, per morte d'Innocenzo VII, fu eletto Grego- rio XII. Questi nei primi dell'anno seguente spedì i suoi nunzi a Mar- siglia, per invitare Benedetto XI li a rinunziar con lui il pontificato che esercitava nella sua obbedien- za, e si fece un accordo per abboc- carsi, che però non ebl)e effetto per la solita perfidia del pseudo- papa , il quale scomunicò quelli che si separavano dalla sua obl)e- dienza, ciò che fece quando Carlo VI re di Francia gli mandò am- basciatori in Marsiglia per invitarlo a rinunziare, e minacciarlo che i francesi lo avrebbero abl>andonato siccome fecero ; laonde l' antipapa fuggì a Perpignano, poi a l'anisco- la, ove morì deposto e scomuni- cato dai concilii di Pisa e di Co- stanza. Non molto dopo. Alfonso V re d' Aragona prese Marsiglia nel 1423, la saccheggiò e vi mise MAR 3 fuoco, guerreggiando contro Lodo- vico III conte di Provenza. Luigi XI re di Francia nel 1482 riunì Marsiglia alla corona, e le concesse grandi privilegi. Il Papa Cleuiente VII a' 9 set- tembre i533 partì da Roma per Pisa, ove montato sulle galere fran- cesi, nella prima delle quali lo pre- cedeva la ss. Eucaristia all'uso dei Papi che viaggiano , tragittò a Marsiglia per trattare col re Fran- cesco I della riduzione di Enrico VIII al Cuttolicismo, e per dare a suo figlio duca d'Orleans, poi En- rico II, la sua nipote Caterina dei Medici d'anni tredici, che seco con- duceva, accompagnato da buon nu- mero di cardinali, e da molta no- biltà. Si trovarono a riceverlo nel- la città il re, la regina coi loro tre figli, ed appena giunse in por- to, fu salutato da trecento colpi di cannone. Il Papa albergò in un palazzo superbamente disposto nel- l'abbazia di s. Vittore. A' 4 olt<^* bre fece a cavallo il suo magnifi- co ingresso vestito pontificalmente. Lo seguivano dodici cardinali pu- re a cavallo, e similmente distan- te da essi alquanto la novella spo- sa con gran seguito di dame e di cavaheri. Come se il re volesse lasciare il Pontefice signore di Marsiglia, uscì da una porta del- la cittàj in tempo clie Clemente V^II entrava per l'altra, come nar- ra il Ferlone, De viaggi de Ponte' fici, p. 3oo. Abitava anco il re un magnifico palazzo, e nel dì seguen- te fece anch'egli la sua solenne entrata in Marsiglia, e si portò con tutta la sua corte a visitare Cle- mente VII, che lo attendeva assiso in trono. Francesco I si abbassò per baciargli i piedi, ma il Papa alzatosi lo sollevò. Dipoi Cleuieu- 1^4 MAR te VII fece la ceremonia dello spo- salizio, e contro la consuetudi- ne de' suoi predecessori, che non solevano assidersi a mensa con donne, desinò coll.i regina. In se- guilo il Papa tenne diverse con- ferenze col re, ed a' 7 novembre creò in Marsiglia quattro cardina- li, cioè Veneur gran limosi nie- re del rf, Odetto di Coligny d'an- ni undici, iMiibedue ad istanza di Francesco I, Languy vescovo di Ma- con, e Ohamber abbate di Corbio e pareuie di Caterina de Medici. Dimorando in Marsiglia, Clemen- te VII ebbe il dispiacere di sentirsi dicliinrare da^^ii inviati di Enrico Vili, che qutjsli appellavasi al fu- turo concilK). S'imbarcò il Papa in Ma» sigila a' i 2 novembre^ ed ai 10 dicembre rientrò in Roma. Francesco 1 aumentò a Marsiglia le sue fortificazioni, dopo la sua bella difesa contro le truppe del suo illustre emulo Carlo V, co- mandate dal cardinal di Borbone, nel i536 agli r i settembre. A- vendo gli abitanti nel secolo se- guente tentato ima rivolta, Luigi XIV nel suo viaggio in Provenza tolse a Marsiglia una parte de'suoi ìMimerosi privilegi, e fece costrui- re i forti che difendono il porlo e dominano la città. Questa mol- to soffri durante la rivoluzione, per la privazione del suo comtner- cio. Una truppa di uomini entu- siasti e sanguinari, o piuttosto un'or- da di tigri in figura umana uscì dal suo seno, e ben tosto ingros sala da un popolaccio sfrenato, si diresse sopra a Parigi, nel 1 792, ove in mezzo alla canzone di san- gue, delta da loro la marsigliese^ \i cagionò una parte dei torbidi del mese di agosto di quell' anno^ e vi commise quegli orrori che MAR saranno sempre troppo filinosi nel- le pagine della storia. Nel 179'^ Marsiglia abbracciò il partito dei girondini contro la fazione delta della montagna, allora trionfante; ma la sua sedizione fu prontamen- te calmala, più tioll'astuzia che col- la forza. La chiesa di Marsiglia, secondo la tradizione di Provenza, fu fon- data da s. Lazzaro, il quale fu ristiscitato da Gesù Cristo. Questa tradizione dice che i giudei scac- ciarono da Gerusalemme Lnzzaro, con Marta e Maria Maddalena sue sorelle, Marcella loro fantesca, san Massimino, s. Ccdoino che credesi il cieco nalo, e (iiuseppe d'Ari- malea, discepoli di Gesù Cristo ; che li cacciarono in una nave sen- za timone, senza vele e senza re- mi, in balia del mare; ma che la provvidenza avendoli sostenuti, ap- prodarono felicemente a Marsiglia; che si separarono per andare a predicare il vangelo nella Proven- za; che s. Maria Maddalena ri ti rossi nel deserto di s. Bai ma (vSainte-Bau- me), e che s. Lazzaro fermossi a Mar- siglia di cui fu il primo vescovo. Ignorasi quali sieno stati i suoi successori pel decorso di duecento e più anni. In Marsiglia si vene- rano le reliquie di s. Maria Mad- dalena, ed il Novaes nella vita di Urbano Vili, dice che questo Pa- pa mandò in Marsiglia un'arca di porfido^ ornata di statue di bron- zOj per collocarvi le ceneri della santa penitente. Commanville dice che la sede vescovile vi fu eretta nel HI secolo, ma da quanto ab- biamo detto si deve piuttosto at- tribuire al primo; che appartenne alla seconda Viennese nell'esarcato de'gauli, e che il suo prelato pre- tendeva ai diritti metropolitaui MAR della seconda Viennese in pregiu- dizio (lell'aicivescovo d'Aix, ciò die gli fu accordalo dal concilio di Torino del 3q^ ; ma che i santi Pontefici Bonifacio l e Leone l cassarono questa ordinanza^ e gli restituirono il titolo di vescovo suf- fraganeo di Arles. Noteremo che s. Celestino I, con lettera ai vescov'i delle Galiie, raffrenò gli eretici se- mipelagiani passati dall'Africa in Marsiglia, i quali screditavano la dottrina di s. Agostino intorno al- la predestinazione e alla grazia. Prima di questo tempo e verso la fine del terzo secolo grandemente illustrò la chiesa di Marsiglia san Vittore di Marsiglia martire. L'im- peratore Massimiano _, colle mani ancor fumanti del sangue dei mar- tirij che avea versato nelle vaiie parli delle Gallie, venne a Marsi- glia dov'era una chiesa numerosa e fiorente. Il suo arrivo riempi di spavento lutti i fedeli che la com- poneano, in mezzo alla quale co- sternazione generale, Vittore uftì- ziale cristiano esortò i suoi fratel- li a disprezzare la morle^ per cui fu accusato ai prefetti Asterio ed Eutichio, é l'imperatore lo fece perire tra i tormenti e decapitale, come fece morire Alessandro, Lon- gino e Feliciano da Vittore conver- tili. Nel V secolo Cassiano fabbricò presso la tomba di s. Vittore un monastero che ricevette poi la re- gola di s. Benedetto, e fu secola- rizzalo nel 1739 da Clemente XIF, e di cui ce ne permetteremo un cen- no. Le reliquie di s. Vittore si vene- rano nella chiesa a lui sacra, eh' è una delle più antiche della Fran- cia, e delle più ricche in monu- menti di santi che hanno resi chia- ri i primi tempi del cristianesimo. Una porzione ne fu trasportata a MA R T )^ Pnrigi, nel luogo ove fu poi fondalo un monastero reale di canonici re- golari, di cui parlijmmo nel voi. VII, p, 264 del Dizionario; abbazia celebre che produsse grandi uomi- ni, tra' quali Uiijone e Riccardo di s. Vittore. F. Gnllìa rhn'st. t. VII. L'antica abbazia dell'ordine di s. Benedetto di s. Vittore di Mar- siglia, situala vicino al porto della città, da cui era sepaiata da un. recinto in forma di fortezza, fu fondata nel 4^9 in onore di san Pietro e di s. Vittore, da Giovan- ni Cassiano sacerdote della chiesa di Marsiglia, conosciuto per le sue conferenze e per le sue istituzioni monastiche. Divenne imo de' più illustri monasteri di Francia, eoa due chiese, l'una superiore e l'al- tra sotterranea, con una cappella in questa ultima ove veneravasi \ìi Beata Vergine, vicino alla quale nella piccola grotta si crede fosse la prima cappella delle Gallie, ia cui sia stala celebrata la messa. Oltre a questo monastero, Cassia- no ne fondò un altro per le don- ne, e pretendesi che nel primo abbia avuto in seguito più di cin- quemila monaci sotto la sua di- sciplina che avea egli veduto prati- carsi nei monasteri di Egitto. L'ab- bazia fu più volte rovinata nelle guerre, e primieramente dai visi- goti che s'impadronirono di Mar- siglia neL 4^4) ^ c^3' normanni nel secolo IX: i religiosi vivevano in es»;a con tanta regolarità, che chiamavasi la poila del paradiso. Porta vansi da tutte le parti a cer- care quei santi uomini per rifor- mare le altre abbazie, e pel corso di più di un secolo e mezzo mol- te case religiose si sottomisero al- l'abbazia di s. Vittore. Nel secolo XI essendo ridotta con soli cinque i7G MAR religiosi, (»iii5lieln»u conle di Mar- siglia iivenclola riparala nciraiitio Looo, la comuni là diventò assai numerosa, la disciplina monastica vi rifiorì, e la casa venne in se- i^nilo arricchita dalie pie donazio- ni di molle persone. Recandosi lìenedetlo IX nel io4o in Pro- venza, ai i5 ottobre assistette alla tionsagrazione della chiesa di nuo- vo riedificala di s. Yillore, alla j)resenza de' conti di Provenza, e di Guglielmo 0 Fulcone visconti di Marsiglia, il Papa s. Leone IX l' esentò dalla giurisdizione del ve- scovo, e la sottomise immediata- mente alla santa Sede; e s. Gre- gorio VII le accordò gii stessi pri- vilegi di cui godeva quella di Clu- gny. Poco dopo i religiosi si rilas- sarono dalla purezza della regola, e per rimediare agli abusi v' in- tervenne la podestà ecclesiastica e secolare, e luiono obbligati i mo- naci a sottomettervisi nel lyoq. Tra i prelati che l'abbazia die al- la Chiesa, vi fu Urbano V suo abbate, che l'onorò della preioga- liva di capo di congregazione, in- di ne confermò i privilegi, ciò che fJecero altri Papi, i re di Francia, l'imperatore Carlo IV, e Renalo ù'Angiò conle di Provenza. L'ab- bazia ebbe titolo di capo d'ordine e di congregazione, avendo avuto anticamente sotto la sua dipenden- za una gran cpionlilk cU abbazie e di monasteri, alcune delle quali Ru'ono erette iq vescovato. Non so- lamente ve n'erano in Francia, ma pure nella Spagna, in Sarde- gna, nel Genovesato, in Toscana, nella contea di Nizza e in quella d'Avignone, i cui superiori o de- putati erano obbligati intervenire ogni anno ai capitoli generali. Di- poi l'abbazia fu secolarizzata e cam- MAR l)iala in collegiata. Gallia Christia- na t. I. Dopo s. Lazzaro non s'incontra- no altri vescovi, sino ad Oresio che fu vescovo di Marsiglia nel prin- cipio del IV secolo; assistette e sottoscrisse al celebre concilio di Arles nel 3 14. Prcculo, di cui san Girolamo, epist, 4 ad Rustie.^ par- la come di un prelato santo e dot- tissimo, fu al concilio d' Aquileia nel 38 r, ed a quello di Torino nel 397. Successori furono: Vennio amico di s. Rustico, che sedeva nel 4^8, ed intervenne al concilio d'Arles nel 4^*- Eustasio o Eu- stachio del 470* Creco contempo- raneo ed amico di Sidonio Apol- linare del 47^- S- Onorato dal 475 fino al 496 circa, amicissimo del Papa s. Gelasio J. Eraeterio sottoscrisse al concilio di Arles nel 554. S. Teodoro dal 5^5 al 594. Sereno noto per le lettere scritte- gli da s. Gregorio I, la prima delle quali è del 595, e l'ultima del 600. Dopo tal vescovo evvi una lacuna in tutto ciò che riguarda la chie- sa di Marsiglia, di cento quaran- ta anni circa. Le frequenti incursio- ni che i saraceni facevano in Fran- cia, e principalmente sulle coste della Provenza, fecero forse resta- re vacante questa sede per tutto quel tristissimo tempo. Adalone o Adalongo era vescovo di Marsiglia nel 739, cui succedette s. Mauron- to o Maronto abbate di s. Vitto- re, che mori nell'ottobre dell' 804. Troppo lungo sarebbe il voler dar qui tutta la serie de' vescovi di Maisiglia da quest'epoca sino ai nostri tempi: potrassi leggerla nel- la Gallia christ. l. L Noteremo soltanto alcuni distinti italiani che ne occuparono la sede, e gli ulti- mi vescovi. Prima però faremo MAR menzione di due concilii temili in Marsiglia, cioè nel iio3 riguar- dante i privilegi dell'abbazia di Cluny, e del i363. Marlene, The- saur. t. IV, e Gallia christ. t. I, p. 358. Inoltre il Lenglet registra il concilio di Marsiglia del 973 so- pra le differenze di molti vescovi italiani. I vescovi italiani sono: Ni- cola Bramanio nobile napoletano, dal 1447 ^^ i4^7- Innocenzo Ci- bo genovese, cardinale de' ss. Cos- ma e Damiano, arcivescovo di Ge- nova, camerlengo di s. Chiesa, ar- civescovo di Torino nel i5i7, cambiò questa chiesa con quella di Marsiglia nello stesso anno, e morì in Roma nel i53o. Gio. Bat- tista Cibo vescovo dal i53o al i55o. Giacomo Torricelli toscano, de' frati minori , confessore della regina Maria de Medici, vescovo di Marsiglia dal i6o4 «'il 1618. Furono poi ultimi vescovi : Enrico Saverio di Belsunce de Perigueux, fallo vescovo nel 17 io: gli succes- se nel 1755 Gio. Battista de Bei- Joy di Morangles diocesi di Belley, traslato da Glandeve, poi nel i8o3 a' 17 gennaio da Pio VII creato cardinale. Avendo questo Papa pel concordato del 1 80 r soppresso la sede di Marsiglia, rinunziò al ve- scovato, e fu promosso a' IO apri- le 1802 all'arcivescovato di Pari- gi. Per supplire al brevissimo cen- no di sua biografia, aggiungeremo qui alcune sue notizie, anche ri- guardanti questa diocesi, cui ridonò la quiete, e governò lungamente. Gio. Battista Belloy nacque da antica famiglia, che dato avea allo slato militari di un merito distinto ed eiiandio uffiziali generali. Fino dai principii della sua vita eccle- siastica, in eletto vicaiio generale, officiale, ed arcidiacono di Beauvais: MAR i57 mostrò in tutti i detti tjfficii quel- lo spirito di dolcezza e di mode- razione, che mantenne nel rima- nente della lunga mortale sua cor- sa. Divenuto vescovo di Glandeve nel 1751, fu deputato alla famosa assemblea del clero nel i'j55, do*- ve tenne le parti de'prelali mode*- rati, i quali si chiamavano Jeuil'- lants perchè avevano a loro capo il cardinale de la Rochefoucault, ministro della Jfuille, o collazione de'benefìzi, per opposizione a' pre- lati eccessivamente zelanti, che ve- nivano chiamati teatini^ per allu- sione all'antico vescovo di Mirepoix ch'era stato di quella congregazione, e di cui seguivano essi i principii. Essendo moito nel tempo dell'as- semblea de Belsunce, vecchio ve- scovo di Marsiglia, rispettalo quan- to alla lodala sua condotta nella peste, il cui zelo però erroneamen- te esacerbato dalla celebre bolla JJnìgenitus di Clemente XI, pro- dotto avea grandi turbolenze nel vescovato, la corte pose gli occhi sopra Belloy per surrogarlo al defunto , reputandolo il prelato più capace per la prudenza e mo- derazione a tornare in pace la sua diocesi, e Benedetto XIV vi con- venne. Non furono punto vane le concepite speranze, poiché egli sep- pe con fermezza ed equità conte- nere i parliti nel dovere, con quel- la saggezza con cui dirigeva tulta la sua amministrazione, facendosi amare da ognuno per la dolcezza e soavità de'snoi costumi, di ma- niera che non andò guari che vide succedere la calma alle tempeste, che infierito aveano nella sua dio- cesi sotto il precedente governa- mento. La rivoluzione lo tolse al proprio gregge, ritirandosi a Cham- bly, piccola città vicina al luogo i58 MAR cìi sua nascita , ed ivi passo tutto il tempo della livolutione, senza essere esposto a pericoli gravi. Al- l'epoca del concordalo , il primo fu a sflcrifìcare il suo titolo onde facilitarne la conclusione. Tale e- sempio del decano dei vescovi fran- cesij per l'eia ed anzianità del ve- scovato, influì grandemente, attras- se sopra di lui tulli gli sguardi, e facendo ricordare le sue piegiate qualità, lo fece altresì considerare come il prelato in tutta la Fran- cia, die in quelle circostanze me glio convenisse alla sede della ca pitale ; e di fatto venne ad essa innalzato, e nel seguente anno al cardinalato. Pio "VII gli mandò il berrettino rosso per d. Lorenzo ile'principi Giustiniani sua guardia nobile, e la berretta cardinalizia per monsignor Giorgio Doria poi c:ardinale. Kecatosi poi a Parigi il Papa , ivi gli conferì il cappello, il titolo (che per mezzo di Mazio (Vedi)^ poi cardinale fece restaura- le ed abbellire), e l'anello cardinali- zio, annoverandolo alle congrega- y.ioni detriti, della visita apostolica, e de* vescovi e regolari. I costumi patriarcali che sempre conservò in .sì eminenti dignità, la saviezza del suo governo, la maestà nell'eserci- zio del suo ministero , lo fecero da tutti rispettare. Avea ricevuto dalla natura complessione robusta, che seppe conservare con vita re- golatissima, dimodoché giunse al- l'età di quasi cent'anni, senza sof frire ninna delle infetinità della vecchiezza. Un reuma catari ale fu la sua prima malattia , che non gl'irapedì di conservare sanissima Ja mente fino due ore prima della sua morte, che avvenne a' io giu- gno 1808. L'imperatore Napoleo- ne, nel permettere per grazia spe- INIAR ciale che fosse sepolto nella tomba dei suoi predecessori , ordinò che gli fosse innalzato un monumento, come attestato della singoiar sua considerazione per le di lui virtù episcopali. All'epoca della so[)pressione del vescovato di Marsiglia, si contava- no quindici o sedici case religiose d'uomini , ed altrettante di donne, non compresi i due collegi dei padri dell' oratorio e dei gesuiti, ed il seminario pei preti della missione di Francia fondati da s. Vincenzo de Paoli. Il vescovo ave- va una rendila di trentamila lire, e pagava settecento fiorini di lassa pei- le sue holle. Ritornata la fa- miglia Borbone al trono degli avi suoi, la sede vescovile di Marsiglia venne ristabilita da Pio VII nel i3i7) in conseguenza del concor- dato conchiuso con Luigi XVI 11, e dipoi nel concistoro de' 16 mag- gio 1823 ne preconizzò per nuovo vescovo, dichiarandolo però suffra- ganeo della metropoli d' Aix, Carlo Fortunato de Mazenod di Aix. Per libera dimissione di esso, Grego- rio XVI nel concistoro de'2 otto- bre 1837 vi traslatò da Icosia in partibus V odierno vescovo monsi- gnor Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod. La chiesa cattedrale, sol- ato l'invocazione di s. Maria Maggio- re, è di gotica ed ottima strut- tura. Il capitolo si compone di otto canonici , compresi il gran cantore, il penitenziere ed il teo- logo; di diversi canonici onorari, e di chierici detti pueri de choro. ?^^el!a cattedrale vi è il fonte bat- tesimale, e la cura d'anime, che si esercita dal canonico orciprele . ]Von lungi da essa vi è l'episcopio ampio e decente. Vi sono inoltre nella clllà dodici chiese parrocchiali M A R munite del ballislerio , compresa quella de'greci- uniti ; avvi ailresi una casa dei pieli della missione di Pioveuza e Marsiglia, alcuni monasteri di religiose , coqae le cappuccine, le Clarisse, le adoratri- ci perpetue del ss. Sagramento, le sorelle spedaliere, le sorelle del ri- tiro, e le salesiane; diverse con- fralernile,, ospedale, seminario gran- de e piccolo, e monte di pietà. La diocesi di Marsiglia comprende il suo distretto, cinquanta succursali e tredici vicariati. Ad ogni nuovo vescovo la mensa è lassata nei libri della camera apostolica in 870 fiorini. MARTA (s.). Dimorava in Be- fania con Lazzaro suo fratello, e con sua sorella Maria [Vedi) j e la sua casa fu parecchie volle ono- rata dalia presenza del Salvatore. Marta adempiva con molta gioia e sollecitudine a tutti i doveri di ospitalità verso il Salvatore, allor- ché esso recavasi ad albergare pres- so di lei, mentre Maria stavasi seduta ai di lui piedi per ascol- tare la sua divina parola. Perciò Marta si lagnò una volta che sua sorella non venisse a darle mano; ma Gesù le rispose che Maria avea scella la parte migliore. Marta an- dò ad incon tiare il Salvatore, al- lorché recossi iu Betania per re- suscitarvi Lazzaro ; ed accompagna- tolo dove questi era stato sepolto, insieme con Maria e molti ebrei fu testimonio del prodigio. Poco tempo dopo , e sei giorni prima della pasqua, essendo Gesù venu- to a Betania , cenò in casa di Si- mone il Lebbroso. Lazzaro era a tavola con lui, e Marta lo serviva; mentre Maria , preso un vasello pieno di eccellenti profumi, lo spar- se sui di lui piedi, e glieli asciugò MAR iSg co* suoi capelli. Dopo questo fatto il vangelo non parla più né di Laz- zaro, né delle sue sorelle, l pro- venzali ritengono, che scacciata questa famiglia dai giudei, si riti- rasse a Marsiglia. iXel secolo Xlll si credette aver scoperto le reliquie di queste sante : quelle di s. Ma- ria nel luogo detto presentemente s. Massimino, e quelle di s. Marta a Tarascoua sul Rodano : si assi- cura che furono contemporanea- mente trovali diversi monumenti che attestarono rautenticità di que- ste reliquie. Le prime si custodi- scono nella chiesa di s. Massimino, fondata da Carlo d'Angiò nel luo- go dove erano state trovale, e la parte principale di esse fu nel 1660 chiusa in un' urna di porfido, re- galala da Urbano Vili, e colloca- ta sull'altare maggiore. Quelle di s. Marta giacciono in una bella cappella sotterranea nella cattedrale di Tarascona, che dedicata in suo onore: il suo capo si conserva in uu magnifico busto d'argento dorato, dono di Luigi XI. La Chiesa onora questa santa, insien)e con s. Laz- zaro e s. Maria il giorno 29 i\\ luglio. MARTA (s.), martire. F. Maris (s.). MARTA (s.), S. Marthae. Cit- tà con residenza vescovile neh' A- merica meridionale , della Colom- bia, nella repubblica della Nuova Granala, capoluogo della provincia dello stesso nome, sulla baia delia Magdalena, formala dal mare delle Antille, lungi 170 leghe da s. Fe- de di Bogota. Le case hanno po- che finestre a cagione del calore , che di rado è al disotto di 25" 75'. l venti violenti di sud-ovest vi sof- fiano regolarmente in dicembre e gennaio, e riempiono le case di una iGo MAR sabbia bianca finissima ; vi sono pure in grandissiuìti nnmcm gl'iii- tf>inotli inselli. Il porto è grande, comodo , attornialo da ogni lato, eccettuato all'ovest, da alte mon- tagne, e difeso da opere fortissi- me ; nel mezzo del canale evvi il Morrò ^ roccia sormontata da un castello, cbe domina l'ingresso i\v\ porlo. 11 commercio è ben me- no importante cbe un tempo; tut- tavia le sue relazioni con Carla- gena, da cui è distante 4^ 'cghe, sono ancora assai estese. Conta più di 5ooo abilanl). Nella ferlilissi- iiia pianura circonvicina vi si col- tivano molte piante ortensi e del- le frutta : al di là stanno dei bo- scbi, che abbondano di serpenti. La costa della provincia è piena di'pesce; un tempo fu assai lu- crosa la pesca di perle, e ne dà ancora delle bellissime. Questa cit- tà fu fondata nel 1 554 ^^ ^'" inenes Quesada , cbe ne fece un luogo di deposito ; fu ridotta in cenere nel 1596 da sir Francesco Drake. Durante la guerra dell'in- dipendenza ne fu disputato il pos- sesso con molto accanimento, per cui soffrì assai. La sede vescovile di s. Marta o s. Martha, secondo Commanvilie fu e- relta nel i535, e secondo il Novaes nel 1577 da Gregorio XIII, che la dichiarò suffiaganea dell'arcivesco- vo di s. Fede di Bogota, di cui lo è ancora. Gli ultimi suoi vesco- vi, quali si leggono nelle annuali Notizie di Roma, sono i seguenti. 1740 Giuseppe Me la rea da Soler- yano. 1743 Gio. JXielo Polo del- l'Aquila, nato in Popayan. 174^ Giuseppe Saverio de Arauz di Qui- to, 1755 Nicola Gii Martinez di Kecuenco diocesi di Cuenca. 1764 Fr. Agostino Comacho domenica- MAR no, di Funsa diocesi di s. Fede. 1771 Francesco Saverio Calbo, di Avexar diocesi di Osma. 1775 Francesco Navarro di Carlagcna nelle Indie occidentali. 1790 An- selmo Giuseppe de Traga, di Car- tagena stessa. 1795 Giuseppe A- lessandro de Eques-y-Villamar, di Alaiisi diocesi di Quito. 1798 Fr. Diego de s. Maria minore osser- vante, di Jaen. i8o4 Michele San- cliez Zerrudo de'minori osservan- ti, di Besar diocesi di Placencia. 18 17 Antonio Gomez Polanco dei minori osservanti, di Città di Pia- ta ; 1827 Giuseppe Mariano Kste- ves fatto vescovo da Leone XH. Nel concistoro del primo febbraio i836, per la morte del preceden- te, Gregorio XVI dichiarò vesco- vo l'attuale monsignor Luigi Giu- seppe Serrano di Mompoz diocesi di Cartagena, già arcidiacono del- la cattedrale, e vicario generale del predecessore. La cattedrale è sacra a Dio , sotto r invocazione di s. Anna ma- dre di Maria Vergine, edifizio di elegante struttura. Il capitolo si compone di quattro dignità, la magg iore delle quali è il decano, di un canonicato cui è unita la prebenda del penitenziere, di alcuni beneficiati, cappellani ed altri preti e chierici addetti al divino servizio. Nella cattedrale tra le sacre reliquie si venera parte d' una spina che servì nella passione di Gesù Cri- sto. Vi è il fonte battesimale colla cura d'anime, quale si esercita dal parroco chiamato rettore, a cui pre- sta aiuto un sacerdote. L'episcopio non esiste, ed il vescovo abita in una casa prossima alla cattedrale. Nella città vi è un'altra chiesa par- rocchiale^ muijita del battislerio, un convento di religiosi, alcuni M A R sodalizi, senìinario con alunni, ccl ospedale. La diocesi è amplissima, contiene sellantacinque chiese par- rocchiali, più luoghi e castelli, a- vendone regolarizzata V estensione Gregorio XVI. Ogni nuovo vesco- vo è lassato ne' libri della carne- ra apostolica in fiorini 33, cor- rispondenti alle rendile del mede- simo consistenti in scudi ottomila. MARTA, MARTANA o MAR- TULA. Antica città vescovile d'Ita- lia nell'Umbria distrutta, chiamala prima Marlis Ficus, a motivo di un tempio dedicato a Marte, che vedevasi in quel luogo o nei din- torni. In oggi il luogo, occupato già dalla città di Marta, detta an- che Mortulanam inter Tudertum ac CarsulaSy è dello s. Maria in Pantano. S. Bricio o Brlzio l'apo- stolo dell' Umbria, e s. Felice di cui si celebra la festa il 3o otto- bre, erano siali vescovi di Maria come si legge neh' Ughelli, Italia sacra t. X, p. 1 29. Nel 1 77 1 fu pubblicalo in Roma il libro: Fi- te de santi della città di Maria- na, e beati della terra di Massa ìieWUmhriaj con un discorso sto- rico. V, Todi. MARTELLI Francesco, Car- dinale. Francesco Martelli patrizio e canonico fiorentino, trasferitosi a Roma, ammesso appena da Ales- sandro VII nel numero de'prelati, mostrò i suoi talenti nella savia condotta che tenne nel governo delle pontificie città, nella vicele- gazione di Ferrara e nella congre- gazione del buon governo^ tra i cui ponenti fu annoveralo da Clemen- te IX. Spedito quindi da Clemen- te X nunzio alla corte di Polo- nia, per secondare le intenzioni del Papa, eccitò quel sovrano alla guerra contro il turco, a cui in- VOL. XLUI. MAR i6r dusse pure l' imperatore e il so- vrano delle Russie. Richiamalo in Roma, fu da Innocenzo XI fat- to segretario dell'immunità, pre- mio scarso alla sua virtù e meri- ti, lullavolla tollerò pazientemente per parecchi anni la sua avversa fortuna. Innocenzo Xll mosso di lui a compassione, lo promosse a segretario di consulta, col titolo di patriarca di Gerusalemme. Final- mente Clemente XI ai 17 maggio 1706 Jo creò cardinale prete di s. Eusebio, e lo ascrisse alle con- gregazioni del concilio, dell'immu- nità, della consulla e de'riti. Mori in Roma nel i 7 i 7 d' anni ollan- laqualtro, e fu sepolto in s. Ago- slino presso alla porla maggiore della chiesa, con lapide fregiata del- le insegne cardinalizie e del suo nome. MARTELLO, Malleus. Stru- mento per uso di battere e di picchiare, che è di più sorte. Le sue parti sono tre: l'occhio, che è un foro o una apertura per lo più nel mezzo di esso, dove si ferma il manico; la bocca, che è quella parte con che si batte per piano; e la penna, ch'è la parte stiaccia- la, che dicesi taglia, ed è opposta alla bocca, e questa assume diver- se figure e forme, secondo l'uso a cui è destinato il martello. Deve essere stato inventalo sino dal prin- cipio della società, poiché appar- tiene ai primi bisogni dell' uo- mo, laonde gli antichi ne fecero ri- salire l'invenzione sino ai tempi più remoli. Il Papa adopera il martello d' argento nella solenne apertura della porta santa nella basilica vaticana per l'incomincia- mento dell'anno santo dell'univer- sale giubileo. Contemporaneamen- te adoperano il martello per l'a- 1 1 iGi MAR pei-tura delle porte sante delle ba- siliche di s. GioTanni, di s. Pao- lo e di s. Maria Maggiore i car- dinali legati a ciò deputati. Vedi Anno santo, Porte sante, ed il voi. Vili, p. 200 e seg. del Dìzìo- narioy dove si descrive la funzio- ne. Talvolta i Papi donarono tal martello a qualche sovrano, sovra- na o principe reale, come fece Leone XII che lo regalò alla du. chessa di Angouléme figlia di Lui- gi XVI, come raccontarama ai vo- lumi XXVII, p. 142, e XXXVIII, p. 65 del Dizionario. Al volume XXXVII, p. 286 dicemmo che il martello fu una delle insegne dei legati apostohci. Dei colpi di mar- tello che si danno nel porre nei fondamenti la prima pietra, ne fa- cemmo parola all'articolo Mala- MOCCO. MARTENE Edmondo. Monaco benedettino della congregazione di s. Mauro, nacque a s. Giovanni di Losne, piccola città della dioce- si di Langres, nel i654; vestì l'a- bito di s. Benedetto nel 167F, e fece professione nell'anno seguente nell'abbazia di s. Remigio di Reims. Egli si distinse nella sua congre- gazione per la indefessa applica- zione allo studio e per le accura- te sue indagini letterarie, e mori di apoplesia il 20 giugno 1789 d'anni otlantacinque, nell'abbazia di s. Germano ai Prati in Parigi, dopo di avere arricchito la chiesa e la repubblica letteraria di un gran numero di opere. La prim.-i, che è un Commentario latino sul- la regola di s. Benedetto, fu stam- pata nel 1690: esso è letterale, morale ed istorico^ perchè spiega la regola coU'autorità degli anti- chi scrittori, colla dottiina de'san- ti padri, e colla pratica costante M A R de' primi religiosi, e vi sono fram- miste molte dissertazioTii di diffe- renti materie. Pubblicò nell'anno stesso a Lione un'opera latina pie- na di ricerche concernenti gli an- tichi riti de'monaci : De antiqui^ monachoriim rìtibusj e la vita di Claudio Martin, a Tours nel 1697. Nell'anno seguente die alla luce le Massime spirituali dello stesso Claudio, a Rouen; ed ivi nel 1700 l'opera, De antiquis Ecclesiae ri- tibus circa sacramenta, ed un ter- zo volume nel 1702. E questa per giudizio degli intelligenti il miglior scritto che sia comparso sopra questo argomento. II suo trattato, De antiqua Ecclesiae di- sciplina in celehrandis divinis offl- ciisj fu pubblicato nel 1706 a Lione, e riscosse elogi eguali al precedente. I Trattati sui riti ec- clesiastici e monastici furono ri- stampati con aggiunte e correzio- ni in Milano colla data di An- versa; cioè i trattati de'riti eccle- siastici nel 1736, ed i trattati sui riti monastici nel 1788. Egli pub- blicò a Parigi sotto il titolo di Thesaurus no\^us anecdotorum^ cin- que volumi in foglio con documen- ti tolti dagli archivi e dalle biblio- teche di Francia, per servire alla ristampa della Gallia Christiana. Fece pure ristampare nella città stessa un'altra raccolta da lui pub- blicata nel 1700, col titolo di Collectio nova scriplorum et mo- numentoruni moralium, historico- rum et dogmaticorum ad res mo- nasticasy ecclesiasticas et politicas illustraìidas. Nel 1717 pubblicò a Parigi, unitamente al p. Durando, la descrizione del viaggio da essi fatto insieme in Francia, col tito- lo di Viaggio letterario di due re- ligiosi della congregazione di san I MAR Mauro; e nel 1724 collo stes- so titolo, la relazione di un viag- gio (la lui fatto in Germania do- po quello di Francia. Il frutto di questo secondo viaggio fu una nuo- va collezione di nove volumi, 1724* 1733, col titolo: Velerum seri- ptoriim, et monumenlorum hìslo- ricoriun et dogmaticorum amplis- sima colleclìo. Le due suindicate collezioni contengono un gran nu- mero di documenti singolari, fram- menti di concilii e di cronache, fondazioni di chiese, lettere di mol- li principi, di Papi, di vescovi, at- ti, formole, ordinanze, ec. Nel 1730 die alla luce: Impetialis stahiilen- SIS mouaslerii fura propugnata adversus iniquas disceptationes I- gnatii Roderici de ahbatihus et orìgines stahulensis et malhunda- rìensis monasterii vindice domno Edniundo Marlenne. Questa ope- ra che contiene moltissime disser- tazioni sopra diversi punti di sto- ria, di disciplina e di diplomatica, è una risposta ai religiosi dell'ab- bazia di Mal medi, per la difesa con- tro quella di Stavelo, che aveano pubblicato a Wurtzbourg nel 17*28 un volume intitolato : Ignatii Rode- rici disceptationes de abbatibus^ ori- gine^ primaeva, et Jwdierna consti' tiUione abbatiarum inter se unita- rum nialbundariensis et stabulen- sisj ec. Martene ebbe pure parte nella nuova edizione dello Spici- legio del padre d. Luca Achery, pubblicata nel 1743 a Parigi. A- vendo poi ottenuto i mss. lasciati dal p. Mabillon, pel VI tomo de- gli annali benedettini, egli li ri- vide, fece ad essi molte giunte e correzioni, e pubblicolli a Parigi nel 1739 con una prefazione. Si occupava per pubblicare i tomi degli atti de' santi dell'ordine di MAR i63 s. Benedetto, in continuazione del- la raccolta del p. Achery e del p. Mabillon, e sperava in seguilo pub- blicar la raccolta della vita e let- tere di s, Tommaso di Cantorbery, quando cessò di vivere. Lasciò mss. alcune memorie per servire alla storia della congregazione di san Mauro e dell'abbazia di Marmou- tier. Il p. Martene univa mirabil- mente la penitenza allo studio, trovando il tempo in mezzo ai suoi immensi lavori di assistere a tutti gli uffizi si di giorno che di notte, ed aggiungendo nuove au- sterità a quelle della sua regola. I dotti, da cui era stimato ed a- malo, ammiravano in lui la sem- plicità de'costumi del pari che la vasta dottrina, essendo le sue ope- re abbondanti di curiose investi- gazioni tolte da libri e da monu- menti rari e poco conosciuti. MARTIANOPOLI, Martianopo- lis. SeL\e vescovile nell'Asia mino- re, esarcato di Dacia, che si cre- de Pressa u città di Bulgaria, ver- so il Danubio e il Ponte Eusino. I bulgari ne fecero la capitale del loro regno, prima di Tarnobia. La sede vescovile fu eretta nel V secolo, quindi divenne arcivescovi- le e fu trasferita a Tarnobia. Al presente Martianopoli, Martianopo- litan, è un titolo arcivescovile m partìbus che conferisce la santa Sede. MARTINA (s.), vergine e mar- tire. Uscita da una delle più illu- stri famiglie di Roma, ivi suggellò la fede collo spargimento del pro- pizio sangue nel terzo secolo. Anti- chissimo è il suo culto in Roma: fino dai tempi di s. Gregorio I Magno, i fedeli visitavano con par- ticolar divozione la cappella con- .sacrata alla sua memoria. Alessan- i64 MAR tiro IV nel i7.56 dedicò in Roma ' lina chiesa al suo nome; Sisto V la diede all'insigne Accademia di s. Luca (Fedi), e nel i634 si fe- ce la Iraslfìzione delle sue reliquie, trovate sotto i rottami dell* antica sua chiesa. Urbano Vili ne fece allora fabbricare una assai magni- fica in onore della santa, e ne pò* se l'ofiizio nel breviario romano, del quale egli stesso compose gii inni, sotto il giorno 3o gennaio. Santa Martina è una delle protet- trici della chiesa di Romaj ed è nominata eziandio nei martirologi di AdonCj di Usuardo, ec. MARTINI BUONTEMPI An- drea, Cardinale, F. Buontempi Andrea, Cardinale. MARTINI o MARTINS Anto- nio, Cardinale. Antonio Martini o Martins de Chaves, nato nel castello delle Acque Flavie in Por- togallo, o come vogliono altri in Porlo, di onesti genitori , chiaro per lettere ed integrità di costumi, ottenne un ricco beneficio nella metropolitana di Lisbona, e poi la dignità di decano d' Evora ; venne quindi promosso a vescovo di Porto. Ardeva in quel tempo sanguinosa guerra tra Giovanni I re di Portogallo e il re di Ara- gona, per cui quelle regioni erano bersaglio della licenza soldatesca^ senza rispettare nemmeno le cose sacre. Martino V intimò pertanto ai vescovi portoghesi di adunarsi in sinodo a Braga per rimediare a tanti mali, come fecero con op- portuni decieti. In quell'assemblea spiccò singolarmente la saviezza e dottrina di Antonio, onde il nuovo re di Portogallo Odoardo, dovendo mandare il suo nipote Alfonso al concilio di Basilea per ambasciatore, gli destinò per corn- ivi A R pagiio questo prelato, incarionndo- lo ancora di trattare con iiujK'gno e conchiudere la pace tra Carlo VII re di Francia, quello d'Inghil- terra, e il duca di Borgogna, coinè poi nel 1445 f" seguito in Arras. Insorta tra i padri basilcesi la controversia sul luogo di celebrare il concilio per la riunione della chiesa greca colla latina, essi desti- narono Pietro vescovo di Digne, e il nostro Antonio col carattere di legati a Costantinopoli, per in- vitare l'imperatore e il patriarca al concilio. Giunti a Bologna, fu- rono accolti da Eugenio IV con benignità e cortesia, e portatisi a Venezia, a' 3 settembre 14^7 col vescovo di Coron Cristoforo Gare- tone, legato apostolico, partirono per Costantinopoli, ove la loro mis- sione ebbe felicissimo successo. Tra- sferito il concilio da Ferrara a Fi- renze, vi si trovò ancoia Antonio, che insieme cogli altri padri sot- toscrisse le sue ecumeniche dellni- zioni ; quindi in riguardo a tanti meriti Eugenio IV a' 18 dicembre 1439 lo creò cardinale prete del titolo di s. Grisogono, ed arciprete della basilica lateranense che ri- colmò di benefìzi, fra' quali un ec- cellente organo. Donò ancora a quel capitolo la tenuta Trigoria di rubbia 4^^ wé\a Campagna roma- na fuori della porta Ostiense. In- tervenne al conclave di Nicolò V, e fondò in Roma la chiesa nazio- nale di s. Antonio o Antonino dei portoghesi, coli* annesso ospedale, in cui accogliere si dovessero gli infermi e pellegrini portoghesi. Do- po tante e sì preclare opere mori nel i447> '" ^'^^ decrepita, a Ro- ma, venendo sepolto nella delta basilica, in una tomba che prima della riedificazione della chiesa era MAR la più nobile e sontuosa, ed al presente trovasi nel mezzo del primo pilastro sotto la navata si- nistra, dove giace la statua del cardinale vestito in abiti pontifica- li sopra l'urna sepolcrale , in cui vedosi scolpita una semplice iscri- zione. Il Novaes, suo connaziona- le, nega che fosse stalo arciprete lateranense, e dice che dalle be- neficenze da lui fatte alla basilica provenne tale errore. MARTINI Bartolomeo, Cardi- naie. Bartolomeo Martini spagnuo- lo di Valenza, nel 147^ Sisto IV lo fece vescovo di Segovia. Celebrò nel i4B5 il sinodo nella catte- drale di Segovia, e fu commen- dalo il suo zelo per provvedere ai bisogni de' popoli alla sua ciua commessi. Alessandro VI lo nonji- nò nel 140*^ prefetto del palazzo pontificio, nel i494 "laestro della cappella papale; indi a' 19 feb- braio «496 'o creò cardinale prete di s. Agata alla Suburra, che da semplice diaconia il Papa dichiarò per allora titolo; poscia nel i497 lo deputò amministratore della chie- sa di Bagnorea. Morì in Roma jiì ■2^ aprile nel i5oo, o nel i5o8 secondo lUghclli^ dopo lunga ma- lattia (della quale parla il Marini, Archiatri t, 1, p. 256), per cui ai 3i marzo dell'anno precedente nel- la cappella pontificia, ultima a che ili presente, sedette in fine del ban- co dei cardinali vescovi e preti in luogo non suo, senza neppure ren- dere la solila obbedienza al Pon- tefice. 11 suo cadavere fu sepolto nella basilica vaticana in tomba di marmo, col suo nome. MARTINIANA Carlo Giuseppe Filippo, Cardinale. Carlo Giuseppe Fdippo de Martiniana nobile pie- monltse, nacque in Torino a' 19 MAR i65 giugno 1724. Avendo fatto egre- giamente gli studi ecclesiastici, di- venne direttore di spirito della re- gia università di Torino, e meritò col tempo che Benedetto XIY ai 19 h^lio 1757 lo facesse vescovo di s, Giovanni di Maurienne , e per le sue virtù e beneficenze fatte al- la diocesi, come zelante pastore, Pio VI nel concistoro del primo giugno 177B lo creò cardinale dell'ordine de' preti , ed in quello de' 12 luglio 1779 lo traslatò alla chiesa di Vercelli. La berretta car- dinalizia gliela rimise a mezzo di monsignor Cavalchina Allor- quando Pio VI fu deportato pri- gioniero in Francia, ed essendo giunto ai 23 apiile 1799 nella piccola città di Crescentino nella diocesi di Vercelli , alloggiò nella casa de' preti dell'oratorio; ivi si recò subito il cardinale per osse- quiarvi l'infelice Pontefice, e n'eb- be breve ma benigna udienza. Questo fu r ultimo cardinale che Pio VI vide, essendo morto nel- l'agosto di detto anno. La città di Venezia fu destinata per la cC' lebrazione del conclave, ed a que- sto si recò il cardinale, mentre l'eletto Pio VII nel concistoro te- nuto nel monastero di s. Giorgo a'2 aprile 1800, gli conferì il cap- pello cardinalizio, che nella sera gli portò colle consuete formalità monsignor Ginnasi cameriere se- greto. 11 Papa di poi gli assegnò per titolo quello ch'egli teneva nel cardinalato, cioè la chiesa di san Calisto, annoverandolo alle con- gregazioni dell'immunità, dei ri- ti, delle indulgenze e sacre reli- quie, e dell'indice. Beneficò anco- ra la chiesa di Vercelli , e ne fu benemerito, singolarmente nelle fre- quenti laboriosibsime visite ; colle k i66 MAR lettere pastorali ripiene di celeste unzione ed ecclesiastica eloquenza ; coi decreti spiranti soavità , doU cezza e zelo ; colla predicazione assidua della parola di Dio ; colla religiosa amministrazione de't.agra- menti ; colla misericordia e gene- rosità coi poveri; colla beneficenza e carità cogl' infermi , che sovente consolava; avendo esercitato ezian- dio tali virtù e sollecitudini epi- scopali colla diocesi di Maurieune ne' ventidue anni che la governò. Mori in Vercelli a* 7 dicembre 1802 assai compianto, nell'età di settantanove anni, e fu sepolto in quella cattedrale. MARTINIANO Dormeente (s.). V. Dormienti (i sette ss.). MARTINIANO (s), martire. ^. Processo e Martiniano (ss). MARTINIANO (s.) , eremita. Nato a Cesarea, nella Palestina, sotto r impero di Costanzo, si ri- tirò in età di dieciott'auni in una solitudine vicina, ove esercitossi nella pratica di tutte le cristiane virtù. In breve pervenne a emi- nente santità ; e la fama dei mi- racoli che Dio operava per suo mezzo, rese celebre il suo nome. Avea passato in questa solitudine venticinque anni, allorché Dio per- mise che la sua virtù fosse messa alla prova. Una meretrice di Ce- sarea, nomata Zoe, recossi di sera alla cella del santo, infìngendosi una povera persona che avesse smarrito la via nel deserto, e che correva rischio di perire se non le avesse dato ricovero. Accolta per compassione da Martiniano , la mattina appresso gli si presen- tò riccamente abbigliata, offeren- dogli la sua persona e le sue for- tune, aggiungendo altre cose che quasi io persuasero. Siccome eru MAR presso l'ora che molte persone ve- nivano a ricevere i suoi consigli e la sua benedizione, fecesi loro incontro con pensiero di accomia- tarle; ma preso da salutare ri mor- di mento, ritornato alla sua cella, accese un gran fuoco ed in esso vi cacciò i piedi. Le grida ch'egli mandava per lo smisurato dolore, fecero accorrere la donna, la qua- le lo trovò disteso sul suolo, e che piangendo diceva : » Come sos- terrò io il fuoco dell' inferno, se questo soffrire non posso? " Zoe spaventata si converti anch'essa, e andò a passare il resto di sua vi- ta fra le austerità della più rigi- da penitenza nel monastero di s. Paola a Betlemme. Quando Mar- tiniano potè camminare, si ritirò sopra uno scoglio da ogni parte circondato dal mare, ove passò sei anni, esposto all' intemperie dell'a- ria, senza mai veder alcuno, tranne un barcaiuolo che due volte l'anno recavagli dell' acqua, del pane, e dei rami di palmizio da lavorare. Essendosi poscia un vascello, spin- to dalla burrasca, rotto contro lo scoglio, il santo cede il luogo a una donzella che ivi avventurosa- mente salvossi coll'aiuto di lui ; e gittatosi in mare, afferrò il lido. Poiché ebbe errato d'uno in altro deserto, pervenne da ultimo in Atene, ove usci di vita sul comin- ciar del quinto secolo, in età for- se di cinquunt'anui. Il suo nome non trovasi nel martirologio ro- mano, ma sì bene ne* Menci dei greci. Era onorato in particolar modo nell'oriente e soprattutto a Costantinopoli, e la sua fèsta é se- gnata il 1 3 febbraio. MARTI i^O (s.), celebre vescovo di Tours. Nacque a Sabaria, città della Pauuouia, nell'anno 3 16, giù- MAR sta s. Gregorio ili Toiirs; ma Gi- rolamo da Prato mette la sua na- scila sei anni [jriina. Ricevette la prima educiizione a Pavia, essen- dosi colà ritirali i suoi genitori, i t|(iali erano idolatri. Malgrado di essi ei frequentava la chiesa, ed in età di dieci anni implorò d'essere ammesso nel numero de' catecu- meni , e vi ili accolto. Un decre- to dell'imperatore che obbligava! tìgli degli uiìì/.iali e soldati vete- rani a portare le armi, lo costrin- se a seguire quella professione , giacché suo padre era tribuno dei soldati. Entrato dunque in età di quindici anni nella cavalleria, egli seppe preservarsi dai vizi che pur troppo predominano nella milizia, ed appalesò le più belle virtì:i. Un giorno tagliò la sua Ccifjpa (Fe- di) per metà, e una porzione la diede ad un povero nudo che gia- ceva alla porta d'Amiens nel più crudo inverno. Della cappa o man- tello di s. Martino si formò uno stendardo o Bandiera ( Fedì ), che venne usata dall'esercito dei re di Francia, e diede (irigine ai nomi di Cappella e Cappellano ( Fedi ), col primo dicendosi il luogo ove si custodiva, e col se- condo i custodi. Di dieciolt'an- ni ricevette il battesimo , e due anni appresso ottenne il conge- o. Il suo corpo fu traspor- tato a Tours, a .seicento passi dal- la città, ove .sorse una città par- ticolare detta Marlinopoli, poi Ca- stel novo, ed in seguito congiunta a Tours. S. trizio suo successore Io fece onorevolmente trasferire in una basilica poco lungi di là, e vi MAR innalzò la sua tomba. Questa ba- silica fu dapprima dedicata a santo Stefano; ma il nome di s. Marti- lino non tardò a prevalere tra i fedeli che venivano da tutte le parti per venerare questo celebre taumaturgo. S. Perpetuo sesto ve- scovo di Tours la tece rifabbrica- re più vasta : tu poi saccheggiata dai»li ui^onolti, che bruciarono le reliquie del santo. Si potè non- ostante salvare un osso del braccio e parte del crauio, che sono colà rimasti : si conservano pure in al- tre chiese alcune piccole porzioni delle sue reliquie, distiibuite pri- ma di quell'avvenimento. S. Mar- tino è appellato gloria delle Gallio e lunje della Chiesa d'occidente, e credesi uno de'primi che furono onorati con pubblico cullo, tutto- ché non fossero stati coronali del martirio, al modo dello all'artico- lo Martire, ove facemmo parola della notissima ricreazione che ha luogo per la sua festa, la quale si celebra agli i i di novembre. Martino (s.), arcivescovo di Braga. Oriundo della Pannonia, si rese esperto nelle scienze, e fe- ce un pellegrinaggio per visitare i luoghi santi della Palestina. Pas- sato poscia in Galizia, ove gli sve- vi, infetti dell'eresia ariana, avea- no stabilito il loro dominio, vi ammaestrò nella fede Teodomiro, dopo averlo guarito dalla lebbra, e ricondusse colle sue prediche questa parie della Spagna all'unità cattoli- ca. Fabbricò verso l'anno 56o molti monasteri^ il principale de' quali fu quello di Duma, vicino a Bra- ga, di cui assunse egli stesso il governo, 1 vescovi della provincia io eressero in vescovato, ed in- nalzarono alla nuova sede Marti- ,uo nel ^iò']. 1 re degli svevi vol- MaR 169 lero che esso fosse il vescovo del- la loro corte. Egli continuò la sua prima maniera di vita, e governò sempre i suoi religiosi con perfet- ta regolarità. Fu poi elevato alla sede di Braga metropolitana di tutta la Galizia, o delle chiese di Svevia in Ispagna. Venne lisguar- dato come uno dei piìi brillanti lumi della chiesa di Spagna, e dei più begli ornamenti dello stato monastico. Morì a' 20 marzo del 58o, ed è onorato in tal giorno. 11 suo corpo fu trasportato da Du- ma a Braga nel 1606. Lasciò una Collezione di ottantaquaUro cano- ni ; una Forinola di vi la onesta , o trattato delle quattro virtù car- dinali j un libro intitolato Dei co- stami ; ed alcuni altri scritti, fra i c|uali una raccolta di sentenze dei solitari d'Egitto. MARTINO ed EUTROPIO (ss.), abbati. Il primo fu discepolo di s. Martino di Tours, e si formò al- le pratiche della perfezione evan- gelica nel monastero di Marmou- tier. Ritiratosi di poi nella Santon- gia, fabbricò un monastero a Sain- tes, e ne fu abbate. S. Eutropio, uno de' suoi più celebri discepoli, gli successe. S. Martino fioriva nel quarto e nel quinto secolo. Igno- rasi l'anno di sua morte; ma è pro- babile che sia avvenuta il 7 di- cembre, giorno in cui è nominato nei mai'lirologi. Quello di Francia indica nello stesso di la festa dì s. Eutropio, successore di s. Mar- tino. MARTINO (s.), abbate, chiama- lo eziandio s. Martino il Solo. Nacque a Nantes in Bretagna cir- ca l'anno S^y, e compiuti gli stu- di, abbracciò lo slato ecclesiastico. Felice suo vescovo l'oidinò diaco- ni, e gli diede il carico di predi- T70 MAR Ciii"e il vangelo agi' idolatri di Er- badilla, ciltà distante due leghe <)alla Loira, dalla parte del Poitou; ma le sue fatiche vi produssero poco frutto, e non furono corris- poste che con ischerni. Inabissata poi la città dalle acque, il santo ^e ne allontanò; fece diversi viag- gi in Europa, e visitò le tombe dei martiri. Ritornato in Bretagna, fabbricò un piccolo romitorio, do- ve parecchie persone pie vennero a porsi sosto la sua guida. Quin- di per alloggiare i suoi discepoli edificò un monastero nella foresta di Vertave, ora Vertou, a due le- ghe da Nantes, e vi pose una re- gola tratta dalle massime degli antichi padri. Altri due monasteri fece edificare, uno per uomini e l'altro per donne. Mon circa l'an- i»<» 60 I, a* 24 d'ottobre; ed in tal giorno è onorato, il suo corpo fu trasportato a s. Jouin, dove più non si trova; lo che si attribuisce ai guasti degli ugonotti. S. Mirti- no di cui palla Gregorio di Tours nel suo libro DclLi gloria de coti- fasori, è diverso dal prelodato, e fu abbate di Saintes. MARTINO I (s), Papa LXXVl. l'ebbe per padre F abrizio , uomo ricco e nobile di Todi, città ve- ' scovile dello stato ecclesiastico, il quale nulla trascurò per procurar- gli i migliori maestri per istruirlo. Coiisagratosi allo stato ecclesiastico, fu ammesso nel clero di Roma, e già legato in Costantinopoli , fu eletto Pontefice a*5 luglio del 649, e consecrato senza aspettare 1* a- busivo consenso deirim[)eratore di Oliente, come sembra dall'essere poi accusato di aver preso il pon- tificato irregolarmente e senza legge, coni' egli stesso scrisse in uuu sua lettera, cpiu. i5, presso MAR il Libbé , Condì, t. VI, p. (\^. 11 monotelismo dominando sempre in oriente, era combatuto a Ro- ma ; il Papa seguendo i principii de' suoi predecessori, nello stesso anno 649 tenne un concilio di centocintiue vescovi nella basilica lateraneuse, la cui autorità fu sì grande, che dopo i cinque concilii generali fu inserito nella professio- ne di fede, solita farsi dai Papi, siccome si ha dal lib. diurnus Ro- man. Pont. cap. 2, tit. 9, p. 26. In esso condannò tutte le eresie, ed in ispecie gli errori de'monote- liti, co'Ioro fautori, Teodoro vesco- vo Faranitano, Giro vescovo Ales- sandrino, Sergio , Pirro e Paolo successivamente patriarchi costanti- nopolitani, coir Ectesi di Eraclio, ed il Tipo di Costante II impera- tore. I discorsi pronunziati dal Papa nel concilio, in cui egli lu- minosamente spiegò tutte le diver- se opinioni, danno un'alta idea del suo sapere ed eloquenza. Gli atti del concilio furono mandati in tut- te le chiese di Egitto e di oriente, in cui le concjuiste de'mussulmani accrescevano i mali cagionati dalle eresie. Essendo il Tipo un editto di Costante II, questi se ne tenne olfeso, ed incitato dalle lagnanze del patriarca Paolo, affidò all'esar- ca di Ravenna Olimpo la sua vendetta. L'esarca dapprima dise- gnò di attentare alla vita del Papa^ nel momento della comu- nione ; ma sentendosi colpito da terrore e da rimorsi, non ebbe forza di commettere tale delitto, e per vergogna e disperazione par- tì da Roma e dall'Italia, ed in Si- cilia fu ucciso combattendo co' sa- raceni. L'imperatore mandò un altro esarca, Teodoro Calliopa , che si as- sunse di arrestare il Pontefice, e di M A Pt condurlo a Costantinopoli. Principiò accusandolo che nascosto avesse delle armi per difendersi, raa riuscì facile a Martino I di giustificarsi. Allora co* suoi soldati si presentò in Boma, e trovò il Papa prostra- to avanti la porta della basilica lateranense . I soldati entrarono nell'interno, ruppero le candele, e posero in iscompiglio il santuario. li clero protestò solenneniente del- l'innocenza e purità della fede del suo capo; ma il Pontefice si diede nelle loro mani senza resistenza, e non ostante le grida del popolo fu condotto fuori della città, di cui furono chiuse le porle, a' 19 giugno 6.>3. Il suo viaggio fu lun- go e doloroso, senza riguardi agli incomodi che lo facevano molto soffrire, mentre con soli sei servi imbarcato sul Tevere, giunto a Porto, di là lo trassero a Miseno. Poiché ebbe traversato la Calabria, andò errando alcun tempo per varie isole jonie ; si fermò un anno a Nasso, in cui finalmente gli ven- ne permesso di sbarcare dal va- scello, che fino allora gli avea ser- vito di prigione ordinaria. Frattanto l'imperatore gli avea fatto dare in Pioma un successore, nella persona di s. Eugenio I (P'ef/i) agli 8 settembre 654- Arrivò s. Martino I a Costantinopoli a' 17 settembre di tale anno. Durante il suo soggiorno a JNasso ricevè dei soccorsi da tutti i fedeli che deplo- ravano il suo infortunio, mentre le sue guardie rubavano tutto, mal- trattando chi li recava. Prima di en- trare in Costantinopoli , era egli sta- lo annunziato a Costante li; tutta- voita fu lasciato nel porto entro il vascello, coricato su di uno stramaz- Z.O, tormentalo dalla golia, ed espo- sto agli insulti di tulli ijucili che MAR 171 vollero appressarglisi. Verso sera fu tratto dalla barca nella prigio- ne Prandearia, in cui dimorò tre mesi, senza parlare a persona. Jl suo processo incominciò a* i5 di- cembre, onde il Papa comparve avanti il sacellario Bucoleone, por- tato su d'una sedia, non potendosi reggere in piedi pei gravi disagi sof- ferti, tuttavia assolutamente il mini- stro volle che si alzasse in piedi. Ven- ne accusato il santo Padre che co- spirato avesse con Olimpo, il quale Io volea privar di vita. Si produs- sero contro lui venli testimoni su- bornali, tratti dalla più vile pleba- glia e brutale soldatesca; fu inter- rogalo il Papa in modo insultante e feroce, ed egli rispondeva in Ialino alle domande in greco, per un interprete. Il sacellario andò in furore perchè le risposte del Papa lo imbarazzavano; stanco poi del- l'indegna scena, si ritirò per far- ne rapporto all' imperatore. Si fe- ce uscire Martino 1 dalla camera del consiglio, e fu posto su di una terrazza, perchè essere potesse ve- duto dalla corte e dal popolo. Comparve quindi il sacellario, ri- coprì il Papa di oltraggi qual reo di lesa maestà, e gli fece straccia- re il mantello e rompere la cor- reggia de'suoi calzari, indi lo con- segnò al prefetto con ordine di farlo in pezzi. Venti voci al più gridarono anatema, tutti gli altri astanti restarono silenziosi e me- lanconici , chinando la testa per dolore, commossi dal veder così berteggiata la maestà pontifìcia. I manigoldi s' impadronirono allora di lui, gli tolsero il pallio e le in- segne pontifìcie, lo spogliarono del- le rimanenti sue vesti, né gli la- sciarono che una tonaca senza cin- tura, che lacera tu anch'essa ne due lyi MAH lati, gli si vedeva nudo il corpo. Gli misero al collo un istromeuto o collare di ferro , in lai guisa tiasciiiandolo dal palnzzo in mezzo alla città col carceriere, come con- dannato a morie , precedendolo quello colla mannaia o spada con cui doveva essere decapilato. Fu poscia condotto carico di catene nel pretorio, e di là venne gi Italo nella prigione di Diomede con de- gli assassini, scorticandosi le gambe neir ascendere gli alti scalini. Sem- l)rava vicino a spirare, onde cadde rifinito dal rigido freddo ; fu rial- zato e messo incatenato su d'una panca. Due donne, preposte alla cura della prigione , ne presero compassione lo posero in letto, e fecero il possibile per riscaldarlo ; ed il Papa restò sino a sera senza parlare. L'eunuco Gregorio prefetto del- la città gli mandò alcuni alimenti, facendogli concepire qualche spe- ranza; e Martino J, desiderando il martirio, restò afflitto da tali at- lenzioni. Nondimeno gli vennero tolti i ferri, e gì' indegni tratta- menti eroicamente da lui solfei ti mossero molti a compassione, fra i quali il patriarca Paolo moiiotelita, forse pei rimorsi di coscienza. Es- sendo il Papa moribondo, l'impe- t'atore andò a visitarlo, e non po- tè dissimulare il suo rammarico. Dopo essere stato più di tre mesi in prigione, a' fo marzo 65'^) gii iu annunziato di essere rilegato a Clicrson nella Tauride, che il No- vaes chiama Crimea nella Tracia. Diede il bacio di pace e uiì com- movente addio a chi locircondava, e venne imbarcato segretamente ai 26 dello stesso mese, arrivando ai ì5 maggio al luogo dell'esilio, doade domandò soccorso a' suoi. MAR essendo privo nella carestia delle cose piì» necessarie al vitto, pregan- do Dio pc' suoi fratelli di Roma e per chi reggeva allora la Chiesa. Passati ivi quattro mesi in conti- nui patimenti, modello d'invinci- bile fermezza, morì ai i6 settem- bre 655, dopo il governo di cin- que anni, due mesi e tre giorni, computato dalla sua elezione sino a quella di Eugenio l, la quale egli approvò; e da quando era stalo crea- to Papa, sei anni, due mesi e d(-»di- ci giorni. Con due ordinazioni nel dicembre creò 33 vescovi, 5 o i i preti, e 5 diaconi, il suo corpo fu poi trasferito in Roma nella Chie- sa di s. Martino a Monti (Vedi), ove fu riposto a' 12 novembre, che però in tal giorno si celebra la sua festa, mentre i greci la celebra - )io il giorno della sua morte, e [)iìi solennemente ai i3 aprile. E- gli lasciò dieciotto lettere scritte di uno stile nobile e fermo, che si leggono nella Biblioteca de pa- dri, e nel citato Labbe'. La santa Sede vacò, dall'assenza di s. Mar- lino I, fino all'elezione di s. Eu- genio I, un anno, due mesi e venti giorni. MARTINO II o MARINO I, Papa CXI. Dovrebbe veramente chiamarsi Marino I, ma perchè la similitudine del nome die motivo a confondersi con Martino, in guisa che il IV ed il V furono poi chia- mati Martini, come osserva il Pa- pe brodi io, ìli Propylaeo p. i^i, u. 5, ed il Pagi ad an. 882, n. 10, così viene chiamato Martino li, ts sendo la medesima persona di Ma- rino I. Nacque in Montefiascone , città vescovde dello stato della Chie- sa, ed ebbe per padre Palombo. Divenne prete, diacono e cardinale legalo tre volte a Costantinopoli MAR nella causa di Fozio, per parte di s. Nicolò I ncll'86G, e nella Bul- garia con Formoso; sotto Adriano il nell' 868, pel concilio generale di Coslanlinopoli IV; e neir88i nel pontificalo di Giovanni Vili , per la causa di Fozio. Questo ul- timo Pontefice, essendo già insigni- to della dignità vescovile, lo man- dò in Napoli ad assolvere dalla sco- munica il vescovo Anastasio, se ri- vocava la lega fatta co' saraceni, i^ieno di meriti fu eletto Papa ai '23 dicembre 882. Scomunicò nuo- vamente Fozio, e restituì Formoso alla cliiesa di Porto , da cui era stato deposto, permettendogli inol- tre di poter ritornare in Roma con- tro il giuramento fatto. Il Cardel- la registra tre cardinali da lui crea- li. Governò la Chiesa un anno e due mesi; e morì a' 2 3 febbraio tlcir884 , colla riputazione di un nomo illuminalo e di gran pietà. Fu sepolto in Vaticano. Vacò la Sede apostolica sei giorni. MARTINO III o MARINO II, l^apa GXXXil. Romano, fu eletto Pontefice prima de' 4 febbraio o forse a' 12 gennaio del 943. Scris- se al vescovo di Capua Sivone, pres- so Leone Ostiense, in Chron. lib. i, cap. S^, rinfacciandolo d'ignorante de' canoni, d'imperito nelle lette- re, di familiare de' secolmi, e di temerario trasgressore, perchè avea dato, contro le leggi divino ed u- mane, ad un suo diacono in be- nefizio la chiesa di s. Angelo, che il suo predecessore avea concesso a' monaci benedettini per fabbri- carvi un monastero. Gli ordinò pertanto di restituire i»' monaci la detta chiesa; che fosse fabbricalo il monastero, il quale non sareb- be da lui, né dai suoi successori in- quietalo, ma resterebbe perpctua- MAR 173 mente soggetto al monastero de' be- nedettini ch'era in Capua ; e che il suddetto diacono restasse separa- to da ogni comunicazione degli uf- fizi ecclesiastici dal vescovo, al qua- le minacciò la sospensione del gra- do sacerdotale e la scomunica , se non obbedisse prontamente. Marti- no III, secondo il Cardella, creò tre cardinali, avendo governato laCliie- sa tre anni, sei mesi e qiiatlcrdici giorni. Si rese molto lodevole nel rifoimare la disciplina ecclesiastica, nel ristorare le chiese, nel solleva- re i poveri, e nel couiporre le dis- cordie tra i principi cristiani. Morì nel mese di giugno del 946, e tu sepolto nel Valicano. S'igiiura (juan- lo vacasse la sede, ma probabilmen- te due o tre giorni. MARTINO JV, Papa CXCVII. Simone di Rrie o Brion, o Mom- pizio, nato da una nobilissima fa- miglia a Mompincè o Montpensier nella Turrena , ovvero nella Brie in Francia, o in Montpilloi castello della provincia di Sciampagna dio- cesi di Sens; uomo per dottrina, grandezza di animo e santità di vita chiarissimo, prima beneficiato della chiesa di Rouen , e poi teso- riere e canonico nella chiesa di s. Martino di Tours, per cui alcuni lo credettero turonese di patria, indi giiardasigilli di s. Luigi IX. li Papa Urbano IV lo dichiarò cap- pellano pontificio, ossia uditore di rota, indi eletto vescovo di Puy non seppe determinarsi ad accetta- re. Siffatta rinunzia , suggerita dai sentimenti di sincera umiltà, uìosse detto Pontefice a crearlo cardinale prete del titolo di s. Cecilia, in Vi- terbo nel dicembre 1262 o i263. Clemente IV lo destinò legalo in Francia a Carlo d' Angiò conte di Provenza, e fratello del mentovalo 1 74 ^^ ^ ^ re di Fradicia, per invitarlo a poi-- taisi in Italia contro Manfredi u- surpatore e tiranno di Sicilia , che -attese le sue violenze e concussio- ni era divenuto insoffribile, ed of- frirgliene la corona. Nella sua le- gazione celebrò diversi concilii pro- vincialij ne' quali oltre all'aver pre- scritto una costante riforma agli ec- clesiastici, ritrovandosi in Noget , stabilì alcune savie leggi pel buon ordine dell'università di Parigi, ne confermò i privilegi, e stabilì il mo- do e il cerimoniale per l' elezione del rettore della medesima. Aven- do il re di Francia Filippo III an- nullata la legge che vietava i giuo- chi di asta e spada, ne* quali spar- gendosi molto sangue la festa si cangiava in lutto, Nicolò III con sue lettere non mancò rampognar- ne il legato , per l' eccessiva sua connivenza, e gì impose che pro- mulgasse sentenza di scomunica con- tro chiunque avesse avuto la te- merità di esporre la propria vita a cimento in quegl' illeciti giuochi. Già erasi trovato presente al con- cilio generale di Lione II celebra- to da Gregorio X (per la cui ele- zione fu uno dei sei cardinali in cui si compromise il sacro collegio), dopo il quale per di lui ordine re- stò in Francia a motivo di rista- bilire la sacra guerra della Pale- stina. Fu allora che si studiò con zelo e minacce di distogliere Filip- po III dal muovere guerra ad Al- fonso X re di Castiglia, e celebrò un concilio in Bourges nel 1276. Richiamalo a Roma da Nicolò III, per sua niorte entrò in Conclave (Vedi)^ in Viterbo _, ove dopo sei mesi di sede vacante, fu eletto con- cordemente Papa a' 21 febbraio 1281, ma con tanta di lui reni- lenza , che ricusando di assumere MAR le insegne pontifìcie, i cardinali ac- cesi dì salito zelo gli strapparono di dosso le vesti cardinalizie, e gli misero per forza le papali , come scrive Tolomeo da Lucca. Prese il nome di Martino IV (terminando con lui la confusione del nome di Marino), in memoria della chiesa di cui era stato canonico, e si fece coronare a' 2 3 marzo in Orvieto, perchè in Viterbo eravi l'interdet- to per cagione dell'arresto fatto nel conclave, ad istigazione di Riccar- do Annibaldi che n'era custode, de' due cardinali Matteo e Giorda- no Orsini. Il popolo romano per terminar le discordie insorte in sede vacan- te, in cui i potenti Annibaldi ed Orsini avevano ciascuno creato il senatore di Roma, onde n'erano avvenute orribili stragi e sangui- nosi tumulti, diede a Martino IV, come ad un privato, la dignità di senatore di Roma, la quale egli le- stituì a Carlo d'Angiò 1 re di Sicili.i, cui l'avea tolta Nicolò III. Dimoran- do in Orvieto fece l'unica sua pro- mozione di sette cardinali, fra'quali uno fu poi Bonifacio Vili; sco- municò r imperatore Micìiele Pa- leologo per aver mancato alla pro- messa unione colla Chiesa romana, e ricusò riceverne gli ambasciatori. Nel 1282 scomunicò ancora in Vi- terbo gli autori della famosa con- giura de' vespri siciliani , che ster- minò tutti i francesi in Sicilia; e dopo di essere stato alcun tempo in Roma, egual sentenza fulminò in Montefiascone (ove edificò il palazzo e la fortezza, e l'abitò) contro Pie- tro III re d'Aragona complice della medesima, e invasore della Sicilia; lo depose dcd regno, scomunicando chi l'obbedisse, e pubblicando l' indul- genza della crociata a ^chiunque I ÌM A R confro di Ini combattesse ; quindi (Inndo il regno d'Aragona al di lui nipote Carlo di Valois , figlio ili Filippo III re di Francia , ordinò ni vescovi francesi che perciò gli paga<;.sero le decime ; come le co- mandò agli italiani in favore di Carlo I contro lo stesso Pietro III, Frattanto morì Carlo I a' 7 gen- naio I ?. 8 'ì, lasciando prigioniero de- gli aragonesi in Catalogna il figlio ( arlo li, e il figlio di questi Carlo Martello inetto per l'età al gover- no, per cvii il Papa come supremo signore del regno, vi pose auìuii- nistratori , confermando nella reg- genza il conte d'Artois, e dandogli per compagno il cardinal Geraldo di Parma legato. Nell'istesso anno Martino IV fu costretto uscir da Orvieto per l' insolenza del gover- natore Ranieri, v. non polendo ri- tirarsi in Roma per le discordie che •vi erano, passò a Perugia. A' 1^ marzo vi celebrò la messa di Pa- squa, ed appena ebbe desinato si ammalò gravemenle, e morì a' -28 Tenendo il 29 marzo del laSo, per aver mangiato con eccesso le anguille, che molto gli piacevano. Fu sepolto nel duomo di Perugia coir abito de' frali minori, da lui amati sopra gii altri religiosi; e sebbene ordinò al cardinal Saveilì che gli successe, che il cadavere fos- se trasferito in Asisi nella loro chie- sa, ciò non fu eseguito. Governò quattro anni , un mese , ed otto giorni. Fu magnifico, di gran petto nelle cose della Chiesa, dotto e pru- dente, ornato di molte virtù, e tal- mente staccalo dai parenti, che por- tandosi un fratello a rallegrarsi con lui del pontificato, egli avendogli somministrato una moderata som- ma per le spese del viaggio, lo ri- mandò a casa dicendogli, che i be- MAR 175 ni che avea come Papa erano della Chiesa e non suoi per poterle dis- porre. Alcuni Io tacciano di essersi mostralo troppo appassionato del connazionale Carlo 1 , per mezzo del quale dicesi era stato esallato, e si lasciava governare; ma i mi- racoli che Dio operò al suo sepol- cro, e ne' (jnali fiorì dipoi, per cui alcuni lo venerarono per santo, mo- sliano abbastanza di non aver egli ecceduti i termini della giustizia. Vacò la santa 5?ede tre giorni. MARTINO Y, Papa CCXYI. Ottone o Oddone della nobilissi- ma famiglia Colonna, una delle pri- me di Roma, nacque nel 1 365 in Genazzano [Fedi), altri dicono in Roma, allri in s. Vito, terra non lungi da Palestrina, da Agapito Colonna. Si fece amare e insieme ammirare dai propri concitladini, per la integrità, sapienza, dolcezza, affabilità e modestia del suo ca- rattercj congiunta a tale eminen- za di letterarie cognizioni, che non vi aveva scienza^ in cui non fosse eccellente. Sopra tutto fece mirabili progressi in quella del diritto ca- nonico, che apprese nell'università di Perugia. Da Urbano Vi fu a- scrilto tra i referendari ed i prò- tonotari, e nominato amministrato- re di Palestrina. Bonifacio IX Io fece uditore di rota, e nunzio apo' stolico per l'Italia ed altrove. Com- pite con suo gran decoro e pari vantaggio della Sede apostolica nove legazioni, fu da Innocenzo Vili a' I 2 giugno i4o5 creato cardinr.l diacono di s. Giorgio in Velabro. vicario di Roma ed arciprete deb la basilica Lateranense. Neli.fjugo di tanti DiK^ri , anziché scemarsi, siccome sapiente, andò crescendosi in lui la liberalità, la piacevolezza e la benignità ; onde a chiunque 176 MAR ridiicslo Io avesse, prestava di buon grndu V opera sua con tali j^eniili maniere, e con traili così obbliganli , che si cattivò l'alletto e la sii ma tli tulli, tenendosi per quanU) il poteva lontano dai pub- blici all'ari. Si oianlenue fedele a Gregorio XII, finche non si dovè portare al concilio di Pisa , ove seguì l'elezione di Alessandro V ; couìe pure intervenne in Bologna a quella di Giovanni XXI II. Que- sti gli die l'amministrazione «della provincia del Patrimonio di s. Pie- tro, del ducato di Spoleto, e delle città di Perugia, di Todi, di Or- vieto, di Terni e di Amelia col titolo di legato, ne'quali impieghi si condusse sempre con mi i-abile prudenza. L* Ughelli dice che fu fatto vescovo di Urbino nel i38o. P^inalmente essendo nel vigore del- la salute e di circa 5o anni, nel concilio di Costanza (Fedi) agli li novembre i4i7» coi voti con- cordi di tutte le nazioni fu eletto Papa, e ricorrendo in quel giorno la festa di s. Martino vescovo, prese il nome di Martino V, po- nendo fine al gran scisma d'occi- dente. Anche il Baluzio narra la maniera di sua elezione ^ Misceli. lib. Ili, p. 90. Avendo ai 12 e i3 di detto mese ricevulo gli or- dini del diaconato e del sacerdozio dal cardinal Broignac decano, a'i4 fu con sagrato vescovo j ed a' 2 r che cadde di domenica fu solenne- menle coronalo con quella pompa che dicemmo a detto articolo, ad- destrandogli il cavallo nella caval- cata Sigismondo re de' romani , e il marchese di Brandeburgo , ed emanò tosto le regole della can- celleria apostolica. Presiedette alle quattro ultime sessioni del conci- lio, in una delle quali rivocò tut- M A 11 le le grazie concedute dopo Gre* f^orio XII fino a quel tempo, or-» dinando che le chiese e i benefizi ritornassero al njedesimo stalo in cui erano prinui di Urbano VI, ed emanò quelle altre provviden- ze narrate al citato articolo; indi comandò la riforma del clero. Adoperandosi egregiamente Ladis- lao re di Polonia per l'unione della chiesa greca colla romana, Marlino V con sue lettere lo ringraziò ; gli confermò i privilegi de' suoi predecessori, e lo dichiavò vicario della Chiesa romana ne' suoi stati. Avendo Giovanni re di Portogallo impreso la guerra contro i sarace- ni, il Papa invitò i principi a soc- correrlo, e fece bandire la crociata. Indi per essersi impadronito di Madera, e scoperto il Capo di Buona Speranza e l'Indie orienta- li, Martino V per legittimargliene il possesso, pel progresso del van- gelo, concesse ai re di Portogallo tutte le terre che avessero scoperto dall'imboccatura del Mar Nero al- l'estremità delle Indie. Da Costan- za il Papa s'incamminò per l'Ita- lia , accompagnato da dodici car- dinali , e per Sciaffusa e Berna giunse a Ginevra , ove riconob- be per cardinali molti di quel- li dell' antipapa Benedetto XI 11. Indi passò a Susa, Torino, Pavia, Milano, Brescia , Mantova e Fer- rara, s'avviò per la Romagna, e per Forlì giunse in Firenze a' 26 febbraio 14^9 > avendo declinato da Bologna allora occupata da Antonio Benlivoglio. Mentre dimo- rava in Cebenes, Martino V seb- bene fosse difficile nella concessione delle dispense , pure dispensò nel grado di affinità Giovanni conte di Foix per sposare la cognata. Eresse in arcivescovile la chiesa MAH (\ì Firenze, e confermò la canoniz- zazione di s. Brigida, avendo in- caricato il cardinal Fonseca di so- pire le guerre civili di Castiglia. In Firenz-e attese a liberare lo sta- to della Chiesa dall'oppressione dei tiranni che Taveano occupato, ri- cuperando Civitavecchia , Ostia e Castel s. Angelo dalla regina Gio- vanna II ; come riebbe alla sua obbedienza altre terre della santa Sede. Ricuperò ancora Terni ed Orvieto, ma dovette contentarsi che Braccio da Montone fosse vicario di Perugia, Assisi, Jesi, Todi , e di qualche altro luogo. Essendo fuggito dalla sua prigione il depo- sto Giovanni XXIII {Vedi)^ si por- tò in Firenze ad implorar miseri- cordia da Martino V, il quale lo accolse amorevolmente, lo creò car- dinal vescovo di Frascati, e decano del sacro collegio. Fece gonfalonie- re della Chiesa Francesco Sforza^ affidandogli le milizie pontificie. Ol- tre quanto abbiamo detto a Firen- ze, sulla dimora fattavi da Marti- no V, qui aggiungeremo, che per- nottò nella villa detta ora Torre presso la terra di s. Casciano. Vo- lendo quindi compiacere i romani^ pel Sanese si portò in Roma a'28 Settembre 14^0, alloggiando nel monastero della Madonna del Po- polo, donde a'3o dello stesso mese si trasferì in mezzo alle acclama- zioni del festeggiante popolo al Vaticano, e quivi dimorò sino al i4^7j in cui andò nell'abitazione di sua famiglia, presso ss. Apo- stoli, fabbricandovi di nuovo un sontuóso palazzo. Trovò Roma squal- lida e desolala, ma per lui risor- se all' antico suo splendore. Mi- lìacciata da Braccio, fu il Papa a- ìutalo da Giovanna II, al che al- tra volta crasi rM:usala. Lo SR)f- tOI.. XLII^. MAR Ì77 za , Lodovico Colonna, Luigi da Sanseverino, e Nicolò da Tolentino furono capitani per la Chiesa. Brac- cio restò ucciso, onde Perugia, A- sisi e gli altri luoghi da lui occu- pati ritornarono al pieno dominio pontificio. Nella vittoria ancora Mar- tino V die saggi di rbansuetudine, sa» pendo a tempo perdonare, per cui molte città gli si dierono spontanea- mente, e fra esse Bologna. I Ma- latesta egualmente gli restituirono Osimo, Cervia, Fano, Pergola e Senigallia. Essendosi propagata di nuovo per l'Italia l'eresia de'fra- ticelli chiamati dell* opinione , il Papa deputò due cardinali per castigarli; indi nel 14^2 con in- defessa fatica si applicò a reprime- re in Boemia i funesti progressi degli ussiti. A terminare le guerre tra i re di Frància e d'Inghilterra spedì a pacificarli il cardinal b. Nicolò Albergati. In sequela dei decreti del concilio di Costanza promulgò la celebrazione del con- cilio generale che si aprì in Pa- via nel 14^3, indi per la peste lo trasferì a Siena, e per le guer- re d'Europa in Basilea, destinandovi legato a Intere il celebre cardinal Giuliano Cesarini, acciò lo presie- desse in suo nome. Nel 142 3 ce- lebrò Martino V YAnno santo quin- to [Vedi): che realmente lo cele- brasse, lo prova anche il Zaccaria, Storia letter. t. II, p. 9< e seg. Giovanna li avendo adottato per figlio Alfonso V re d' Aragona, e poi essendo di lui malcontenta , gli sostituì Lodovico d'Angiò, che difen- deva il Papa, il quale nel \^i^ ne approvò l'adozione, e confermò la regina ne! possesso dèi regno, che g^ià avèa fatto coronare dal cardi- nal Moi'ósini. Nel detto anno proi- bì ai cardinali di essere prolettori 12 178 MAR di re o principi . Con diligenti premure nel i4^5 si adoperò Mar- lino V per eslingueie lo scisma che in Aragona sosteneva demen- ta Pili antipapa (Pedi)y e vi riuscì poi al modo detto in qnel- TartìcolO) come ancora si adoperò per togliere molti abusi introdotti nella cristianità, massime in Cor- sica. A' 26 marzo 14^5 colla co- stituzione Sedis ApostolicaCy cano- nizzò s. Sebaldo eremila, e beati- ficò Nicolò vescovo Licopense, Bri- aiulfo Tescovo Scadense , ed In- grida domenicana ; canonizzò an- cora s. Monica madre di s. Ago- slino. Siccome Alfonso V pubbli- co un editto pernicioso all' immu- nità ecclesiastica, il Papa nel i4^6 citò il re a presentarsi in Roma dentro Io spazio di 121 giorni a renderne conto, e nel medesimo an- no die ai monaci girolamini il monastero e chiesa de'ss. Bonifacio ed Alessio. Nel 14^7 Martino V prese energiche misure contro il Portogallo, in cui del pari era gravemente lesa V immunità delle chiese. Nel 14^9 delìuilivatneute il Papa si pacificò col re Alfonso V, ed ordinò contro i labori li che la festa del Corpus Domini si ce- lebrasse ancora nelle terre inter- dette ; nello stesso tempo riprese l'arcivescovo di Gantorbery, perchè avea istituito una specie di Giu- bileo. In quest* anno Martino V passò in Ferentino i mesi di lu- glio, agosto e settembre. In tre promozioni creò quattordici cardi- nali, e mentre nel i43i si applica- va col più indefesso zelo nell'estin- guere le eresie che rovinavano la Boemia, la Slesia e la Misnia, mo- rì in Roma di apoplesia a' 19 ve- nendo il 20 febbraio d' anni 63, coU'oltimo governo di tr«?dici anni, MAR tre mesi e dieci o dodici gior- ni, compianto da tutto il popolo ne'funcrali. Fu sepolto in un su- perbo sepolcro di bronzo, in mezzo alla basilica lalerauense, avanti le teste de' ss. Pietro e Paolo , che coU'epitalIìo riporta inciso l'Oldoi* ni, Addii, ad Ciacconium t. 11, p. 83o. Estinse l'orrendo e lungo scisma, pacificò l'afflilta Italia, re- staurò la desolata Roma con edi- fizi, e meritò il titolo di padre della patria e felicità de' suoi lem- piy lasciando la sua memoria in eterna benedizione, poiché il giu- dizio del cieco popolo può fallire, non così quello de'secoli. Fu Mar- tino V grand'uomo dabbene e di stato, e desideralo dopo morto anco da quelli che vivente l'odia- rono. Era egli dolalo di grande erudizione , affabilità , prudenza, consiglio, e di ottimi costumi: la bontà di lui non fu meno che la giustizia. Nel promuovere i sogget- ti ai benefizi ecclesiastici era se- vero indagatore del merito . Nalaie Alessandro afferma , che fu diffi- cile ad accordare dispense, comu diciamo all' articolo Matrimonio § IV. Fra tutte le sue virtù spic- cò la costanza ne' casi avversi, e ne diede principalmente la prova nella perdita dei fratelli. Di che e di quanto fece alla sua nume- rosa famiglia Colonna (F'edi)y che assai amò ed arricchì in più modi, lo dicemmo a qtiell'articolo. NeJa zecca pontificia abbiamo quattro medaglie di lui colla sua effigie, cou allusioni alla sua elezione e corona- zione, restauri delie basiliche di Roma, e del nuovo portico che fece alla Vaticana , ed alla cele- brazione del giubileo. La storia di questo memorabile pontificato fu pubblicata da uu codice oiss. dei MAR Papebrocìiio nel suo Conni, Chron. hìst. par. Ili, p. 112. La vita cH Martino V. da un codice vatica- no è presso il Muratori negli Script, rer. imi. t. Ili, par. II, p. SSy e H59. Vi è ancoia di Francesco Ci rocco, Vita di Martino V Co- lonna Noni. Pont., Foligno i638; di Gio. Rivadella, VElogiuni Mar- tini V et aliorum XIII Ponlif. (ch'ebbero il nome di V), Romae i58i; e di Felice Contelori, Vita Martini V^ Romae 1641. Vacò la santa Chiesa undici giorni. MARTINO, Cardinale. Martino o Marino prete cardinale, si trova sottoscritto nel decreto ingiustamen- te emanato da Stefano VI detto VII neir8g6, contro il cadavere di Papa Formoso. MARTINO, Cardinale. Martino cardinale di s. Sabina, fiori sotto Benedetto IX che tenne il pontifi- cato dal io33 al io44- MARTINO Bertrando, Cardi- nale. Bertrando da s. Martino nato in Arles, essendo preposto nella chie- sa di sua patria, fu flitto vescovo di Frejus ; nata però discordia tra gli elettori, venne nel 1264 trasfe- rito alla chiesa d'Avignone , e nel 1*266 passò all'arcivescovato d'Ar- les, di cui non potè subito pren- dere possesso, per la lite promos- sa dalla nomina fatta dai compro- missari. Si crede che rinunziasse il vescovato di Valence nel Delfìnato, in luogo di cui si vuole che alla fine ottenesse il possesso della chie- sa Arelatense, della quale nel 1269 ottenne il pallio da Clemente IV, con facoltà di farsi precedere dalla croce per tutta la provincia d' Ar- les. Gregorio X nel settembre o di- cembre 1273 lo creò cardinale ve- scovo di Sabina ; intervenne alle prime sessioni del concilio generale MAR 179 che quel Papa celebrò in Lione, ed ivi morì nel 1270. MARTINUSIO Giorgio, Cardi- nale. Giorgio Martinusio così detto dal cognome della propria madre, ma veramente della famiglia Wise- nowiski, quanto nobile altrettanto scarsa di beni di fortuna , venne alla luce nella rocca di Namiesaz, presso al fiume Tibisco nella Croa- zia. Annoiato del mondo , di cui nell'età giovanile avea provato le peripezie, professò nel i5o8 nel- l'ordine di s. Paolo primo eremi- ta, quantunque alcuno lo dice mo- naco olivetano. Essendo superiore del celebre monastero di Cestoco- niano nella Polonia, contrasse stret- ta amicizia con Giovanni re d'Un- gheria, che dalle armi di Ferdinan* do I arciduca d' Austria era stato costretto a ritirarsi in Polonia. Ad istanza di quel principe, più volte si recò in Ungheria , per eccitare i magnati del regno a richiamar l'esule sovrano, come in fatti fu da essi coraggiosamente eseguito; anzi dicesi che ottenesse da Solimano II, di cui il re erasi fatto tributa- rio, d'intronizzarlo di nuovo. In ricompensa il re lo nominò nel i534 al vescovato di Varadino, e dichiaratolo suo intimo consigliere gli conferì la prefettura d«l regio erario, ed in sua morte lo lasciò colla regina Isabella tutore dell'u- nico figlio Giorgio ^ bambino di undici giorni, non che amministra- tore e governatore del regno, sino all' età maggiore del figlio. Inco- minciò ad altercare colla regina , perchè vecchio valoroso, avvezzo a comandare, e per la sua accortezza ed imprese divenuto celebre, usava maniere dispotiche. La regina, don- na di valore, per materna gelosia o femminile vanità, infastidita di I i8o MAR questo procedere, si ridusse infiire a cliiamar contro di lui Solima' no II) qillil macchinatore della mor- te del figlio e confederato dell'Au- stria. Per la tardanza dell' aiuto tindiesco, polè Martinusio riconci- liarsi colla regina, e sbaragliare in Tari conflitti i turchi. Disgustato di nuovo colla regina, temendo non poter resistere ai turchi, ricorse al- l'aiuto deir arciduca, che aspirò ad impadronirsi anche della Transil Va- nia. La regina nel i55i dovè ce- dere quello stalo e ritirarsi nel ca- stello di Oppien nella Slesia. L'ar- ciduca itominò subito il prelato ar- civescovo di Slrigonia, e pregò Giu- lio III a crearla cardinale, come fece ai 12 ottobre i55i , e per maggior distinzione gli trasmise il cappello cardinalizio, con facoltà di usare le vesti rosse, interdette ai monaci. Pel comando delle truppe, che pretendeva il cardinale, contro Castaldi generale dell' esercito au- striaco, questi risolvette di ucciderlo, ricolmandolo di calunnie presso Fer- dinando, fino a far credere che avesse intelligenza col turco, per cui strappò da lui l'ordine di prende- re misure di sicurezza. Laonde nel dicembre i55i in Winlz diversi sicari l'assassinarono in un luogo di delizie, nell'età di settanl'anni, do- po due mesi di cardinalato, restan- do il cadavere insepolto per venti giorni, e solo nel marzo ebbe se- poltura nella chiesa di s. Michele d'Albareale. Il Berc^stel dice in "vece, che fu trasportato a Wisem- bourg con grande onore, e sepolto a lato del famoso Unniade, rlove alla sua memoria fu eretto un son- tuoso mausoleo; e che tra le carte non fu trovata cosa che pregi udi- Ciisse alla sua fedeltà e probità. In seguilo i complici del misfatto su- MaR crilcgo, in breve funestamente ief^ minarono di vivere, o sul patibolo come narra il Cardella, che osser- va essersi gli unghcri ribellati a Ferdinando. Pervenuta in Roma la notizia di sì violenta morte, il Pa- pa pati gravissimo rammarico; ne die parte in concistoro ai cardina- li, e fece citare l' arciduca a giu- stificarsi, e che poi scomunicò. Fin- che visse Martinusio, l' eresia non potè penetrare in Ungheria. La sua vita fu scritta da Giovanni Marnavizio; in Parigi ne fu stam- pala la storia nel i'/t5 in france- se, da Antonio Bechet canonico di Uzes, col titolo di Storia del mi' nìstevo del cardinal Giorgio Marti- nusio. MARTIRE, Martyr. Quegli ch'è od è slato martirizzato. Il nome di martire è un nome greco, che si- gnifica propriamente testimonio j e si dà per eccellenza a tutti quelli che soffrono la morte per fare te- stimonianza delle verità evangeliche. Si distinguono i martiri in designa- ti, in consumati o coronati, ed in verificati. I martiri designati sono quelli che furono condannati a mor-' te, ma la di cui sentenza non fu eseguita. I martiri consumati o co- ronati sono quelli che spirarono fra i tormenti, o poco dopo per la violenza de' tormenti sofferti. Di- coosi martiri verificati quelli che la Chiesa, dopo un esame canonico, propone alla venerazione de' fedeh. Fu pure un tempo dato il nome di martiri a'confessori che avevano soCferto l'esilio, o qualche supplizio per Gesù Cristo, benché non vi avessero perduta la vita, e ciò^ im- propriamente, giacche non si pos- sono veramente dir martiri se non quelli, i quali muoiono effettiva- mente nei tormcnli^ o in i>eguito MAR MAR i8i per la violenza dei tormenti stessi, morie per annor della fede; che o che per lo meno ne sarebbero soflra pazientemente la morte per morti, se Dio non li avesse preser- una causa divina, non per alcun ■vati dalla morte per un miracolo umano motivo, come sarebbe quel- delia sua onnipotenza. /^. Confes- lo di render celebre il proprio soRE DELLA FEDE. Quanto alle cause nome. Non sono martiri quelli che fanno il martire, non è la pe- che affrettano il termine della na soltanto, ma ancora la causa loro vita a forza di penitenze; né per la quale si soffie; e queste quelli che prevengono i tiranni, cause che fanno il martire riguar- dandosi da sé stessi la morte, a dano o la persona stessa del mar- meno ch'essi non lo facciano per tire, o quella del tiranno. Non vi divina ispirazione; né quelli che ha che una causa che faccia il muoiono servendo ammalati con- martire, e che riguardi la persona tagiosi, tranne il caso in cui sia- slessa del martire, cioè la fede delle no stati condannati a quel servizio cose che bisogna credere o fare, dai persecutori in odio della fede. Perchè un uomo sia ritenuto mar- Se il martire è catecumeno egli à tire è quindi necessario ch'egli dia tenuto a ricevere il battesimo d'ac- la sua vita , o per qualche verità qua se lo può ; se é battezzato e speculativa della religione cristia- colpevole di alcun peccato deve pa, come sono gli articoli di fé- confessarsi, se vi è un confessore; de , o per qualche verità pra- deve pure ricevere la s. Eucaristia, tica, come sono gli atti delle vir- perchè il martirio non esenta da tu cristiane. Dal che proviene che questi obblighi in articolo di mor- non sarebbe martire colui che mo- te. La viriti invincibile de'martiri risse o per un' opinione pia, ma dimostra la verità della religione non defìnita dalla Chiesa, o per cattolica. I cristiani furono somma- un'opinione falsa che fosse creduta mente solleciti di visitarli e con- vera per un'invincibile ignoranza, forlarli nelle prigioni ove ricevevano p per una verità conosciuta per l'Eucaristia. Furono i martiri gran- mezzo dei lumi della ragione, a demente pietosi verso i caduti, che meno che essa non fosse relativa raccouìandavano a' vescovi con quel- e preliminare alla fede, come Tesi- le lettere di cui parlammo nel stenza di un Dio, il che forma un voi. XXXVIII, p. i33 del Dizio- dubbio fra i teologi, o per una uario. Prima di consumare il mar- verità conosciuta per mezzo di una tirio solevano immediatamente pre- rivelazione particolare. Non vi ha mettere l'orazione: dovendo essere parimente che una causa che fac- decollati , ricevevano genuflessi il eia il martire, e che riguardi la colpo micidiale, indi i cristiani ne persona del tiranno; l'odio cioè imbalsamavano i loro cadaveri, e della (aie o di una buona azione ne raccoglievano premurosamente prescritta dalla fede di Gesù Cri- il sangue. Nel giudizio universale sto, sia il tiranno infedele, eretico, i martiri saranno giudici insieme scismatico o cattolico. Delle dispo- con Gesù Cristo. Il coraggio col sizioni necessarie al martire, la quale i martiri eroicamente sofFri- prima essenziale ad un martire rono inauditi tormenti, derivava dal adulto, è l'accettazione libera della loro amove per Gesù Cristo : sup> iSi MAR plizi , prigioni e patimenti noti smossero la loro costanza mirabile, e meritarono coi loro trionfi di essere intimamente uniti a Dio in cielo, godendo tutta la pienezza della gloria. La sapienza deTiloso- fi e l'eloquenza degli oratori ri- inase confusa allo spettacolo stra- ordinario delie pugne gloiiose dei martiri : i giudici ed i tiranni fu- rono compresi da allo stupore al- la veduta della fede, del coraggio, e delia contentezza di questi santi atleti. Tutti quelli che furono te- stimoni di veduta della virtù dei martiri , o fossero gentili o eretici, confessarono che la virtù de'mar- tiri era evidentemente soprannatu- rale. F. Martirio. Gloriose primizie de' martiri del- la Chiesa furono i ss. Innocenli (Vedi), nella quale, disse s. Ago- stino, spuntarono a guisa dì sole nel rigido inverno dell' infedeltà, e furono prima del tempo della bri- na della persecuzione, come gemme allor nascenti, colti e involati, e per- ciò chiamati primi fiori de martiri. Verso ia fine poi dell'anno in cui fu crocefisso Gesù Cristo re dei martiri e fondatore della Chiesa, pel primo soffi 1 glorioso martirio in Gerusalemme il diacono s. Stefa- no, perciò chiamato protomartire. Nell'anno 69, nella prima delle die- ci persecuzioni della Chiesa più in- signi, patirono glorioso martirio i principi degli apostoli ss. Pietro e Paolo, in Roma capo di tutto il mon- do, stabilendovi la religione cristia- na. Furono ancora dette primizie dei martiri, quelli che patirono in Roma sotto Nerone, pei* cagione del- l' incendio : in Roma fiorirono in seguito innumeiabili martiri, e so- levano avvisare d Pontefice di quan- to loro succedeva. R terzo succes- MAR sore di s. Pietro, Papa s. Cle- mente 1 del 93, istituì in Roma sette notari, per raccogliere gli at- ti dei martiri e registrarli nei fasti 0 dìttici delle chiese, ond' ebbero principio i Martirologi (Vedi), e trassero origine i Protonotari apo- stolici (Vedi) (di quello per regi- strar gli atti dei martiri della con- gregazione di propagandacele, ne parlammo al voi. XVI, pag. 2,54 del Dizionario^ e di essa fu proto- martire s. Fedele da Sigmaringa). 1 vescovi usarono grandissima cau- tela nel registrare nelle sacre tavo- le i martiri, anche in lempo delle persecuzioni; ed il Papa s. Antero patì il martirio nel 288 per ricer- care con diligenza e riporre negli archivi delle chiese gli atti de'mar- tiri, raccolti fedelmente dai notari, cui il Pontefice s. Fabiano aggiun- se sette suddiaconi perchè gli as- sistessero in opera così pia ed im- portante, e agli uni e agli altri aggiunse pure sette diaconi, acciò invigilassero a tale uflìzio, perchè gli atti fossero scritti in disteso, e non già con abbreviature. Della moltitudine de'martiri che partico- larmente fiorirono ne'primi quattro secoli delia Chiesa, si può vedere il Zaccaria j Storia lett, t. II, pag. 4i I , e r articolo Persecuzioni , non che quello de' ss. Martiri, ove di molti si fa menzione, cò- me delle loro diverse denominazio- ni, sotto cui la Chiesa li onora col- lettivamente. Il solo cimiterio di s. Calisto I Papa del 221, fu arricchito di centosettantaquattromila corpi di martiri, e di quarantasei Pontefici, onde si potrà argomentare in pro- porzione, quanti ne contennero i quaranta e più altri Cimiteri o Catacombe di Roma (Vedi). I ss. Prudenzio e Paolino dicono chu MAR Tina moltitudine innumerabile tli altri martiri furono sepolti nella «Ietta catacomba di Calisto; altii dissero che il numero n' era infi- nito. Osservano i critici, che non bisogna immaginarsi che tutti quel- li i quali si seppellivano nelle ca- tacombe fossero martiri, perocché le catacombe erano il cimiterio di tutti i cristiani, come hanno pro- vato Onofrio Panvinio, lib. de Coe- meieriiSf cri; Scacco, De notis et si'gnis sancii tatìs, sec. 9 (di che parleremo all' articolo Martirio ); Benedetto XIV, Z>e canoniz. t. IV, par. II, e. 26, n. 6, e come Io mo- stra la sola ispezione delle tombe. Se vi furono messi in progresso di tempo i corpi di alcuni pagani, essi non erano accompagnati da contrassegni che indichino martirio. INe' cimiteri talvolta si rinvennero i corpi di alcuni martiri con meda- glie o monete di quegli imperatori gentili, sotto i quali avevano sofferto il martirio. 11 Papa s. Felice I del 5.72 confermò l'uso antico di ce- lebrare le messe sui sepolcri dei martiri, chiamati memorie ( per le iscrizioni e segni del martirio, e per le ossa de' medesimi martiri ivi riposte, come affermano Schel- slrate e Vittorelli), ovvero che si mettessero sotto gli altari le loro reliquie, per cui alcuni vogliono derivata la consuetudine di consa- grare gli Altari (Fedi) colle re- liquie de'martiri. S. Eutichiano eletto Pontefice nel 275, seppellii colle sue mani più di trecento quarantadue martiri, e ordinò che niuno di loio fosse seppellito senza Colohio {Vedi), o dalmatica di co- lor rosso, essendo prima sepolti coi lini bianchi aspersi del loro san- gue. Il più delle volle, nelle angii- MAR i83 slie e nel fervore delle persecu- zioni , trovandosi appena tempo di seppellire i corpi de'martiri, si soleva frettolosamente segnarne sol- tanto il numero, senza notarne i nomi; quindi affinchè per questa mancanza di nome le loro reli- quie non rimanessero inonorate e prive del debito culto, come notò il p. Mabilloo, De cidtu sanclorunt ignolorum, num. 211, s'introdusse l'uso di battezzare questi corpi a- iionimi, con nomi appellativi, che loro potessero conveniie, e che ve- nissero ad esprimere la loro virtù, i tormenti da loro sofferti, ed i trionfi da loro riportati. Ognuno sa che nella persecuzione di Dio- cleziano e di Massimiano, ignoran- dosi il nome di un martire com- pagno del b. Felice, gli fu imposto il nome di Adaucto. I trecento mar- tiri dell'Africa, che patirono al tem- po di s. Cipriano nel 258, furono decoiati del titolo di Massa Can- dida. Alle reliquie che si è cre- duto appartenere, non meno ai compagni di s. Orsola, che ai sol- dati della legione Tehea, sono stati assegnati de' nomi adattati e con- venienti alla loro fortezza. Nell'in- venzione del corpo di s. Agostino di Cantorbery, essendosi trovato uni- to ad esso un altro coipo anoni- mo, spirante soavissimo odore, gli fu imposto il nome di Deo notua. Essendosi pertanto abbracciata que- sta antica disciplina, alle sacre spoglie dei santi martiri ignoti, che si vanno scavando nelle catacombe e ne'cimi- teri y si continua imporre i no- mi di Adeodato, Candido, Felice, Giusto, Pio, Vittore, Vittoria e si- mili, come dichiara il Boldelti e. 29, e perciò sogliono volgarmente chia- marsi santi battezzali , dicendosi di nome proprio quelli che risul- 1 84 MAR ftnno dalle Kipidi ed iscrizioni che «i trovano presso le loro ossa. Lo Cliiesa lascia ai vescovi clic auten- tichino i corpi e le reliquie de'inar- tiri, e impongano loro un nome, su di che si può leggere il decreto della congregazione de* riti, 23 giu- gno 1670, e Benedetto XIV, De ss. canon, lib. 4» pa»'- 2, cap. 28, n. 1 5. K Reliquie. Da queste tal- volta USCI olio od altro umore miracoloso . Talvolta i cristiani in pericolo di qualche guerra q di qualche furto nascosero i cor- pi de'santi martiri, e poi resta- rono in dimenticanza, o per mor- te di chi li avevq nascosti, o pey altre eventualità. Nelle feste de'martirì si faceva- no dai cristiani solenni e pubblici Conviti ( Fedi ) chiamati Agape (Fedi)j ma degenerate in crapule ed ubbriachezze, furono abolite ip progresso di tempo. Grande fu il concorso de' fedeli a celebrare le feste de' martiri ne' luoghi ove ri- posavano i loro corpi, i quali fab- bricandovisi delle abitazioni, a po- co a poco divennero terre, castel- li e città; come pure tante fiere e mercati in molti luoghi ebbero origine dalle feste de' martiri. Al- l'articolo Festa dicemmo che si incominciò sino dal principio del cristianesimo a celebrar le feste de' martiri, ed il modo ( dicendosi in fine delle lettere festive), e per- chè chiamasi il giorno del loro martirio natale^ per essere con es- so rinati a vita immortale ed eter- na. Trattandosi de'santi, il termi- ne di natale il più delle volte si- gnifica il giorno nel quale moren- do in terra rinacquero in cielo, ma venne pure usato per indica- re solennità . Benedetto XIV, De fanoniz., insegua che la Chiesa non MAR riconobbe per martiri (juclli che si presentavano spontaneamente da loro stessi ai tiranni ; pure non pochi si scontrano ha'vcri martiri, che ultroneamente incontrarono la morte, siccome spinti da un par- ticolare impulso dello Spirilo San- to, ed ebbero talvolta un espresso avviso da Dio di esporsi al mar- tirio. Alcuni furono chiamati bis martyreSj ed anche marlyres tri- plicati ^ perchè due o tre vol- te restarono esposti ai tormen- ti . Narra san Prudenzio, fiorito dopo la metà del IV secolo, clic alle feste de'martiri particolari, che il popolo celebrava al suo tempo, tutta la città di Roma e Itì pro- vincie vicine venivano ad adorare Iddio alle loro tombe, ed a baciar le loro reliquie; nel suo inno sopra s. Lorenzo parla delie tombe de'mar- tiri anonimi. Dal costume di pre- gare entrando nelle tombe de'mar- tiri e di baciarle, è venuta l'espres- sione di visitare le loro liminti, q soglie, la quale è stata specialmen- te consagrala per le tombe de' ss. Pietro e Paolo. F. Lìmina Aposto- LORUM. Come s' incominciò a prpsta- ve ai martiri solenne culto , so- no a vedersi gli articoli Canoniz- zazione e Chiesa. Mcmoriae mar- Lyrum furono anticamente chia- mate le chiese dedicate ai san ti martiri, solendosi deporre le loro reliquie in quella parte che si chiama Confessione {Fedi). Abbia- mo da Eusebio^, che l' imperatore Costantino e sua madre Elena, con somma magnificenza e di- spendio eressero in Gerusalemme uno splendido tempio chiamato Mar- tyrion, perchè consagi*ato a mag- gior gloria del capo de' martiri Gesù Cristo, essendosi poi questa MAR sfessa denominazione attribuita, co- me dicemmo, anco alle chiese erette in onore de* martiri. Nei primi tre secoli della Chiesa già si prestava il cullo ai martiri ; e quello degli altri .^anti non martiri si vuole in- cominciato nel IV secolo: allora non era necessaria per la canoniz- zazione de' martiri 1' approvazione de' miracoli, bastando sol quella che avessero dato la loro vita nel- la confessione della fede, e nella ^comunione della Chiesa cattolica; e jyrima di essere venerati si dove- vano approvare dai primati delle Provincie colla consulta de'Ioro ve- scovi. Siccome ne' secoli anteriori non celebravansi le glorie de'santi, ove mancasse il martirio; quindi è che nel secolo IV e seguenti, pro- curarono gli scrittori di riconoscere ne' santi uomini, celebri per le il- lustri ed eroiche azioni, la somi- glianza ed il merito de' martiri. Così intendevano perchè fu attri- buito a s. Martino vescovo di Tours, che dopo i martiri prima degli al- tri ha ottenuto l'officio proprio ne- gli antichi libri ecclesiastici. Soleu- nizzavasi la festa di questo santo confessore ancor con l'ottava ; e vi e chi sostiene essere stato questo il primo de' santi confessori, almeno in occidente, a di cui onore sieno slate erette chiese ed altari, che prima non ergevansi che in ono- re e sopra le ossa de'martiri, co- me dimostra il p. Anselmo Costa- doni, nella Dissertazione sull'ori- gine della jcstevolc ricreazione nel- la giornata degli i i novembre^ det- ta di s. Martino, nel t. XXI de- gli opuscoli del p. Calogerà. Il p. Cosladoni adottò le riflessioni fatte dal p. Trombelli, De cullu san- ctorum t. Il, dis. VI, e. 1 4, "el quale ha recato le ragioni perchè MAR .85; la giocondità degli 1 1 novembre per la festa di s. Martino sia un avanzo di rito gentilesco, come le allegrezze del primo di n) aggio e di agosto, ed ancora nel restante dei due mesi, che dai cristiani fu- rono continuate. ^". Mese. Dice il Macri che fu chiamala Martina- lia la festa di detto santo, perchè in tal giorno la plebe dissoluta be- ve indiscretamente il vino nuovo, con grande offesa del santo, che fu astinentissimo. Si può anche leggere il Carmeli, Storia di vari costumi t. II, pag. 79, della festa detta di san Martino. Samuele Schmidt , Martinalia scolastica . Quod L. i688.Joh. Christ. From- raanni, De Ansere Martiniano, Li- psiae 1720. Parimenti si conosce perchè fra i primi confessori che ebbero culto, si trovano gli ana- coreti, poiché furono reputati a guisa di martiri, come apparisce dal prologo della vita di s. Paco- mio. Il Nazianzeno chiama marti- re s. Basilio; il Crisostomo, Eu- stazio Antiocheno. Il titolo di con- fessore prima significava un vero martire di sangue, e poi fu adat- tato ai martiri di volontà, e a co- loro che osservarono e difesero la legge evangelica. Parecchi dotti hanno osservato, che nel VII, VII! e IX secolo, si è sovente attribui- to il titolo di martire, non solo a chi era ucciso per la fede, ma e- ziandio a chi era sacrificato ingiu- stamente e senza causa dai proprii nemici . Per rilevare la fiducia de' primi fedeli all' intercessione dei martiri, sì può leggere s. Agostino nel tratt. 84 in Joan.; e nel ser- mone ^V\,de verhis Apostoli ^ so^- giunge: Infuria est enim prò mar- tyre orare, cujus debemus orationi- bus cominendari. Perciò nelle loro i86 MAR feste, preventivamente alla messa, leggevansi gli atti del loro marti- rio; giacché le lezioni delle sacre scrilUirc Facevausi nel decorso del- lo stesso divin sacrifizio, prima di licenziare i catecumeni. Vedi Co- in une de^ mar tiri j nel Diz. lilurg. tii Diclich. Nella persecuzione della Chiesa, cominciata circa il 3o2 da Dio- cleziano, la più fiera di tutte le altre, e che durò per dieci anni, si contarono in un sol mese circa diecisellemila martiri. Dodwel scrit- tore protestante pretese di mostra- re non esservi stalo che un pic- colo numero di martiri; nella qua- le opinione egli fu solidamente con- futalo da Ruinarl, il quale ha di- mostrato nella celebre sua opera, che il catalogo de' martiri non era stalo aumentato ; perchè quantun- que il tempo e la malizia de' per- secutori abbiatìo distrutti un gran numero de'Ioro atti, molti però fu- i-ono conservati, i quali sono d'una autorità incontrastabile, senza par- lare di quanto ne insegna la tra- dizione e le opere de'padri, essen- do noto con quanta cura si racco- glievano e conservavano antica- mente gli atti de'patimenti e del- la morte de' martiri, quindi con moltissima cautela si pubblicava- no. Molti ne alterarono per mali- zia gli eretici, e molti per indi- screzione alcuni cattolici ; si man- davano a tutte le chiese, e si Ira- diicevano nelle lingue volgari. F. Leggenda. Nel 692 il sinodo Qui- nisesto celebrato in Costantinopoli, col canone 63 provvide contro le leggende e storie false de* martiri. Eusebio autore della vita di Co- stantino, dice ch'era stato stabilito da una legge di quell' imperatore, che i beni de'marliri, se non a- MAR vesserò lasciato eredi, ricadessero alle chiese. Pel celebre decreto di s. Gelasio I Papa del 49^» piesso Graziano, dist. i5, cap. Sancia ro- mana ecclesia, 3, pare che in Ro- ma comechè si ricevessero gli at- ti de* santi martiri, ad ogni modo ne fosse vietata la lezione nelle pubbliche adunanze; ma siccome spiega il Mabillon, Disquisit. de cursu Gallicano § i, questo va inteso per la sola chiesa Lateranen- se, e per gli atti di que' martiri, gli autori de' quali erano ignoti, essendosi così prudentemente or- dinato per non dar luogo ad al- cuni alti di martiri finti dagli ere- tici. Questi e gli scismatici pre- tendono di vantare un gran nu- mero di martìri, ma inutilmente, giacché è impossibile eh' essi gioi- scano di questo privilegio, sia che muoiano per sostenere i loro erro- ri, com'è incontestabile, sia che muoiano per la difesa di alcuni articoli di fede che hanno comu- ni coi cattolici, giacche anco in questa supposizione essi non han- no la vera fede di questi articoli, non essendone la credenza appog- giata alla prima verità eh' è Dio, ed alla infallibile autorità della Chiesa. F. Benedetto XIV, i9e sen>. Dei beat. lib. i, cap. a, e lib. 3, cap. ir, 12 e 20. Si possono dividere in molte classi gli atti sinceri de'marliri , e collocare nella prima quelli che si chiamano proconsolari o presi- diali ^ i quali altro non erano che interrogalorii stesi nelle for- me giudiziarie da notari paga- ni, in presenza de' proconsoli o de' presidenti che facevano il pro- cesso a'martiri. Tali atti conserva- vansi nelle pubbliche cancellerie, ed è da queste che i cristiani li MAR cstraevano a forza d'oro per tra- scriverli , benché i gentili furo- no sempre impegnatissirui, che i cristiani non li avessero, e Diocle- ziano ordinò che si bruciassero, in un ai sacri libri, siccome comandò ancora Galerio. Gli atti proconso- lari, e que* cristiani che esercita- vano r uffizio di notali presso i tribunali de'genlili, servirono mol- to a raccogliere gli atti sinceri dei martiri, ed i cristiani s' intromet- tevano alcune volte negli esami che si facevano dai gentili, onde testimoniare quanto operavasi so- pra de* martiri. Devono essere col- locali nella seconda classe gli atti composti dagli stessi marti li, quan- do n'ebbero l'opportunità, e nei quali essi descrivevano tiittociò che avevano sofferto per la fede uni- tamente ai compagni delle loro pe- ne. La terza classe contiene gli alti che i cristiani presenti alle u- dienze scrivevano nel tempo stesso in cui i cancellieri o i testimoni dei combattimenti de'martiri sten devano subito dopo i loro trion- fi. La quarta classe contiene gli at- ti che furono immediatamente ri- cavati da quegli originali, da'quali furono tolte le formole noiose del- la [trocedura giudiziaria, aggiun- gendovi qualche volta alcune ri- flessioni, non che alcuni ornamen- ti di eloquenza. La quinta classe comprende gli alti che non furo- no tolti dalle pubbliche cancellerie, ne composti nello stesso modo de-, gli altri, ma che si trovano ne'li- bri degli autori ecclesiastici, i qua- li nei tempi tranquilli della Chiesa hanno narrato la storia di quei martiri nelle omelie, nei panegiri- ci, inni ed altre opere, sia che fosse pervenuta a loro cognizione per il canale delle tradizioni j o per MAR 187 quello delle memorie. Tutti questi atti erano matinamenle esaminati, e dopo un siffatto esame che ap- parteneva ai vescovi, ciascuno nella sua diocesi, venivano pubblicamen- te letti nella chiesa con molta edi- ficazione. Gli Jui sinceri de pri- mi martiri della Chiesa cattolicay i quali diedero la loro vita per la fede di Gesù Cristo nei primi secoli della Chiesa, ossia proces- si verbali di quello che i giu- dici ed imperatori dicevano, do- mandavano, e sentenze ch'essi da- vano ne' loro tribunali o nello stes- so patibolo a' martiri, e risposte di ^|uesfi a quelli ed ai manigoldi die li tormentavano, furono pub- blicati dal dotto e pio benedetti- no p. Teodorico Ruinart, e tradot- ti in italiano da Francesco Maria Luchini, Roma 1777, ed in ca- stigliano, Madrid 18445 accresciuti di molti altri santi martiri spa- gnuoli, ed illustrati con la tradu- zione del Libro de tormenti de' ss., mrnliri, opera assai rara e curiosa scritta in italiano e poscia in Ia- lino da d. Antonio G.dloni. Il Papa s. Gregorio 1 del 590 due abusi tolse e riprovò, di sep- pellire i morti nelle chiese, e di fabbricar queste ov'erano stati sot- terrali cadaveri ; pel pericolo di confondere le ossa profane, colle reliquie dei martiri. Gli antichi cii- stiani molto ambirono di farsi sep- pellire presso le sacre spogli» dei martiri, per godere il salutare e benefico influsso della loro vici- nanza. Monsignor Maiini illustra egregiamente questo punto ne Pa- piri diplomatici p. 99 , per com- provare la speranza , eh' ebbei o sempre i fedeli di essere aiutati dal- la intercessione di que'santi, pressa i quali si erano latti lutuulare ; a p. 88 M A R a83 poi rileva la permissione di sep- pellirsi entro le chiese, negli atri, ne* portici e nelle adiacenze. Nel 608 a'iS agosto s. Bonifacio IV consacrò alla Beata Vergine e a tutti i santi martiri il famoso Pantheon, che prese quindi il nome di Chiesa, di s. Maria ad Marty- res (P'edi), ed ivi quel Papa ri- pose vent'olto carra di corpi presi dai cimiteri di Roma. I manichei ed altri eretici condannarono le fe- ste dei martiri , nelle quali erano slate convertite ([uelle de'gentili. I martiri furono quelli che preferi- rono la morte a consegnare i libri sacri ai gentili , e se ne contano un numero infinito, celebrandone la Chiesa la memoria. Pretendendo 1* imperatore Foca , che fossero tenuti martiri i soldati che mori- vano combattendo contro gl'infede- li, fu represso dal vescovo di Co- stantinopoli e da altri vescovi, ai quali egli ne fece richiesta, valen- dosi essi principalmente dell'auto- rità di s. Basilio , ed allegando il canone penitenziale fatto pei solda- ti che in guerra uccidevano gli avversari, il quale dispone che non si dasse loro la comunione, se pri- ma non facevano penitenza. Su que- sto punto si può consultare la lettera XXXVlll del Sarnelli , Lelt. eccl. t. V, p. 75, ove parla de'soldati CrocexJ guati (Fedi). Non furono riconosciuti per martiri quel- li che si esponevano col distrug- gere i templi e con spezzare gli idoli. Dei simboli de'martiri se ne tratta agli analoghi articoli, come Corona, la quale di metallo pre- 7.ÌOS0 o di lauro o di Fiori, si attaccava ai loro sepolcri, oó ivi si scolpiva significando le vitto- rie da loro riportale: le ampolle del sangue trovate prèsso i mar- MAR tiri non fecero dubitare del loro martirio. Fu pure segno dei mar- tiri anche la Palma (Fedi), seb- bene talvolta tali segni furono co- muni ai semplici cristiani, come si dirà parlando de* loro sepolcri. Nella basilica vaticana, come di- cemmo a Chiesa di s. Pietro in f^alicano, si venera la coltre con la quale i martiri erano coperti quando si portavano a seppellire nella basilica, e si espone ogni anno con musica dopo il vespero dell'Ascensione, e si leva pur so- lennemente il primo di agosto do- po vespero, in cui sì fa un discor- so sopra la provvidenza, e nel tempo che vi sta esposta vi è gran concorso di popolo, e si acquista r indulgenza. All' articolo Citta* Leonina si disse che la porta Trionfale fu detta santa, via sacra, via de'mar tiri, et carraria sancta, pel gran numero de*martiri che si conducevano per essa al circo ed orti di Nerone, per esservi marti- rizzati. Dell' era Alessandrina di Diocleziano o de'martiri, ne par- lammo al voi. XXII, p. i4 del Dizionario. Del cavaliere detto dei ss. martiri Cosma e Damiano, ne tratta il p. Bonanni, Catalogo de- gli ordini mililari ed equestri, p. 77. MARTIRI (ss). Oltre tutti i san- ti martiri, de' quali, colla scorta del p. Butler, abbiamo succinta- mente riportale le notizie in que- sto Dizionario^ sotto i loro propii nomi, infinito è il numero di quel- li che suggellarono la loro fede col sagrifizio della propria vita, e che la Chiesa onora collettivamente in diversi giorni, ancorché di molli di essi non ne sia stato tramanda- to il nome. Nel martirologio roma- no sono menzionati innumei abili martiri, distinti col nome delle cit- MAR t?i e regioni in cui riportarono la gloriosa palmato coH'incìicazione del- la causa del loro sagrifìcio. Ai sin* goli articoli di esse città e regioni tenemmo proposito di quei valo- rosi atleti di Cristo, che vi porta- rono il lume della fede, e la re- sero feconda col proprio sangue. Qui faremo cenno in ordine cro- nologico di quelli che il Eutler ri- porta, distinti come sopra, ai ri- spettivi giorni delle loro feste. Martiri di Roma. Uno spaven- tevole incendio si appiccò alla cit- tà di Roma l'anno 64 di Cristo, che durò per nove giorni continui, e che incenerì tre interi rioni, re- cando ad altri sette gravissimo dan- no, onde quattro soli ne rimasero illesi. Accusato Nerone dal popolo quale autore di questo disastro, ne rovesciò la colpa sopra i cristiani. Essi adunque fuiono presi da tut- te le parti, e trattati come vitti- me del pubblico abborrimenlo. In- sultavasi al loro supplizio ed alla morte, e venivano offerti come spettacolo al popolo per divertir- lo. Alcuni, dice Tacito, furono ve- stiti di pelli di bestie, ed esposti ai cani furiosi che li fecero in bra- ni, altri o furono posti in croce od arsi in tempo di notte, come per servire di torcie. Si legge in alcuni scrittori pagani che Nerone martirizzava i fedeli, indicati col- l'empio nome di maghi^ nella più orribile maniera; che dopo aver fatto intonacare i lor corpi di ce- ra, di pece e d'altre materie com- bustibili, ordinò che vi fosse appic- cato il fuoco, e che durante il lo- ro supplizio fossero costretti a sta- re diritti per mezzo di un palo appuntato, confìtto a ciascuno di loro sotto il mento. Tacito aggiun- ge che i giardini dell' imperatore MAR 189 furono il teatro di questa orribile scena. Il martirologio romano fa nel giorno 24 gi"gno una genera- le ricordanza de'cristiani che peri- rono in questa occasione, e che fu- rono le primizie di quella innume- rabile schiera di martiri_, che la chiesa di Roma mandò in cielo. Martiri Massilani. 11 ven. Reda ha fatto menzione di questi santi martiri, il nome de' quali trovasi ne' più antichi calendari; ed ab- biamo un discorso di s. Agostino, che fu recitato il giorno della lo- ro solennità. Essi patirono in A- frica ; e pare che il nome di Mas^ silani sia loro venuto da Massila, ovvero dal paese vicino, che si e- stendeva lungo le coste del mare. Se ne fa la commemorazione il giorno 9 d'oprile. Martiri di Creta. Dopo la pub- blicazione dell'editto di Decio con- tro i cristiani, si versò il sangue da tutte le parti, e specialmente nell' isola di Creta o di Candia fu- rono trattati colla maggior crudel- tà. Tra' principali che soifersero al- lora si noverano Teodulo, Satur- nino, Euporo, Gelasio, Euniciano, Zotico, Cleomene, Agatopio, Basi- lide ed EvaristOj volgarmente chia- mati i dieci martiri di Creta : i tre primi erano di Cortina metro- poli dell'isola, e gli altri pure cre- tesi di vari luoghi. Poiché furono presi, soffersero mille oltraggi e diverse torture; poscia condotti di- nanzi al governatore, residente a Cortina, venne loro intimato di sa- grificare a Giove. Fermi nella lo- ro fede, risposero che non poteva- no offerir sagrifìcio ad idoli, fran- camente dimostrando la vanità di essi. Il giudice non potendo nega- re, né confutare i fatti allegati, non seguì più che gli stimoli del suo ic)o MAH fulgore, etl il popolo egualmente trasportato ila rabbia, avrebbe fat- to in per.zi fpie'confcssori, se ho» fosse slato ritenuto. Eculei, unghie di ferro, bastoni aguzzati , fruste annate di piombo, e quanto la più spieiata barbarie potè inventare, tulio fu |K)slo in opera per abbat- tere la loro costanza ; ilncbè il giu- dice, disperando di vincerli, lì fece decapitare. I crisliani portarono via segretamente i loro corpi ; poscia si trasferirono a Roma le loro re- liquie. I greci ed i latini celebra- no la festa di questi dieci santi martiri a' 23 dicembre, giorno in cui riportarono la palma, corren- do l'anno 2 5o. Martiri d' litica. Durante là per- secuzione di Valeriano, il quale diede il guasto alla Chiesa neiran- no 7,58, il proconsolo d'Africa ven- ne da Cartagine ad Utica, e fece comparire dinanzi a se lutti i cri- sliani guardali nelle prigioni di questa città, e che, secondo s. Ago- slino, erano in numero di cento- cinquantatre. Egli ordinò di ac- cendere il fuoco in un forno da calce, vicino al quale fu posto un altare con sale e col fegato di un maiale, per farne offerta agl'idoli; e propose ai cristiani la scelta, o di sagrificare, o di essere precipi- tati in quel forno. Tulli preferi- rono la morte, e furono consuma- ti insieme nella fornace. I fedeli raccolsero le loro ceneri, e siccome formavano una massa mescolata di calce, furono chiamale la Massa candida^ col qual nome si distin- guono questi santi martiri, la cui memoria è onorata a' 24 d'agosto. Martiri della pestilenza d' Ales- sandria. Nell'orribile pestilenza che desolò la cillà di Alessandria ne- gli anni 261 a aiGS , i ciisliaui MAR che duranti le persecuzioni di Tfd' ciò, (}i Gallo e di Valeriano erano stali coslretli a nascondersi, e non aveano potuto offrire i santi misteri se non in prigioni o luoghi sotter- ranei, accorsero coraggiosamente in servigio degli appestati, esponendo la propria vita per recar ad essi aiuto e conforto, e per render loro gli ultimi ufììzi. Molli tra questi veri discepoli di Gesù Cristo rima- sero vittime della loro carità; ma essi lasciavano morendo dei fedeli imitatori del loro zelo, i quali pu- re morendo, altri entravano in loro luogo. » In questa guisa ( narra s. Dionigi vescovo d'Alessandria) i più dei nostri fratelli, i più santi de' no- stri preli, de'nostri diaconi, ed anche dei nostri laici, hanno compiuto il corso di loro vita; ed è indubita- bile che questa maniera di morte non sia in nulla dal martirio di- versa ". Il martirologio romano di- ce che i cristiani morti in servigio degli appestati d' Alessandria, sono onorati come martiri, per una co- stumanza introdotta dalla pietà dui fedeli; e ne fa la commemorazione il giorno 28 di febbraio. Martiri de libri santi. Avendo r imperator Diocleziano fatto un editto nell'anno 3o3, col quale or- dinava di dar alle fìamtne quanti esemplari poteansi rinti'acciare delle nostre divine Scritture, i magistrali delle diverse provincie adoperarono i supplizi per isforzare i cristiani a consegnarli ad essi. Ma ve n' ebbe un gran numero che preferirono di esporre i loro corpi ai tormenti e alla morte, anziché contribuire alla sacrilega distruzione di questo monumento della nostra religione. La Chiesa li onora il giorno 2 di gennaio sotto il titolo di martiri dei libri suuli. MAR Martìri di Saragozza. Sotto Ba- ciano, uno de' più ciudeli minislri della persecuzione accesa da Dio- cleziano, governatore di quella par- te di Spagna che comprende oggi- di l'Aragona, la Catalogna ed il regno di Valenza, diciolto confessori furono martirizzati in uno stesso dì a Saragozza, l' anno 3o4. Giu- sta Prudenzio si chiamavano: Ot- tato, Luperco, Marziale, Successo, Urbano, Quintiliano, Giulio, Pu- blio, Frontone, Felice, Ceciliano, Evozio, Primitivo, Apodemo , ed altri quattro col nome di Saturni* no. Caio e Cremenzio, i quali era- no stali tormentati a un tempo, non morirono che dopo una secon- da prova. Al trionfo di tutti questi martiri, Prudenzio aggiunge quello d' una vergine chiamata Encralide ( Fedi). Nell'anno iSSq si scoper- sero a Saragozza le reliquie di tulli questi santi martiri, i quali sono menzionati nel martirologio roma- no a' 1 6. d'apri le. Marlin del Ponto. Parecchi cri* stiani riportarono nel Ponto, sotto Diocleziano, la corona del martirio. Agli uni si foracchiarono le dita con canne puntute; agli altri si abbruciarono le coscie e diverse parti del corpo con piombo lique- fatto ; al restante si fecero tutte quelle svariate sorta di tormenti, che la più raffinata crudeltà seppe inventare. Questi santi martiri sono onorati il 5 febbraio. Martiri di Sebaste. Questi, in numero di quaranta, soffrirono in Sebaste, città della piccola Arme- nia, sotto r imperatore Licinio, nel 3 IO. Erano di diversi paesi, ma tutti arrolati nello stesso corpo di milizia, tutti giovani, di bella per- sona, coraggiosi, chiari pei loro fat- ti guerrescbi. Leggesi in s. Gregorio MAR 191 di Nissa ed in Procopio, ch'essi facevano porte della legione fulmi" nante^ cosi celebre per la miraco- losa pioggia ottenuta dal cielo, sot- to r imperatore Marco Aurelio. A- \endo Agricola governatore della provincia pubblicato all' armata un editto di Licinio, che ordinnva a tutti di dover sacrificare agl'idoli, questi quaranta cristiani si presentarono confessando coraggiosamente la loro fede, e protestando che nessun sup- plizio varrebbe a far sì che la tra- dissero. Il governatore dopo aver tentato di guadagnarli con dolci modi, comandò che fossero sferzati, e straziati i loro fianchi con un- gine di ferro; e dopo ciò furono cacciali in prigione carichi di ca- tene. Finalmente immaginò un ge- nere di supplizio lento e tormen- toso : essendo la stagione assai ri- gida, ordinò che fossero esposti nu- di tutta una notte sopra uno sta- gno agghiacciato, e per tentarli fece preparare ivi appresso un bagno caldo, per quelli che si risolvessero di sagrifìcare. Uno di essi si lasciò vincere dalle lusinghe de' pagani, ed abbandonato il suo posto, andò a gittarsi nel bagno caldo, nel quale appena entrato spirò. lu quel momento una delie guardie vide degli spiriti celesti che scen- dendo dal cielo distribuivano delie ricompense a que' generosi soldati, eccettuato quello che avea così vil- mente tradito Ja sua fede. Tocca la guardia da questa visione, si con- verti air istante ; e toltisi gli abili di dosso, andò ad unirsi agli altri trentanove martiri^ gridando ch'era cristiano commessi. Fallo giorno, il giudice comandò che fossero posti sopra carri e giltati nel fuoco. Es- si erano già tutti morti o stavano per morire, tranne il più giovane ìiji MAR (cliiamato Melilone negli alti dei santi martìri ), il quale essendo sta- to trovalo ancor vigoroso, fu la- scialo indietro, sperando che si po- tesse cambiare. Ma la sua madre ch'era presente, lo esortò a perse- verare, ed ella medesima lo pose sul carro cogli altri martiri , e lo accompagnò sino al rogo. Poscia che i corpi de' santi martiri furono ab- bruciati, gittaronsi le loro ceneri nel fiume : ne rimase però una parte ai cristiani, che le involarono o comperaronle a prezzo d' argento, e che furono feconde di molti pro- digi. La memoria di questi qua- ranta martiri si celebra il giorno IO di marzo. Martiri dell' Acliahene. Neil' an- no quinto della grande persecuzione di Persia, essendo il re Sapore a Seleucia, fece arrestare nel vicinato centoventi cristiani, fra* quali eranvi nove vergini consecrate al Signore, molti preti e diaconi o chierici. Es- si rimasero per ben sei mesi in fe- tide prigioni, ove sovente soffrirono crudeli torture, confessando costan- temente la fede di Gesù Cristo, e rifiutando di prestare al sole le a- dorazioni che il re esigeva. Furono quindi tutti decapitati a Seleucia il d'i 6 della luna d'aprile, che cor- rispondeva al giorno 1 1 di questo mese, nelT anno 344- Jazdundotla, ricca e virtuosa donna, che aveali nudrili, visitati e confortali, fece con precauzione seppellire i loro corpi, i quali furono sotterrati a cinque a cinque in un luogo molto lungi dalla città. Questi centoventi martiri sono nominati nel martiro* logio romano il giorno 6 d'aprile. Martiri di Raita e del Sinai * Quaranta romiti del monte Sinai, nel numero de' quali erano s. Isaia e s. Saba^ furono martirizzali da* MAR gli arali nell'anno SyS. Nello stes- so anno i blemmii, popolo barbaro di Etiopia, sgozzarono parecchi so- litari di Ralla : tra questi eran pri- mari l'abbate Paolo; Mosò , che colla sua predicazione e co' suoi mi- racoli avea convertito gì* ismaeliti di Faran ; e Psaes che passava per un prodigio di austerità. Nel quinto secolo i saraceni trucidarono pa- recchi altri solitari del monte Sinai. V avea tra loro un fanciullo di quattordici anni, la vita del qualtì era uno specchiato modello di per- fezione evangelica. Avendolo i bar- bari minacciato d'ucciderlo, se nort iscopriva il luogo ove i vecchi solita- ri s' eran nascosti, egli coraggiosa- mente rispose che avrebbe data mil- le volte la vita, piuttosto che tra- dire i suoi padri. I .«saraceni sde- gnati di sua risposta, lo misero barbaramente a morte. Tutti que- sti santi martiri sono onorati a*i4 di gennaio. Martiri d' Alessandria. Il pa- triarca Teofilo, del Sg:*, avendo ottenuto dair imperatore Teodosio un antico tempio di Bacco per far- ne una chiesa, vi scorperse delle volte sotterranee piene di figure, le quali fece portare per la città, af- finchè tutta la gente conoscesse la stranezza del culto cui ess« servi- vano. I pagani sommamente sde- gnati da cotesto tratto che feriva la loro religione, assalirono r cri- stiani per le contrade, e ne truci- darono molti j dopo di che si ripa- rarono nel tempio di Serapide, qua- si in una citladella. Di là facevano molte sortite, nelle quaU prendeva^ no parecchi cristiani, menava ni i se- co loro nel tempio, e H costringe- vano a sagrifìcare, mettendo a mor- te quelli che non volevano rinne- gale la fede, dopo averli posti alle MAR pili crudeli torture. Saputasi dal- l'imperatore questa sedizione, man- dò ordine in Alessandria di spianare tutti i templi degl'idoli che vi erano. Appena i pagani intesero V editto, abbandonarono disperali il tempio e la città ; ed i cristiani spezzaro- no r idolo di Serapide, gittandone al fuoco i /rammenti. Sulle rovine del tempio di Serapide si eressero due chiese, e i metalli che ivi si trovarono furono consacrati al cul- to del vero Dio. Dopo questo trion- fo molti idolatri aprirono gli occhi, ed abiurando le loro superstizioni^ abbracciarono la religione cristiana. 11 martirologio romano fa comme- morazione a'iy di marzo, di que- gl' invitti cristiani che perdettero la Tita in tale circostanza, a gloria della religione. Martiri d' Italia. Impadronitisi i longobardi, verso la metà del sesto secolo, della parte settentrionale di Italia, portando dappertutto la de- solazione e il saccheggio, tentarono perfino di togliere la fede a quel- li che spogliato aveano dei beni. La persecuzione cominciò da qua- ranta contadini, ai quali essi co- mandarono di mangiare carni sa- crificate ai loro idoli ; ma questi fedelissimi servi di Gesù Cristo, a- vendo ricusato di obbedire, furono spietatamente trucidali verso l' an- no 579. Gli stessi barbari volevano costringere un' altra brigata di pri- gionieri ad adorare una testa di capra, favorito loro nume; e non avendoli potuti a ciò indurre, li uccisero. Si crede che questi santi martiri fossero ben quattrocento. Se ne onora la memoria il giorno 2 di marzo. Martiri di Gorciim in Olanda. Diciannove fra religiosi e preti se- colari, dopo aver solferlo molti cat- VOL. XLIII. MAR 195 tivi trattamenti dai calvinisti, che li aveano arrestali a Gorcum, fu- rono appiccati a Bril il 9 luglio 1072, in odio della religione cat- tolica. Erano in questo numero un- dici recolletti, cioè: Nicola Pie guar- diano di Gorcum, uomo di santa vita, in età di trent'anni, celebre pei frutti che avea riportato la sua predicazione ; Girolamo di Werden, vicario dello stesso convento ; Teo- dorico di Embden , nativo di.A- morfort; JXicasio Johnson del vil- laggio di Heze ; Wilad nato in Danimarca ; Goffredo di Merveille; Antonio di Werden; Antonio di Hornaire; Francesco Rodes, nato a Bruxelles ; Pietro di Asca, e Cor- nelio di Dorestale, ambedue fratelli conversi. Gli altri martiri erano un domenicano della provincia di Co- lonia, Giovanni di nome, e curato di Hornaire; un canonico regolare di s. Agostino, uomo assai vecchio, per nome Giovanni Oosterwican, diret- tore di un convento di religiose del suo ordine a Gorcum; Adriano di Hilvarenbeck premonstralesedi Mid- leburgo, che governava una parroc- chia di un villaggio di Munster presso la Mosa, e Giacomo Lacop religioso dello stesso ordine e dello stesso monastero, che serviva in una parrocchia vicina a Munster. Final- mente tre curati e un prete seco- lare. Il primo di questi curati era Leonardo Wechel, il quale studiò a Lovanio, e divenne famoso e ri- spettato in teologia ; resse con som- ma pietà, zelo e dottrina una par- rocchia a Gorcum, e spese le sue entrate a sollievo àe poveri e de- gl' infermi. Il secondo era iNicolò Poppel, parimenti curato di Gor- cum, non inferiore al precedente nello zelo per la salute delle anime, sebbene d' ingegno non sì elevato, i3 194 MAR Il terzo era Goffredo Dunen, nato a Goicum, il quale dopo essere sta- to rettore dell' unitersità di Parigi, dove avea studiato e insegnato, di- venne curato in Olanda presso il territorio francese, alla qual cura rinunziò per ritirarsi in patria. Il prete era Andrea di Walter, già curato a Heinort presso Dort. Que- sti furono tutti dichiarati martiri e beatificati da Clemente X nel 1674. I Bollandisti pubblicarono la rela- zione di molti miracoli operati ad intercessione di essi, ja quale fu mandata a Roma per la compila» zione del processo della loro bea- tificazione. La maggior parte delle loro reliquie è custodita nella chiesa dei francescani a Bruxelles, dove furono segretamente recate da Bill. La loro festa si celebra a' 9 lu- glio. Martiri del Giappone. L'impe- ro del Giappone (Fedi) era im- merso nelle più dense tenebre del paganesimo, allorché s. Francesco Saverio (Fedi) vi pervenne nel i549 a predicare il vangelo. Me- raviglioso fu il frutto delle sue predicazioni ; intere provincie ri- cevettero per lui il lume della vera fede, 1' anno i582 i re d'A- rima, di Bungo, e di Omura man- darono un'ambasceria a Papa Gre- gorio XI 11, e cinque anni appresso si contavano nel Giappone duecen- tomila cristiani. Ma nel i588 l'or- goglioso imperatore Cambacundo- no ordinò a tutti i missionari ge- .suiti di uscire dai suoi stati nello spazio di sei mesi. Malgrado que- sto comandamento molti di essi rimasero nel Giappone, e travestiti continuarono esert:itare il lor mi- nistero. La persecuzione essendosi ridestata nel 1592, una gran mol- titudine di giapponesi convertiti MAR furono martirizzati. Nel i^t^-j no- ve missionari, per ordine dell'im- peratore Taycosama furono croce- fissi sopra un monte vicino a Nangasacki; de'quali sei erano fran- cescani, ed aveano per loro capo il p. Piei- Battista commissario del- l'ordine, nato in Avila nella Spagna, e gli altri Ire erano gesuiti (ne fa- cemmo menzione nel voi. XXX, p, 127 del Dizionario). Uno fra questi, per nome Paolo Miki, disceso da una onorevole famiglia del Giappone, a- vea sortito dalla natura grande atti- tudine alla predicazione. Altri giap- ponesi convertiti furono con essi martirizzati, essendo in tutti in nu- mero di ventisei, fra i quali tre fan- ciulli, che quantunque in tenera età, soffiirono con gioia e coraggio i più crudeli tormenti. Ventiquattro di questi generosi atleti furono condotti a Meaco, perchè si moz- zassero loro le orecchie ed il naso; ma il rigore di questa sentenza venne mitigato, essendosi loro tron- cata solo una parte dell'orecchia sinistra. Si condussero poscia di città in città colle guance insan- guinate, per intimorire gli altri cristiani ; quindi annodati sopra cro- ci c«n corde e catene, e con col- lari di ferro alla gola , a tutti in un colpo i carnefici trapassaro- no il costato colle lancie. Il san- gue e le vestimenla di questi martiri, raccolte dai cristiani, ope- rarono col solo contatto grandi miracoli. Urbano Vili li annoverò fra i santi, e la Chiesa nel giorno 5 febbraio celebra il loro trion- fo: questa fu la prima causa dei martiri trattata dalla congregazione de' riti. Dopo la morte dell'impera- tor Taycosama, i gesuiti ricomparve- ro nel Giappone, e vi convertirono quarantamila anime nel 1599, e MAR MAR 195: pù di trentamila neirnnno seguen- parte gesuiti, spinti da religioso te, avvegnaché essi non fossero fervore , approdarono in un porlo pih di cento. Fecero a un tempo del Giappone, ad onta della proiln- fabbricare cinquanta chiese, ove i zione dell' iujperatore ; ma la pre- fedeli si radunavano. Cubosama nei cauzione di travestirsi non riuscì 1602 rinnovò gli editti ch'erano loro a bene grnn tempo, perocché slati precedentemente pubblicati con- furono scoperti e condannati ad una tro i cristiani. Molti giapponesi morte crudele. Fu perciò che il Giap- ch'eransi ridotti a Dio, furono de- pone ha riempito il cielo d'un im- capitati, alcuni crocefissi, altri ab- menso numero di martiri, de'quali bruciali. La persecuzione divenne non avvi ancora che i ventisei pri- ancora più sanguinosa nel i6i4> mi che siano onorali d' un culto perocché si usarono le più orribi- pubblico, come si disse. Benedetto li torture per sforzate i seguaci dì XIV ha inserito i loro nomi nel Gesù Cristo a rinnegare la fede; martirologio romano, ma una innumerevole moltitudine Martìri della Cina. Dopo i mar- di questi la confessarono costante- tiri del Giappone, riferisce il Bu- rnente fino alla morte. Xogun, sue- ller le notizie di quelli della Cina ceduto nel 1616 a Cubosama suo o China (Vedi), e di parecchi ze- padre, lo superò di gran lunga in tanti e distinti missionari ch'ivi crudeltà, non essendovi specie di travagliarono per propagare la fe- barbarie ch'egli non usasse contro de cristiana. La morte impedì s. i cristiani , e massime contro i Francesco Saverio di condurre ad missionari. Il più ragguardevole effetto V ardente suo desiderio di di questi ultimi fu il p. Carlo predicar nella Cina la fede ; e Spinola, nobile genovese, gesuita, non fu che qualche tempo dopo che pel desiderio di versare il san- che i missionari trovarono modo gue per la fede, quivi recossi nel di entrare in questo impero, me- j6o2, e con zelo indefesso ed scolandosi fra' mercanti portoghesi ammirabile dolcezza ridusse a Dio dimoranti a Macao, che aveano una gran moltitudine d'anime, me- ottenuto il pe»'messo di andare nando eziandio austerissima vita, due volte Tanno alla fiera di Can- Incarcerato ad Omura, patì i più ton. Uno di questi fu il p. Matteo inumani trattamenti , e poi venne Ricci, gesuita romano, eccellentissi- condannalo al fuoco. Fu giustiziato rao matematico ^ il quale dopo a Nangasacki con altri quarantano- diversi viaggi fatti a Canton, nel ve cristiani, de'quali nove erano r583 ottenne dal governatore li- gesuiti, quattro francescani e sei cenza di dimorarvi con due altri domenicani ; laici i rimanenti. Ven- gesuiti. Mercé la sua scienza, di ticinque furono abbruciati, gli al- cui i cinesi sono assai amatori, tri decapitati. Il p. Spinola per- egli si procacciò un buon numero mase immobile e cogli occhi sem- di amici e di ammiratori; della pre rivolti al cielo , finché arse le qual cosa approfittando a vantag- corde con cui era legalo, cadde gio della religione, ridusse a Dio nel fuoco, ove spirò il 2 settembre alquanti cinesi , e fondò una se- 162*2, in età di cinquant'otto anni, conda istituzione pei gesuiti in Molti altri cristiani, la maggior Nankin. Recatosi a Pekin nel 196 MAR 1600, con alcuni doni curiosi si cattivò il patrocinio dell'imperatore, e se ne servi per diffondere la luce dell'evangelio, la quale illu- minò una gran moltitudine di cinesi, non che ufficiali di corte, che tutti entrarono nella religio- ne di Cristo. Fra questi ufficiali era Paolo Sin, ch'eletto dipoi pri- mo ministro, favoreggiò la cristia- na religione in guisa che a Xan- kai sua patria , nella provincia di Nankin, vi furono da quaranta- mila persone che la seguivano. Il padre Martiaez, gesuita chinese, venne crudelmente a più riprese battuto per avere convertito un famoso dottore, e morì in mez- zo ai tormenti. Il p. Ricci poi morì nel 161 7, dopo avere co- stantemente goduto il favore del- l'imperatore Vanlio. Il p. Adamo Schall, gesuita di Colonia, fecesi conoscere ed apprezzare dall'impe- ratore Zonchi, ed assai Io stimava il di lui successore Chunchi, prin- cipe tartaro , e capo della nuova dinastia. Ma dopo la morte di questo principe, cinque mandarini furono condannati a morte per non aver voluto rinnegare la fede di Cristo; ed il p. Schall ebbe pure la stessa condanna, se non che mo- rì durante la dilazione ch'eragli slata accordata. I domenicani, se- condo il p. Touron, entrarono pure nella Cina nel i556, ove predica- rono profittevolmente il vangelo, e gettarono le fondamenta della gran chiesa di Fokien nel i63i, dopo aver convertito una grandissima parte degli abitatori di questa pro- vincia. Quattro sacerdoti di que- st' ordine furono martirizzati nel 1647, ^^ ^' i^ gennaio dell' anno seguente, dopo crudelissime torture, venne mozzata la testa ad un altro, MAR per nome Francesco da Capillas, del convento di Valladolid^ ch'era stalo l'apostolo della città di Fogan. Entrato al maneggio dell' impero il giovane Cambi, figlio Chunchi, pose fine alla persecuzione; e nel 1671 avendo permesso che si a- prissero le chiese dei cristiani, vi ebbero più di ventimila persone che si fecero battezzare. I succes- sori di Cambi non furono meno favorevoli ai cristiani, la cui reli- gione faceva ogni giorno nuovi proseliti, e cohtinuò ad essere pa- lesemente protetta fin sotto il re- gno di Kang-hi. Ma Yong-tching che ad esso successe esiliò i missio - nari dalle città principali, ritenen - do tuttavia nel suo palazzo, col ti - tolo di mandarini, i coltivatori del • la pittura, delle matematiche e del- le altre arti liberali. Il successore Rien-long ridestò la più violenta persecuzione. Un gran numero di fedeli soffrirono i più orribili tor- menti, piuttosto che far cosa che fosse contraria alla legge di Dio. Molti, morirono ne' supplizi o nelle prigioni ; un vescovo e sei preti fu- rono martirizzati. Il p. Sanz, do- menicano spagnuolo, arrivato nella Cina l'anno I7i5, ivi affaticò con grandissimo zelo duranti i quindi- ci anni, in cui la congregazione di propaganda lo nominò vescovo di Mauricastro , venendo dipoi e- letto vicario apostolico della pro- vincia di Fokien. Avendo l'impe- ratore esiliato i missionari nel 1782^ il p. Sanz ri ti rossi a Ma- cao, ma ritornò nella provincia di Fokien nel 1738, ove fondò chie- se , e ricevette i voti di moltis- sime vergini che consacraronsi a Dio. 11 viceré adirato contro il padre Sanz pel felice progres- so della religione cristiana , lo MAR fece prendere con altri quattro domenicani : il Tescovo venne de- capitato ii 26 maggio 1747» g'> altri furono strozzati il 28 ottobre 1748, nella prigione ove aveano grandemente sofferto. Questi quat- tro domenicani erano: Francesce Serran d' anni cinquantadue, che avea affaticato diecinov'anni in qua- lità di missionario nella Cina , e che durante la sua incarcerazione era stato nominato vescovo di Tipasa da Benedetto XIV; Gioachino Roio, in età d' anni cinquantasei, de'quali aveane consumati trentalre nella Cina ; Giovanni Alcober , i« età d'anni quarantadue, e missionario da diciotto ; Francesco Diaz, d'anni trentatre, de'quali aveane spesi nove nelle funzioni dell'apostolato. Anche il p. Giuseppe d'Attemis ^ gesuita italiano, ed ii p. Antonio Giuseppe Henriquez, gesuita portoghese, fu- rono arrestali nel mese di dicembre 1 747, e dopo iterati tormenti stran- golali in prigione il 12 settembre dell' anno successivo. Il fuoco della persecuzione si accese anche nel re- gno di Tonchin al SHd-ovesl della Cina, ove si atterrarono cinquanta chiese, e si fecero patire diversi supplizi a quelli che di recente eran- si convertiti. Il p. Francesco Gii di Federico, ed il p. Matteo Alfonso Leziniana, domenicani, riportarono la corona del martirio. II primo di questi, arrivalo a Tonchin nel 1735, trovò più di ventimila cristiani nella parte occidentale di questo regno , battezzati dai missionari del suo ordine, e colla più grande solleci- tudine si diede a coltivare questa vigna novella; ma nel 1737 fu preso da un bonzo, e condannato alla morte. Il suo supplizio fu lun- go tempo differito: nel carcere fu trattalo con amore e premura, gli MAR 197 si permise di celebrare alcune volte la messa, e gli si avrebbe conser- vata la vita, purché avesse dichia- rato di non essere venuto a Ton- chin che in qualità di mercante ; ma egli non volle acconsentire a questa menzogna. Il p. Leziniana, dopo avere per dieci anni trava- gliato nelle missioni del Tonchin, fu arrestato mentre celebrava la messa, nel 1 743 ; e nel mese di maggio dell' anno appresso venne condotto nella slessa prigione del p. Gii. Finalmente nulla avendo potuto smuovere la costanza di que- sti due missionari desiderosi del martirio, furono decapitati a' 22 gennaio 1744* Qui il Butler fa onorevole men- zione del p. Giuseppe Anchieta e del p. Pietro Claver, gesuiti. Il pri- mo, nato nelle Canarie, mori nel Brasile a' 9 giugno 1597, d'anni sessantaquattro, de'quali ne avea spesi gran parte nelle fatiche di sue missioni, avendo convertito i selvag- gi del Brasile in America, ch'eran venuti in potere de' portoghesi. Il p. Claver, nativo della Catalogna, si portò con alquanti altri missio- nari nel 16 IO in America, per predicare la fede a Cartagena e nelle provincie vicine. La sua ca- rità per que* sciagurati negri che gemevano sotto la doppia schiavitù del demonio e degli uomini , fu ammirabile. Egli attese con instan- cabile ardore alla conversione de- gl' infedeli e dei cattivi cristiani. Iddio benedisse le sue fatiche, e lo favorì del dono di far miracoli. Morì r 8 settembre i654, in età forse di settantadue anni, in odore di santità. 11 Papa Benedetto XIV confermò nel 1 747 il decreto della congregazione de* riti, comprovante l'eroiche virtù di qucslo venerabile ìi)S MAR iDissioncti'io. Airailicolo Cina o China, e nelle opere ivi citate, non che a quelli di Indie Orientali , Missionari , Missioni Pontificie , Missioni straniere , ec, si posso- no leggere ulteriori notizie sul- lo stato delle missioni iu quell'iin- pero e regni adiacenti, e delle per- secuzioni che vi infierirono nel cor- rente secolo. MARTIRIO (s.), martire. F. Si- suvnio (s.). MARTIRIO/ /l/^/'/yrza/7i. Tor- mento che si patisce neiressere mar- tirizzato, il sopportare i tormenti o la morte per la religione cristiana. Il martirio tiene luogo di battesimo d'acqua negli adulti non battezzati, scancellando in essi il peccato ori- ginale ed i peccati attuali quanto alla colpa ed alla pena temporale ed eterna, sia che egli produca i suoi elFetti per la sua propria virtù, et ex opere operato^ sia che li pro- duca per mezzo della caritèi del paziente, et ex opere operanùs, V. Battesimo e Martiri. Si può desiderare il martirio, ma non è permesso il procurarselo suscitando i persecutori, perchè ciò sarebbe uno spingerli al delitto, il che non è lecito; ne darselo da sé stesso, pre- venendo i carnefici, a meno che non siasi a ciò determinato da un particolare impulso dello Spirito Santo. Avvi soltanto l'obbligo di soffrirlo sotto pena di dannazione, allorché non é possibile di dispensar- sene senza commettere un peccato mortale, e quando si è interrogato intorno alla religione, sia pubblica- mente e giuridicamente, sia anche in particolare, ed in circostanze nelle quali sì potrebbe astenersi dal ri- àpondei-e sulla propria religione sen- za che ne derivi alcuno scandalo. Il martirio tu desiderio ardentissimo M A W dei primi cristiani, e fu chiamalo battesimo massimo: venne impu- gnato dai valeuliniani, dai gnostici e da altri eretici ; contro i secomli scrisse Tertulliano, De bona mar- tyriii Origene scrisse ancora un li- bro in lode del martirio, ed assai bramò di sostenerlo. Il Romagnosi attribuisce al solo fanatismo il la- sciarsi uccidere per mantenere la propria religione , e riprende la politica intollerante perchè s'oppo- ne al fanatismo. All'incontro il cal- tolicismo insegna, che i suoi segua- ci, che si lasciarono uccidere da' ti- ranni!^ per la confessione della fede, noi fecero per fanatismo, e invece di fanatici lì chiama martiri, e gli onora sugli altari . Tale dottri- na del Romagnosi è dunque in contraddizione diretta col cattoli- ci smo. Martirio fu chiamato l'altare e- retto sopra il sepolcro de' martiri, e le stesse chiese. Il martirio or- dinariamente avea luogo fuori del- la città, perchè fu costume de'greci e romani di far eseguire le sen- tenze di morte fuori della città, af- finchè dall' aspetto delle pene e dall'effusione del sangue non re- stassero pollute le immagini delle false divinità da loro adorate. Mas- senzio concesse a quelli che aveva- no subito il martirio di poter es- sere seppelliti dentro di Roma, co- me afferma il Rinaldi all'anno 3o9, n. 4- Prodigiosa fu la moltiplicità dei supplizi, coi quali sono stati straziati e condotti al martirio, al- l'ultimo scempio gl'intrepidi e va- lorosi campioni di nostra fede nelle ferocissime persecuzioni da loro sof- ferte. Molti di essi furono sepolti vivi, altri spirarono sopra i patiboli, sulle ruote e sopra ì cavallelli. Al- tri furono straziati sopra gli eculei, MAR traforati nelle viscere con acutissi- mi legni, e tagliati pei mezzo delle seghe. Altri vennero tormentati con cardi ed unghie di ferro, e da cen- to altri stromenti, inventati dalla barbara crudeltà de'persecutori. Al- tri generi di martirio furono le sof- focazioni nelle acque del mare, dei laghi, de' fiumi e de' pozzi ; la cro- cefìssione, la lapidazione, lo stran- golamento, la flagellazione, la fusti- gazione; il gettito ne' precipizi e nelle cloache, la divorazione di be- stie feroci, l'immersione nell'acqua o olio bollente e nelle caldaie di solfo e di pece, nelle fornaci di calcina e iie'termari; l'adustione con fiaccole ardenti, l'arrostamento sulle lamine e graticole infuocate; gii avvelena- menti con bevande mortifere; l'in- cisione ignominiosa delle stimmate, perfino ne' volti, come usavasi con la ciurmaglia e con gli schiavi; Te- scoriazione, la sete, lo slento e lo squallore delle prigioni più fetide ed oscure; lo strascinamento e lo strazio per mezzo de' tori o de' ca- valli; la condanna allo scavo de'me- talli nelle miniere o alla costruzio- ne delle fabbriche; la terebrazione o perforazione delle tempie con i chiodi; la chiusura entro l'arche piene di acutissimi coltelli; il cru- cifragio, il vivicomburio ne' roghi, genere di morte decretata dalle leg- gi romane pei rei di vile condizio- ne, pei servi e pei plebei, fra i qua- li erano per lo più tenuti i cri- stiani fino dai tempi di Nerone, che li condannò, in usuni nocturni lu- minisi ad ardere come altrettante fiaccole per le strade ; la saettazioue ad un palo; le cervellieie infuoca- te; la sospensione pei capelli, con le mani e i piedi traforati, e con le pietre le più pesanti attaccate ad essi ; la recisione della lingua, MAR 199 delle mani e de' piedi; la frattura delle mandibole, l'abbaciamento, e finalmente il taglio della testa col- la mannaia, colla scimitarra, col- r accetta e colla spada : per rap- presentare poi la decapitazione dei martiri , derivò V idea di figu- rare nelle pitture antiche e nei bassirilievi vari santi, che reggono la propria testa nelle loro mani. F. tutto il cap. VI, t. Il, p. 287 De costumi de primitivi cristiani del p. Mamachi. Di ciascuno de'tormenti descritti c'istruisce il libro trionfale De nior- tibus persecutorum attribuito a Lat- tanzio. Abbiamo ancora il libro più volte stampato del p. Antonio Gallonio dell'oratorio, De ss. mar- tyrum cruciatibus, o coll'altro ti- tolo, degl' Islromenti di martirio usati dai gentili j cui si deve unire il Lìbrum brevis addillo di Pau- lo wich Lucich. Ivi sono descritti ad uno ad uno ed effigiati an- cora i vari generi de' tormenti onde furono ne'lunghi tempi delle persecuzioni martirizzati i fedeli, nello stesso modo con cui sono dipinti intorno alle mura della chiesa di s. Stefano rotondo al Celio. Su di che può vedersi la digressione che il Piazza a p. 744 àeW Enierologio ^ fa sulle diversità delle pene e atroci supplizi dei martiri espressi ed esposti per ri- svegliamento della Mg agli occhi e alia venerazione de'fedeli in detta chiesa. Dei segni del martirio ne parlammo in vari luoghi; del mo- nogramma di Cristo (Fedi) , a quell'articolo ed a Monogramma ; come furono segni la palma , la colomba come presagio del mar- tirio, l'iscrizione o lapide sepolcra- le con individuali particolarità, e certissimo il vaso di sangue che 200 MAR MAR i fedeli ebbero gran premura di giorni si ommette. V. Diclich , raccogliere, aftìnc di collocarlo en- Dizionario liturgico^ articolo Mar- Irò ampolle presso o ne' sepolcri tirologìo. Anticamente i marliro- de'niartiri, mediante sponga la qua- logi si leggevano o nel capitolo le talvolta intrisa di sangue fu tro- o nel coro, o terminata l'ora di ▼ala nei vasi slessi: questi vasi di prima, o innanzi il detto versetto, vetro dipinti, ordinariamente gli e ciò facevasi dal pulpito, e nelle scrittori di archeologia cristiana , comunità religiose leggevasi ancor li chiamano ampolle del sangue, dopo cena; uso però non anteriore Si costumò apporsi indifferente- al secolo XI o XII, e nei primi mente non meno ai sepolcri dei secoli se ne faceva lettura nelle santi martiri , che a quelli dei pubbliche religiose adunanze, onde semplici cristiani, gli altri simboli servisse a glorificare Iddio, onora- de'segni di croce, del faro, delle re i santi, edificare i fedeli. Oggi fiamme, delle fenici, deiragnelio, i martirologi contengono i nomi de'pavoni, delle colombe, del pe- di tutti i santi, ancorché non sce, dell'ancora, dell'ellera, dell'ai- martiri, ed ai sommi Pontefici spel- lerò, delle viti , delle uve, delle ta registrarli nel martirologio . melagranate, di uno o più cavalli, Marlirologista chiamasi l'autore e di cuori trafitti di spine, o sem- scrittore d' un martirologio . Il plici, de* vestigi di piedi umani, p. Ruinart nella prefazione degli di pettini, di cerchietti , di trian- Atti sinceri de'martiri, parlando goletti, di quadratelli, di tridenti, Qla basilica vaticana, dice Beuedct- MAR to XIV, Decanoniz, 1. 4» P- 2» e. 17, n. a , che suum qaoddam habtbat martyrologìurn, quod ho' die. edam in archivio capitali con- servatur. Gregorio XUI nel 1^82 compì la correzione del calendario romano, cui andò unita nel i584 ancor quella del martirologio ro- mano, per negligenza de' copisti e degli stampatori in molti luoghi difettoso e scorretto, ordinando ai vescovi, e superiori regolari e se- colari, che nel dirsi in coro il di- vino uffizio, adoperino soltanto tale martirologio, mediante la costituzio- ne, Emendalo jam KalendariOy de* 14 gennaio i584. Già Pietro Oalesini protonotario apostolico mi- lanese aveva procurato una nuova edizione del martirologio romano, la quale non venne approvata a motivo della prolissità, e della ne- gligenza dell'autore nelle citazioni, e per la confusione che fa delle persone e de' nomi de' luoghi. Fu stampato nel 1578 in Milano ed in Venezia, con questo titolo : Mar- tyrologium s. Rom. Eccl. usui in sin- gulos anni dies accornodalum ad ss. Palreni Gregorium XIII etc. an- notaiiones ìtem ntultiplici antiqui- talis ecclesiasticae doctrinae cumu- lataci ad onine lolus marlyrologii explicandi rationem, ec. Il cardinal Cesare Baronie fece delle note al martirologio romano, e fece istan- za a Sisto V che monsignor Luigi Torres poi cardinale con altri pre- lati rivedessero tali sue annotazio- ni; quindi in Roma nel i586 pub- blicò: Tractatio de mariyrologìo romano praeniissa ejusdem edilio- ni. Dipoi nel i63o coi tipi vati- cani e nuove annotazioni, in foglio fu pubblicato: Martyrologium ro- manuni Gregorii XIII jassu e- ditum et Urbani FUI aucioritate p MAR recognilum^ accesserunl notaliones atque tractatìo de marlyrologio ro- mano autore Caesare Baronio. Il re di Portogallo Giovanni V ordi- nò al suo ministro in Roma, che di concerto con Benedetto XIV fa- cesse slampare il maitirologio ri- dotto in volgare. Non poteva pre- sentarsi più bel campo alla vasta e profonda erudizione del Papa, ond' egli dopo averci faticato con felice successo, lo fece pubblicare colle stampe vaticane e nuove cor- rezioni, mediante il disposto della costituzione Postcjuam intelleximus^ del primo luglio 1748» presso il suo Bull. l. II, p. 43 1. Nel pon- tificato di Pio VII e nel 1806 nel- la stamperia dell'ospizio apostolico uscì alla luce: Martirologio roma- no dato in luce per ordine di Gregorio XIII, e riconosciuto col- V autorità di Urbano Vili, Cle- mente X e Benedetto XIV, aggiun- ti i nomi de* santi e beati piìi recenti. Un' edizione perfetta e completa del martirologio romano è quella de' tipografi Salviucci , Roma 184^. Marlyrologìi romani Gregorii XIII Jussu editi. Urbani Vili et Clementi s X auctorìlale re cogniti, ac deinde anno 1749 Benedicli XIV labori et studio an- eti et castigati, editio novissima SS. D. N. Gregorii XVI Pont, Max. auspice et patrono, in qua sanctorum et beatorum exlant elo- gia prò ordinibus etiam regularibus a sac. rit. congr. ad haec usque tempora adprobata. I detti tipo- grafi avendo anco in vista gli or- dini religiosi, si dierono ogni pre- mura per annettere il martirologio particolare di ciascuna corporazione religiosa. Quanto alle notizie bi- bliografiche de' martirologi, molle se ne leggono a p. 95 e seg. del- MAR 2o5 la Dissert. epist. delle ss. Simplicia ed Orsa, di Cancellieri. MARTIROPOLI o MARTIRIO, Marlyropolis. Città vescovile del- l'Asia neir Armenia, situata sul fiu- me Oba o Ninfèo , distante 240 stadi da Amida, e quindici miglia dal Tigri, perciò detta anche Ta- grila. 11 nome di Martiropoli le fu dato, a quanto dicesi, nel V se- colo, perchè furono quivi traspor- tate le ossa ed allre reliquie dei martiri, che avevano sparso il loro sangue per la fede di Gesù Cristo, a tempo di Sapore e Varano re di Persia, I suoi abitanti la chia- mavano Mai-Ferakin, o Meia Fa- rekin, da cui ne derivò il nome di Maipheracta. 11 Terzi, Siria- sacra pag. i35, dice che Marti- ropoli o città di Marte fu rino- mata per un celebre tempio sa- cro a quel falso nume. La di lei fortezza fu mirabile a segno che qual termine dell' impero romano potè validamente opporsi alle inva- sioni de' confinanti parti e persi. 11 suo munitissimo castello [xx es- pugnato da Commentriolo capita- no dell'imperatore Maurizio. E un vescovato della provincia di Meso- potamia, nel patriarcato d'Antiochia, sotto la metropoli di Amida o Diarbekir: quello di Tacrit o Ta- grid gli era unito nel V secolo; i nestoriani ed i giacchiti vi ebbero ancor essi i loro vescovi. Il pri- mo vescovo di Martiropoli o Mai- Ferakin fu s. Maruta, che sedeva al tempo d' Isdegerdo re di Persia, ed occu possi assaissimo per la pro- pagazione della fede in Persia : as- sistette al secondo concilio generale, ed a quello che si tenne in An- tiochia nel 382 contro l' eresia dei messaliani. Si uni agli avversari di s. Gio. Crisostomo, ma avendo co- 7.o6 MAR nosciuta la loro malafede, li abbati- tloiiò subito per seguir il partilo del santo. Intervenne pure al con- cilio di Seleucia, e vi compilò ven- ti e più canoni sulla disciplina. La raccolta degli atti de' fedeli che soffrirono durante la grande per- secuzione di Sapore re di Persia, è opera di s. Maruta, la cui memoria i greci ed i latini onorano a' 4 dicembre. Furono suoi successori in questa sede, Zebenno o Zeberino che assistette e sottoscrisse al con- cilio di Calcedonia; N. uno de* ve- scovi di Macedonia, che scrissero all'imperatole Leone sull'assassinio di s. Protero d'Alessandria ; Gior- gio cbe n'era vescovo a tempo di Filippico Bardane imperatore, che scrisse in favore del concilio di Cal- cedonia ai monaci giacobiti di s. Matteo; Basilio che assistette al con- cilio pel ristabilimento di Fozio; e Mandiano già vescovo di Marda. Oriens christ. t. II, p. 99B. I ve- scovi nestoriani di Martiropoli so- no: Jaballaba, innalzato poi alla di- gnità di cattolico ; Michele vescovo ancora d'Amida; Giovanni, e Jesu Dei»ha. Oricns christ t. II, p. i32i. I vescovi giacobiti di Martiropoli sono : Atanasio I, poi patriarca nel io5r; Atanasio li del ii^i, cui successe nel 1169 Ignazio I, morto nel 1182; in tale anno divenne vescovo Ignazio II ; Giacomo Seve- ro, autore di molli scritti, morì nel i23i; Giovanni del I253; Malco ^el 1293; N. del i365. Oriens christ. l. IT, p. i449- Martiria o Martiropoli , Marfyropolilan, è un titolo vescovile in partìhus dell'Ar- menia minore, sotto l'arcivescovato pure in partìbus d' Amido , che conferisce la santa Sede. MARTORANO, Mariuranum. Città vescovile del regno delle due M A R Sicilie, nella provincia delia Cola- l)ria ulteriore seconda, distretto di Catanzaro, capoluogo di cantone, sulle falde del monte Goliero. Nelle sue vicinanze verso greco stanno le rovine dell' antica Manierlium o Martoranum nel Bruzio , verso la sorgente del Metauro , ed al prin- cipio della foresta Bruziann, il cui nome vuoisi derivato da Maniera , che in lingua del paese significa ti Dio Marte. La cattedrale è dedica- ta alla Beata Vergine Assunta in cielo, componendosi l'antico capi- tolo delle dignità del decano, del- l'arcidiacono, del cantore e del te- soriere; di otto canonici, e di sei cappellani istituiti dal cardinal Pier- benedetti. La sede vescovile fu e- retta nel VII secolo, e primo ve- scovo ne fu Reparato, che assistet- te al concilio Lateranense del 649; il secondo fu Opportuno, interve- nuto al concilio romano del 721 ; il terzo Donino che sottoscrisse al con- cilio del 761 tenuto da s. Paolo 1; Teodosio fu al concilio romano del- l'826, Teodoro a quello dell' 853, FJorio a quelli dell' 869 e 879, de' quali nomineremo i successo- ri più distinti. Ridolfo del 1090 edificò la chiesa de' ss. Clerico e Luca abbati ; Michele del i r 70; Fi- lippo di antica e chiara famiglia de Malera di Cosenza, colto nelle scienze ecclesiastiche, gli successe nel 122 1 ; Tommaso eletto nel i252 da Innocenzo IV, dotto e stimabile abbate cislerciense di s. Stefano del Bosco ; Rinaldo d' Aquino , perito in giurisprudenza, fu eletto dal ca- pitolo e nel i255> confermato da Alessandro IV; Adamo eletto a concorrenza di altro, Giovanni XXII lo approvò nel i320; Senatore di Martorano oriondo di famiglia da Cosenza, morì nel i349; ^*' ^'*" MAR corno Castelli de' minori, traslalo nel I Sgoda Bonifacio IX a Nica- stiOi Martino del i45'i, traslato a Cotrone nel i463 ; gli successe An- gelo greco di Calabria, eccellente dottore in jus, ambasciatore del re di Napoli a Pio II, poeta illustre, ed eruditissimo. Angelo Pappacoda fatto vescovo nel i497 da Alessan- dro VI, peritissimo nelle lettere gre- che e latine: gli successe nel iSSy Giacomo Antonio Ferduzi anconi- tano, ministro generale de' minori conventuali , sommo teologo. Per sua morte, nel i56o Pio IV fece vescovo Tolomeo Galli , che nel 1362 trasferì a Siponto, e nel i565 creò cardinale, sostituendovi degna- mente Girolamo Federici milanese. 3Vel 1369 gli successe fr. Gregorio Croce spagnuolo, dotto domenicano d' incolpabile vita, che per voler correggere i cattivi ecclesiastici, mo- ri forse di veleno nel i^yy: in sua vece Gregorio XIII vi elesse Mariano Pierbenedelti, consagrato dal cardinal Perelti che divenuto Sisto V lo creò cardinale nel iSSg, benemerentissimo vescovo come si può vedere alla sua biografia ; gli successe nel 1 586 il nipote Rober- to, traslato a Nocera nel iSg?,. Fran- cesco Monaco patrizio di Cosenza , lodato per dottrina e morale, fatto vescovo da Clemente Vili nel i^gS, governò 35 anni. Urbano Vili nel 1627 gli sostituì Luca Cellesi di Pistoia, ornato di molle virtù, che rifabbricò la cattedrale e l'episcopio dal terremoto rovinate, e moili «lel 1661. Giacomo Pala mei la della diocesi di Policaslro, nominato ve- scovo nel 1667 , compi magnifica- mente la cattedrale, ed a Scilliano nel silo detto Diano edificò un no- bile luogo per amena villeggiatura de' vescovi, presso la chiesa parroc- MAR 207 chiale che eresse in collegiata. L'U- ghelli ed i suoi continuatori, Ita- lia sacra, lom. IX, pag. 270, terminano la serie de' vescovi di Martorano con Pietro Antonio Pie- trasanta, barnabita milanese, fallo nell'anno 17 18 ; ed il proseguimen- to si trova nelle annuali Notizie di E orna. Ne furono gli ultimi fr. Ber- nardino de Bernardis paolotto di Fuscaldo , fatto da Benedetto XiV nel 1743; Nicolò Spedalieri della diocesi di Squillace, crealo nel 1 758 da Clemente XIII ; fr. Giacomo Ma ria de Tarsia paolotto di Cosenza, eletto da Clemente XIV nel 1770; dopo lunga sede vacante, Pio VI preconizzò nel 1 792 in successore Francesco Antonio Grillo de' con- ventuali di Gerace, che fu 1' ultimo vescovo. Trovandosi la diocesi suf- fraganea della metropoli di Cosen- za, e dopo altra notabile sede vacan- te, Pio VII nella circoscrizione del- le diocesi di Sicilia, colla lettera De ulilìori, V kal. julii 1818, sop- presse la sede vescovile di Marto- rano, e r uni in perpetuo a Nica- stro {Fedi). MARU o MERA. Città vescovile del Rorasan in Persia , situata sul fiume Morcab , grande e ben fab- brìcataj e dicesi che già superò tulle le altre città della regione. La re- ligione cristiana essendo slata an- nunziata nel Korasan regnando il re Sapore, Maru diventò in segui- lo metropoli e provincia ecclesia- stica della diocesi de' caldei, avente per sulTiaganei i vescovati di Dair- Ilannes, di Damadutha, di Daabar- sanaia e di Saichasa. Ne furono ve- scovi, Bar-Codsaba, che predicò il vangelo nel Rorasan ; Davide I me- tropolitano di Maru nel 52o; Teo- doro del 540; Davide II del 55o; Elia considerato come santo , assi- 2o8 MAR stette al cattolico Jesuiab III ; Giu- seppe I del 778, rinunziò al distia- iiesitno e fuggì presso i saraceni ; Giovanni ordinato nell' 860 ; Giu- seppe 11 assistette all'elezione del cattolico Giovanni IV dei 900; Ebedjesu; Giorgio Alsnkani, e gli altri registrati nell' Oriens chiist. t. II, p. 1261. MARUTA (s.), vescovo di Ta- grita o Martiropoli nella Mesopota- mia, uno de' piti illustri dottori del- la chiesa siriaca. Compose gli atti de* martiri che soffersero nella per- secuzione di Sapore dall' anno 34o al 38o ; parte della quale ope- ra ritrovò e pubblicò l' Assemani. Compose eziandio degl'inni in ono- re de' martiri, e sopra parecchi al- tri argomenti, che vennero inseriti con quelli di s. Efrem nell'officio caldaico. Raccolse le reliquie di molti martiri della Persia, e le di- stribuì nell'impero romano. Nel 4' i fece un viaggio a Costantinopoli per indurre l' imperatore Arcadio a rac- comandare i cristiani ad Isdegerdo re di Persia : nulla avendo potu- to concludere, vi ritornò l'anno ap- presso. Teodosio il Giovane, suc- cessore di Arcadio , onorò il santo vescovo della sua confidenza , e lo mandò due volte in uffizio di am- basciatore nella Persia, per istabili- re una solida pace fra i due impe- ri. Isdegerdo fece grande stima di s. Maruta, massime dopo essere sta- lo guarito per le sue orazioni da una malattia, ed aver scoperto l'im- posture de'magi; laonde lo autoriz- zò a fondar delle chiese. S. Maruta tenne due sinodi a Ctesifone : nel secondo, tenuto l'anno 4'4> ^^ ^^^' dannato l'arianesimo, e si fecero delle savie regole per la disciplina. Ritornò aHa sua sede assai attem- pato, portando seco molte reliquie MAR di martiri che depositò nella sua chiesa, per cui la città prese il no- me di Martiropoli. Egli morì in- nanzi la metà del quinto secolo, e fu sepolto nella sua chiesa. Il suo corpo fu trasportato in Egitto du- ranti le incursioni degli arabi e de'persiani, e si conserva nel mo- nastero della Madonna, nel deserto di Sceti, abitato da monaci siri. 1 cofti di Egitto onorano s. Maruta a' 19 febbraio; i siri ed i melchiti a' 6 dello stesso mese ; i greci e i latini a' 4 dicembre. L'opera prin- cipale di questo padre è una litur- gia siro-caldaica, la quale è ancora usata in certi dì dai maroniti. Nel- la biblioteca vaticana conservasi un mss. in siriaco d' un suo commen- tario sopra il vangelo di s. Matteo. Ebedjesus fa menzione di un' isto- ria del concilio di Nicea, i cui ca- noni erano stati recali in siriaco da s. Maruta. MAUZATO Anselmo, Cardina- le. Anselmo Marzato di Sorren- to, ma nato in Monopoli in occa- sione che suo padre era governato- re di quella città, in cui accasatosi vi avea fissato il soggiorno. Dotato di eccellenti prerogative, non meno d'animo che di corpo, disprezzale onorevoli nozze , alle quali veniva invitato da una donzella di sua pa- tria ricca e nobile, determinò di consagrarsi a Dio nella religione de' cappuccini, e datosi all' esercizio della predicazione, per la quale non mancavagli alcuna di quelle doti e qualità, che conducono a formare un perfetto oratore, vi riuscì famo- so ed eccellente. Dopo aver predi- cato ne' principali pulpiti d' Itaha e delle Gallie, fu deputato a pre- dicare avanti al Papa ed ai cardi- nali, con loro infinita soddisfazione, onde Clemente VIII soleva chia- IVI A U Iti urlo Paolo redivivo e tromba ce- leste. Nel viaggio che fece il Pon- tefice a Fcrraia, Anselmo lo seguì, ma a tenore della tegola di s. Fran- cesco sempre a piedi. Avanzato al- ' le prime cariche di sua religione, ti2ologo del s. ofTizio e del cardinal Aldobrandino legalo a latere di Francia, e poi eletto nel i59g procuratore generale dell'ordine, in- di Clemente Vili a' 9 giugno i6o4 lo creò cardinale prete di s. Pie- Ilo in Montorio, e venne denomi- tialo il cardinal di Monopoli. Al- lo splendore della dignità seppe unire rumiltà e la modestia de' cap- puccini, di cui non lasciò mai l'abito e ne osservò esattamente l'istituto, alzandosi a mezza notte per salmeg- giare, adempiendo i digiuni pre- scritti dalla regola, e ne' venerdì e sabbati si pasceva di pane ed acqua. L* Aniidenio con calunnia lo disse crapulone, mentre era par- chissimo nel cibo, come lo celebra- rono diversi storici. Generoso coi poveri, liberale verso tutti e pieno di compassione, visitava i suoi ser- vi infermi ; e per la rigidezza e pu- rità del corpo e dello spirito, fu detto il secondo s. Francesco. Virtù così specchiata, non andò esente da imposture e falsità iuTentate dai malevoli invidiosi della sua gloria , tentando offuscarla , accusandolo persino al s. ofTizio, che piedicando in Francia avesse proferite alcune proposizioni ereticali. Chi però ne fu r autore ne pagò anche in que- sto mondo la pena con una ignomi- niosa fine, a cui dall' umana giu- stizia fu condannato a morte per altri dcliltf. Conoscendo il Marzalo che alle calunnie taluno fatalmente vi credeva, ne concepì tal coidogiioj che morì d' anni G4 nel convento di Frascati nel 1607, dopo 38 me- VOI. XLIII. M A Pi xogf si di carditialato. Trasferito a Ro- ma, ebbe sepoltura nella chiesa del suo titolo, senza alcuna memoria. Ne fanno elogio il Baltaglini, i con tinuatori del Ciacconio, ed altri. In- tervenne ai cotìclavi di Leone XI e di Paolo V. MARZIALE (s.), vescovo di Li- moges. Fu utio di que'celebri mis- sionari, a detta di s. Gregorio di Tours, i quali essendo stali mau- dati da Roma con s. Dionigi di Parigi circa la metà del terzo se- colo, predicarono il vangelo nelle Gallie. Egli fermò la sua sede a Limoges, e ne fu il primo vescovo. Le sue fatiche apostoliche operaro- no la conversione di gran numero d' idolatri. La sua tomba fu illu- strala da molti prodigi; e molli ne furon fatti eziandio in Virtù delle sue reliquie. Leggesi il suo nome Begli antichi martirologi il giorno 3o di giugno. V. Limoges. MARZIALE (s. ), martire. V. Fàusto, Gennaro e Marziale (ss.). MARZIALE Ugo , Cardinale. Ugo di s. Marziale, così detto dal castello ove nacque nella diocesi di Toul, nella provincia d'Aquitaniu; dottore in entrambe le leggi, e pre- posto di Douay, venne incaricato di portarsi col carattere di nunzio in Sicilia nel i352, per islabilire una perfetta concordia fra Lodovi- co i re d' Ungheria, e Giovanna I regina di Napoli, nella quale lega- zione ebbe a compagno Guglielmo arcivescovo di Braga. Innocenzo VI a' 17 settembre del i36t lo creò cardinale diacono, sebbene assente; poi ebbe per diaconia la chiesa di s. Marra in Portico, e fu fallo ar- ci[»rcte della basilica di .'^. Pietro. Intervenne al conclave per Urbano V, e lo tìeguì da Avignone in Ita- lia, noft a quello di Gregorio XI, >4 aio MAS che partendo da Avignone lo lasciò ni governo di quello stalo, e mo- rendo in Roma noniinollo suo esecu- tore testamentario. Benché non fosse presente all'elezione di Urbano VI, aderì al partito dell' insorto anti- papa Clemente VII ; mori nello scisma in Avignone nel i4o3, e fu sepolto nella chiesa de' celestini al ponte di Sorga. MARZIO ( s. ), abbate. Nato in Alvergna verso l' anno 44^, diede a conoscere fin dalla sua giovinezza grandissimo zelo pel servigio di Dio, e per gli esercizi della penitenza. In età di circa cent'anni si ritirò sopra una montagna poco lungc da Clermont, ove si unirono a lui al- quanti discepoli, i quali viveano co- m'esso delle limosi ne de' fedeli. Au- mentatasi la comunità, edificò un monastero più regolare, in cui vis- se oltre sessant'anni in applicazio- ne continua a tutti i suoi doveri. La sua eminente santità lo fece giu- dicar degno del sacerdozio. Iddio r onorò del dono dei miracoli ; e fra quelli cui tornò la salute in una maniera soprannaturale, si an- novera Fiorenzo padre di s. Gre- gorio di Tours. Morì verso Tanno 525, ovvero 53o, e fu seppellito nella cappella del suo monastero. Onorasi in Alvergna il dì i3 aprile. MASAMIG. Sede vescovile della diocesi de'caldei, sotto la metropoli di Bassora, di cui ne fu vescovo Abramo, che sedeva sotto il cat- tolico Jesuiab III. Oriens christ. ì. II, p. 1260. MASCA Pandolfo, Cardinale. Pandolfo Masca pisano, distinto col titolo di maestro, fatto suddiacono del palazzo apostolico da Calisto II, in premio di sua esimia virtù, nel dicembre 1 182 Lucio III lo creò cardinale prete de' ss. XII Apostoli. MAS D* ordine di Celestino III si du- vette recare a Genova nel 1 196 col carattere di legato pontificio, per quietare le civili discordie in- sorte tra i genovesi ed i pisani. In- nocenzo III nel I 198 lo spedì le- galo in Toscana, in compagnia del cardinal Bernardo^ per dichiarar nulli ed invalidi alcuni patti stipu- Iati tra parecchie città della To- scana, senza il consenso della santa Sede, che avea diritto su quel du- cato. Scrisse le vite di alcuni Popi, o a meglio dire fece delle aggiunte alla cronaca creduta del Pontefice s. Damaso I, secondo il Ciacconio e rOudiu. Queste vite sono ripor- tate dal Muratori nel t. Ili, Script, rer. Italie, par. I, p. 3 04 e seg. Il Mansi però ha dimostrato che Pandolfo scrittore delle vite de'Pa- pì è diverso dal cardinale, e il Cardella vi conviene. Compose al- tresì una storia riguardante le im- prese e le preclare azioni de' suoi concittadini, la quale non ha mai veduto la pubblica luce. Si trovò presente alla canonizzazione di s. Giovanni Gualberto, ed ai comizi di quattro Papi, morendo in gran ri- putazione ed in età decrepita cir- ca il 1202, essendo primo dell'or- dine de' preti. L* Einsengreno scrisse di lui, che fu dottore in sacra Scrit- tura, oratore eloquente, peritissimo nell'arte di perorare, storico cclo- bratissimo, e talmente versalo in teologia, che a niuno la cedeva in tal facoltà. MASCHERA, Oscillum, Perso- nay Larva. Faccia 0 testa finta di carta pesta, di tela cerata e dipin- ta, di cera o di cosa simile. Co- pertura con un naso e con due occhi che mcttesi sulla faccia per trasfrrmarsi, siccome dicesi anche della persona stessa che si trasfoi> MAS ma. La maschera si usa principal- mente in tempo di carnevale. Tra- vestimento di varie foggie^ contraf- fazione di abiti e di costumi, ed anche di favella di varie persone e nazioni. Chiamasi in latino la maschera persona per doppio si- gnificato : il primo è a personando, secondo Gellio, lib. 5, cap. 7. Nani caput, et OS cooperimento personae tectum undique^ luiaque tantum vo- cis emittendae via apertum: quo- lìiam nec voga^ nec diffusa est, in unum tantum modo exitum coar- ctal voceniy et magis claros^ cano- rosque sonitus facit. Ob eam cau- sani persona dieta est, o, littera propter vocahuli forniam produciio- ne. Secondo questa etimologia era il costume de' gentili tanto latini ijuanlo greci, che nella morte dei nobili usavano i trombetti ed i suonatori di flauto, e costumavasi particolarmente in Roma, dove so- navano in tale occasione maschera- ti. Dicesi ancora la maschera per- sona dal figurare con essa, rap- presentare e fingere alcun perso- naggio; onde da Seneca fu detta Personata felici tas , la felicità non vera ma simularla, quasi dica ma- schera di felicità. Marziale chiamò maschera i tinti capelli, e masche- ra del capo fu detta la parrucca. L' invenzione della maschera si at- tribuisce agli egiziani, propagata da Orfeo ne' greci, e da questi passata ai romani, e dall' Italia in Germa- nia, e diffusa per tutto il mondo. Le maschere del teatro debbono la loro origine all'arte dell'imitazione. Non fu da principio se non che tingendosi o imbrattandosi il volto^ che i primi attori si mascherarono. Tespi poeta tragico greco ed at- toi^, fu il piioio che bruttandosi il viso di feccia di vino, scorse coi MAS 2 1 ! suoi compagni i borghi e i villaggi con quella follia avventurosa. In appresso si pensò a fabbricare al- cuna specie di maschere, che di™ cevansi fatte colle foglie di una pian?* ta nominata arction, alla quale si fa'' corrispondere la nostra bardana grande o maggiore, detta tuttora arction lappa. Allorché il poema drammatico acquistato ebbe tutte le sue parti, gli attori trovaronsi forzati a rappresentare personaggi in diversi generi, di diverse età e di diverso sesso, e quindi si videro obbligati a cercare qualche mezzo per cambiare ad un tratto di for- ma e di figura . Fu dunque in quella occasione, che secondo alcuni comparvero le maschere di diverse sorte, le quali oltre i lineamenti del viso, rappresentavano ancora la barba, i capelli, le orecchie, e tal- volta fino gli abbigliamenti delle teste femminili. Non è facile pre- cisare chi fosse l* inventore di quel- le maschere, e si attribuisce al poe- ta Cherilo contemporaneo di Tcspi^ ad Eschilo che almeno ne estese l'uso e l'applicazione, al poeta Fri- nico ch'espose pel primo nel teatro una maschera da donna . Ptoscio Gallo poi fu il primo che mostrossi con una maschera sul viso nel tea- tro di Roma, alGne di nascondere la deformità de'suoi occhi ch'erano biutlamente loschi. La forma, come pure la materia di queste maschere non fu sempre eguale. Le prime non erano for- male se non che di foglie o di corlcccie d' alberi; in appresso se ne fabbricarono di cuoio, foderate di tela o di qualche altro tessuto, ma come facilmente perdevano le loro forme e i loro lineamenti, si introdusse la pratica di farle inte- ramente di legno. Il greco Giulio 212 MAS Polluce nel lib. IV del suo Ono- mastico dislingue Ire specie di ma- schere sceniche, le cornicile, le tra- giche e le satiriche, poiché la sa- tira entrava allora tra le rappre* sentazioni drammatiche. In gene- rale la forma delle maschere por- tava al ridicolo, e consisteva in quello che noi chiamiamo carica- tura ; le maschere tragiche erano formate in modo da ispirare la compassione o il terrore; le ma- schere satiriche presentavano esseri immaginari, come satiri, fauni, ci- clopi e simili, aventi un aspetto piacevole, con lineamenti regolari. Nelle maschere antiche l'ampiezza della bocca era frequentissima, affin- chè più facilmente uscisse la voce de- gli attori, e non solo coprivano la faccia, ma tutto il capo. Oltre le ma- schere sceniche, i greci conoscevano altre tre specie di maschere distinte con tre differenti nomi, i quali [>erò in appresso furono adoperati in- differentemente per indicare qua- lunque sorte di maschere. Le più comuni e naturali chiamavansi prò- sopopeìe; meno comuni erano quel- le degli altri due generi, dette mor- molycheia e gorgoneia: le prime servivano a figurar le ombie o le anime de' morti, e avevano sempre qualche cosa di spaventevole; le altre erano fatte anch' esse per i- spirare terrore, e non rappresentava- no che figure spaventevoli, come le Gorgoni, le Furie e cose simili. Altra specie di maschere furono quelle inventate da Ermone, dette hermoneìa, e di due sorte , cioè calve sul davanti con barba ben fornita, con sguardo aspro e corruc- ciato, e semplicemente colla testa rasa e la barba foltissima. Fra le maschere comiche alcune avevano doppio il viso, forse perchè TaUore MAS volgendosi or ila una parte, or daf-» r altra, mostrasse sempre quel la(a della maschera che conveniva alla sua situazione attuale, in quelle sce- ne, in cui necessario diventava il cambiamento improvviso. F. Fran- cesco Ficoroni, Le mascìiere sceniche e le figure comiche ci' antichi ro- manif Roma 1736. Inoltre le ma- scheie furono dagli antichi usate frequentemente nelle cerimonie re- ligiose, e specialmente nelle feste di Bacco, e di molte altre divinità, conie in quelle di Minerva, di Ci- bele, d' Iside ; nelle feste di Cerere, di Strema , nelle saturnali, nelle lupercali. Venerando i pagani Iside qual madre degli Dei, nell'entrare di primavera ne celebravano solen- nemente la festa i romani, andando mascherati, ed avendo libertà di rappi'csentare chiunque avessero vo- luto, eziandio i magistrali, e con tanta naturalezza che i finti dai veri non si distinguevano. In una di queste mascherate, certo Mater- no mascherato da alabardiere tentò di uccidere Comodo, per impadro- nirsi dell' impero. Si faceva uso altresì delle maschere ne' trionfi , nelle pompe pubbliche, talvolta nei banchetti e fors' anche ne'funerali, giacché, come si avvertì, i suonatori di flauti edi tromhelte sonavano ma- scherati. Era eziandio uso antico dei pagani mascherarsi il piimodi genna- io, e prendere la figura di certi ani- mali, come di vacca, di cervo, ec. S. Massimo vescovo di Torino, nel sermone ch'egli lece nel primo del- l' anno 4^9 circa, sgridò assai co- loro che secoiìdo la superstizione de' gentili si tramutavano in cose oltremodo sconce e contraffatte , perchè gli uomini non solo si tras- formavano in donne, ma in di- verse maniere d' aiumali, aiwi dì MAS mostri. TI concilio di Atixerre del 585 probi ai cristiani d' imitare tale cos5tume; ed un antico canone penitenziale romano impone tre anni di penitenza a chi avesse da- to questo scandalo, su di che può vedersi le noie del p. Menard sul Sa grame ntario di s. Gregorio 1, p. 252. La legge di Mosc proibiva alle donne vestirsi da uomo, ed agli uomini prendere gli abili da don- na, perchè quest'era un'abbomìna- zione innanzi a Dio, come si legge nel Deuteronomio e. 22, i, 5. Os- servano i commentatori che presso i pagani i sacerdoti di Venere in certe cerimonie si vestivano da donne, e che per sacrificare a Mar- te le donne prendevano gli abiti e le armi da uomo ; dunque la legge proibì ai giudei una delle superstizioni dell'idolatria. Gli stes- si autori profani rimarcano che queste sorte di maschere aveano sempre per iscopo il più materiale libertinaggio. Si sa pur troppo che presso noi, come altrove, quei che si mascherano per trovarsi nelle notturne radunianze, lo fanno per godere sotto la maschera quella li- bertà, che non avrebbero co^iaggio di prendersi a faccia scoperta. Di- cono i moralisti che l' uso delle maschere diviene illecito in molte circostanze, come nei divertimenti di carnevale ed altri simili, essen- done conseguenza ordinaria il pec- calo. Quanto agli ecclesiastici ed ai, religiosi, che si mascherano per allegria e divertimento, è opinione di alcuni moralisti che non si pos- sano scusare di peccato morlale, come lo prova solidamente il p. Concina domenicano veneto, in u- na dissertazione su questo argomen- to stampata in Roma nel 1752, MAS 2i3 tanto per la santità dello slato chle- ricale, quanto per gli statuti dei sinodi, che proibiscono siffatto abu- so sotto pena di scomunica incorsa pel solo fatto, e per la testimonian- za de' casisti anche i più. rilasciati, come Diana, Bonacina e Sanchez. Del paganesimo resta una delle traccie nelle ferie carnevalesche; e quanto al tempo, siccome i ro- mani antichi si mascheravano al- l' incominciar di primavera, quasi presso a quel tempo ora incomin- cia il carnevale in Roma : della faceta e notissima maschera napole- tana del Pulcinella, il Cancellieri ri- portò alcune erudizioni a p. 4^ ^ 44 ('elle sue Notizie della venuta in Roma dei re di Danimarca, ec. I ss. Ambrogio, Agostino, Pier Gri- sologo { il quale inveì contro i cri- stiani che nel primo di gennaio con maschere prendevano la forma degli Dei de' gentili), e fra'greci s. Gio. Crisostomo, riprovarono nei cristiani l'abuso di mascherarsi, ed altrettanto fece s. Carlo Borromeo, Jet. eccl. Mediol. p. 7, e. 7. Tut- ta volta in progresso di tempo le maschere si sono straordinariamen- te aumentate, moltiplicate e modi- ficale in varie forme ne'tempi mo- derni, massime dopo l'introduzione de^Daili in maschera, antichissinù però in Italia, ed in Francia in- trodotti sotto Luigi XIV, nel qual tempo sussistevano le maschere dal- l' Italia introdotte nel regno di Francesco I, cioè le maschere di velluto nero foderate di pelle, che le donne usavano per conservar la pelle o per una specie di modestia per essere meno esposte alla vista del pubblico, e da esse derivarono in Italia quelle che coprivano sol- tanto la metà del volto. Di siffatte maschere conservatrici della pelle 4i4 MAS e del coloic ilei viso, di rijxii'O al vento ed al sole, se ne attribuisce r invenzione a Poppea moglie di Nerone, che inventò pure altri mez- zi per conservare la bellezza fem- minile. Nel possesso preso da Cle- mente XI nel 1701 , la regina di Polonia Maria Clementina si recò a vedere la cavalcata nel palazzo nuovo de' conservatori sotto bal- dacchino, e finché non comparve il Papa avea tenuta la maschera di velluto. Delle maschere e delle mascherate ne parlammo in diversi articoli del Dizionario ; ed oltre gli articoli Befana ed Epifania , si possono vedere Giuochi nel voi. XXXI, p. 176, 177, 178 e 187, ove si disse del carnevale e delle corse de' cavalli ; Festa nel voi. XXIV, p. 21 3, 223, 224 e 225, in cui si parlò delle bizzarre e cla- morose feste dei re della fava, del- la festa degli asini, e delia festa dei pazzi ; e principalmente nel voi. X, a Carnevale^ ove si trattò de'sa- turnali, baccanali, ed altre gozzovi- glie e dissolutezze degli antichi ; delle feste di Bacco, di Cerere, di «Strenia, delle lupercali, di quelle de* pazzi e degli asini in cui avea- no luogo mascherale bizzarre e li- cenziose ; dell' uso delle maschere e di quelle che aveano luogo nelle caleode di gennaio, ed altre diver- se mascherate, non che di quanto fece la Chiesa nel tollerarle, pro- movendo al tempo stesso molti eser- cizi di pietà. Finalmente nel me- desimo volume evvi Carnevale di BoMA , brillantissimo e giocondo spettacolo, come si celebrava anti- camente, delle mascherate e corse di cavalli che hanno luogo oggidì, e dellij sospensione delle maschere. MASCHIE VOHUM. Sede vesco- vile armena Sotto il cattolico di MAS Sis, di cui fu vescovo Tarasio che assistette al concilio di Sis. Oricns christ. l. I, p. 1437. MASCIARTUM. Sede vescovile armena sotto il cattolico di Sis, il cui vescovo Vertano intervenne al concilio di Sis. Oriens christ, t. I, p. 1437. MA SCIO Girolamo, Cardinale. F, Nicolò IV, Papa. MASSA di carrara { Mus- sta ). Città con residenza vescovile nel ducato di Modena presso la ri- va sinistra del Frigido, in una a- mena pianura, capitale del ducato di Massa-Carrara. I due paesi di Massa e di Carrara sono compresi nella Toscana occidentale, e costi- tuirono altre volte due vicarie se- parate, dipendenti talora da un sol governo, tale altra dominate da padrona parziali sotto titolo diver- so ; poiché Massn in origine fu do- minata dai marchesi, e perciò de- nominata Massa del Marchese j nel i568 fu eretta in principato, e nel i663 in ducato. Al contra- rio Carrara intorno al mille fu da- gli imperatori concessa e quindi confermata in feudo col suo terri^ torio ai vescovi di Lun» ; più tar- di fu dominata or dai pisani, or dai lucchesi, talvolta dai Visconti di Milano, finché ceduta ai Cam- pofregosi di Genova, fu da questi eretta in signoria. Acquistata poi dai marchesi Cibo o Cybo Maia- spina di Massa, fu dichiarala ca- poluogo di marchesato, poi di prin- cipato, finche sotto Francesco IV duca di Modena, Carrara fu con- teu)plata come un solo ducato con quello di Massa, per quanto questa ultima città serva di resi- denza alle primarie autorità go- veinalive, giuridiche, politiche, fi- nanziarie e militari. Essendo (lonii» MAS lìiitrice di Massa e Carraia Maria Beatrice, moglie di Feidiuando ar- ciduca d'Austria, figlio dell'impe- ratore Francesco I, ultimo rampol- lo delle case Este e CiboMalaspi- iia, nel 1796 al declinar del seco- lo passato e nei primi del corrente la guerra dei francesi fece cambiare aspetto politico agli stati di Massa e Carrara, che furono uniti alla re- pubblica Cisalpina, ed alla prefet- tura del dipartimento del Crostolo, poscia passarono sotto il regno ita- lico al dipartimento delle Alpi A- puane ; finalmente per decreto dei 3o marzo i8o6 il paese di Massa e Carrara fu eretto iu feudo im- periale da Napoleone, coll'assegnar- ne r amministrazione governativa alla principessa di Lucca Elisa di lui sorella. Questa dopo aver fat- to di Massa e Carrara una sotto- prefettura, dopo aver messo il nuo- vo feudo imperiale a parità di re- gime con quello di Lucca, e dopo aver destinato per le villeggiature il palazzo de' ducili di Massa a sua abitazione, decretò che il tempio maggiore de'massesi si distruggesse dai fondamenti per avere piti vasta piazza avanti il palazzo, e più li- bera visuale verso il tramonto. Co- sì la chiesa più moderna, più va- sta, la meglio architettata ed or- nata di Massa sparì in poche set- li uta ne, senza che la città guada- gnasse nulla dalla momentanea re- sidenza dc'uuovi principi. Nel 1809 Napoleone conferì al suo gran giu- dice Regnier il titolo di duca di Massa- Carrara. Alla ripristinazione delle cose politiche, nei trattato di Vienna de' 9 giugno i8i5, il du- cato di Massa e Carrara fu resti- tuito, alla sua naturale sovrana Ma- ria lìealrice, la quale ordinò l' u- tilibsuno e dispendioso catasto del MAS 2i5 ducato di Massa e Carrara nel 1820, che pose in attività nel 1824. Morta la duchessa a' i4 novembre 1829, il ducato passò al figlio Fran- cesco IV duca di Modena, arciduca d'Austria e suo primogenito. Le memorie storiche d'illustri scrittori e d' uomini insigni del ducato di Massa e Carrara in Lunigiaua, si leggono nel voi. I, p. i5i e seg. delle Mem. storiche, di Limigiana, di Emmanuele Cerini. Questi cenni sono per quanto spetta al ducato di Massa e Carrara, ora prima di parlare della città di Massa, pre- metteremo alcune notizie sulla cit- tà di Carrara. F'. Modena, e Cibo Famiglia. C^/T^r^, capoluogo di comunità e di principato, trovasi alle base occidentale dell' Alpe Apuana, e nel fondo della valle solcata dal piccolo fiume Avenza, quattro mi- glia distante dal suo litorale, sot- to quei monti inesausti di candido marmo, per cui Carrara ebbe ori- gine e celebrità. In fatti l'etimolo- gia di questa Carrara , Carraria, piuttostochè dalla strada Carrarec- cia sterrata, sembra cosa più ana- loga derivarla dalle sue cave, che Carrariae appellavano gli scrittori de' tempi barbari. L'origine di Car- rara risale all'epoca delle prime la- vorazioni delle lapidicine di Limi [P^edi), come il punto più centrale delle cave, il luogo di maggior riu- nione e domicilio di lavoranti, di amministratori o altri impiegali del fisco imperiale, per conto di cui si scavavano e si amministrava- no nei primi secoli dell' impero ro- mano le cave dei monti di Luni. E incerto se i manni lunensi di Carrara furono adoperati dagli e- liuschi o dai liguri che occuparono per lungo tempo il paese fra {Wv- DìG MAS pò e la Magra. ScI)bcno gli scrit- Ipri del secolo di Angusto non fac- cia do parola della scoperta del bian- co ordinario e del marmo turchi- no venato o bardiglio che scavasi d«i tempo imnìemorabile nei monti di Carrara, pine da Strabone si ha la conferma che n' suoi tempi si rejiavano dalle hmensi lapidicine grandissime tavole, colonne è mas- si marmorei per faine squisiti la- vori che ammiravansi in Roma e in altre qilta d'Italia. Che il luogo di Carrara sino dai primi tempi dell'impero fo^se abitato da varie classi di qrtisti formanti probabil- inente collegi, e forse con decurio- ni^ ne danno argomento per cre- derlo il lusso introdotto nella capi- tale del mondo sino dai tempi di Mamurra, che volle l'atrio del suo palazzo adorno di colonne di mar- ino lunense; e lo attestano le ma- gnificenze di Augusto che cangiò Iloma di laterizia in marmorea, /V ciò si aggiunga, che a ciascuna spe- cie di lavoro di marmo erano an- che a quell'età destinati diversi ar- tefici, scufptores, mnrmorarii, lapi- (larii^ (jiiadraianiy musaru\ cluira- itcr'n ec. Il marmo candido finissi- jno statuario delle cave lunensi, fu al dir di Plinio scoperto poco pri- ma di sua età ; la quale scoperta fece diqienticare agli scultori venuti in Italia dalla Grecia il loro fami- gerato marmo pario o paro e quel- lo pentelico, di cui sino allora a- veano gli statuari qijasi esclusiva- mente fatto uso. Sotto il monte Sagro esistono le più doviziose ca- ve. Le principali qualità dei mar- mi di Carrara sono gli statuari fini bianchi-avorio, gli oi'dinari bianchi di qualsivoglia grandezza, gli sla- stuari salini, gli ordinari di tin- ta bianca cerulea, i veriali bardi- ci AS gli fiorili, i bianco-venali e barr digli venati e macchiati di pao- nazzo. F'ra gli cdifizi e monninenti piìi rimarchevoli di Carrara, cvvi il pa» lazzo del principe, ove nel 181 5 vi fu trasferita 1* accademia delle bel- le arti eretta da Maria Teresa, cui nel 1769 aveva assegnato un nuo- vo edifizio, avendola arricchila di eccellenti esemplari la duchessa Ma- ria Beatrice. La chiesa collegiata insigne di s. Andrea fu fabbricata npl XIII secolo, quindi adornata di sculture nel XV, pregevoli per lo studio dell'arte; il capitolo si compone delle dignità del prepo- sto, del primicerio e dell' arcidia- cono, con quattordici canonici, eser- citando il preposto l'incarico di pievano e di vicario foraneo sopra il clero e popoli della comunità di Carrara. Esistono altri edifizi sacri, e tutti copiosi di marmi, fra i quali si distingue per ricchezza c|i pietran^i stranieri, il tempio della xMadonna delle Grazie; per buon di seguo, e per un eccellente dipin- to quello di s. Giacomo annesso allo spedale, e l* altro di s. Fran- cesco de' minor osservanti. Le due piazze, varie strade, e alcune ahi- tazioni private sono adorne di fon- ti di acqua potabile : una d' esse situala nella piazza A Iberica scatu- risce dal piedestallo di una stallia colossale che il pt)polo carrarese innalzò all' ultima sua sovrana Ma- ria Beatrice figlia unica dell'ultimo rampollo di due sovrane famiglie italiane, e madre di Francesco IV. Non mancano a Carrara decenli palazzi di marmo, ne buone ahi ta/ioni , non proporzionate però a (|uesto paese di artisti, in mezzo al più ricco e più celebre emporio di marmi, per cui si conleojplano dai I MAS forastieri le montagne di esso; es- sendo poi le numerose officine, lic- clie di lavori di statuaria, e di or- nato. Carrara è madie di uomini distinti in varia sfera, fra' quali si innaÌ7arono in grido nel secolo XVI, Danese Catimeo poeta e scul- tore; Francesco Moscliino scultore e ornatista insigne; Francesco e Agostino Caiamecch, artisti che la- sciarono opeie celebrate in Messina; Pietro Tacca scolare il più valente di Gio. Bologna ; e Antonio Guidi cognato di Tacca, scultore e inge- gnere. Appartengono al secolo XVII Ferdinando Tacca, degno figlio di Pietro; Giuliano Finelli, scultore in marmi e in bronzi ; Andrea Bol- gi ; Francesco e Gio. Battista Ba- ratta. Nel secolo XVIII il ven. Gio. Francesco Tenderini vescovo di Civita'Castellana , insigne per cristiane virtù ; Cybei, due Fran- zoni ; ma tutti cedono per fama di sapere a tre grand' uomini del secolo XIX, i quali ebbero culla in Carrara, cioè Carlo Finelli, cav. Pietro Tenerani scultori insigni, e Pellegrino Rossi commendatore, pa- ri di Francia, e ambasciatore di Francia presso i Pontefici Grego- rio XVI e Pio IX. In Avenza vi è r arcipretura di s. Andrea, in Be- dizzano quella di s. Genesio, in Fossola e Moneta quella di s. Gio. Battista, ed in Gragnana e Noceto r altra di s. Michele ; oltre a ciò nella diocesi sotto la comunità e principato di Carrara vi sono altre sette chiese rettoriali. Il clima di Carrara e di tutto il territorio ge- neralmente è temperato , di aria elastica, pura, e tale che imprime all'individuo un carattere vivace, intraprendente, generoso. Dall' accrescimento e floridezza commerciale de'inarmi lunensi, scm- MAS 2 17 bra certo che l'origine di Cai rara si debba ritenere contemporanea alle suaccennate lavorazioni ; ma la di lei sorte affievolì, e quasi restò spenta con la fortuna di lloma, e con la rovina del suo impero. For- se (jualche sollievo potè risentire la contrada dal genio di Teodorico re de' goti: quindi seguirono circa sei secoli di tenebre, durante il qual tempo dubitano gli storici che vi sia monumento marmoreo, che pos- sa dirsi uscito allora dalle viscere dei monti di Carrara. Era il pae- se in abbandono, quando gl'impera- tori Carolingi lo donarono ai vesco- vi e conti di Luni, e Ottone I nel g63 confermò loro la corte di Car- rara Nuova, e piti larga donazione fu fatta a que' prelati da Federico I nel I 1 85, e da Enrico V l nel ifC)!, comprese le cave carrai'esi. Divenuta la sede di Luni pericolo- sa ad abitarsi per cagione de' pi- rati, e di mal' aria, i vescovi pas- sarono a risiedere in Carrara, e vi erano nel 998. Tre secoli prima nelle vicinanze di Carrara si riti- rò s. Ceccardo martire della chie- sa hmense, patrono principale della città e distretto di Carrara, nella cui collegiata si venerano con fi ducia le sue reliquie, ed ove nei ii37 convivevano preti col pieva- no. Gottifredo II vescovo di Luni e Sarzana nel i i5r stando in Car- rara fece solenne cessione della pie- ve medesima di s. Andrea, e di tutte le sue parrocchie suffraganee, giurisdizioni, decime e beni, a f^i- vore del priore della chiesa de'ca- nonici lateranensi di s. Frediano di Lucca. Da quell'epoca in poi sino al secolo XVI 11 la pieve di Carrara fu considerata qual chiesa nidlius clìocesis, governata dal dello priore con tutti i diritti abbaziuli. 2i8 MAS ^[el Icmpo che i carraresi furono lìi-essochè esentali cUillu potestà spi- rituale de' vescovi di Luni, a poco a poco si emancipò ancora dalla loro potestà teujporale per costituirsi e reggersi a comune : tale già era di fatto quando i suoi rappresentanti ottennero dal loro antico signore il terreno per edificare la borgata di Avenza per comodo de'carrettie- ri e marinari destinati al trasporto de'marmij ora grosso borgo e ca- stello. Nel I202 in un compromes- so fra il vescovo di Luni e i mar- chesi Malaspina, intervennero co- me garanti i consoli e i militi del comune di Carrara, segno evidente del suo governo municipale. Indi Carrara soggiacque al dominio dei pisani, che s'impossessarono degli antichi feudi de' vescovi e conti di Luni; ed ai pisani dovè la riattiva- zione delle sue lapidicine promossa dall' innalzamento della magnifica primaziale, e dalle opere stupende scolpite da Nicolò Pisano e dai nume- rosi suoi allievi; e fu altresì durante il loro dominio, che i carraresi co- minciarono a edificare con disegno gotico- italico il piti bel tempio del medio evo eh' esista in Lunigiana. Alla signoria della repubblica di risa iu questa contrada subentra- rono altri potentati per la foiza delle armi, o per quella dell' oro. Caslruccio signore di Lucca la con- ([tiislò nel i322, enei 1829 fu com- prata dagli Spinola genovesi ; indi nel i33o e i335 l' acquistarono Rossi signore di Parma, e Mastino della Scala tiranno di Verona. Nel 1 343 fu occupata da Luchino Vis- conti, i cui successori diverse vol- te vi ebbero dominio, anzi Berna- bò la destinò per spillatico a Re- gina Scaligeri sua moglie. Nel iSB') i carraresi riconobbero per signore MAS Ciò. Galeazzo Visconti, che accor- dò loro onorevoli condizioni, fra le quali di non cederla ad altro co- mune, di nominare per vicari per- sone ghibelline, di abolire le pre- stazioni personali , di lasciare al comune le gabelle sul commercio de' marmi, e di reggersi coi pro- pri statuti. Nel i4o2 diventò signore di Carrara Gabriele Maria Visconti, figlio del precedente, ma la prese in consegna e in pegno il capitano Giovanni Colonna, per 26,47^ ^^^' rini di paghe arretrate: il paese saldò il credito , e nel 14^4 '^ suo vicariato fu consegnato a Pao- lo Guinigi signore di Lucca, previo lo sborso al Colonnese di i5,ooo fiorini d'oro fatto dai lucchesi. Nel 1428 fu presa ai lucchesi dal marchese di Fosdinovo Malaspina, e un anno dopo per conto dei primi r occupò Nicolò Piccinino. Indi nel i4^7 ^^ ritolse ai luc- chesi pei fiorentini Francesco Sfor- za, che nel i44' '^ restituì ai Vis- conti. Estinto Filippo Maria, ulti- mo di essi, i dinasti limitrofi Tom- maso Cainpofregoso signore di Sarzana^ e il marchese Malaspina si disputarono il possesso di Carra- ra e suo vicariato, finché nel i44^ fu aggiudicata la signoria di Car- rara a Spinetta Fregoso, indi al suo figlio naturale Antonielto sotto l'iniluenza dei miliuiesi. Nel 147^ Giacomo Malaspina marchese ài Massa cede ad Antonielto le sue terre di s. Nazzario presso Pavia, oltre 5ooo scudi d'oro, e ne rice- vè in permuta la signoria di Car- rara, con tutla la sua valle. In- sorto contrasto nel i4B3 tra i suoi due figli Alberico e Francesco, il secondo s'impadronì di Carrara, che poi restituì nel i4^4 ^'^ gennaio MAS i) lialt'llo. Mancato Alberico nel i5i9 senza successione maschile, I suoi stali di Massa e Carrara passarono sotto la reggenza di sua figlia Ricciarda, la quale riaiasta vedova' nel i520 di Scipione Fie- sco, passò in seconde nozze col conte Lorenzo Cibo o Cybo, nipo- te per padre d'Innocenzo Vili, e di Leone X per via di madre. Nacquero da questo matrimonio, Giulio che nel i548 terminò con tragico fine la vita nel castello di Milano, e Alberico che fu il primo dinasta della casa Cibo-Malaspina, subentralo al governo dopo la morte della madre nel i553, di- chiarato principe di Massa e mar- chese di Cairara con diploma del- l'imperatore Massimiliano II, de'aS agosto i568. Deve Carrara a que- sto valoroso principe la costruzione ed estensione delle sue mura ur- bane ; quella di una vasta piazza che porla il suo nom.e ; alcune delle sue pubbliche fonti che l'a- dornano ; r erezione del palazzo sovrano, oggi sede delle belle arti ; 1 suoi statuti municipali, che so- no tuttora di norma alla giurispru- denza di questa città; una conven- zione generosa che stabili coi mae- stri dell'arte statuaria e cogli scar- pellini , nel di cui ruolo è notato, che nel 1570 erano fuori della patria 5oo fra scultori e altri lavoranti di marmo. Alberico 11 bisnipote del primo Alberico no- minato, poco dopo salito sul so- glio avito, nel 1663 ottenne dal- l'imperatore Leopoldo I l'elevazione di Carrara in principato. L'ultimo principe di <(uesta dinastia fu Al- dcrano che lasciò lo stato a Ma- ria Teresa sua primogenita, la qua- le anche dopo maritala nel 174^ ad Ercole Rinaldo d'Esle piincipe MAS 2 r 9 ereditario di Modena, esercitò sul paese piena sovranità, la quale passò nell'unica sua figlia Maria Beatrice erede eziandio dello slato di Modena e di Massa , quindi nei duchi di Modena . Ora ritor- niamo a parlare di Massa. Massa fu denominata Massa da- cnlcy Massa lunense , e Massa Cybeay città che fu per più secoli la residenza de* suoi principi, ora di un governatore ducale, sede di un nuovo vescovato , capoluogo tli tribunale di prima e seconda istanza civile e criminale, e di co- munità. Sono due Masse , l'antico castello detto Massa vecchia, si- tuato sopra un poggetto isolato, che ha alle sue spalle il monte di Vn- riana, e dal lato di levante greco la sottoposta città di Massa nuo- va o Cyhea^ dove già fu lui bor- go appellalo Bagnaia. La popola- zione e i principali edifizi pnl)bli- ci e privali esistono in Massa nuova , la quale risiede alle falde occidentali del colle di Massa vecchia j in pianura disposta a gui- sa di cornice o margine della lar- ghezza di un miglio in ciica, la quale costituisce lo zoccolo me- ridionale dell' Alpe massese. Non solo la duchessa Maria Beatrice eresse un magnifico ponte , dopo caduto il nuovo appena terminato, per attraversare il fiume Frigido, di marmo donato e trasportato sul luogo dai carraresi, che gratui- tamente lo lavorarono; ma ad og- getto di procurare alla città mag- gior decoro, e provvederla di una quantità più copiosa di pubbliche i'onli di acqua [«olabile, di che sono ricchi i colli superiori, negli ultimi anni del suo governo ft;ce costruire un acquedotto per con- tlurre una ricca sebbene umile ibn- a2u MAS te fìiio al centro della piazza ducale, cui fa bella aziona una (iiipÙce fila di piante d'aranci di Portogallo. La medesima duchessa compì a benefìzio dell' umanità languente un comodo spedale, e- retto nel già convento degli ago- fitiniani della Madonna del Monte. Volendo procurare alla gioventù ottima educazione morale e reli- giosa, vi chiamò i barnabiti, e lo« 10 concesse decoroso sostentamento € la soppressa casa religiosa dei serviti nel sobborgo di Massa; ma al presente non vi sono più. E ilifcsa da un castello , ed ha stra- de larghe e ben lastricate, e case in generale benissimo fabbricate, 11 palazzo icdifìcato con marmo di Carrara, antica residenza sovrana, è bellissimo, come i suoi giardini. Fra gli edifìzi addetti al governo inassese Francesco IV fece erigere a difesa del litorale diversi forti- ni con batteria , nuove case doga- nali al confine, ed un palazzo pres- so la piazza ducale , destinato per r uffizio generale delle finanze. Vi sono parecchi stabilimenti lettera- ri, artistici e di beneficenza. Il suo traffico maggiore consiste nei lavo- ri del bel marmo bianco statuario, proveniente dalle vicine montagne di Carrara. Massa oltre la cliiesa di s. Pietro contava quattro mona- steri di religiosi, due di monaclie, ed uno di terziarie. Gli agostinia- ni e i serviti furono soppressi nel secolo passalo, i minori osservanti nel principio del corrente, e la lo- ro chiesa, poco dopo sostituita alla collegiata, serve attualmente di cat- Itìdrale. Neil' istessa circostanza ven- nero soppressi i cappuccini poi ri- pristinali al ritorno della duchessa MaVia Beatrice. Anche le monache Clarisse e le terziarie francescane MAS in Massa vecchia fm*ono espulse dai loro monasteri sotto la republ)lica Cisalpina. Restò esente da tante di- struzioni il conservatorio delle sa- lesiane in s. Maria delle Grazie, il (piale si conserva tuttora in ima amenissima posizione sopra il col- lctto a cavaliere della città. La città di Massa diede una se- rie di uomini illustri per valore, per politica e per dottrina. Fra i molti ci limiteremo a ricordare il marchese Alberico I . il di lui zio cardinal Innocenzo Cibo, il cardi- nal Alderano Cibo decano del sa- cro collegio, ed altri porporati di tal famiglia, di cui trattammo alle loro biografie. Furono valenti ca- pitani , Michele Diana Paleologo , e Gaspare Venturini. Fra i politi- ci più riputati sono a rammentar- si due principi di casa Cibo, Albe- rico I e il cardinal Irmocenzo sud- delti : a quesli anteriore per età fu Nicola de' nobili Cattanei , e di poco posteriore Giulio Brunetti se- gretario di s. Carlo Borromeo, e antenato di altro più famoso mini- stro vivente. Fra i doUi, Perseo Cat- taneo, Carrara lo reclama per suo; Antonio Venturini fu valente medica e distinto professore d' anatomia. In toga si distinsero l'uditore Cosimo Farsetti, il suo parente Andrea Far- setti , Vincenzo Cattaui , Giuseppe Guerra gesuita , e Gio. Francesco della Rocca. Fra gli artisti, Felice Palma, e Giacomo Antonio Ponza- nelli scidtori , Agostino Ghirlanda pittore, e Pier Alessandro Gugliel- mi celebre maestro di musica nel secolo XV III. In questo fiorirono, l'improvvisatore poeta latino Gioac- chino Salvioni, e l'abbate Gaspare Jacopelti, il (piale rianimò 1' acca- demia delle lettere delta de' de- reli'Uìj che nel principio del se- MAS colo presente cambiò il nome in quello di Accademia delle Alpi Apuane^ finche per sovrana appro- ■vazione nel i8i4 fu rigenerata sot- to il titolo di Rinnovati. La posi- zione di Massa, la bontà e tempe- ratura del suo clima, l'ampiezza delle sue strade e piazze, il decen- te suo fabbricato , la maestà dei monti che si alzano .alle sue spalle, e le squisite produzioni del suolo, tutto sembra concorrere a gara per dare a questa città un aspetto pit- torico, una fisonomia incantatrice, alla vista delle sue deliziose colli- ne, ai di cui piedi scorrono spu- manti le limpide acque del Fggi- do, del mare, e del promontorio ed isole del golfo di Luni, ed ame- nissima celebrò questa città il Pe- trarca. L' origine di Massa è incerta; il primo monumento di sua esisten- za è un documento dell' 882, in cui si fa menzione del luogo, ubi dicitur Massa prope Frigido. L'al- tro è un diploma del 963, in cui Ottone I concesse a Adalberto ve- scovo di Luni, per la sua mensa, la quarta pt^rle di Massa colle sue dipendenze. Probabilmente dopo il secolo IX, il poggio isolato di Mas- sa vecchia offri una specie di ri- fugio ad una porzione degli abi- tanti di Luni, costretti di fuggire da una patria stata frequenti vol- te assalita e saccheggiata dai pira- ti di terra e di mare, a seguo ta- le, che le sue campagne già ferti- li ed amenissime, converlironsi in deserti e pestilenziali lagune. In fatti è tradizione del paese , che un antichissimo Crocefisso e una campana esistenti o almeno esisti- ti in Massa vecchia^ fossero di que- gli oggetti sacri che i cittadini di Luni seco trasportarono con le lo- MAS 221 IO divinità tutelari allorché si ri- fugiarono nel colle di Massa mo- derna. Nel li 85 Federico 1 con- fermò ai vescovi di Luni il luogo di Massa, ma siccome nel 1164 uvea dato l'investitura della cj^uar- ta parte di Massa lunense al mar- chese Obizzo Malaspina, ai discen- denti di questo, Federico II la convalidò, e ciò perchè sino dal secolo XI avea acquistato diritti di proprietà sul paese il marchese O- berto l conte del palazzo sotto i due primi Ottoni, stipite dei Pal- lavicini, degli Estensi, dei Malaspi- na, e dei marchesi Bianchi di Mas- sa. Dalla famiglia Malaspina, una delle pili antiche d'Italia, alcuni fanno discendere la gran conlessa Matilde. Si divise in più rami, la più memorabile delle quali divisio- ni è quella de'due fratelli Corrado e Opizzino o Obizzo, che anche variarono l'arma, ritenendo il pri- mo Tarma antica d'uno spino sec- co, usando l'altro lo spino con fo- glie e fiori ; i duchi di Massa fu- rono del ramo di Obizzo. I pri- mi marchesi di Massa, nipoti dei figli di Alberto Rufo discenden- te di Oberto I, furono Andrea e Guglielmo marchesi di Palio- di nella Liguria ; il secondo di- venne anco giudice di Cagliari , dominando il primo nella Mas- sa lunense. Figliuoli d'Andrea nei marchesati di Massa, di Livorno e di Corsica, più di diritto che di fatto, furono Guglielmo ed Alber- to, che verso la metà del secolo XIII vivevano in Pisa quasi come privati, mentre al dominio di Mas- sa, dopo la morte di Andrea era sottentrata la nipote donnicella Benedetta, come figlia di Gugliel- mo, e ciò risulta da un atto del 1218, per imprcstito fàltoij;li dal 112 MAS (lomiinc (li Lucca, iIiihIo per c.Tti- zionc la rocca di Massa: tal mar- chesana morì nel i2 33, tlopo di essersi col consorte giudice d' Ar- borea, assof^gellati per sé e per i loro stati della Sardegna al Pon- tefice Onorio III, ciò che Benedet- ta avea rinnovato nel 1224 con (giuramento nelle mani del dele- galo apostolico. Forse una simile sottomissione era stata fatta da Guglielmo di lei padre pel mar- chesato di Massa, o almeno lo dà a congetturare il giuramento pre- stato nel 1234 dal nobii uomo Orlandino Porcaresi al Papa Gre- gorio iX, innanzi di prendere pos- sesso della rocca di Massa per te- nersi a beneplacito pontificio. Qiie- .sta sottomissione pertanto di Mas- sa, richiartia l'epoca delle verten- te tra Gregorio IX e !a repubbli- ca di Lucca per la Gaifii^naiia (Fedi). Mentre Orlaiitlo conlinjia- va a tener la rocca per tal Pupa, Agnese sorella di Benedetta con- fermò Bartolomeo di Pagano in visconte di Massa. Adelasia figlia d'Agnese, signora dei giudicati di Gallura e Torres, impalmò En- zo figlio naturale di Federico II, il quale per lui erigendo in regno Ja Sardegna, lo investi ancora del marchesato di Massa, di Lunigia- iia, V^ersilia e Garfagnana, benché l'imperatore ciò facesse contro il giuramento prestalo a Gregorio IX. Posteriormente Federico li conces- se ai lucchesi queste ultime con- trade. Nel 1265 prcvaicrìdo i ghibelli- ni, Guido vicario pel re Manfredi, altro naturale di Federico II, po- . Francesco l'indusse a cac- ciar da Massa il fratello, che morì senza successione nel i5iq, amico costante di Michelangelo Buonar- roti. L' unica figlia Ricciarda en- trò colla madre Lucrezia d'Este al governo di Massa e Carrara, e nel i520 si sposò in seconde nozze con Lorenzo Cibo genovese nipote d' In- nocenzo Vili, e dell'allora vivente Leone X, entrando così lo stalo di Massa e Carrara nell' illustre casa Cibo, che aggiunse perciò al cogno- me quello di Malaspina. Piicciarda volle ritener sola la sovranità, a fronte del disposto di Carlo V, che riuscì far annullare.. Lorenzo dis- gustato si ritirò in una sua pos- sessione e villa d' Agnano, presso Pisa, e vi morì nel 1 549 ^' ^""^ 49. Lasciò due figli, Giulio e Al- berico amato dalla madre, la qua- le non permettendo al primogenito di regnare^ per congiure fu deca- pitato d'ordine di Carlo V nel r54B in Milano , rimproverando gì' isto- rici a Ricciarda poco amore pel marito e pel suo primogenito. Mor-^ la nel i553, gli successe Alberico I Cibo-Malaspina secondogenito, da lei istituito erede universale., e so- lennemente si fece riconoscere per signore dai suoi sudditi ; indi nel i554 ottenne da Carlo V il diplo- ma d'investitura de'feudi imperiali di Massa e Carrara. Una delie pri- me cure di questo principe fu di- retta all'abbellimento materiale del;- le due piccole capitali, e nel dare ai suoi popoli buone leggi. Fino allora Massa vecchia poteva dirsi un aggregato di case sotto la rocca 224 M A S (lei suo nome, cui so{»giaceva ii lM)rgo (li Dagujiia. Alberico I fece circondnic di mura la citlà nuovo, che fthhellì di giardini, di puhMi- che fonfi, e di un vasto palazzo per residenza principesca ; ed il borgo sotto il castello di Massa prese il nome di Massa Cybea o Massa nuova, a distinzione della vecchia rimasta in poggio. Nel i558 die principio alle mura- di Carrara, quindi nel iSSg l' imperatore Fer- dinando I accordò al marchese e successori il privilegio della zeccn, mentre Massimiliano li con diplo- ma del i568 (pialificò Massa ca- pitale di principato, e Carrara ca- poluogo di marchesato. Abbiamo da Guid' Anionio Zannetti : Delle zecche, nella Lunigiana della fami- glia Malaspina^ dissertazione ^ Bo- logna 1789. Alberico I alleggeriva il peso delle cure politiche col piacevole studio delle lettere, e col consorzio de' dotti : riuscì discreto poeta e sagace critico. Nel 1620 l'imperatore Ferdinan- do U dichiarò Massa città, e mo- rendo Alberico I nel 1623 gli suc- cesse il nipote Carlo I, figlio di Al- derano suo primogenito che l'avea preceduto nel sepolcro, principe pie- no di sentimenti generosi, e di a- more per la gloria militare , che morì nel 1606. Carlo I coltivò le scienze, favorì i letterali, ottenne da Urbano Vili nel 1629 ^^^ ^'^^^•^ eretta la pieve di Massa in collegia- ta insigne con una dignità abbazia- le, e r uso de' pontificali. Cessò di vivere nel 1662 , succedendogli il primogenito Alberico II, il quale dopo aver ottenuto come il prede- cessore l'investitura imperiale, Leo- poldo I nel i663 dichiarò Massa capoluogo di ducato, e Carrara di marchesato. Mostrossi Alberico U MAS protettore de' letterati e degli df- tisti, ed ideò la fabbrica della cappella de' depositi annessa alla chiesa di s. Francesco di Massa, per riunirvi i defunti dell.» sua làmiglia Morto nel 1690, salV sul trono il primogenito Carlo 11, il quale su- bito pose ad elfelto l'idea del ge- nitore con edificare la memorata cappella. Cessando di vivere nel 1710, gli successe il primogenito Al- berico III, che ottenne l' investitura dall' imperatore Carlo VI , e morì nella villa di Agnano presso Pisit nel I 715, senza successione e dispo- sizione testamentaria. Il perchè Al- derano terzogenito di Carlo II, dopo aver fatto una transazione col fratel- lo maggiore Camillo, che avea ab- bracciato lo stato ecclesiastico, e nel 1 729 fu creato cardinale, divenne si- gnore di Massa e di Carrara. Aldera- no pieno di vivacità, amante del lus- so e de'divertimenti,si trovò costret- to alienare molli beni, e per man- canza di prole maschile per vistosal somma voleva cedere i suoi domi- iiii feudali alla repubblica di Geno- va. Scopertosi il maneggio da Car- lo VI, poco mancò ad essere espul- so da Massa e Carrara. Morì nel 1731 lasciando tre figlie, e la mng- giore Maria Teresa erede universa- le, eh* essendo minorenne dichiarò reggenti Riccia rda Gonzaga sua ma- glie, e il cardinal Cibo suo fratello, L' altra figlia Marianna Metilde Cibo Malaspina, sposò nel 1748 il principe d. Orazio Albani pro- nipote di Clemente XI : la terza ih glia divenne duchessa di PopoH in Napoli. Nel 1741 già Maria Te- resa avea sposato il principe Ercole Rinaldo figlio ed erede di Francesco III duca di Modena, e nel 1744 ^^' tenne dall' irnpeiatore Francesco i V invesiitura del ducalo di Mass» MAS MAS ii5 € del principato di Carrarn. Il si opposero all' effettuazione del me- suo genio benefico fondò in Mas- ditato progetto, il quale fu rimesso sa un comodo spedale nel conven- in campo dalla degna figlia dopo to degli agostiniani , poi compito la sua ripristinazione, nel pontifi- dalla figlia Maria Beatrice, ed isti- cato di Pio VII. Allora l'affare fu tuì r accademia delle belle arti a ripreso a disamina, e fu dal Papa lustro del paese. La detta unica fi- eretta Massa in vescovato , e nella glia fu l'erede dello stato di Massa bolla Singularis Romanorum Poh- e Carrara, e delle virtù della ma- tificum^ la dichiarò suffraganea di dre, la cui morte accadde in Reg- Pisa. Tuttavolta fu Leone XII che gio nel 1790. Fino dal 1771 la diènei 182.3 compimento alle istan- duchessa Maria Beatrice avea spo- ze della duchessa Maria Beatrice e salo l'arciduca Ferdinando d' Au- dall'arciduca Francesco IV di lei stria, figlio dell' imperatore France- figlio, i quali videro esauditi i loro SCO I, e dell'imperatrice Maria Te- religiosi voti. La bolla pontificia di resa; ed appena restò Jibera domi- Leone XII dichiarò la chiesa ma- natrice, rivolse il suo pensiero al trice di Massa ed il nuovo vesco- vantaggio de' sudditi che visitò di vato suffraganeo delK arcivescovo di persona, per mostrarsi madre he- Pisa; prescrisse i limiti della dioce- nefìca e protettrice. Sotto di lei si che nel i833 conteneva i5o i francesi invasero Massa e Carra- parrocchie, e quasi tutte con fonte ra al modo detto di sopra , e solo battesimale, compresivi due insigni ne fu reintegrata nel 181 5. Morì in collegiate, oltre varie chiese cappel- Vienna nel 1829, e gli successe lanie succursali. Una porzione delle nel ducato il suo figlio France- chiese parrocchiali assegnate alla SCO IV arciduca d'Austria duca di cattedra di Massa, furono stacca- Modena. Il figlio di questi, regnan- te dall' arcidiocesi lucchese, il re- te duca Francesco V, di recente stante da quella di Luni-Sarzana. ha provveduto la maggiore e mi- Nella Lunigiana, compreso Carrara, gliore parte della pianura di Mas- nella Garfagnana alta e nella Gar- sa d'un canale irrigatorio, per far fagnana bassa, sono situate le par- vegetare i seminati e prosperare le rocchie della diocesi. Francesco IV produzioni del terreno nell' estiva diede compimento al seminario di stagione. Massa, dopo averne eretto un altro La sede vescovile si voleva eri- in Castelnuovo nella Garfagnana gere dalla duchessa Maria Teresa, bassa, a beneficio de' suoi sudditi per cui ottenne nel 1757 dall' im- garfagnani. Il primo vescovo di Mas- peratore Francesco I, la facoltà di sa di Carrara fu monsignor Fran- assegnare per la mensa 1200 fio- cesco Zoppi di Cannobio diocesi di rini sopra i beni feudali. Ne fece Milano, fatto da Leone XII nel con- ia domanda la duchessa a Clemen- cistoro de'i7 novembre 1823. Per te XI II, e questi gli rispose col sua libera dimissione , Gregorio breve Egregìum tuitm, de' i4 gen- XVI nel concistoro de' i5 aprile naie 1766, Bull. Rom. Continua- i833 lo trasferì al vescovato i/i tio, t. HI, p. i56, che avea dato partìhus di Gena, e poi in quella ad esaminare la richiesta a uomini de'23 giugno i834 preconizzò l'o- prudenli. Ma circostanze impreviste dierno vescovo monsignor France- VOL. XLIU. i5 aa6 MAS SCO Strani ili Dibiana diocesi dì Reg- gio, della (jiial calledrale fu arci- prele, vicario generale e capitolare. La cattedrale di Massa è un ottimo edifìcio con battisterio, sacro a Dio, sotto r invocazione de' ss. Pietro e Paolo, e s. Francesco d' Asisi. Il capitolo si compone della dignità dcir arciprete, di dodici canonici , comprese le prebende del teologo e penitenziere, di cinque mansiotia- ri, e di altri preti e chierici addet- ti al servizio divino. La cura delle anime è afBdata al detto arciprete. L* episcopio è un buon palazzo , e resta non molto distante dalla cat- tedrale. Nella città non vi sono al* tre chiese parrocchiali , bensì nei suburbi; avvi due conventi di religio- si, un monastero di monache, quattro confraternite , ospedale , seminario , ed altri pii stabilimenti. Il collegio de'gesuiti fu aperto nel i844' ^g"* nuovo vescovo è tassato ne'libri del- la camera apostolica in fiorini 3oo, corrispondenti alle rendite delia mensa che sono duemila scudi ro- mani, esenti da qualunque peso. MASSA LUBRENSE, o MASSA DI SORRENTO. Città vescovile del regno delle due Sicilie , nella provincia di Napoli, è piccola e si- tuata in fondo di angusto accesso marittimo, pei molti scogli che lo circondano. E distante per due le- ghe da Sorrento, ed altrettanto al nord dal Capo Campanella, che ter- mina la costa orientale dei golfo di Napoli, ed incomincia l'occiden- tale del golfo di Salerno. È capo- luogo di cantone, risalendo la sua origine al secolo XVI, essendo sta- ta fabbricala sulle rovine di Lobra o Lubia città vescovile deW'Xl se- colo, sotto la metropoli di Sorren- to, rovinala da' saraceni. La catte- drale dedicata ali' Aununziazione MAS della Beata Vergine, aveva il capì- tolo composto delle dignità dell'ar- cidiacono, del priniirerio e del canto- re, di dodici canonici e di due ebdo- madari , essendone principal patro- no s. Costanzo. Il primo vescovo Lubrcnsis fu N il quale venne trasferito alla chiesa di Lucerà dal Papa Onorio III nel 1220, e ,fu nominato in sua vece fr. Pietro re- ligioso nobile di Sorrento, della fa- miglia Ursa, del 1289. Il terzo ve- scovo è Francesco, traslato da Cle- mente V ad Ascoli di Satriano nel i3ii. Fra i vescovi più benemeri- ti nomineremo i seguenti. Magesio o Magnesio domenicano, che lunga- mente governò la chiesa, indi tras- lato a Trani nel i34*^ da Clemen- te VI, il quale gli sostituì l'altro domenicano fr. Paolo Zucca ri fio- rentino, dotto e rispettabile. Euge- nio IV nel 1434 f'sce vescovo Ba- dino, sotto il quale Ferdinando I re di Napoli, essendo Massa diruta, la riedificò poco lungi dal suo primo luogo. Nel vescovato di Pietro Mar- chesi del i52i, gli agostiniani eb- bero la chiesa di s. Maria della Misericordia; a questo successe Gi- rolamo delia nobile famiglia Bor- gia , eh' eresse e dotò la cappella dell'adorazione de' Magi. Nel i54'J» rassegnò la sede al parente Gio. Battista Borgia che morì nel i56o, dopo il qual tempo Massa soggiac- que alle devastazioni de' turchi. U successore Andrea Belloni di Mes- sina era decano di quella cattedra- le, intervenne al concilio di Tren- to, e permise che in luogo dell'an- tico e diroccato tempio di s. Ma- ria di Lobra, il comune ne costruis- se altro nel sito detto Capitiello: Et euni suo tempore sola aeclts cathedralis loti dioecesi sacramenta minisiraret, alias paroecias consti* MAS /?//>, ut suarum ovium commocìo fa- cerei satìs, quarum a siimmo Pon- ti fice Pio V confirmationem obli- nuit anno i^GG. Gio. Battista Pal- ina concesse la chiesa de' ss. Proces- so e Marliiiiano ai rainicni di s. Francesco di Paola, che riedificò la famiglia Lipariilori; e permise che si restaurasse 1' antica cattedrale di s. Maria di Lobra de' minori os- servanti. A'tempi del successore Lo- renzo Asprelia, nel 1600 furono in- trodotti i gesuiti in Massa che vi eressero il collegio. Fr. Maurizio Centini celebiò due utilissimi sino- di nel 16266 nel 1629; fu tra- sferito a Mileto, ed ebbe nel i633 in successore Alessandro Gallo na- poletano, che adunò il sinodo nel 1642. Celebre fu il vescovo Gio. Vincenzo de' Giuli napoletano, per dottrina, nobiltà, pietà e zelo, che devoto di s. Cataldo vescovo, altro patrono della città, collocò il suo braccio in una nobile statua fatta del proprio, e la pose nella sua cappella, ove volle essere sepolto. Clemente X fece vescovo Francesco Maria Neri di Tivoli, che celebrò il sinodo nel 1675, e pose la pri- ma pietra al monastero di s. Te- resa. Degnamente occupò il suo luogo nel 1678 Francesco Neri napoletano, che Innocenzo XI vo- leva creare cardinale se la morte noi rapiva, sostituendogli nel i685 Gio. Ballista Nepeta propugnatore dell' immunità ecclesiastica , zelato- re dell' onore di Dio, ed ornato di scienza ; abbellì la cappella di s. Cataldo, celebrò il sinodo, restaurò l'episcopio rovinato dal terremoto, e morì nel 1701. Giacomo Maria de Rossi napoletano gli successe, re- staurò la chiesa dell' Annunziata, e fu vigilantissimo pastore, e l'ultimo della serie che si legge nelTUghel- MAS 227 li, Ttalia sacra t. VI, p. 643, con- tinuata coi seguenti dalle annuali Notizie dì Roma. 1738 Andrea Schiani d'Ischia. 1746 Liborio Pi- sani napoletano. 1 7^7 Giuseppe Bellotti napoletano. 1792 Pio VI fece Angelo Vassalli napoletano, del- la congregazione di Monte Vergi- ne, che fu l'ultimo vescovo. Dopo lunga sede vacante, Pio VII colla lettera apostolica De utiliorìy nel 1818 soppresse la sede vescovile di Massa Lubrense, ed in perpetuo r unì a quella arcivescovile di Sor- rento (Fedi). MASSA MARITTIMA (Massan). Città con residenza vescovile nel granducato di Toscana, situata fra la valle della Cornia e la valleco- la della Pecora, già capoluogo di una piccola repubblica , ora di un vicariato regio con una cancelleria comunitativa , la quale abbraccia anche la comunità di Rocca-Stra- da e di Gavorrano, nella Ruota e compartimento di Grosseto , os- sia provincia inferiore del Senese. Risiede presso la cima meridionale di un poggio, da tre parti, meno che da greco, isolato. Si apre da- vanti a lei dal lato di ostro libec- cio, spaziosa la vista del mare, men- tre dalla parte di greco, il poggio su cui riposa la città si accoda me- diante avvallamento ad uno sprone di quelli di Praia, Montieri e Ger- falco, i quali costituiscono il nodo donde si schiudono quattro valli. Conta un grandioso e ben prov- visto spedale, eretto in vece di al- tri meschini da Leopoldo I, aumen- tato da Ferdinando III , e miglio- rato da Leopoldo II. Vi sono scuo- le ed altri stabilimenti di pubbli- ca istruzione. Meritano menzione le mura della città nuova , la torre dell' orologio, il palazzo del comu- 328 MAS ne, l'arditissimo arco del cassero sul Monteregio, che unisce la città Tecchia alla nuova, ceduto ai [sene- si dai vescovi per costruirvi la roc- ca nel punto più prominente della città alla, convertita da Leopoldo I ad uso di ospedale; e quando nel 1877 ^' governo di Siena permise al comune rifabbricar le mura, av- vertì che non si pregiudicasse il cassero. La cattedrale di s. Gerbo- ne fu riedificata dalla comunità nel J225, nel qual anno il vescovo Alberto ed il clero cederono al co- mune i diritti baronali ed i beni allodiali. Questo duomo restò com- pilo nel principio del seguente se- colo, e poi restaurato nel i4B3 ed in altri tempi. 11 tempio è tutto costruito di travertino squadrato, circondato intorno da mezze colon- nine. Ha una bella facciata con le caratteristiche architettoniche del se- colo XIII; nell'interno è diviso in tre corpi con archi a tutto sesto sor- retti da colonne di pietra ; la cupola che si alza nella crociata, pare lavoro del secolo XV, così quello della vi- cina torre campanaria, come l'alta- re maggiore, tutto di marmi fini, sotto la cui mensa sono le ceneri del santo vescovo Gerbone, dentro un'arca di marmo bianco storiata a quadri di alto rilievo, scolpita nel i323 da Goro di Gregorio senese. Di data anteriore e di mano meno valente è la scultura della vasca pel fonte battesimale posta a pie della chiesa, opera fatta nel 1262 da Giroldo da Lugano ; il tempiet- to che sta in mezzo alla vasca , è lavoro del 1467. A pie di tal fon- te si vede un bel sarcofago antico con sculture siavboliche rappresen- tanti la separazione dell'anima dal corpo. Fra i quadri di merito, vi è i' Adamo ed Eva di Francesco MAS Vanni, nella cappella presso l'or- gano. Il vasto tempio di s. Pietro all'Orto in città nuova fu edificalo nel 1197, indi ampliato dai romi- tani agostiniani, a cui fu ceduto nel secolo XI li, quando nel 1269 vi fondarono il convento, ora abi- tato dai minori osservanti, ivi tra- sferiti dall' antico convento di s. Francesco fuori di Massa, per ri- durre questo ad uso di seminario. L'altare dell'Annunziata ha il qua- dro dipinto da Empoli, e quello di s. Michele lo colorì Rutilio Manet- ti, autore pure del dipinto all'alta- re della Visitazione; in quello di s. Sebastiano il quadro è di Pacchia- rotto. Fiorirono principalmente in Massa, s. Bernardino detto da Sie- na, nato da madre massese, nel luo- go o^e i francescani eressero un ospizio; il b. Felice Tancredi, disce- polo di s. Gaterina, e di fr. Anto- nio generale francescano, delegato di Martino V a Gostanlinopoli, e poi vescovo di Massa ove morì nel 1435, ed altri uomini illustri. Le acque de* pozzi e delle pub- bliche fonti sono copiose di tarta- ro, essendoché la crosta esteriore del poggio, su cui siede la città, con- siste di banchi altissimi di traverti- no sovrapposti alla roccia calcarea cavernosa ; infatti di pietra tibur- tina sono costruite le principali fabbriche pubbliche e private della città, 11 territorio presenta fenome- ni singolari, e tali da esercitare i fisici, i mineralogisti ed i geologi piti dotti, venendo perciò chiamata la città il Frielberg dell' Italia. Vo- lendo il granduca Francesco li provvedere allo spopolamento delia città e territorio rnassetano, vi man- dò una colonia degli antichi suddi- ti di Lorena ; ma questa non vi trovò sorte migliore di quella delle MAS altre cliiamale dal Bresciano e dal Friuli sotto Cosimo I, solo restan- dovi due famiglie lorenesi, a cagio- ne del clima insalubre e per un terzo dell' anno pestilenziale. Furo- no però più efllcaci e riuscirono al desiderato intento le misure di Leo- poldo I, preordinate a favore spe- cialmente di Massa Marittima e dei suoi castelli, massime col far spari- re i ristagni d' acque terrestri , e col più libero scolo a quelle della Ronna e delle Veiielle, sebbene non si ottenessero felici risultati dalle operazioni idrauliche, intraprese a benefizio della maremma di Massa. Lo slato fisico del bacino masseta- no, a partire dal promontorio di Po- pulonia sino a quello di Troia, era andato fino ai giorni nostri deterio- rando a danno degli abitanti, oppo- nendosi la natura agli sforzi fatti per eliminar le putride esalazioni delle acque stagnanti lungo i litorali, e la mal' aria. Ma il regnante Leo- poldo II è intento a provvedere a SI funesti pregiudizi, die recano le maremme massetane, forse appli- candovi quanto fece per quelle di Grosseto. L'agricoltura nei contorni di Massa è in progresso, e pei ten- tativi fatti per riattivare gli scavi e l'industrie metallurgiche nel Mas- setano, è da sperarsi che Massa col tempo migliorerà di condizione, tan^ lo rapporto al clima, e perchè po- trà ancora divenire centro di mol- te industrie, e il magazzino minera- logico della Toscana ; poiché Massa per le sue miniere di rame e di argento ebbe l' epiteto di Metalli- fera, ed è anche nota pel suo ter- reno carbonifero, che abbonda nel territorio. Massa Marittima fu anco chiama- ta Massa di Maremma, Massa Ve- terneuse e Massa Metallifera. Nel MAS 229 terzo secolo dell'era cristiana già in Toscana esisteva, secondo alcuni, il paese di Massa Feternense, ma non si prova con monumenti, mol- ti luoghi essendo esistiti nel V secolo col nome di Massa. Se però non è certo che in Massa Maritti- ma sin dall' 842 fosse traslatata la sede vescovile di Populonia, e che Massa prendesse d'allora in poi il titolo di città , si può credere per altro che già lo fosse nel principio deli' XI secolo, tostochè allora la chiesa di s. Gerbone di Massa ser- viva di cattedrale ai vescovi popu- loniensi , conservando però la dio- cesi r antico nome di Populonia, come risulta da documenti e da una bolla del 1075 di s. Gregorio VII, con la quale dichiarò la dio- cesi sotto r immediata protezione della Sede apostolica, in occasione di confermare gli antichi confini diocesani. Però già nel i 1 1 5 erasi introdotto l'uso d'intitolare 3IaS' sano o Massese il vescovo di Po- pulonia, e nel secolo XI Massa Ma- rittima era divenuta residenza dei suoi vescovi, i quali in vari tempi ottennero dagli imperatori privilegi e onorificenze, qualificandoli signori di varie castella e miniere del con- tado, come anche principi della stes- sa città di Massa; ed Enrico VI nel iig4 fece restituire a Martino vescovo Massano la città di Massa col suo distretto e il castello , già episcopio di Monte Regis, con tutti i diritti principeschi^ de'quali era slato poco innanzi spogliato da alcuni mi- nistri dello stesso imperatore. Il ve- scovo Alberto che gli successe ven- tisei anni dopo, pei gravi debiti di sua mensa, fu costretto non solo di op- pignorare il suo castello di Valli presso Follonica, ma ancora di qua- lificarsi debitore insieme ai consoli 23o MAS di Masso per 267 marche di ar- gento ad una società di negozianti. Nel 1206 il comune prese per con- testabile con 2 5 cavalleggieri arma* ti Guerrino di Neri da Montepul- ciano; e nel 1214 si trova il pri- mo podestà di Massa Rolandino di Galiana. Nel 1216 già per decre- to pontifìcio la diocesi era divenu- ta sufFraganea di Pisa, colla quale città Alberto si collegò per aiuti , cedendo in perpetuo al comune una tassa da riscuotersi sui massetani, 1 quali avrebbongli giurato fedeltà e obbedienza, con altre condizioni. Nel 12 25 il detto vescovo col ca- pitolo assolvettero dal giuramento di fedeltà tutti i cittadini masseta- ni, liberandoli dalle pigioni di pro- prietà della mensa, rinunziando le ragioni e la proprietà al comune , tranne le miniere di argento. L'e- mancipazione de'masselani dai loro antichi signori venne contraccambia- ta dai rappresentanti del popolQ, con promettere di non esiger dazi sui beni della mensa, conservare il giuspati'onato dei vescovi e del cle- ro sulle chiese, il pagamento delle decime qualora il comune volesse edificar la città nel poggio detto Certopiano , lasciando in tal caso alla mensa e al clero alcuni fondi e uno spazio sufficiente di terreno per fabbricarvi la cattedrale e il cimiterio, e sborsarono al vescovo e al capitolo 600 lire pisane. Cosi il comune ricomprò dal suo signo- re la propria libertà, si emancipò da ogni vassallaggio verso il vesco- vo , talché può dirsi che da quel- r atto ebbe origine la repubblica massetana. La città andò poi aumentando di popolazione, e si pose opera a costruire la città nuova e ad innal- zare una più grandiosa cattedrale. MAS Poco dopo si fabbricò la città nuo- va nel poggio superiore di Massa, insieme con una rocca , che prese il nome di Torre dell' Oriolo, da non equivocarsi col castello di Mon- te Regis, stato per lungo tempo la residenza de' suoi vescovi , innanzi di ridurlo a cassero; la rocca ha un'iscrizione coli' anno 122B in cui s'incominciò l'erezione. Nel 1226 la città, per assicurarsi la libertà, si pose sotto la protezione della repubblica pisana, venuta poi in qualche potenza procurò allearsi con Siena e colle altre repubbliche vicine, e siccome i pisani erano ghi- bellini, fu Massa minacciata d'in- terdetto da Innocenzo IV. Tali mi- nacce vennero realizzate dal suo ve- scovo Ruggero ; al quale interdetto aggiunse maggior gravità un breve di Alessandro IV del 12 55, perchè il popolo erasi impossessato delle rendite della mensa vescovile, fra le quali le miniere di argento, il castello o palazzo di Monteregio, i feudi vesco- vili dell'Accesa, di Monte s. Lorenzo, della Marsiliana, di Valli, di Porto Baratto, ec. Le censure ben presto furono sanate, ed il vescovo ritor- nò alla sede. La città prosperava per la riedificazione della cattedra- le, avvenuta a quel tempo, della gran vasca del battisterio , e della pubblica fonte nella piazza mag- giore; e le milizie presero paite al- la ricupera di Grosseto sotto il vicario di Manfredi, ed alla glo- riosa giornata di Montaperto. Do- po la morte di Manfredi il gover- no di Massa divenne guelfo, a ciò costretto da questo partito; indi soggiacque alle conseguenze del- le fazioni , poco giovando la me- diazione dei senesi, potenti essen- do i conti Pannocchieschi , i To- dini ed altri magnati ghibellini MAS del conloclo. Nell'anno 1278 il vescovo Kolando ricevè dal sindaco il giuramento di obbedien7a al- ia sua chiesa, assolvendo il po- polo dtdl'inlerdetto per le ingiurie l'atte alle possessioni della mensa. Quindi si aumentò il potere della repubblica, col riunire al suo di- stretto diversi castelli che avea sog- giogato; e ad onta di non poche turbolenze sali in istato di ricchez- za e di prosperità al declinar del secolo XIII, compiendo Tacquisto di PrloDterotondo, e liberando per comprile il territorio da molti ba- roni ; ed essendo allora le miniere di qualche entità, aveano magistra- ti. Venne ancora edificato il pa- lazzo del comune o degli anziani sulla piazza del duomo, e si pro- seguì r iuigrandimento della città vecchia colla città nuova. Nel 1807 si rinnovò il trattato di amicizia ed alleanza con Siena, la quale spediva a Massa il capitano, seb- bene si governasse il comune in proprio nome ; ciò indispose Pisa ove nel i3i3 Enrico VII rilasciò a Giovanni vescovo e principe di Massa un diploma confermativo di quello che Enrico VI avea spe- dito a Martino suo antecessore, ma senza effetto, e nel 1 3 1 5 si rinnovò la concordia coi pisani me- diante tregua. La zecca stabilita nel i3i7 non pare che battesse moneta. Nel 1323 il magistrato si componeva di novanta consiglieri, che eleggevano il gonfaloniere ed i priori. Nel i33o per le ostilità coi senesi. Massa che incomincia- va a decadere, rinnovò i patti di alleanza con Pisa, sebbene ebbero corta durata ; ed i fiorentini sup- plicarono nel i332 Giovanni XXII ad inlerporsi coi comuni di Pisa e di Siena che si facevano guerra MAS 23i per signoreggiar Massa e le sue ca- stella. Il Papa nominò delegato apostolico Francesco Salveslri ve- scovo di Firenze, ed in suo nome i fiorentini riceverono in guardia Massa ed i suoi castelli. Indi nel i333 venne ordinato a* pisani di lasciar libera la città e fortezza di Massa, ed ai senesi di restituire ai massetani le loro castella e pri- gioni j e viceversa questi a quelli : furono inoltre assoluti i sudditi di ciascuna delle tre città d'ogni pe- na, e sospesa la confederazione di Pisa e di Massa per cinque anni. Il comune di Massa dichiarò che per tre anni si sarebbe governato in nome del vescovo di Firenze^ alla cui disposizione i fiorentini po- sero la città e le castella. Prima di tal tempo i senesi entrarono a for- za in Massa, s' impadronirono dei luoghi forti e fecero nuovi patti coi massetani, obbligandosi pacifi- care i cittadini della città vecchia^ con quelli della città nuova. Intanto Siena comprò in Massa vari edifizi e vi fabbricò un' impo- nente fortezza nel 1 336, essendone stati architetti Agostino ed Agnolo fratelli e celebri artisti : primo ca- stellano del nuovo cassero della città nuova fu Agnolino di Mino senese, ed il comune si obbligò pa- gare a quel di Siena annui fiorini 1200, per guardia e difesa del cas- sero. Sulla fine però del secolo XIV tanto Siena che Massa do- vettero soggiacere al duca di Mi- lano sino al i4o4j progredendo notabilmente la decadenza della cit- tà, che nel i4o8 eia ridotta a 4oo persone ; le condizioni politiche ed economiche andarono pure dete- riorando. Sisto IV ed Innocenzo Vili premurosi di procurare al go- verno romano V esclusivo commev- aSa MAS ciò dell* allume di Tolfa, il cui pro- dotto doveva impiegarsi contro i turchi a salvezza della cristianità, idlminarono l'interdetto al comune di Massa per aver concesso il per- messo di vendere le allumiere di Montione e dell'Accesa state dal ve- scovo massetano poco innanzi dona- te alla santa Sede. In mezzo a tali disposizioni, dopo una serie di spia- cevoli vicende si arrivò alla metà del secolo XVI, quando non senza gran cordoglio de'masselani si vide avvicinarsi l'ultima ora della re- pubblica senese, vinta dalle armi di Carlo V e dai tesori di Cosimo I duca di Firenze. A questo ultimo in fatti i massetani per atto pub- blico del i554 prestarono giura- mento di fedeltà e di sommissione, implorando le antiche franchigie. 11 duca invitò dall'estero molte fa- miglie per domiciliarsi in Massa ; il suo figlio e successore obbligò il comune ad alienar parte de'terre- ni ai privali per ravvivare l'indu- stria ; ma pure tutto restò paraliz- zato dall' impedita libertà commer- ciale, deteriorandosi sempre più la condizione della maremma senese. In conseguenza rimasero inefficaci le disposizioni de' principi della fa- miglia Medicea, come restarono senza risultati le provvidenze dei grand uchi Francesco I e Ferdinan- do 1, acciò venisse Massa popolata; ed altrettanto dicasi di Francesco li, onde il suo figlio Leopoldo I trovò la città colla sua maremma in islato desolante. Egli ne miglio- rò grandemente la condizione, co- me si disse, ed il regnante Leo- poldo II con un metodo idraulico di bonificamento, promette prospe- ro esito a SI vasta e difficile intra- presa. La sede vescovile di Massa Ma- MAS rittima successe, come di sopra ab- biamo detto, a quella di Populonia, grande e celebre città eirusca , le cui rovine sono al nord di Piom- bino , città e porto di Toscana nella provincia di Pisa, capoluogo del principato del suo nome. La diocesi ecclesiastica di Populonia si novera fra le prime della Toscana marittima, immediatamente sogget- ta alla santa Sede. 11 primo o più antico vescovo di Populonia fu A- tello, che assistette al concilio te- nuto da Papa S.Simmaco nel 5or, nel portico Vaticano detto Pal- mare. Il secondo fu Fiorenzo che morì nel 556: gli succedette san Cerbone africano, il quale fu fat- to vescovo di Populonia dopo il martirio di s. Regolo suo pre- cettore; mori nel SyS, fu tumu- lato in Populonia e poscia trasfe- rito nella cattedrale di Massa. S. Gregorio I scrisse la vita di questo santo vescovo, ed il martirologio romano ne fa col Baronio menzio- ne; egli è patrono della città di Massa, e di tutta la diocesi. Fu dopo la morte di s. Cerbone che i longobardi nella prima invasione della Toscana litoranea devastaro- no la città di Populonia, e più tar- di la sede vescovile venne trasferi- ta a Massa , poiché sotto i longo- bardi il territorio di Populonia re- stò talmente guasto, che non solo rimase privo del suo vescovo, ma non vi restò neppure un sacerdote, onde s. Gregorio I scrisse a Bal- bino vescovo di Pvoselle affinchè vi mandasse qualche prete. Secondo r Ughelli, Italia sacra t. Ili, p. 701, successori a s. Cerbone furo- no: Massimino del Sgo; Mariniano che intervenne al concilio di La- terano nel 649; Sereno che fu a quello del 680; Ancauro del 7 56; MAS Guriperto che fu al conciliò tenu- to da Eugenio li nell' 826; Odal- perto deir 853; Paolo dell' 886, che s^jllo s. rsicolò I fu spedito ai bul- gari con Formoso poi Papa; Gio- vanni dell' 87 7; altro Giovanni del C)/\.5; Enrico che fu al sinodo di Benedetto Vili nel ioi5;Waltero che fu a quello di Nicolò 11 del loSg; Tegrino del 1061; Bernardo del io66; Guglielmo cui scrisse s. Gre- gorio \11 nel 1075; Giovanni ve- scovo di Populonia del io^5; Lo- renzo del 1 104. Rollando vescovo di Populonia fu al concilio di Gua- stalla nel II 06, e nel 11 26 sot- toscrisse ad una bolla di Onorio 11, col titolo di episcopi Massensis, e gli successe Alberto vescovo di Massa nel 11 49» ^^1 ^ questi Gio- vanni vescovo di Massa del i 1 8g, fondatore della chiesa di s. Pietro. Tra i di lui successori nomineremo i più distinti : Marzocco Caetani nobile pisano, cappellano d'Inno- cenzo III del 121 1; Alberto del 1220 sunnominato; Guglielmo del i23i eletto dal capitolo, e confer- mato da Gregorio IX. Questo Pa- pa raccomandò le possessioni del vescovato populoniense alla custo- dia e difesa del podestà e comu- ne di Massa , e pubblicò una co- stituzione colla quale aboPi la con- suetudine invalsa di eleggersi il pa- store della chiesa di Massa dai ca- nonici uniti ai laici o vicedomini, dichiarando nel caso che tali con- suetudini continuassero, che non sarebbe stata dai Pontefici appro- vata l'elezione di tali vescovi, liug- gero Uigugeri nobile senese, fregia- to di preclare virtù, di cui già par- lammo; in sua morte il capitolo elesse successore Filippo arciprete della cattedrale, confermato da Cle- mente IV nel 1268. Fr. Galgano MAS 233 Pagliarelì nobile senese domenica- no, di singoiar dottrina e probità di vita, eletto nel i332. Antonio de Riparia del 1 36 1, in un diplo- ma che spedi qual internunzio contro gli eretici valdesi, s'intitolò Popiiloniae et Massae episcopus. Giovanni Gabrielli di Pon tremo- li, dottore insigne e cappellano di Bonifacio IX, da lui creato nel 1391, legato in Polonia e Litua- nia, poi traslato a Pisa; gli successe nel 1 3g4 Nicola Beruti che s' in- titolò episcopus Populoniensis et Massanus princeps. Fr. Antonio generale de' francescani, chiaro in teologia e benignissimo, del i43o: cessò verso questo tempo il tito- lo di principi ne' vescovi di Mas- sa, tuttavolta poscia vi furono con- trari esempli. Leonardo Dati no- bile fiorentino, eruditissimo e lepi- do poeta, caro a Pio II ( il quale erigendo Siena in arcivescovato, di- chiarò suffraganea la sede di Po- pulonia e Massa, e lo è tuttora ), Paolo II e Sisto IV, di questi due fu segretario de' brevi, e fu sepol- to in s. Maria sopra Minerva di Roma. Sisto IV nel 1472 gli sosti- tuì il nipote fr. Bartolomeo delia Rovere de'«)inori. Girolamo Conti romano fu fatto vescovo nel i483, e morì nel i5oo; nel quale anno Alessandio VI nominò il senese Ventura Benassai suo tesoriere ge- nerale, sotto del quale a' 5 marzo i5oi il Papa onorò di sua pre- senza Massa, e vi restò alcuni gior- ni, mantenuto magnificamente dalla repubblica senese, poiché era redu* ce con Cesare Borgia dall' aver sottomesso Piombino al suo domi- nio. Giulio II per sua morte nel- l'anno i5ii fece amministratore il cardinal Alfonso Petrucci; nel 1529 ne fu fatto amministratore il car- 234 MAS dinal Paolo Cesi; e nel 1538 il cardinal Alessandro Farnese nipo- te di Paolo 111, cedendola con ri- serva nel i547 ^ Kemnidino Maf- iei poi cardinale. Nel i'>49 fu de- putato in amministratore il cardi- nal Michele Sylva, al quale successe nel i556 Francesco Franchini, ce- lebre poeta e chiaro per erudizio- ne, Massat et Populoniae epìsco- pus. Alberto )3olognelti bolognese, celebre giureconsulto , fatto nel i579 da Gregorio XIII e poi ele- valo al cardinalato. Vincenzo Ca- sali patrizio bolognese gli successe nel i583, che ai 28 marzo i586 consagrò solerwiernente la cattedrale, lodato per egregie virtù : cede la se- de ad Achille Sergardi nobile senese che consagrò V altare maggiore del- la cattedrale in onore di s. Cerbo- ne. Nel 1601 divenne vescovo A- lessaiulro Petrucci nobile senese, il quale restaurò la cattedrale, eresse dai fondamenti V episcopio, aumen- tò il clero, e nel i6i5 fu trasferi- to a Siena. L' Ughelli e i suoi con- tinuatori terminano la serie dei vescovi con Nicola Toloraei nobile senese del 171 5, la quale si legge continuata nelle annuali JSoLizit di Roma, e sono i seguenti. 1 7 1 9 d. Eusebio Ciani camaldolese di Sie- na. 1770 Pietro Vannucci della dio- cesi di s. Miniato. 1 795 Francesco Toll di Livorno. 1B18 Giuseppe Mancini di Firenze, fatto da Pio VII, il quale nel concistoro de* 19 dicembre 1825 gli diede per suc- cessore l'odierno vescovo monsi- gnor Giuseppe Maria Traversi di Piligliano diocesi di Soana,già pro- vicario generale di tal diocesi. La cattedrale è sacra a Dio sotto l'invocazione di s. Gerbone vesco- vo della stessa città , di gotica slrullura, con battisterio. Il capi- MAS tolo non ha dignità, ma e compo- sto di dieci canonici comprese le prebende del teologo e del peni- tenziere, di quattro canonici ono- rari, ed altrettanti cappellani cu- rati, e di altri preti e chierici ad- detti al divino servigio. La cura delle anime spella al capitolo, e si esercita da un canonico. L* episco- pio resta incontro alla cattedrale. Nella città vi è un'altra chiesa par- rocchiale senza fonte battesimale, il convento de' minori osservanti, il monastero delle monache Clarisse , due confraternite, T ospedale e il seminario. La diocesi è ampia, e contiene ventisei parrocchie, com- presa la cattedrale, una cura mili- tare a Portoferraio, ed una cap- pellania curala alla marina di Rio. Le venlisei parrocchie sono sparse negli undici territorii comunitati- vi, oltre di Mussa Marittima , di Piombino, Suvereto, Campigli.!, Sas- setta , Monteverdi , Gherardesca , Portoferraio, Lungone e Rio. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' libri della camera apostolica in fiorini 3oo, corrispondenti a scudi 3ooo di rendite. MASSEI Bartolomeo, Cardinale. Bartolomeo Massei nobile di Mon- tepulciano nacque a'2 gennaio i6G3. La nobile famiglia Massei trasse il suo principio da altra già nobile e antichissima in Lucca, denomina- ta degli Aitanti ; Vanni di Masseo prestò giuramento di fedeltà nel i33i a Giovanni re di Boemia, e fu il primo , che lasciato tal co- gnome nel 1357 prese quello di Massei : se ne divise poi la di- scendenza in due rami, uno dei quali si stabilì a Lucca, l'altro a Montepulciano, dando ognuno per- sonaggi illustri , e tra le donne fiorì Bianca Teresa , di cui pub- MAS blicò nel 17 16 la vita il p. Bo- iiucci gesuita. Bartolomeo ottenuta Dell'università di Pisa la laurea dottorale in jus, trasferitosi in Ro- ma, mediante reflìcace mediazione di Pomponio de Vecchi» celebre avvocato , fu ammesso nella corte di Gianfrancesco Albani, che crea- to cardinale , lo fece suo coppiere e poi maestro di camera, e lo con- dusse seco per conclavista in con- clave ove restò eletto Papa col nome di Clemente XI. Subito lo nominò cameriere segreto e cop- piere, conferendogli il priorato di s. Maria in Via Lata, che gli per- mutò con un canonicato Liberia- no, e poi Valicano. Nel 17 12 qua- le ablegato pontifìcio lo sped'i a Milano a portar la berretta rossa al cardinal Cusani vescovo di Pa- via. Nel 17 14 recandosi alla visi- ta del santuario di Loreto la gran- duchessa di Toscana Violante, d'or- dine pontificio l'incontrò ai confì- ni dello stato ecclesiastico, e con ogni ossequio si prestò al suo ser- vigio. In occasione di recare la ber- retta in Francia nel 17 15 al car- dinal Thiard di Bissy, fu incari- cato dal Papa di gravissimi affari da trattarsi alla corte di Parigi, il principale de'quali avea per ogget- to la bolla Unigenitus ; ma acca- duta in quel tempo la morte di Luigi XIV, rimasero interrotte e sospese tulle le negoziazioni. Intra- prese il secondo viaggio alla stes- sa corte per portar la berretta car- dinalizia al nunzio Bentivoglio ; in tal congiuntura parimenti ebbe le slesj'e incumbenze che nella pri- ma, e trovandosi in Parigi nel 1721 ricevè la notizia di essere stalo fat; to arcivescovo di Atene m pai li- bus, nunzio straordinario a <|uella corte , e maej>tro di camera del MAS 235 Papa. Ma appena consagralo in Meaux arcivescovo dal cardinal Bissy, seppe che Clemente XI era morto a' 19 marzo, e vide illan- guidire le sue speranze. Tutta voi la il successore Innocenzo XIII lo di- chiarò nunzio ordinario presso quel- la corona, dove perseverò in tulio il pontificato di Benedetto XIII, e molto si affaticò per la pace ed unione del clero gallicano, e tanto si adoperò, finche il cardinale di Noailles si ridusse all'unità della Chiesa , sottomettendosi al Pon- tefice, ed accettando la memorata bolla. Dovette per la nunziatura soggiacere a spese enormi, e pure sovente ricusò i pingui benefizi of- fertigli dal re e dai ministri. Suc- ceduto a Benedetto XIII nel 1780 Clemente XI 1, lo richiamò a Pvoma, e mentre era in Marsiglia ricevet- te l'avviso che a' 2 ottobre di det- to anno lo avea creato cardinale prete, e designato legato di Roma- gna e vescovo d'Ancona. In Ro- ma ricevette il cappello, e per ti- tolo la chiesa di s. Agostino. Co- ni' ebbe preso possesso del vesco- vato, visitò pili volte la diocesi, a cui comparti insigni benefizi, e tra le altre cose restaurò il palazzo vescovile di città e di campagna. Disseccò le acque stagnanti nelle terre della mensa, rendendole frut- tifere ed innocue. Ornò la cattedra- le, fece lastricare la piazza maggio- re di nuove pietre, aprì una nuo- va stnida, e rese l' ingresso più a- gevole; stabilì oltinii regolamenti per la riforma de' costumi, e in- trodusse nella città le maestre pie. Frenò la licenza delle cattive fem- mine, e le rinchiuse in un'abitazio- ne con rendite pel mantenimento. Al passaggio delle truppe spagnuo- le, e alla v vicinarsi della flotta in- 236 M A S glese, si condusse con tal pruden- za, che uè Ancona, né le vicine spioggie soffrirono alcun danno. Alla fine nel pontificalo di Bene- detto XIV, al cui conclave era in- tervenuto, pieno di sante opere re- se tranquillamenle lo spirilo a Dio in Ancona a* 20 novembre del 1745, d'anni 83, e fu sepolto nella cattedrale con semplice iscrizione ch'erasi da se composta. Per la benevolenza e l'art'etto che si era egli acquistato presso tulio il po- polo anconitano, con la piacevolez- za de'costumi, e con la soavità del- le maniere, meritò che gli fosse decretato a perpetua memoria di onorCj un monumento da eiigersi nella sala del palazzo della Ragio- ne, in cui al dire del Cardelia se ne vede ancora espressa 1' elegie in un busto di candido marmo, fre- giato di elegante iscrizione. MASSEl Paolo, Cardinale. Pao- lo Massei nobile di Montepulciano, nato a*3o settembre 17 12, nipo- te del precedente cardinale , fatti regolarcnente i suoi studi, ed ab- bracciato lo stato ecclesiastico, fu ammesso in prelatura. Benedetto XIV lo fece successivamente nel 1744 governatore di Ancona, nel J749 di Civitavecchia, nel i75i di Frosinone, e nel 1753 di Viter- bo. Nel 1758 ottenne la coadiu- loria di monsignor Casoni chierico di camera, e lo divenne efl'ettivo nel 1759 sotto Clemente XII l, dal quale nel 1762 ebbe la presiden- za delle zecche, e nel 1766 fu tras- latato a quella delle strade. Giun- se nel 1775 ad essere decano dei chierici di camera, e nel 1778 promosso a commi.ssario generale delle armi pontificie da Pio VI, come abbiamo da monsignor Ni- colai, Delia presidenza delle .strade MAS t. IT, p. 148. Lo stesso Papa a'i^ febbraio 178^ lo creò caidinale dell'ordine de'preti, e poi gli asse- gnò per titolo la chiesa di s. Ago- stino. Morì dopo circa quattro mesi di cardinalato, di anni settantatre, ai 9 giugno, in Roma, e fu esposto e sepolto nella sua chiesa titolare con elogio in lapide composto dalMor- celii, che si legge a p. 275 delle sue InscripLioiies. Sostenne le men- tovate cariche con decoro, nell' e- sercizio delle quali si diportò egre- giamente, siccome integerrimo, laon- de lasciò desiderio di sé in tutti i buoni per l'esimie qualità sue. Tenne al sacro fonte Francesco Cancellieri celebre per l'erudizione, che gli dedicò la quarta edizione del Saggio di egloghe militari di Giulio Cesare Cordara, e dal me- desimo tradotte in latino, Roma 1784. Essendosi il Cancellieri re- cato col benevolo padrino a vede- re le carte cinesi che adornavano varie stanze del palazzo di villa Valenti, poi Sciarra, presso porta Pia, ed avendo il Massei per fra- tello il rettore del collegio cinese di Napoli, gli propose di farne la descrizione, che prevedeva gli sa- rebbe stata gratissima. U Cancel- lieri vi aderì, e pubblicò poi nel 181 3 in Roma l'opuscolo: Descri- zio ne delle carte cinesi, ec. MASSENZIA (s.), vergine e martire. Nacque in fscozia, e ere- desi uscita dal sangue reale. Riti- ratasi in Francia, per mantenere più agevolmente il voto di virgi- nità che avea fatto, visse rinchiu- sa presso il fiume Oise. Si assicu- ra che fu trucidata da un libal- do, il quale aveva tentato indarno di farle rompere il suo voto, e l'aveva seguita in Francia. 11 suo culto vigeva nel secolo VH ai pas- MAS so dell' Oise, ove si è formala una piccola città clie porta il nome di Ponte s. Massenzio, per le di lei re- liquie die vi sono onorate. La sua festa si celebra ai 20 di novembre in Iscozia e nella diocesi di Beauvais; era celebrata ai 24 d' ottobre in In- ghilterra e in Irlanda, e in qualche luogo particolare d'Inghilterra ai 16 d'aprile. MASSENZIO (s.), abbate. Nac- que nella città di Agde, e ricevette al sacro fonte il nome di Adiutore. I suoi pii genitori lo posero sotto la guida del santo abbate Severo, dei cui insegnamenti approfittò per modo che si avanzò ben presto nelle \ie della santità. Per sottrarsi agli applausi degli uomini, si ritirò in un luogo sconosciuto. In capo a dieci anni i suoi genitori ed amici aven- dolo scoperto, lo ricondussero alla patria; ma egli non vi rimase lungo tempo. Fuggito di nuovo, andò nel Poitou, cangiò il suo nome in quel- lo di Massenzio^ e si mise sotto la disciplina di un santo abbate no- mato Agapito. 1 religiosi del mo- nastero furono presi d' ammirazione allorché videro 1' amor grande che portava all' umiltà, alla mortifica- zione, alla carità; e pel complesso delle sue virtù lo elessero a loro superiore. Ad esempio di AgapitOj rinunziò più presto eh' egli potè, per rinchiudersi in una cella ap- partata. 1 monaci non acconsenti- rono al suo ritiro, se non a con- dizione eh' egli dovesse continuare a governarli co' suoi consigli. Morì circa l'anno 5 1 5, ed è onoralo nel martirologio romano il giorno 26 di giugno. MASSERANO o MESSERA- WO, Massianum o Masseronum. Principato del Piemonte, con Mas- sejano piccola città per capitale. MAS 237 capoluogo di mandamento, posta in una situazione elevata, con più di 35oo abitanti. A questo principato con titolo di marchesato, appartenne Crevacour o Crevacuore, capoluogo di mandamento sulla riva sinistra del Sessera, con due miniere di ferro nei contorni. 11 principato di IMasserano è situato tra la Ironlie- ra milanese, ed i ^errilorii di Biel- la e Vercelli, nella quarta divisio- ne piemontese o di Novara. Spet- tò dapprima ai vescovi di Torino, Vercelli, Asti, Pavia, con altri fen- di per concessione di alcuni re di Italia longobardi, incominciando da Luitprando, non che all'insigne ab- bazia di ». Benigno di Frulluaria, quindi appartennero tali feudi al so- vrano diritto della chiesa romana, sotto il nome di principato di Mas- serano e di marchesato dì Crevaco- re^ per essere questi i principali luo- ghi di quelle pontifìcie pertinenze. Si devcavvertire che tanto il princi- pato che il marchesato appartenne- ro pure in complesso alla detta chie- sa di Vercelli, senza però gli accen- nati titoli, e da essa poi furono dismembrati ed attribuiti per be- nemerenza della cattolica religione al cardinal Lodovico Fieschi ed al suo fratello Antonio Fieschi, dal Papa Bonifacio IX, che ne investì con breve de' 29 maggio 1894 '» nobilissima famiglia Fieschi o Fie- sco, dalla q\iale nel pontificato di Leone X passò per matrimonio o per adozione ai Ferro di Biella o Ferreri di Biella, eh' ebbero diversi cardinali, e ciò fino all' estinzione. Giulio li decorò queste terre del titolo di contea. Paolo 111 le di- chiarò marchesato, e Clemente Vili le elevò al grado di principato. Nel- la vita di Gregorio XI II si legge, ch'egli ricuperò coli' aiuto del duca 238 MAS di Savoia Emmanuel Filiberto , i fendi (li Monlafìa e Tigliole vncati nella diocesi di Asti, e <:;iianlali con gente armata dalla conlcssa di Stro- piana che pretendeva aver ragione sopra di essi, riacquistando pure al- la chiesa romana Cisterna nel Pie- monte. Nel i658 a' 24 novembre la famiglia Fieschi restituì e donò alla santa Sede il principato di Mas- serano ed il marchesato di Cre- vaconr, ed il Papa Alessandro VII colla costituzione Cum sicut, degli 8 maggio 1659, presso il Bull. Roni. t. VI, par. V, p. I, accettò e ri- cevè la restituzione e donazione di tali dominii. Quindi colla costituzio- ne Inter^ del primo febbraio 1661, loco citato p. 127, a tale effelto ampliò la bolla di s. Pio V_, di non alienare i beni della chiesa roma- na. Dipoi avendo Carlo Passio Fer- reri Fieschi, principe di Masserano e marchese di Crevacour, venduto a Vittorio Amedeo II duca di Savoia il feudo di Masserano e Crevacour, e quelli di Quirin, Fle- xia e Rissi senza il permesso del- la Sede apostolica, Innocenzo XI col- la costituzione Cum sicut, de* 26 febbraio 1686, BulL Rom. t. Vili, p. 38 ijdichlaiò nulla ed irrita que- sta vendila, ideile gravi differenze insorte tra Clemente XI e la corte di Torino, anche per la controver- sia di diversi feudi nel Piemonte e Monferrato, particolarmente su Corlanze , Cortanzone , Cisterna, Montafìa, e badia di s. Benigno, sui quali il re di Sardegna presu- meva di avere assoluta sovrani- tà , fu percosso e posto in car- cere il procuratore fiscale della camera apostolica, e furono com- messi altri eccessi contro la chiesa di Montanaro, onde il commissario della santa Sede nel principato di MAS Masserano, con edillo affisso alla chiesa abbnziale, ordinò a lutti i sud- diti pontificii che ne difendessero i diritti; però fu con mano armata laceralo l'editto. In (juesti feiidi e piccoli villaggi o sieno cantoni che ne dipendono, solevano i Papi, per occasione di dilferenza tra quella gente ed il principe feudatario, mandare governatori apostolici, l'ul- timo de' quali fu Gian Carlo An- tonelli di Velletii, zio materno del cardinale Stefano Borgia , poi ve- scovo di Dioclia in partibus, e suf- fraganeo di quello della propria pa- tria, che vi andò col solito breve di governatore, e con altro speciale d' internunzio e di collettore ge- nerale degli spogli. Finalmente nel 1741 Benedetto XIV terminò tali differenze, il quale a mezzo del nun- zio Merlinì, rimise al duca di Sa- voia re di Sardegna Carlo Emma- nuele III un breve apostolico, IH nona januarii, col quale lo costituì vicario apostolico in teinporalibus e perpetuo de'luoghi e de'feudi che la santa Sede possedeva nel Pie- monte e Monferrato, nella linea ma- scolina di primogenito in primoge- nito, colla clausola dcbitae fìileli- tatis^ ac de bene eL fideliler exer- cendo dicù vicarialus offìcium,prae- stand juranienluni in manihus ss. et successoribus romanoruni Pon- tìficum in qualibel niutalione lìneae a primo seu capite e/usdem lineae, come già si era convenuto con Cle- mente XII, dovendo il re ricono- scersi dipendente alla Sede aposto- lica coll'annuo censo o tributo di duemila scudi. 11 re giurò nelle mani del nunzio, inviò al Papa un calice d'oro del valore di scudi due- mila d' argento, con promessa di fare ogni anno altrettanto, in segno di riconoscimento al legittimo si- MAS j^nore tli delti stali o feudi, e fu ptintualniente eseguilo sino al de- clinar del secolo XVIII, in cui i francesi invasero il Piemonte. 1 feu- di, secondo il Liher ccnsuum del- la camera apostolica del 1846, p. 356, sono Cortantii seu Co r (anse- riif Cortonsoris, Clsternae, Monta- phiae , Tt'lìolanini , s. Benigni , PhelcLi Lomhardonisy Montanari , principalus Masserani^ et cotnita- tus Crepacori , Bosnengì^ Caocini^ Flecchiae, Iìivi\ una cimi eoruui tei ritoriis. Calicem unum auri va- loris senior uni bismìlle monetae per manus. Quindi vi è il conìparuit, et solini. MASSILLON Gio. Battista. Uno de' più gran predicatori del suo se- colo, nacque ad Hières nella Pro- venza. Entrò nella congregazione dell'oratoiio, ove si distinse pe'suoi talenti, e dedicandosi alla predica- zione fece conoscere quel genio sin- golare di cui avealo dotato natu- ra. Predicò avanti Luigi XIV, che sebbene restasse malcontento di se stesso, volle udirlo ogni óne anni, indi nel 17 17 divenne vescovo di Clermont, e mori nel 1 742, d' an- ni sttlantanove. Abbiamo la raccolta delle sue opere stampate a Parigi nel 1745» e 1746 in quattordici vo- lumi. Ciò elio forma il suo carattere, è la persuasione e V unzione : tulli i suoi ragionamenti toccano diret- tamente il cuore, ed ìu tutti i suoi discorsi apparisce sempre il senti- mento che commove e intenerisce, esprimendosi ognora nobilmente. E- gli particolarmente si distinse sui grandi oratori ne* sermoni di mo- rale e negli elogi. MASSIMI Camillo, Cardinale. Camillo Massimi de' marchesi di Arsoli, nobde romano, di antichis- sima famiglia chiara per le glorio- MAS 9.39 se gesta de'suoi antenati e de' po- steriori che in copia vi fiorirono. Il Panvinio ne' suoi due libri De gente Maxima^ presso il t. IX del- lo Spicilegio romano del dottissi- mo cardinal Mai, scrive che uno dei Massimi fu cardinale prete crea- to da s. Fabiano Papa del 2 38, morto in carcere per la fede di Cristo ; altro cardinale egli scrive che fu titolare di s. Pudenziana, e visse sotto s. Siricio Pontefice del 385 e de' due suoi successori. In- oltre fra i Massimo, oltre vari santi e sante, sembra potersi an- noverare i Papi s. Anastasio I del 398, e s. Pasquale I del- 1*817. Camillo nacque a'20 luglio 1620, illustre non meno pel can- dore de' costumi che per la chia- rezza del sangue. Fu ascritto fin dalla gioventù tra' prelati , e nel i65i Innocenzo X Io fece chieri- co di camera (nel 1^47 ^^'^ S"^ cameriere segreto); nel i653 Io incaricò della nunziatura di Spagna, dove incontrò non lievi controver- sie in materie giurisdizionali col primo ministro. Avuta da Alessan- dro VII la commissione di procu- rare la pace tra i francesi e gli spa- gnuoli, pel quale oggetto anche il senato veneto avea spedito in Ma- drid un ambascialore straordinario, Camillo o per soverchia fretta, o per la gloria di aver lui solo con- chiuso affare si rilevante, senza par- teciparlo a tale oratore, si fece ar- bitro d^lla pace, proponendo ai de- putati di Francia una lega segreta. Ricusarono i francesi di acconsen- tire alla proposizione del nunzio, senza prima farne parte al rap- presentante veneto, il quale venuto in cognizione della cosa , avanzò querele al suo senato contro il nun- zio, onde la repubblii ' 24o MAS fbrlemenle col Papa. Questi rlclila- niò il prelato in Roma, e nel suo pontificalo e in quello di Clemen- te IX restò inoperoso. Il Battagli- ni attribuisce il richiamo dalla nun- ziatura, perchè 1' eccesso della con- fidenza con Filippo IV avea posto in diflìdenza la corte pontificia. Il sacro collegio dopo la morte di Cle- mente IX lo elesse governatore del conclave, e Clemente X in esso creato, subito lo decorò del titolo di patriarca di Gerusalemme, e lo fece maestro di camera, e dopo cir- ca otto mesi, a'22 dicembre 1670, lo creò cardinale prete, conferen- dogli per titolo la diaconia di s. Maria in Domnica elevata per lui a titolo presbiterale, ritornando po- scia a diaconia, tranne il tempo in cui Benedetto XI 11 tornò a dichia- rarla titolo per assegnarla al suo favorito cardinale Coscia, per cui invece eresse in diaconia la chiesa di s. Maria ad Martyres. Dipoi il cardinale passò al titolo di s. Ana- stasia, ricevendo dal Pontefice l'in- carico di soprintendere alla fab- brica del sontuoso palazzo Altieri, e vi riuscì con decoro. Visse il car- dinale dedito alle lettere, alla pietà, ed a tutte le virtù e scienze, e perciò protesse i letterati e gli ar- tisti, fra' quali si distinse partico- larmente il Pussino. Praticissimo degl'interessi de' principi, le storie de' quali gli si erano rese famiglia- ri per lo studio fattovi, si distin- se pure per soavi e dolci ma- niere . Sopra tutto segnalò il suo genio nello studio delle antichi- tà , che lo indusse a rintraccia- re per ogni parte antichi monu- menti, per mezzo de' quali potè formarsi un f^imoso museo; e sic- come fornito eziandio di cognizioni in ogni genere di letteratura, la sua MAS casa fu l'emporio degli uomini piti dotti ed eruditi, che negli all'ari più dillìcili riguardavano i suoi sen- timenti con venerazione, perchè ra- re volte riuscivano fallaci, mentre ponderando egli qualunque questio- ne yi penetrava a fondo, e colpiva le diflìcoltà che potevano insorgere, sapendo applicarvi pronto ed op- portuno rimedio. Pubblicò alcuni codici di mirabile antichità, tra i quali tiene il primo luogo quello di Virgilio^ che si appella il Vir- gilio del cardinal Massimi. Egli pure scopri le celebri pitture an- tiche nelle terme di Tito, quali ancora si conservano nel palazzo Massimo alle Colonne, di sua illu- stre famiglia. Finalmente avendo veduto il principio del conclave d' Innocenzo XI, non potè vederne il fine, morendo in esso nel 1676 a' 12 settembre, d'anni cinquanta- sefte, ed ebbe sepoltura nella basi- lica Lateranense, nella tomba dei .suoi antenati, senza funebre me- moria. Giovanni Bartolotti ne scris- se la vita che pubblicò in Asti nel 1677. MASSIMIANOPOLT,/¥^.r//;2m/2o- polìs. Sede vescovile della seconda Pamfilia, nell'esarcato d'Asia, sotto la metropoli di Pirgi, eretta nel V secolo. Ne furono vescovi Pa. trizio che intervenne al concilio Niceno, e Teorebo che sottoscrisse la lettera de' vescovi della Pamfilia all'imperatore Leone. Oriens christ. t. I, p. 1021. MASSIMIANOPOLI. Sede ve- scovile della provincia di Rodope, sotto la metropoli di Traianopoli, nella diocesi di Tracia , eretta nel V secolo, e nel IX elevata ad ar- civescovato onorario . Ne furono vescovi Ennepio che fu al primo concilio di Eleso; Sereno che sot- MAS toscrisse quello di Calcedonia, e al decreto sinodico di Gennadio di Costantinopoli contro i simoniaci; ed Eustnzio die sedeva al V con- cilio fra i metropolitani, perchè al- cuni al sesto secolo attribuiscono la dignità metropolitica , Oriens christ. t. I, p. I200. MASSIMIANOPOLI. Sede ve- scovile della seconda Tebaide, nel patriarcato d' Alessandria, sotto la metropoli di Tolemaide Hermii, e- retla nel IV secolo, di cui fu ve- scovo Pacliimo meleziano. Oriens chiìst. t. Il, p. 6 IO. MASSIMIANOPOLI. Sede vesco- vile della provincia d'Arabia, sotto ]u metropoli di Boslra, nel patriar- cato d'Antiochia^ situata al di là dal Giordano , di cui fu vescovo Severo, pel quale Costantino suo metropolitano sottoscrisse al con- cilio Calcedonese . Oriens christ. t. H, p. 867. MASSIMIANOPOLI o MASSI- MINIANOPOLI. Sede vescovile del- la seconda Palestina, sotto la me- tropoli di Scitopoli j nel patriarcato di Gerusalemme , eretta nel VI .secolo. Anticamente si chiamò Ha- (ìadrimmon o Acladremmon^ da al- cuni situala diecisetle miglia da Cesarea Marittima, memorabile per la morte di Giosia re di Giuda, ucciso dagli arcieri dell' egiziano Nicaon, Ne furono vescovi: Massimo; Paolo che fu al concilio Ni ceno ; Mega che sottoscrisse nel 5 18 alla lettera sinodica del patiiarca di Gerusaleninie Giovanni ; e Donno che assistette al concilio di Costan- tinopoli del 586 sotto il patriarca Menna, ed a quello di Gerusalem- lue sotto il patriarca Pietro Oriens christ. t. Ili, pag. 7o3 ; Terzi, Siria sacra p. 276. Com man vil- le dice che nel secolo Xll vi fu VOL. XLIII. MAS 24r eretto un arcivescovato dai latini. Al presente Massimianopoli, Maxi- ini nianopolilan, è un titolo vescovile in partibus, sollo l'arcivescovato pu- re in partibus di Cesarea, che con- ferisce la santa Sede. Vacato per morte di Alessandro Cameron , il Papa Gregorio XVI nel concistoro de'i5 aprile i833 loconferì a Gae- tano de Rowaiski della diocesi di Posnania, facendolo insieme suffra- ganeo della metropoli di Gnesna^ della cui cattedrale era canonico. MASSIMILIANO (s), martire. Fu condannalo alla morte per a- ver confessato d'esser cristiano, e ricusato di servire, essendo figlio d'un soldato romano, secondo che prescrivevano le leggi dell'impero; e ciò perchè la professione guerre- sca, dopo gli ordini emanati da Diocleziano, era inseparabile dalla idolatria. Nell'atto ch'egli veniva condotto al supplizio , esortava i cristiani a rimaner fedeli al Si- gnore. Subì il martirio a Tebesta in Numidia, nel 296, in età di venlun anni, tre mesi e diciotta giorni. È onorato a* 1 2 di marzo. MASSIMILIANO (s.), martire. f^. BONOSO (s.). MASSIMILIANO Dormiente . F. Dormienti (i sette ss.). MASSIMILIANO, ordine equestre militare. Questo ordine del merito militare di Baviera fu istituito da Massimiliano Giuseppe primo re di Baviera, il primo gennaio j8o6, decretando che 1' antica decorazio- ne militare 1' elevava ad ordine rea- le per rimunerare i fatti gloriosi eseguiti per la gloria del servigio militare; e tal giorno è la fe- sta dell' ordine, che la celebra so- lennemente. Il capitolo dell'ordine del merito militare di Baviera esa- mina i dirilli degli aspiranti, e li 16 a{i MAS presenla al re, il quale decide se ne debbono essere fregiati. L' or- dine ha diversi privilegi e pensio- ni, determinandosi il grado nell'at- to della nomina : il regnante re Luigi Carlo Augusto, a' 2 f ottobre i83o aumentò le pensioni con al- tre otto annue contribuzioni di tre- cento fiorini. L' ordine si divide in tre classi, cioè di gran croci, di com- mendatori e di cavalierij il nume- i-o de* membri è illimitato, e la gran croce non possono conseguirla che i soli generali. La decorazio- ne consiste in una croce d' oro smaltata di bianco, sormontata da una corona : il centro è smaltato di turchino colle cifre 31. J. K. del suo fondatore, c\oè Massimilia- no Giuseppe re, e nel rovescio v'è l' epigrafe : Firluù prò patria. Il nastro da cui pende la croce è di seta nera avente agli orli un rica- mo turchino e bianco. MASSIMILIANO, ordine eque- stre civile. Quest* ordine del meri- to civile di Baviera fu fondato da Massimiliano Giuseppe primo re di Baviera, per ricompensare le per- sone impiegate nel civile, che aves- sero reso eminenti servigi allo stato, che si fossero distinte per patrie ■virtù, e che avessero bene meritato del pubblico. Fu diviso in quattro classi, cioè di dodici gran croci_, di Tentiquattro commendatori^ di cen- to cavalieri, e di un numero illi- mitato di decorati della medaglia d' oro o d' argento. Nella revisio- ne degli statuti falla agli 8 ottobre 1817, '^ numero de* gran croci fu fissato a ventiquattro, non compre- si quelli decorati dell'ordine di s. Uberto; quello de* commendatori a quaranta, e quello de' cavalieri a cento sessanta. Quelli che sono an- noverati in una delle tre prime MAS classi hanno diritto di prendere un titolo di nobiltà, che trasmeltono a' loro figli, ed in perpetuo alla fa- miglia per diritto di primogenitu- ra: tuttavolta dipoi tal diritto ebbe delle limitazioni. L' ordine ha un fondo di pensioni pei figli dei ca- valieri defunti, ed un decreto del re che regna, de' 12 ottobre i834, aumentò le pensioni da 25o a 3oo fiorini. Nella croce di decorazione evvi il motto : J^irtus et honorj e nel rovescio si vede il busto del- l' effigie del fondatore colla leggen- da : Max. Joseph rex Bojoariae. ^ MASSI MINO (s.), vescovo d'Aix. E riguardato come il fondatore di questa chiesa. Alcuni moderni ne collocano la missione, ma senza prove, avanti la fine del primo se- colo, pretendendo che fosse uno dei discepoli del Salvatore. S. Si- donio o Chelidonio fu probabil- mente suo successore ; e, secondo la tradizione del paese, è quel me- desimo nato cieco guarito da Ge- sù Cristo. Le reliquie di questi san- ti, come pure quelle di molti al- tri, si mostrano a s. Massimino, piccola città a sei leghe d'Aix. Il monastero che porla il nome del santo, e che lo diede alla città, seguiva in antico la regola di san Benedetto: Carlo II re di Sicilia e conte di Provenza, che fece riedi- ficare la chiesti, lo diede ai padri predicatori nel 1295. S. Massimi- no è onorato il giorno 8 di giugno. MASSIMINO (s.), vescovo di Tre veri. Nato a Poitiers, d' illustre famiglia, fu educato da s. Agricio vescovo di Treveri, il quale lo strinse al servigio della sua chiesa, e gli conferì gli ordini sacri. Nel- l'anno 332 successe al suo precet- tore. Quattr'anni dopo raccolse in Xi'even s, Atanasio, che vi era sta- MAS to rilegalo. Questo sanfo passò qui- vi due anni, e loda assai ne' suoi scritti la vigilanza instancabile, Te- roica fermezza, e la vita esempla- re del suo albergatore, il quale era già favoreggiato col dono dei mi- racoli. Quaudo s. Paolo vescovo di Costantinopoli fu bandito dairitn- peratore Costanzo, trovò egli pure asilo nella città di Treveri, e un celante difensore in Massimino, che fu uno dei più illustri propugna- tori della fede di Nicea, nel conci- lio tenuto a Sardica Tanno 347- I suoi consigli impedirono che T im- peratore Costante fosse sedotto da- gl' intrighi degli ariani, non lascian- do passare alcuna occasione in cui svelarne gli artifizi, ed arrestare i progressi della loro setta. Dicesi che morisse nel 349 nel Po'to"> do- ve era andato a visitare la sua fami- glia. Fu sepolto presso la città di Poitiers; ma il suo corpo venne trasferito in appresso a Treveri, la qual cerimonia si fece ai 29 mag- gio, giorno in cui ora si celebra la sua festa. Neil' 888 vennero sco- perte le sue relìquie, ch'erano sta- te nascoste durante le scorrerie dei normanni; e furono allora onorate di molti miracoli, de' quali i bol- landisti ne pubblicarono la relazione. MASSIMINO (s.), abbate, voi- garmente chiamato s. Mesmino. Era nipote di s. Euspicio prete di Ver- dun, in favore del quale il re Ciò- doveo fondò nel 5o8 il celebre mo^ nastero di Micy. Nel 5io succedet- te allo zio nel governo di tal mo- nastero, e la riputazione di santità eh' egli godeva gli procacciò gran numero di discepoli , fra' quali vo- glionsi annoverare s. Avito, s. Li- fardo, s. Urbino, s. Calerifo, s. Teo- demiro, s. Laudomaro ec. Il santo abbate passò da questa a miglior MAS 243 vita il i5 dicembre del 520, ed è nominato in tal giorno nel marti- rologio romano e in quelli di Fran- cia. Si custodiscono le sue reliquie nel monastero di Micy, che appar- tiene presentemente ai Foglianti, e che porta da molto tempo il no- me del santo. MASSIMINO (s.), martire. V, Giù VENTINO e Massimino (ss.). MASSIMO (s.), martire. Asiatico, mercante di professione e cristiano. Confessò pubblicamente la sua re- ligione , mentre l'imperator Decio aveva ordinato a tutti i cristiani di adorare gì' idoli. Condotto da- vanti al proconsolo Ottimo, ed a- vendo coraggiosamente ricusalo di piegarsi all'osservanza degli editti imperiali, fu sottoposto alle batti- ture, quindi tormentato sopra il ca- valletto. Ma disperando il procon- solo di vincere il prode combatti- tore, ordinò che fosse lapidato per servire di esempio ai cristiani. Mas- simo fu tosto consegnato a una ban- da di satelliti, i quali lo condussero fuori della città, e lo fecero morire a colpi di pietra. Ciò avvenne l'an- no i5o o 25i. E onorato da'greci il dì i4 maggio, che fu quello del suo martirio, ed è nominato nel martirologio romano a'3o di aprile. MASSIMO E VENERANDO (ss.), martiri. La nuova leggenda di quo- ti santi racconta ch'erano fratelli, e nati a Brescia in Italia; che Mas- simo fu consacrato vescovo, e Ve- nerando innalzato al diaconato dal Papa s. Damaso I del 367, il quale li mandò ambedue a predicare il van- gelo agi' infedeli; che essi eseguirono dapprima questa commissione tra i barbari che passate le Alpi erano piombati sulla Lombardia, ma non ne trassero altro profitto, se non che r onore di sotferire vari tor- a44 MAS menti per Gesù Cristo. Sollrallisi alla rabbia de' persecutori , abban- donarono l'Italia e sì recarono nelle Gallie, accompagnati da due santi preti, nomati Marco ed Elerio. Pas- sarono per le città di Auxerre, di Sens e di Parigi ; e dopo aver fat- to qualche dimora nel luogo dove rOise mette nella Senna, continua rono il loro viaggio alla volta d'E- Treux. Giunti nel villaggio di Ac- quigny, furono arrestati da una truppa di barbari che li decapita- rono in un'isola vicina. Trentotto soldati da essi guadagnati a Gesù Cristo, riportarono eoa loro la coro- na del martirio. S. Massimo e s. Ve- nerando sono onorati con molta di- vozione ad Evreux e a s. Vandril- )o, ove si venerano alcune loro re- liquie; e la loro festa si celebra ai 2 5 di maggio. MASSIMO (s.), martire. F. Ti- BURzio, Valeriano e Massimo (ss.). MASSIMO (s.), martire. V, Mo- SÈ e Massimo (ss.). MASSIMO (s.), martire, V. Vit- torino (s.). MASSIMO (s.), vescovo di Riez. Nacque a Decomer nella Provenza, che ora è detto Castel- Redo ne, vi- cino a Digne. Educato alla virtù, menava vita ritirata in casa del padre, consacrando la maggior par- te del tempo all'orazione, alla let- tura e a gravi studi. In seguito dispensò ai poveri i propri beni, e si ritirò nel monastero di Lerino, governato da s. Onorato. Eletto questi arcivescovo d'Arles nel 4^6, Massimo fu incaricato del reggi- mento del monastero, che per lui acquistò nuovo lustro. In capo a sett'anni fu innalzato alla sede di Riez nella Provenza, che fu obbli-. gaio accettare, sebbene la sua u- miltà vi ripugnasse. Massimo conli- MAS nuò a portare il cilicio ed osser- vare le regole monastiche, per quan- to glielo poteano permettere le sue funzioni episcopali. Conservò Io stes- so amore alla povertà, lo stessa spi- rito di penitenza e di orazione, la medesima indifftirenza pel mon- do, e la medesima umiltà. Ma la sua pazienza e carità ebbero mag- giori occasioni di esercitarsi nell'a- dempimento de' doveri dell' episco- pale ministero. Si trovò al concilio di Riez nel 4^9, al primo d' Oran- ge nel 44'» ^ a quello di Arles nel 454. Mori nel 4^2, ai 27 novem- bre, giorno sacro alla sua metno- ria. Il suo corpo è custodito nella cattedrale di Riez, dedicata alla Bea- ta Vergine e a s. Massimo. MASSIMO (s.), vescovo di To- rino. Poche notizie abbiamo di lui. Gennadio ci fa sapere che fu uno de' principali lumi della Chiesa nel quinto secolo, e che predicò la fede con zelo indefesso; al qual sublime ministero erasi apparecchiato con uno studio profondo delle divine scritture. Assistette al concilio di Milano nel 4^i> ed a quello di Roma nel 4^^>,cui non soprav- visse di molto. È menzionato nel martirologio romano a' 25 di giu- gno. Ci rimane di questo santo ve- scovo un gran numero di omelie sopra le principali feste dell'anno, sopra molti santi, e sopra diversi soggetti di morale, MASSIMO (s.), solitario. Disce- polo di s. Martino di Tours, nel cui monastero fu allevato , crebbe più che mai il suo fervore essendo innalzato al sacerdozio. Lasciò il suo paese pel desiderio di vivere sconosciuto, e si ritirò nel mona- stero dell* Isola Barba, presso Lio- ne, di' CUI fu poscia eletto abbate.- Ma poiché era troppo distratto dal- M A S le funzioni del suo grarlo, e poiché le frequenti scorrerie dei barbari gli erano d' ostacolo a far sussistere la sua conaunità, rinunziò alla ca- rica, e partì. alla volta della Tu- rena. Ritornato in patria , riprese la sua primitiva maniera di vivere; ma in progresso di tempo fu costret- to prendere il governo di un mo- nastero da lui fondato nella pic- cola città di Chinon, dove morì nel quinto secolo, in età assai a- vanzata. La sua santità fu conte- stata da miracoli operati prima e dopo la sua morte. Si custodisce parte delle sue reliquie a Bar-le-Duc nella Lorena, dov'è conosciuto sot- to il nome di s. Mnxe. La sua fe- sta è indicata nel martirologio ro- mano a' 20 d' agosto. MASSIMO (s.), soprannomato , dai greci Omologeta o il Confesso- re. Nacque a Costantinopoli l'anno 58o, di una delle più illustri fami- glie di questa città , ed occupò la carica di primo segretario di stato presso l'imperatore Eraclio. Distin- to per talenti e virtù, egli abbor- riva la vanità ed amava la solitu- dine. Introdottosi nella corte il mo- nolelismo, temendo che la sua co- scienza potesse esser posta a peri- gliosi cimenti, si pose in animo di rinunziare al suo impiego e di ri- tirarsi in qualche monastero ; ed ottenutane a fatica la permissione, si fece religioso a Grisopoli. Di là passò in Aliica, mentre Pirro pa- triarca di Costantinopoli, quivi ri- fuggito, si sforzava di spargere e di acciedilare il monotelismo. Il patri- zio Gregorio governatore d' Africa volle che Massimo avesse una pub- blica conferenza con Pirro, la quale si tenne in Cartagine nel luglio del 645, alla presenza di molti vesco- vi, del governatore e di altre per- MAS 245 sone d' alto' aliare. Pirro convinto abiurò il suo errore, e portò egli stesso a Roma la sua ritrattazione, ma essendo poscia ricaduto nell' e- resia fu scomunicato. S. Massimo assistette al concilio lateranense che si tenne nell'ottobre del 649, sotto il Papa s. Martino I , nel quale il monotelismo fu condannato con tut- ti i suoi fautori, come pure il Tipo (Femmentari sopra le opere attribui- te a s. Dionisio l'Areopagita; in trattati polemici contro i monoteli- li; in un eccellente ragionamento ascetico; in massime spirituali prin- t:ipalmente sopra la caritàj e io al- MAS cune lettere. Vi sono parecchie ope* re di $. Massimo tuttavia inedite. MASSINI Carlo Ignazio. Filip- pino della congregazione di Roma, nacque da comoda famiglia di Ce- sena a' 16 tJaggio 1702. Fornito di ingegno pronto e penetrante, di felice e tenacissima memoria, e di tutte le necessarie disposizioni agli studi, questi egregiamente apprese, massime legali. Recatosi in Roma, ne partì poi qual uditore del car- dinal Spinola legalo di Bologna, e con rara integrità ne funse l'uf- fìzio. Benché unico maschio di sua casa, si consagrò allo stato eccle- siastico, e nel 1734 entrò in Ro- ma nella congregazione dell' oralo- riOj ove si segnalò nelle più belle virtù, e ne divenne uno de'più belli ornamenti. Versatissimo nella storia ecclesiastica e nelle scienze sacre, dotato di vasta erudizione, ci lasciò eccellenti opere, e morì santamente nel 1791 d'anni ottantotto, aven- do molto operato anco per l'altrui santificazione. Nei suoi libri viene epilogata la più soda e cristiana morale ; per tutto vi riluce la pietà de' sentimenti di cui era vivamen- te penetrato, e l* inestimabile suo zelo. Le opere da lui pubblicate sono: I." Fila del veti. p. Maria- no Sozzini dell* oratorio di Roma^ Roma 1747- Questa vita era già stata abbozzata dal cardinal Lean- dro Colloredo, ed il Massi ni tornò a pubblicarla con aggiunte, e la F^ita di Flaminia Papi, dello stesso p. Sozzini. 2." Fila di Gesù Cristo, Roma 1759: è una traduzione dal francese di quella di Tourneaux , con osservazioni morali. 3.° Fita di Gesù Cristo, con appendice di meditazioni sulla passione, ed istru- zione per assistere alla messa, Ro- ma j 761. Fu impressa 1' appen» MAS dice a parte con Bre^'c esercizio per le domeniche e feste del Signore e di Maria P' ergine. 4-" Raccolta delle vite de^santi per ciascun gior- no dell' annOj premessa la vita del Signore eie feste mobili^ Roma i 763. 5." Raccolta ec. die contiene i' ap- pendice delle vite de' santi, e la vita della ss. Vergine, Roma 1767. La vita della Madonna è del pa- dre Andrea Micheli fìiijipino che aiutò il p. Massini nelle due rac- colte, le quali meritarono di essere più volte ristampate in Roma, in Venezia ed altrove. Avendo egli così compiuta la storia agiografa del nuovo Testamento con univer- sale applauso, nel 1786 con eguai successo corrispose il p. Micheli, dappoiché puhblicò in Roma : Vite de' santi dclV antico Testamento^ di cui ben presto se ne replicaro- no le edizioni. MASSONI. V. Muratori. MASTAURA. Sede vescovile del- la provincia d' A§.ia nell' esarcato del suo nome, sotto la metropoli di Efeso, eretta nel V secolo. Tra j suoi vescovi nomineremo Teodo- sio che assistette e sottoscrisse al primo concilio generale d'Efeso^ e al posterioie conciliabolo j Sa- bazio che fu a quello di Calcedonia; Teodoro intervenuto al IV genera- le; e Costantino che fu al secondo di Nicea. Oriens christ. t. I, p. 7o4- MASTRICHT o MAESTRICHT, Trajecliini ad Mosani , o Traje- cluni supcrius, per distinguerla da Utrecht, chiamata Trajeclutn infe- rius. Città vescovile già della pro- vincia di Limburgo nel regno del Belgio, e secondo T ultime recenti convenzioni ora appartiene a quel- la parie del Lussemburgo ceduta all'Olanda. E situala sulla riva si- nistra della Mosa, sei leghe distan- MAS 247 te da Liegi. Fu una delle più forti piazze d' Europa, era già la chia- ve principale delle Provincie Unite, ed è capoluogo di Limburgo^ di circondario e di due cantoni. Cin- ta da colline, è attraversata dal laar, piccolo affluente della Mosa, da cui è divisa dal sobborgo Wjck, al quale comunica col mezzo di un bellissimo ponte di pietra. E una delle più forti piazze del regno^ es- sendo difesa da buonissimi baluardi e da fosse, da numerosi bastioni e dal forte s. Pietro posto sopra una altura, potendo essere i dintorni inondati. Ben fabbricata, nella gran piazza vi è il palazzo pubblico, co- strutto nel i652, bellissimo edifi- zio. Sono rimarcabili la chiesa di s. Gervasio, il collegio già de' ge- suiti, r arsenale, il teatro, il pas- seggio sui bastioni e lungo la Mo- sa, diversi benefici e letterari sta- bilimenti. Il commercio è assai at- tivo pel porto che ha sulla Mosa. Il luogo esisteva come città nel IV secolo, e fu compresa nel regno di Austrasìa, riconoscendo per molto tempo l'imperatore per sovrano. I diversi assedi che sostenne in più epoche la resero celebre. Cadde in potere de' duchi di Brabante e dei vescovi di Liegi al principio del se- colo XIII. Un vescovo di Liegi la vendè a Carlo V, indi nel i57g il duca di Parma la prese e saccheggiò per gli spagnuoli, ai quali la tolse Federico principe d'Orange nell'anno i632, cedendola agli slati genera- li nel 1648. Luigi XIV la conqui- stò in tredici giorni di assedio nel 1673, mentre si tenea inespugna- bile. Attaccata da Guglielmo prin- cipe di Orange nel 1676, fu ob- bligato dopo cinquantun giorni di levarne l'assedio, essendo stata re- stituita agli olandesi per la pace 248 MAS di Niiiiega nel 1678. Ripresa dai francesi nel 1748, fu nell'anno sles- so ceduta pel trattato d' Aquisgra- na. Giuseppe li ne rivendicò il pos- sesso nel 1784, ma l'anno seguen- te rinunciò ad ogni diritto per nove milioni e mezzo. I francesi la bom- bardarono nel 1793, ed obbligati a levarne V assedio 1' attaccarono di nuovo nel 1794, prendendola dopo undici giorni. Riunita alla Francia nel 1795, divenne il capoluogo del dipartimento della Musa inferiore , finché passò a far parte del regno de' Paesi Bassi. La sede vescovile fu eietta nel 498, sotto la metropoli di Colo- nia, per avervi trasferito quella di Tongres s. Servato. Tra i suoi ve- scovi nomineremo s. Amando che nel 632 si condusse a Roma, e nel- la basilica vaticana gli apparve s. Pietro, ordinandogli tornare in Fian- dra a predicare il vangelo. Nel 65o gli successe s. R emacio, eh' ebbe a compagno nelle funzioni del vesco- vato s. Landoaldo. Dopo di lui fio- n s. Teodardo, eh' ebbe per suc- cessore s. Lamberto , che pafi il martirio nel 708 o 709, pel cui assassinio s. Uberto trasportò la se- de a Liegi. II re di Spagna, che ne avea il dominio principale co- me duca di Brabante, cedette Maa- stricht alle Provincie Unite colla pa- ce di Munster nel 1648. Il vescovo di Liegi non aveva che il domìnio utile con una porzione della giu- stizia; e la religione cattolica e la protestante furono permesse nel pub- blico esercizio. I cattolici vi hanno cinque parrocchie, s. Gervasio, s. Matteo, Maria Vergine^ s. Pietro, ed Oud Vivenhoven. Vi sono due ospedali, due ospizi, e due case del- le sorelle della carità di s. Vincen- zo de Paoli. MAS MASTROZZI Valentino, Cnnli^ naif. Valentino Mastrozzi nacque di nobile famiglia in Terni a' 25 lu- glio 1729. Dopo aver fatto gli studi ecclesiastici, fu ammesso in prela- tura e nel principio di sua carrie- ra venne occupato da Clemente XI II nell'amministrazione economi- ca di molti luoghi pii, ed indi da Clemente XIV fu promosso alla se- greteria del buon governo, carica che esercitò con soddisfazione gran- de della curia, e con indicibile van- taggio delle comunità dello stato, alle quali co' suoi provvidi regola- menti recò il profitto di sgravarle dai debiti nella somma con« tutta la Marca, e Matelica ch'era ritornata al dominio ponlificio, su- bito gli prestò aiulo, e con Came- rino giurò fedeltà alla saula Sede, 2 56 MAX entrando nella lega guelfa contro il deposto Federico 11. Innocenzo IV soddisfatto de* matelicani, nel i^So spedì ad essi una bolla, in cui confermò le loro giurisdizioni e di- ritti, essendo Maff Ileana communitas dernanium curine speciale ; e con altra del 12^2 confermò ancora i privilegi conceduti dai predecessori e dagl' imperatori_, ed esentò poi il clero dalle collette e gravezze. Es- sendo in questo tempo irritati i ma- telicani contro il vescovo di Ca- merino, gli distrussero la casa e il giardino entro Matelica , eh' erano ov' è il palazzo Ottoni, forse l'an- tico episcopio, passato in proprietà de* vescovi camerinesi quando fu loro raccomandata l'orfana chiesa ; laonde Innocenzo IV li citò a ren- der conto del delitto. Non potendo ì camerinesi imbrigliare i matelica- ni colla fabbrica di un castello, oc- cuparongli poi il castello di s. Ma- ria e fabbricarono Castel Raimondo, ciò die riprovò Bollando rettore della Marca. Nel i255 Matelica acquistò Castel Rotondo dal sud- detto Bartolo, e la montagna le Trecche da Rainaldo Lazani , ed ottenne dai discendenti degli anti- chi conti formile rinunzia alle go- dute esenzioni. Ebbero luogo scorrerie de'came- rinesi su Matelica nel 12 58, che trovandosi bisognosa dell'aiuto di Sanseverino, si obbligò a pagargli annue 25 lire di Ravenna per la festa del patrono, e solo se ne sgra- vò nel i27i.Già nel 1269 esiste- va in Matelica il convento degli e- remitani di s. Agostino, la cui chie- sa di buona architettura fu restau- rala negli ultimi tempi ed abbelli- ta, con porta di gusto gotico. Per- ei vai le Doria vicario e capitano del re Manfredi, sostenitore de'gbibel- M/VT linij trovandosi colle truppe presso le mura della città, essendo questa indispettita per una sentenza del rettore Annibaldeschi , si die aper- tamente al suo partito, e con esso si portò ad assalire Camerino, che fu costretto spedir ambasciatori in Matelica per implorar la clemenza de'vincitori e giurare fedeltà a Man- fredi ; ma per esseve ritornato alla Chiesa, fu quindi saccheggiato e di- strutto. I matelicani furono ricom- pensati da Manfredi col dono del castello di s. Maria de'Galli, con fa- coltà di demolirlo, siccome fecero; ed inutilmente coi suoi capitani ten- tarono di riprendere Camerino, do- po il ritorno degli abitanti nel 1262. Grato il re Manfredi dell'attacca- mento dei m'atelicani alla sua causa, confermò tutti i privilegi concessi da Percivalle; ma vinto da Carlo I d'Angiò, fu ucciso sul campo nel 1 266 : i guelfi ripresero coraggio, e i ghibellini furono cacciati o co- stretti ad accomodarsi al contraria parlilo. II comune di Matelica in pena delia ribellione fu tassato dal cardinal Paltinieri di seimila lire di Ravenna, che Clemente IV ri- dusse alla metà, ed altri mali gli piombarono sopra, perdendo il di- ritto di eleggersi il podestà , dopo aver profuso pei ghibellini denaro e sangue. Nel 127 3 si eresse il pa- lazzo pubblico con torre detta cam- panile commanis. Nel 1280 i came- rinesi, perpetui rivali di Matelica, s'impossessarono del castello di s. Maria, e presero d'assalto s. Anatolia. Si effettuò nel 1286 l'unione delle benedettine del monastero di s. A- gala edificato nel 1268, con quelle del monastero di s. Maria INIadda- lena; indi nel 1288 fu edificato, ove esiste, il monastero di s. Maria Nuo- va per la congiegazione silvestriua, MAX ma- telicani saccheggiarono s. Anatolia, e nel i443 tornarono all' immedia^ ta soggezione del Papa , per aver questi dichiarato ribelle lo Sforza e toltagli la Marca. Nella provincia si recò per commissario Lotto ve- scovo di Spoleto, col quale Fede- rico, Ranuzio, Francesco, Gaspare e Burgaruzio Ottoni , per nome proprio e della comune di Matelica fecero un concordato, con capitoli che leggonsi a p. i44 ^^^ P^^ volte citato storico patrio. Fu confermato ai primi il vicariato, alla seconda accordate diverse cose. Indetto tem- po s. Giacomo della Marca predicò in Matelica, ed ottenne culto la Ma- donna delle Fonticelle, perché parlò in sua difesa, come si dice. Nell'e- remo di s. Giacomo, già abitato dai clareni, mori piamente Federico Ottoni ov'erasi ritirato, convinto delle vanità del mondo. Cominciando a pesare il governo degli Ottoni, nel 1462 nacque una specie di rivolu- zione, e restarono per patto soli al governo Antonio ed Alessandro me- no invisi. A' IO luglio 14^4 a^'ivò in lettiga Pio II, che infermo con sei cardinali si recava ad Ancona^ i6o M A T e sul declinar di questo secolo si ■videro sorgere ad abbellir la città parecchi edilìzi. Nel i47^ s' inco- ininciò l' elegante campanile di s. Maria delia Piazza, oggi cattedrale, dall'abbate commendatario del mona- stero di Roti cui spettava la chiesa . Nel 1481 Alessandro Ottoni restaurò la porta vecchia, avendo già eretta quella di Campamanti nel i4^3, e in ambedue fece porre nell'iscrizio- ne, domìnus ; esso si occupò anco in utili divisamenti, e morendo nel 1 486 gli successe il figlio maggiore di Antonio suo fratello, chiamato Ranuccio; poiché fu costume degli Ottoni che non nei propri figli, ma nel più stretto parente di maggior età stasse l' azienda domestica. Di poi gli Ottoni cessarono da tal fra- terna unione, e nel 14B7 da In- nocenzo Vili ottennero la confer- ma del vicariato, e riuscì loro sta- bilire i confini con Camerino. Ales- sandro VI spogliò della signoria di Matelica gli Ottoni, investendone Giovanni Borgia duca di Nepi : nel- r ottobre i5o2 perciò il cardinal Farnese legato della Marca, e Pietro Perez spagnuolo s'impadronirono di Matelica e ne mutarono il governo. Morto Alessandro VI nell'agosto i5o3, Matelica ritornò sotto l'an- tico padrone , e Ranuccio si die a sistemare i pubblici affari , non che a dividere il patrimonio domestico fra i suoi fratelli e nipoti, e cora- nìise leggi statutarie al giureconsul- to Manozzi ni con patrio amore. Nel i5o8 gli successe Giovanni figlio di Alessandro, che a sue spese fece costruire le pul^bliche loggie, che tuttora esistono, e pose in regola i domestici interessi. Fiorirono le ma- nifatture de' tessuti di lana, l'agri- coltura e il commercio , e si rego- larizzarono le strade interne. Questa MAX fu r epoca di maggior lustro delKi casa Ottona, trovandosi imparenta- ta colle più rispettabili case della nazione. Per la smania che avevano gli Ottoni d' ingrandirsi, sotto Leone X nel i5i6 Giovanni occupò alcuni fondi spettanti al deposto duca di Urbino, ma alla morte del Papa dovette restituirli. Nel i5i8 di suo arbitrio Giovanni espulsi dal con- vento di s. Francesco i minori con- ventuali, vi sostituì i minori osser- vanti che r abitano tuttora, i quali edificarono il torrione nelle mura castellane che esiste. Nel i520 al defunto Giovanni successe nella si- gnoria il fratello Ascanio, il quale per ampliar 1' orlo contiguo al pa- lazzo e formarvi giardini a delizi», fece demolire il confinante monaste- ro delle povere di s. Chiara, dopo averle espulse con calunnia ; dispo- tismo che destò general malconten- to contro la casa Ottona, già di- venuta nemica del pubblico per a- verne abolita la magistratura, es- sersi appropriate le gabelle, diverse terre, ed esercitando vessazioni di cui n' è piena la storia di Mateli- ca. Nel i524, per la peste surse presso le mura l'elegante chiesina di s. Rocco a spese di fi*. Modesto Attucci. Frattanto gli Ottoni veden- dosi invisi, cercarono riguadagnar l'affetto della patria, colla fonda- zione di un collegio canonicale di cui mancava Matelica, godendo solo del titolo di collegiata la chiesa del- la pieve de' ss. Bartolomeo e Adria- no sino dal i452 per concessione del vescovo di Camerino. Ottenne nel i529 da Clemente VII che in vece di essa fosse con autorità a- postolica elevata a collegiata con capitolo di otto canonici la chiesa dì s. Maria della Piazza, die ap- MAX pai'leneva all' abbazia di Roti, unen- dovi i diritti e giurisdizioni di detta chiesa matrice, che dovea restar par- rocchia. In vece Ascanio con indul- to orretizio e surretizio ne fece e- seguire subito lo sfascio per ingran- dir la piazza, e rimuovere un edifi- zio che impediva il prospetto del suo palazzo, e senza spesa venne ad acquistare il diritto di nominare i canonici e guadagnarsi cosi la rico- noscenza di più cittadini. In appresso alla nuova chiesa collegiata fu uni- ta la pia società del ss. Sagramen- to. Moltiplicatisi gli Ottoni, scoppiò la discordia nell' interno della fa- miglia, per la custodia della Rocca delle Macere, e sulla plenipotenza dell'economia di famiglia deposi- tata sul maggior nato; Paolo IH s'interpose, e nel i536 si pacifica- rono. Circa questo tempo mori A- scanio, e nella signoria gli successe Cesare di Ranuzio, sotto il quale si fondò nel i54o il convento dei cappuccini, il cui ordine o riforma avea avuto origine nell'eremo di s. Giacomo di Matelica, ove ritira- tosi fr. Francesco da Cartoccio, vi si recò fr. Matteo da Bassi, che a- Tea ideato la riforma, comunican- dogliela e piegandolo di consiglio. Fr. Francesco l'eccitò a recarsi da Clemente VII, che approvata la ri- forma, fr. Matteo si ricondusse al- l'amico, il quale fu il primo ad ab- bracciarla. Cosi ebbe culla in Ma- telica il novello istituto, trapiantato poi in Camerino, e dilatato per tut- to il mondo a bene de' fedeli : di tuttociò meglio si parlò agli arti- coli Cappuccini, Fossombrone , e Francescano ordine. Fr. Francesco restò nell'eremo, e vi mori pia- mente, e r eremo fu concesso al nuovo convento in discorso. Nel 1543 colla morte di Cesare Ottoni MAT 261 finirono nella famiglia tutte le ap- parenze di pace, e suscitossi fra i numerosi individui della medesima la più aperta discordia : Anton Ma- ria assunse le redini del governo, mentre questo era divenuto inviso anco ai paesi limitrofi. L'ambizione terminò di rovinare gli Ottoni, che dopo la morte di Cesare tutti pretesero alla signoria, chi come primogenito, chi quale se- niorCj chi con altre ragioni, tutti procurando fortificarsi nel proprio partito con grave danno della pa- tria, manifestandosi sempre più la loro condotta licenziosa e tirannica per confische di beni, uccisioni, ed asilo che accordavano ai banditi e sicarii. Nel i545 fu ordita una congiura contro gli Ottoni, massi- me per trucidar Alessandro, fra- tello di Anton Maria, il quale per la sua più regolare condotta e po- polarità, volevasi risparmiare. Gli autori fuggirono, ma Anton Maria rigorosamente procedette contro il capitano Claudio Acquacotta, com- plici e parenti con aperta violenza. Ricorrendo gli angariati alle supe- riorità, si scuoprirono le enormità di Anton Maria, che fuggii, e -ven- ne dannato a morte dai giudici del cardinal legato, mentre Ranuccio Ottoni figlio di Cesare, in nome di Paolo III s'impadrom della Rocca delle Macere. Il furore de' mateli- cani non ebbe piìi ritegno, ed es- pulsi tutti gh Ottoni, rivendicò il pubblico le rendile usurpategli, indi ricorse a Paolo III. Questi destinò il proprio nipote cardinal Ranuccio Farnese, per ridonar la pace al pae- se, onde ebbe luogo nel i547 la concordia fra la comune e gli Ot- toni protetti dai Farnesi e dai Va- rani ; venne restituito al comune il diritto di formare il consiglio e le «62 MAT sue rendite, e fatto governatore del paese Troilo Ceno da Sanginesio, ed eletti quattro priori. Ii^'icolò Gin- tio da s. Angelo in Fontano duo- :¥o governatore parteggiò pegli Ot- toni, e Paolo III annullò la senten- za di morte, e la confìsca de' beni contro Anton Maria, ripristinandolo ne' suoi onori. Gli Ottoni ritornali in armonia tra loro, nel 1 549 ce- derono il governo di Matetica ai cardinali Gio. Domenico vescovo di Ostia, e Uberto di s. Grisogono, che r avrebbero loro restituito con con- dizioni : queste furono, che tutti gli Ottoni avessero diritto al vicariato, ma r esercizio si affidasse al più -vecchio, se ne fosse capace. I ma- tei icani restarono sorpresi in vederli ripristinati nella signoria, e procu- rarono cautelare gì' interessi del pubblico, e che il governatore della Marca visitasse anche Matelica. Nel- la sede vacante Alessandro, Pirro ed Ettore Ottoni fidandosi ne' loro aderenti, a' 7 dicembre ritornarono in Matelica; si suonò la campana a stormo, e Nicolò Acquacotta che con altri capitanava il popolo, uc- cise Alessandro odiato pe' suoi ec- cessi e disonesti portamenti. L'at- tentato non restò impunito; i più colpevoli fuggirono, altri furono castigati dal commissario apostolico Angelini vescovo di Sutri e Nepi, che nel i55o in qualche parte rein- tegrò gli Ottoni nella signoria, pii- "vando la comune de' suoi beni e gabelle. Nel i55i Giulio III a' io gennaio ripristinò nel governo del paese Anton Maria, e restituì agli Acquacotta i beni usurpati dopo la congiura : ammaestrato Anton Ma- ria del passato, cambiò sistema per guadagnarsi l' amore de' cittadini; ma pensò a vendicarsi de' suoi ne- oaici, non risparmiando i parenti, MAT onde la discordia entrò nuovamen- te in sua casa, ed ebbe ad emulo Antonio accetto al popolo. Nel i5.^4 venne istituito il monte di pietà, e si pubblicò una severa prammatica relativa al lusso delle donne. Por- tando Anton Maria il dispotismo all'estremo, nel i559 i matelicani ricorsero a Paolo IV con 107 cupi d'accusa, dichiarando che gli Ottoni erano decaduti dal vicariato pel ti- rannico regime, e perchè da mezzo secolo si erano usurpato il censo dovuto alla camera apostolica in forza delle investiture. Intanto mori il Papa, e Anton Maria non respi- rò che strage e vendetta; ma ai 27 agosto corse in vece pericolo di pe- rire in un' insurrezione, onde fuggì con tutti gli Ottoni tranne Anto- nio, e ricorsero a Roma contro i matelicani come sediziosi. I citta- dini produssero altri 90 capi d' ac- cusa di enormità ed eccessi, onde fu spedito per commissario in Matelica Francesco Mercati da Bibbiena a far- ne processo, del quale ne dà un sunto r Acquacotta p. 174 e seg. In esso sono notale le discordie do- mestiche, le usurpazioni, gli arbitrii, le segrete uccisioni, le usure, gli a- dulterii e le più turpi laidezze. Pio IV nel i56i sostituì al no- minato commissario, Gio. Battista Doria governatore di Camerino, ma la causa andò in lungo per la pro- tezione alla corte degli Ottoni; quin- di il Papa con motO'proprio de' 27 agosto i563 li assolvette dalle [)ene incorse, e nuovamente gl'invesfi del vicariato, mediante lo sborso di scu- di diecimila, come assolvette il co- mune dall'omicidio di Alessandro Ottoni, e dalla posteriore insurre- zione, collo sborso di scudi quattro- mila, e ripristinò il consiglio. Tut* tociò non ebbe sul momento elicilo MAT perchè dispiacque agli Ottoni il dis- posto ili favore de* matelicani. Frat- Uinto accadde un omicidio presso la Rocca delle Macere, che si at- tribuì ai banditi che tenevano gli Ottoni nella rocca, laonde di que- sta famiglia disgustato Pio IV, or- dinò che si prendesse, e perchè An- tonio si era opposto colla forza fu riguardato come ribelle, e nel i564 fu atterrato il forte con giubilo dei matelicani. Antonio subì la pena capitale e la confisca de* beni. Il moto-proprio fu quindi eseguito, e morì pure Anton Maria. Gli suc- cesse Pirro, che recatosi in Roma fece una lagrimevole pittura de'mali sofiferti dai suoi antenati, e promise di far un esborso alla camera se gli venivano restituiti i perduti diritti sopra Matelica. Esaudì Pio IV le sue istanze, annullò i bandi e le sentenze contio gli Ottoni, e rein- tegrò Pirro nel dominio cogli altri della famiglia, con condizione di pa- gare diecimila scudi, e il divieto di rifabbricare la rocca, riuscendo inu- tili le suppliche de' matelicani per restare sotto il governo di s. Chiesa. Pirro si presentò in Matelica mi- nacciante vendetta, ed il magistra- to impaurito gli prestò giuramento contro il moto-proprio, ma si re- putò nullo. I matelicani vigorosa- mente contrastarono agli Ottoni la signoria, ricorrendo formalmente a Pio IV, e al successore s. Pio V. Il governatore di Roma emanò un monitorio a comparire avanti di lui Pirro e gli altri Ottoni, e perchè contumaci furono condannati a mul- te, confisca ed esilio. Nel 1 566 Pirro arrestato fu chiuso in Torre di No- naj ed i matelicani avendo supplica- to per ritornare sotto l'immediato regime della santa Sedcj s. Pio V spedì a Matelica per pacificarla co- MAT 263 gli Ottoni, il cardinal Albani nel iSyo, il quak ottenne fii'a le parti amichevole accomodamento. Dive- nuto Papa nel 1^72 Gregorio XIII^ gli Ottoni furono ripristinati nel vi« cariato, previa riconciliazione coi ma- telicani, che si effettuò dal governa- tore della Marca Mirto, onde fu giu- rata concordia tra Pirro, Ottaviano, Vincenzo e Gio. Maria Ottoni, e la comunità. Questa nei iSyS formò un archivio segreto per conservare gelosamente le più importanti scrit- ture. Gli Ottoni prevedendo d' in- felice esito la lotta col pubblico, e impotenti di ulteriormente portarne il peso, presero il partito di rinun- ziar ciò che temevano perdere. A- vanzarono supplica a Gregorio XI H, implorando facoltà di vendere al di lui figlio Giacomo Boncompagno i diritti che aveano sul paese, e per- chè il Papa ci convenne, gli cede- rono nel i5j6 con atto solenne il vicariato, vendendogli la rocca e tenuta delle Macere. Esultò il pubblico per sì fausta notizia, e spedì un' ambasciata a Roma per riverire il nuovo padro-» ne, e ringraziare il Pontefice; ma la cessione non ebbe più effetto , per avere ricusato 1' assenso uno de- gli Ottoni. Nel 1577 i matelicani chiamarono i cappuccini nel conven- to e chiesa della ss. Trinità, per loro edificati presso le sue mura. Nel 1578 avendo ommesso gli Ot- toni pagar alla tesoreria il cano- ne, cui si erano obbligati nell'in- vestitura , tanto bastò perchè la camera apostolica con decreto li di- chiarasse decaduti dal governo di Matelica. Indi fu incaricato il go- vernatore generale della Marca Ni- colò d'Aragona di prendere possesso del paese a nome della santa Sede a' 3 dicembre, che divenne giorno a64 MAT fausto e (li gioia pei matelicnni ; prestarono giuramento di fedeltà , scolpirono in pietra il lieto avveni- mento, ed innalzarono lo stemma pontificio nel palazzo. Matelica sino allora governata dai luogotenenti degli Ottoni, lo fu quindi dai com- missari pontificii. Non dimenticando gli Ottoni la loro signoria, non di- speravano ricuperarla, e andavano esercitando qualche alto dispotico. Si misero in capo di provare, che non dai Papi ma dagli imperatori erano stati investiti della signoria , indi a mezzo di messer Curzio Mor- roni di Gualdo, forse quello stesso ch'era stato loro luogotenente, Al- fonso Ceccarelli supplantò il diplo- ma di Ottone in principio ram- mentato; quindi Pietro Ottoni nel i585 invocò da Sisto V la revisio? ne della causa contro il comune, e gli riuscì ottenerla, spacciando che ricuperato il dominio 1* avreb- be ceduto a Michele pronipote del Papa. Domizio Domizii ricorse in nome de' matelicani a Sisto V, cui scopri la falsità del diploma, ed il Papa non permettendo la vendita di Matelica a Michele, fece comprar dalla camera la parte del vicariato che spettava a Gio. Maria Ottoni, figlio di Anton Maria, ed a Cesa- rea Varani di lui madre : a Sisto V si debbono pure i regolamenti ri- guardanti la magistratura e la ci- vica amministrazione, compilati dal visitatore apostolico Ongarese. Pii- conoscente il comune a Sisto V, collocò il suo stemma nella vaga fonte già costruita in piazza, insie- me a quelli del cardinal camerlengo, del cardinal Pinelli, e del pubblico. Tuttavolta lagrimevole conseguenza dell' accaduto fu uno scisma fra'cit- tadini, divisi nel partito degli Ot- toni, e in quello della patria, par MAT cifìrjali poi dal governatore di Ma? cerala Bandini. Rifiorì il commer- cio con sessanta fabbriche di tessuti di lana, ma nel i ^go si patì care- stia ed epidemico morbo, e Clemen- te Vili provvide agli enormi debiti contratti dal comune. Sotto la pro- tezione del giusto e pacifico gover- no pontificio si aumentò la indur stria patria, si migliorò il lanificio, e per lo smercio nel 1601 Clemen- te Vili concesse la fiera dai 21 settembre a' 4 ottobre, coi privilegi di quelle di Foligno e Recanati, indi ridotte nel 16(6 a sei giorni, incominciandosi a' 16 settembre, gior- no solenne per la festa del patrono s. Adriano, trasferita nel seguente giorno in seguito. La fiera poi del lunedì dopo la ss. Trinità, si deve alla confraternita di tal nome ; e quella detta del Crocefisso del pia- no, dopo la domenica in Albis, al 1777. Paolo V per compensare il comune de'novemila scudi co' quali aveva tacitato le ragioni di altri Ottoni, gli accordò alcune gabelle, e nel 1610 in vece de' commissa- ri stabi h per Matelica ur> gover- natore di breve, cor^ pieqa gimis- dizione civile e criminale, indipen- dente dal governatore generale delU provincia, così elevando Matelica a quel rango in cui erano le città più cospicue dello stalo, ed il primo preside fu il nobile concittadino An- tiloco Arcangeli. Per riconoscenza lo stemma di Paolo V, e quelli dei cardinali Borghese e di Cosenza, del concittadino Severini vescovo diocesano, e del governatore furono innalzati su tutte le porte pubbli- che. Nel 161 5 s'incominciò l'edifi- cio del monastero delle sacre ver- gini, intitolato alla ss. Annunziata ed a s. Adriano, ed il comune si MAT occupò dell' ornamento e polizia del paese. Nel 1622 nella collegiata fab- bricò l'altare (pare che la cappella fosse edificata o abbellita dopo il 1 656 per la peste che desolava diver- se parti dello stato) per collocarvi la statua della Madonna di Loreto ( forse oggi esiste nell' aula priorale, perchè nel 1697 ve ne fu dal pidj- blico sostituita altra di valente scal- pello ), dono del nobile matelicano Flaminio Razzanti tesoriere della Marca : il di lui fratello Ottaviano nel 164?- instituì in Maidica la congregazione de' filippini, erigendo pure casa e chiesa dedicata a s. Filippo. Però nel i652 Innocenzo X soppresse il piccolo convento dei domenicani, dalle cui rendite il co- mune ritrae annui scudi venticui- que a vantaggio d'un giovane stu- dente in Roma : la pia società del Rosario vi continuò la sua divozio- ne, e nel 1733 restaurò la chiesa. Circa il 1667 decadde l'utilissimo lanifìcio, per 1' introduzione nello stato di panni esteri, poi rivocata dal Papa, quindi fatalmente rinno- vata e vigente. A pubbliche spese nel 1 7 1 5 si compì 1' elegante chiesa delle Anime purganti, la cui santa unione ebbe principio dopo il 1690 pel zelo del cittadino p. Guglielmo Polidori. Già nel 1705 furono in- trodotti in Matelica i carmelitani scalzi , con magnifico convento e chiesa de' ss. Valentino e Teresa, con l'eredità Pellegrini rinunciata dai gesuiti con dolore dei matèli- cani, perchè dovevano aprirvi un collegio : i carmelitani cessarono di esistere nelle vicende de' primi anni del corrente secolo. L' incendio del 1708 divorò l'importante archivio capitolare, ove eravi quello della monastica abbazia di Roti; e nel ^71 3 fu rifusa la campana dellc^ MAT 265 pubblica torre. Per le ubertose mis- sioni date dai gesuiti nel 1727 ebbe principio la tenera divozione degli abitanti verso Maria ss. della Mi- sericordia, la cui immagine lascia- rono nella chiesa di s. Maria, e fa- cendosene copia si collocò in quella della nobile confraternita del Suf- fragio. Nel 1737 finì i suoi giorni in Roma Girolamo Ottoni, ultimo superstite della famiglia che dominò la patria, e fu sepolto in s. Maria in Monticelli : vivente, il comune r avea onorato con varie distinzio- ni. Mentre Matelica fioriva felice sotto il paterno governo pontificio, implorò ed ottenne l'antico rango di città, che Benedetto XIV gli re- stituì col breve Circumspecta ro- mani Pontìficis ^ de' 16 settembre 1753, presso il Ball. Magn.t.XìX, pag. 69, accordando al suo magi- strato l'uso della mazza argentea, della collana d'oro al gonfaloniere, e delle auree stole alle toghe se- natorie; laonde fu eretta nell'aula comunale marmorea iscrizione di' gratitudine. Nel 1 764 Clemente XllI a mezzo della congregazione di con- sulta diede uno stabile provvedimen- to al bussolo de' magistrati, col bre- ve Exponi nohis ; e la comune con parte dell' eredità Pellegrini fondò il ginnasio ad istruzione della gio- ventù, che oltre le scuole elemen- tari già esistenti, ebbe precettori di eloquenza, filosofia, teologia dora- malica e morale. Con autorizzazio- ne di Pio VI nel 177.5, in luogo dell'ospedale di s. Biagio eretto dal- la famiglia Lucarelli, fu eretto l'al- tro più vasto dove esisteva l' antica chiesa di s. Sollecito, cui si asse- gnarono le spettanze delle confra- ternite di s. Giuseppe, di s. Anto- nio e del Gonfalone. Rovesciato nel 1797 l'ordine pubblico per la ri- \olii7Jone repubblicnna , i francesi s* impadronirono di Maidica, ed eb- Jjero luogo quelle funestissime vi- cende, seguite da quelle dell' altra invasione francese, ritornando nel i8i5 al pontifìcio regime, essendo troppo noti i posteriori avvenimenti. La fede fu propagala in Maidica iie' primi tempi della Cliiesa, aven- dola appresa i paesani in Roma dalla bocca de' ss. Pietro e Paolo e dai loro primi successori : il Piceno e 1' Umbria nel secondo secolo era già tulio pieno di cristiani, accre- sciuti da quelli che fuggivano le persecuzioni dalle città più popolose. In Maidica sino dalla nascente Chie- sa vi fu eretta la cattedrale vesco- vile, ed Equizio fu il primo vesco- vo di cui ci resti notizia, che sotto- scrisse al concilio tenuto in Roma liei 4^7) <^3l Papa s. Felice 11 detto 111. Si vuole che il di lui prede- cessore s. Simplicio indirizzasse ad Equizio una celebre decretale sulla divisione dei beni ecclesiastici. Ci ri- mane la memoria d' un secondo vescovo per noaie Fiorenzio, che nel 55 1 sottoscrisse a Costantinopoli la condanna pronunciata dal Pontefice Vigilio, contro Teodoro vescovo di Cappadocia, e foi-se ritornò in Ma- tclica sul fine del 552, dopo aver sostenuto con Vigilio i diritti della Chiesa contro Giustiniano I, e con lui solferto persecuzioni per la giu- fclizia. Quanto tempo sopravvivesse Fiorenzio dopo il di lui ritorno, non lo dice la storia, e nenuneno se a* vesse successori. Fedi V Ughelli, halia sacra t. X, p. i3o. Invasa r Italia dai longobardi, la maggior })arle delle chiese restarono prive de' |>astori, per cui dal Papa furono raccomandate ai vescovi vicini, on de r epoca dell'estinzione del ve- itcovato di Matelica si assegna verso MAX il nyS, venendo raccomandato al vescovo di Camerino. Nel secolo XV HI, considerandosi troppo vasto il vescovato di Camerino, avendo già Benedetto XIII dichiarala sede vescovile Fabriano ed unitala a Ca- merino, nel modo dello all'articolo Fabriano, Pio VI staccò da Came- rino Fabriano e Matelica, e di ambe le città aeque priiicipatUcr insieme unite ne fece un vescovato imme- dialamenle soggetto alla santa Sede: quindi colla bolla de' 7 luglio 1785 fu Matelica reintegrata al pristino onore della cattedra episcopale, ed il primo vescovo Zoppelti fece il pubblico ingresso in città ai 3i ot- tobre, e nella solennità d' Ognissanti celebrò la prima messa pontificale. A perenne memoria di grato anima, i matelicani nell' aula del conrnune eressero nobile monumento che pre- senta l'immagine di Pio VI con analoga iscrizione, altra collocandone nella facciata del palazzo governa- tivo, nel 1792 da lui restaurato. La cattedrale con fonte battesimale è dedicata a Dio, sotto V invocazione di s. Maria della Piazza, di s. Bar- tolonteo apostolo, e di s. Adriano martire, di cui se ne venera il biac- cio. Il capitolo si compone dell'ar- ciprete dignità, di tredici canonici e quattro beneficiati, comprese le prebende del teologo e del peni- tenziere, e di altri preti e chierici addetti al servigio divino, essendo la cura delle anime affidata al par- roco. L' episcopio è prossimo alla cattedrale, oltre la parrocchia della quale altra ve n' è in città; vi sono in Matelica tre conventi di religiosi, due monasteri di monache, ed altri pii stabilimenti : il vescovo risiede in Maidica e in Fabriano alterna- tivamente. MATENGO Guglielmo, Cardi' MAX ndlc. Guglielmo Matengo di Pavia, arcidiacono di quella chiesa e poi cistcrciense di Chiamvalle presso Mi- lano, Adriano IV nel diceaibre i i55 lo creò cardinale diacono di s. Maria in Via Lata, e dopo Ire anni prete di s. Pietro in Vincoli, e nel 1176 fatto da Alessandro ]il vescovo di Porto e s. Rufìina. Adriano IV Io spedi a Federico I con altri tre cardinali per legato, ed Alessan- dro III, alla cui elezione inlerven- ne con due altri cardinali, l' inviò in Francia, Inghilterra e Sicilia, per indurre que' sovrani e regni alla sua obbedienza, ed abbando- nare r antipapa Vittore V, e per la sua robusta eloquenza tutto ot- tenne. Nel 1175 venne mandato a Federico 1 coi cardinali di Ostia e di Porto, per trattare i prelimi- nari di pace, alla cui conclusione con esso e col Papa si tiovò in Ve- nezia ; ma nel conciliabolo tenuto in Pavia sulla decisione del vero Papa erasi mostrato neutrale. Nelle con Iroversie del re d' Inghilterra e di s. Tommaso da Canlorbery, richie- sto dal primo con altri cardinali per giudice (lì rifiutato dal secondo, insie- me cogli altri, come partigiani del re. Morì in Monlecassino nel 1177. MATERA { Matcranm). Città con residenza arcivescovile del regno delle due Sicilie, nella provincia di Basilicata, capoluogo di distretto e di cantone, sulla riva destra del Gravina, bagnata dal Canopro, che va poi a congiungersi col Bradano. Giace lungo le due valli, ed occu- pa r altura intermedia. Le sue vie sono regolari, crescono i moderni edifici con eleganza, e vi si ammi- rano vari grandiosi templi. La cit- tà è antichissima, Guglielmo Brac- cio di ferro vi fu creato conte del- la Puglia nel 1043, e nell'epoca MAX li^j feudale fu sottoposta ai duchi di Gravina. Ila una scuola reale di belle lettere, medicina, diritto ed agronomia, ed altri stabilimenti , con più di dodicimila al)itanli : il suo distretto si divide in otto can- toni. Malera o Malcola si dice e- retta in sede vescovile dai greci nel IX secolo, e quindi unita a' tempi di Alessandro II ad Acerenza. In- nocenzo III per togliere le conte- stazioni con la metropolitana d* A- cerenza, malgrado l' opposizione dei suoi abitanti, die il titolo arcivesco- vile a Matera, restando unita ad Acerenza, la quale eretta nel III secolo, per alcuni anni fu poi sot- tomessa ad Otranto che avea ab- bracciato il rito greco sotto Policu- to patriarca di Costantinopoli, indi divenne suliraganea di Salerno. Da Nicolò li fu elevata ìid arcivescovato nel secolo XI, e l'arcivescovo stabilì nel XII, la sua residenza a Matera, quando rovinala la città di Ace- renza dalle guerre così dispose In- nocenzo HI. Nel pontificalo di Eu- genio IV Matera fu ripristinata e divisa da Acerenza, ma dopo alcuni anni venne rinnovata 1' unione, ^^ più tardi Clemente Vili nel i^ycj confermò 1' unione di Matera ad Acerenza. Finalmente J^io VII nel 1818, colla lettera apostolica Do iitiliori^ soppresse la sede di Matera, unendola ad Acerenza in perpetuo. Quindi revocando V anteriore sop- pressione ed unione, colla lettera apostolica Ex mysieriosa per citni qui sedet , de' 1 5 marzo 1818, nuovamente eresse V arcivescova- to di Matera, restando però uni- to a quello di Acerenza con re- sidenza a Malera dell' arcivescovo di Acerenza e Malera. Anticamente furono sulFraganei di Acerenza i ve- scovi di Venosa, Melfi, Hapolla, Monlc !3tr,8 M A T I*eloso, Potenza, Tursi ed Anglona, Gravina e Tricarico, la maggior par- te de' quali soltoposligli da Alessan- dro II. Al presente A Gerenza e Ma- tera hanno per sufTraganei i vescovi di Anglona e Tursi, sedi unite, Po- tenza, Tricarico e Venosa. F. Ace- EENZA. Ecco lo stato di Acerenza e di Malera secondo rullima proposi- zione concistoriale, le cui arci- diocesi unite si estendono per cir- ca cìnquantaquattro miglia di ter- ritorio, contenendo più luoghi. La cattedrale di Acerenza è dedicata a Dio sotto l'invocazione di s. Ca- no martire suo vescovo e patrono, e trovasi in istato rovinoso; quel- la di Matera è sotto il tìtolo della Beala Vergine de Bruna, e di s. Eustachio. Il capitolo di Acerenza si compone di tre dignità, la pri- ma delle quali è l'arcidiacono, di venti canonici, e di cinque man- sionari partecipanti; quello di Ma- tera, di tre dignità, essendo la mag- giore il decano, e di trenta canonici; in ambedue vi sono le prebende teologicale e penitenziaria, ed altri preti e chierici addetti al divino servigio. In ambedue le cattedrali vi è il fonte battesimale, e la cura delle anime si esercita in Acerenza dalla prima dignità, in Matera dal- la seconda, ciascuno coadiuvati da un sacerdote amovibile. Soltanto Matera ha l'episcopio ed il cimi- terio. In Acerenza non avvi altra chiesa parrocchiale, bensì un con- vento di religiosi, diversi sodalizi e l'ospedale. In Matera vi sono tre altre chiese parrocchiali, munite del battisterio, ed una è anche collegiata con quindici canonici e la dignità dell'abbate; tre conventi di religiosi, altrettanti monasteri di monache, un conservatorio, confraterni le^ se- M A T minarlo di chierici per le due nr- cidiocesi, e monte di pietà. Ambe- due le mense unite sono tassate ne' libri della camera apostolica ad ogni arcivescovo in fiorini 4o^> ^o''" rispondenti a circa ^5oo ducati napoletani, gravati di alcuni oneri. Ecco la serie de' vescovi ed arci- vescovi di Acerenza e di Matera, secondo l' Ughelli, Italia sacra, t. VII, p. 5 e seg., continuata dalle annuali Notizie di Roma. 11 primo vescovo di Acerenza fu Romano che fiorì verso l'anno 3 co, nel pontificato di s. Marcellino, e governò circa ventinove anni. Ne furono successori, Monocollo, Pietro, Silvio, Teodosio, Alore, Stefano I, Araldo, Berto , Leone I, Lupo, E- valanio, Azo, Asedeo, Giuseppe, e Giusto che sottoscrisse nel sinodo romano del 499 tenuto da Papa s. Simmaco. Dopo di lui non si hanno notizie di altri vescovi per 277 anni circa. Leone li, uomo santissimo, governava verso il 776, e si recò in pellegrinaggio a Ge- rusalemme: prima costruì un lem- pio in onore di s. Cano o Canione, e vi trasferì il corpo da Atella, morendo in Africa nel 799 in re- gione JuUanae, chiaro per miracoli. Il vescovo Rodolfo gli successe, e trasportò in Acerenza nella chiesa di s. Gio. Battista parte del corpo di s. Liverio martire, che tolse da ^Grumento rovinata dai saraceni. Gli successero, nell'SSo Leone IH, Andrea I, Giovanni l, Giovanni II monaco benedettino, Stefano II tlel 1024, Stefano IH, Stefano IV, Goderio 1, Goderio II nipote del precedente, e fu l'ultimo vescovo di Acerenza. Il primo arcivescovo è Geraldo, decorato di tal dignità o da s. Leone IX o da Nicolò II; inori verso il io()6, e Alessandro M A T II vi sostituì Arnoldo cui conferì il pallio, e morì nel iioi. Pietro ebbe de'privijegi nel 1106 da Pa- squale IJ, e visse sino al ii4'2) i» cui gli successe Durando, indi Ro- berto al quale Eugenio 111 nel 1 i5i confermò le concessioni di Pasquale 11. Nel 1178 Alessandro Ili fece arcivescovo Riccardo che intervenne al concilio generale di Laterano III : è rammentato da Innocenzo III nell' inféudazione di s. Maria di Matera, che appartene- va alla mensa della chiesa di A- cerenza. Pietro del i i84j altro Pie- tro del 1194» Rainaldo romano chiaro per letteratura , esperienza ed eloquenza,, fu consacrato nel 1 ig8 da Innocenzo III, ed assai da lui stimato morì nel 1200. 11 ca- pitolo elesse l'arcidiacono Andrea, confermato da Innocenzo III, il qua- le per la desolazione in cui era Acerenza, nel i2o3 eresse di nuo- vo Matera in sede arcivescovile u- iiita ad Acerenza con V uso del pallio, onde in Matera l'arcivesco- vo fissò la sua residenza, sottoscri- vendosi e intitolandosi arcivescovo di Acerenza e Matera. Nel i252 Innocenzo IV creò arcivescovo M. Anselmo, cui successero: nel 1268 fr. Lorenzo domenicano, cappellano del cardinal Annibaldi ; nel 1277 Pietro de Archi a eletto per com- j>romesso dal capitolo i fr. Leonardo de'minori nel 1284 amministrato- re ; fr. Gentile Orsini domenicano, dotto, eloquente e pieno di esperien- za, del i3oo; d. Guidone cistcr- ciense amministratore del 1 3o3 ; fr. Landolfo domenicano del i3o6, di gran virtù e scienza; fr. Roberto degnamente gli successe nel 1 3o8; Pietro traslato da Venosa nel i334; Giovanni Conlelli dottore in legge chiarissimo del i343; Bartolomeo MAT 2G9 Prignanì del i363, Iraslato a Bari nel 1377, e creato Papa col nome di Urbano VI nel 1378: Gregorio XI gli aveva dato in successore Nicola Acconciamuri. Insorto contro Urbano VI l'an- tipapa Clemente VII, questi nel 1879 v'intruse Giacomo de Silve- stri: nel i38o Urbano VI gli so- stituì Bisanzio Morelli di Matera, già suo vicario quando era arcive- scovo. Tommaso di Bilonto, e Pie- tro Giovanni Baraballi napoletano del 1 392 ; fr. Stefano del 1 3^)5 ; Riccardo di Olevano del 1402 ; Nicolò Piscicelli napoletano del 1407, ornato d'ogni virtù; MiUi- fiedo aversano del i4i4j d' singo- iar prudenza e cognizioni, ma di- venendo inviso a Gio. Antonio Orsini conte di Matera, di questa Eugenio IV ne affidò l'amministra- zione a Pietro vescovo di Motula nel 144^1 ^^^^ l'assegnò al di lui fratello Madio de'minori , e poscia nel i444 l'i unì nuovamente le due sedi e le conferì a Marino de Pao- li, che le restituì all'antico decoro. Sisto IV nel i47> vi trasferì fr. Enrico Lungardi domenicano di Palermo, ottimo pastore, confer- mando con diploma 1' unione di Acerenza e Matera. Nel 148 3 di- venne arcivescovo Vincenzo Pal- mieri napoletano, lodato per virtù e benemerito dell' immunità eccle*. siastica: Leone X nel i5i6 gli die per successore il nipote Andrea Matteo Palmieri , che nel i527 Clemente VII creò cardinale, e nel 1528 rassegnò le due chiese al fratello fr. Francesco de'minori con- ventuali. A questi nel i53i suc- cesse Gio. Michele Saraceni che GiuliolII creò cardinale nel i55i, e per sua dimissione nel ì55'j il nipote Sigismondo Saraceni, che 270 MAX inlervenrte ni concilio di Ti-ento, Nel i586 Francesco Anlonio Snn- torio ; nel k^QI Finncesco de Abiilancda portoghese ; nel i^qB Scipione de Tel fa lelleiato napo- letano; nel 1^96 Giovanni Miro di Barcellona; nel i6o5 Giusep- pe Rossi aquilano: questi ridus- se a trenta i canonici di Ma te- la, ripristinò la dignità di cantore, ed eresse il seminario. Nel 16 ri fu fatto arcivescovo fr. Giovanni tSpilia domenicano, teologo illustre 5pagnnolo ; nel 1621 Fabrizio An- tinori napoletano d'eccellenti qualità e prudenza : fece salutari decreti sinodali, ed a'24 ottobre 1627 consagrò solennemente la cattedrale di Matera, edificata nel 12^0. Nel i63o fu promosso all'arcivescovato il cardinal Domenico Spinola ; nei iG38 Simeone CaralFa de'duchi di Roccella, di singolare integrità di vitn, moderazione e zelo; nel 164B Gio. Ballista Spinola nipote del cardi- nale, pastore egregio; nel i665 Vin- cenzo Lanfranchi traslato da Tri- venlo; nel 1678 Antonio del Rio Colminares, trasferito da Gaeta, che governò lodevolmente; nel 1708 Antonio Maria Brancacci nobile teatino napoletano; nel [723 fr. Antonio Giuseppe Maria Positani di Napoli, traslato da Acerra ; nel 1780 d. Alfonso Mariconda cassi- nese, tiaslato da Trivenlo; nel 1787 d. Giovanni Rosso teatino di Ca- po di Monte, traslato da Ugento ; nel 1788 Francesco Lanfreschi d'I- schia, traslatoria Gaeta; nel 1754 Anlonio Anlinori dell'Aquila , tras- lato da Lanciano; gel 1758 d. Serafino Filingeri cassinese bene- ventano; nel 1763 d. Nicolò Fi- lomarino monaco celestino di Na- poli ; nel 1767 d. Carlo Parlato de' pii operai napoletano, traslato MAX da Potenza; nel 1776 Francesco Zunica di Lucerà; nel 1797 Ca- millo Calanco de'marcliesi di Mon- te Scaglioso napoletano. Per sua morte il Papa Gregorio XVI nel concistoro de'fì aprile i835 dichia- rò arcivescovo di Acerenza e Ma- tera l'odierno monsignor Antonio de Macco, nato in Livorno, dimo- rante nella diocesi di Gaeta, cano- nico di quella cattedrale, e profes- sore di quel seminario. MAXERIALISMO. Dottrina fah sa ed empia di quelli che osano sos- tenere che tutto è materiale, che l'anima non è immortale: il Ber- gier in due tomi pubblicò: Esame del materialismOy Venezia 1772. Materialisti o materiariiy si chia- marono quegli antichi eretici che ammettevano una materia eterna, con cui Iddio avea creato il mon- do, invece di riconoscere colla sacra Scrittura che lo avea tratto dal nulla. Xertulliano combattè i ma- terialisti nel trattato contro Ermo* gene. MAXERNO (s.) , vescovo di Colonia e di Xreveri. La vita di questo santo vescovo venne assai sfigurala dalle favole degli scrittori di leggende, i quali 1' hanno fatto discepolo di s. Pietro. È certo che verso la fine del terzo secolo fu mandato dalla santa Sede nelle Gallie con s. Eucario e s. Valerio a predicarvi il vangelo ; che fu successivamente vescovo di Colonia e di Xreveri i e che mori qualche anno prima del 347. Assistette co- me vescovo di Colonia ai due con* cilii che si tennero contro i dona- tisti, r uno a Roma ai 2 ottobre del 3i3, e l'altro ad Arles il pri- mo agosto del 814. L'Alsazia lo onora come suo apostolo; egli vi distrusse l'idolatria , e vi fabbricò MAT molte cliiese in onore di s. Pietro. La sua festa si celebra ai i4 di settembre. MATILDE Contessa. F. Coiv- TESSA MaTIT.de, MaNTOVA, LuCCA, 6 s. Gregorio VII. MATRICOLA. Catalogo, indice, registro, lista che si tiene per no- tarvi le persone ch'entrano in qual- che corpo o società. Degli antichi cataloghi o indici delle chiese, la cui origine risale ai primi tempi del cristianesimo, chiamati Malriciilae o Tabiilae Ma Incula ri ae, la storia ecclesiastica fa menzione di due sor- te di matricole, l' una che conte- neva la lista dei poveri alimentati a spese della chiesa, l'altia che con- teneva la lista degli ecclesiastici e clero della chiesa medesima, od an- che di tutta la diocesi. La matri- cola o il costume di formare il ca- talogo de' poveri si rinviene nelle lettere 4^ e 46 di s. Gregorio I, lib. 3, ed in altri monumenti. Questi poveri erano d' ambo i sessi, spe- cialmente le vedove ed i pupilli, che si alimentavano coi beni e rendite di quella chiesa cui appartenevano: erano chiamati Matriculani^ e vi- vevano sotto la cura e sorveglianza de'rispettivi vescovi, sacerdoti, ed in Roma dei diaconi, ond' ebbero ori- gine le Diaconie cardinalìzie [Fedi) j chiese presso le quali eranvi case, ospizi ed ospedali pei poveri, le qua- li case furono pure altrove per ri' cettare i poveri ed alimentarli: ta- le casa d' ordinario fabbricata vici* no alla porta della chiesa, soleva chiamarsi anche Matricida paupe- rum. In alctme di queste chiese i poveri vi esercitavano qualche uf- fizio manuale, come lo scopai le e il suonar le campane. MaUicidariae furono dette le Diaconesse [Fedi)^ le presbileresse e le vedove ali* MAT 7.71 meniate colle rendile delle chiese. Non tutti i poveri erano ascritti al catalogo, e perciò a carico della chiesa, molli alimentandosi colle e- lemosine somministrate dai più ric- chi del popolo crisliano. La matri- cola delle chiese riguardante il cle- ro , concerneva V ordinazione del medesimo, il libero esercizio nelle chiese del sacro ministero, e il di- ritto di godere dei beni delle me- desime. La matricola della diocesi conteneva i nomi dei ministri del- la chiesa distribuiti in ordini o classi. Nel primo ordine era la li- sta dei sacerdoti ; nel secondo quel- la dei diaconi ; nel terzo i suddia- coni ; nel quajto gli accoliti ; nel quinto gli esoicisti ; nel sesto i let- toli, e nel settimo gli ostiari; quin- di erano setle ordini o classi, sette ranghi o divisioni. Quando restava vacante qualche piazza, era questa subito occupata dal ministro che cuopriva quella che le veniva die- tro immediatamente : per esempio il primo diacono rimpiazzava 1' ul- timo sacerdote, e così degli altri ministri ; di maniera che a ciascu- na vacanza facevasi un movimento progressivo in tutto il catalogo o indice. Perciò fu detto promovere agli ordini, per dire spingere alcu- no in un ordine più elevato, farlo salire alla classe superiore ^ giacché non era permesso di saltarne alcu- na, e facendo diversamente chia- mavasi farsi ordinare per sallurn^ tranne l'eccezione per gli ordini minori, per uno de' quali bastava talvolta di passare, e di esercitarne le funzioni per molti anni, per po- ter essere in seguito promosso agli ordini maggiori. Dice il Macri, che Malricularii erano chiamati i chie- rici che registrati in detti cataloghi ricevevano lo -slipcndio stabilito io- 272 MAX ro dal vescovo ; e che per la me- desima Vagione ogni canonico asse- gnato al servigio di qualche chiesa per officiarla era chiamato canoni- cus matricularius. I cataloghi o indici delle chiese sono antichissimi , tanto del regi- stro del clero, che dei poveri, e dell' albo de' sacri ministri se ne fa menzione nel concilio generale di J\icea celebrato nel 325, can. 19, e nel 5o fra i canoni apostolici. Dal can. 86 del concilio Milevitano si apprende l'esistenza di un cata- logo tutto proprio delle chiese a- fricane, in cui si scrivevano i no- mi dei vescovi di ciascuna provin- cia, onde alla morte del metropo- litano non nascessero contese sulla persona da sostituirglisi, essendo leg- ge che il vescovo seniore ascendesse a quel grado. JNe'tempi posteriori al nome Matricida fu attribuita una più estesa significazione, esprimen- dosi per essa anche le cose risguar- danti il clero, come l'ordine di ce- lebrare ogni settimana i divini of- fici, e il servigio da prestarsi dai chierici. I Dittici ecclesiastici (Vedi) furono cataloghi o sacre tavole pub- bliche della primitiva Chiesa, chiama- te tabellaeepiscopales, tabulae sacrae, catalogiis episcoporiim, mysticae ta- bulae, ec. Contenevano i nomi degli offerenti, de' magistrati', personaggi e sovrani, de' chierici d'ordine su- periore incominciando dai Papi, dei battezzali, de' santi, de' martiri, dei confessori, de* morti nella fede or* todossa, de'concilii ecumenici; e di- videvansl in due parti, cioè dei cristiani vivi e dei morti, insigni o per santità o per benefizi segnalati fatti alla Chiesa. L'origine de' ditti- ci rimonta ai tempi apostolici, ces- sando nel secolo XII circa, quando fu stabilito che il manenlo de^ vi' MAX vi e de' morti si facesse nella mes- sa dal sacerdote celebrante in silen- zio, non però nelle chiese oltramon- tane : nell'odierna disciplina della chiesa romana rimane qual monu- mento degli antichi dittici ecclesia- stici il doppio memento del ca- none. MATRIGA o MEXRACHA. Se^ de arcivescovile della provincia di Zichia, della quale fu vescovo lati- no Giovanni de' minori del 1349* Oriens christ. t. Ili, p. 11 14. MAXRIMONIO, Matrìmonium , Connubium, Conjugium. Unione ma- ritale dell' uomo e della donna, ed uno de' sette sagramenti, detto an- cora Maritaggio, Nozze^ nuptiae. 11 nome di matrimonio, latinamente matrimoniuni j dev'iva da maire, per- chè una donna non deve maritarsi se non che per diventare madre j ovvero da matris, munus o mwiia^ perchè gli obblighi delle madri so- no più considerabili nello stato di matrimonio, che non quelli dei pa- dri, giacché i figli che ne sono il frutto, danno sempre maggiori pene alle madri, dalle quali esigono mag- giori cure tanto prima, che dopo, ed in tempo del parto. Il matri- monio chiamasi anche con/iigiiini ^ nuptiae, nozze, dal verbo nubere, velare, perchè anticamente le don- ne maritale portavano un velo sul- la testa, in segno di modestia, di pudore e di sommissione ai loro mariti. I giureconsulti chiamano al- tresì il matrimonio, consortium, a motivo dell'intima unione che lega fra di loro i coniugi, ed i greci lo chiamavano corona^ perchè il sacer- dote che celebrava il matrimonio presso di loro, metteva delle coro* ne sulla testa dei novelli maritati. Questo uso ebbe luogo tanto presso i gentili e gli ebrei^ quanto presse^ MAT i cristiani della primitiva Chiesa. Vedi Corona. Si chiama sposo , sponsus, quegli che novellamente è ammogliato ; e sposa, sponsa, nova ììitpta, la donna maritata di fresco: dicesi sposalizia e sposalizio, spon- salia, la solennità dello sposarsi, sponsalizie. Deve però avvertirsi che gli sponsali, sponsalia^ si dividono dai canonisti iji sponsalia de prae- seiitiy dì è appunto il matrimonio, e sponsalia de futuro, ossia la pro- messa valida ed accettata del ma- trimonio fuluroi e così pure spon- sus et sponsa possono avere l'una e l'altra significazione. Il marito, maritusj vir, è l'uomo che un le- gittimo legame unisce alla donna per vivere con essa in consorzio inseparabilcj procreare figli ricono- sciuti dalla legge, ed educarli. Il marito è il protettore di sua mo- glie, deve perciò difenderla anche a pericolo della sua vita : egli è il depositario del di lei onore ; deve ditènderla innanzi ai tribunali con- tro qualunque offesa ed accusa, al- trimenti è reo di colpevole indi- ferenza, ed è indegno di vivere con quella. Ha altresì 1' obbligo di far valere i diritti della moglie, d'impe- dire il deperimento de'suoi beni, e di procurare d'aumentarne il valore : l' unione coniugale però non costi- tuisce per se sola la comunione de'be- ni tra marito e moglie, richieden- dosi uno speciale contratto. La mo- glie, uxor, conj'ux, è la femmina congiunta in matrimonio. Fedi Don- na e Uomo. Coniugi diconsi i mari- tali perchè portano insieme quasi la metà del giogo. E gravissimo do- vere de' coniugi di amarsi fra lo- ro con un amore singolare, casto, costante, per cui si serbino inviola- ta fedeltà, non solo nelle azioni, ma nei sentimenti ancora e negli VOL. XLIII. MAT 273 affetti del cuore, si aiutino scam- bievolmente e si compatiscano nei personali difetti, e di buona voglia portino insieme il giogo delle tri- bolazioni, che non sogliono mai da questo stato disgiungersi. Dopo la promulgazione del vangelo la mo- glie non è più schiava dell' uomo» ma è tornata ad esserne la compa- gna, come lo fu quando Dio la tras- se dal fianco di lui. La moglie deve essere sottomessa con amore al ma- rito, rispettosa e benevola verso i suoceri, intenta al buon ordine di famiglia e al buon andamento del- le cose domestiche. Le amarezze, i dissapori, le discordie fra i congiun- ti non sono peccati solamente con- tro la carità del prossimo, ma con- tro ancora uno dei più grandi do- veri dello stato matrimoniale. Ob- bligazione gravissima de' coniugi è r amare i figli con amore regolato dalla fede e carità cristiana, nutrirli onestamente, custodirli nella salute corporale, istruirli nella religione e nella virtù; correggerli proporziona- tamente, edificarli con buoni esem- pi, far loro apprendere le scienze e le arti corrispondenti all'inclinazione dell'animo e alla condizione delle famiglie; essendo i figli dati da Dio in custodia ai coniugi, a' quali ne dimanderà stretto conto. La madre durante la gravidanza deve procu- rare che non succeda nulla di fu- nesto al suo figlio per propria col- pa, e deve allattarlo se può. I ge- nitori devono mantenere l' unio- ne fra i loro figli, amarli tutti e- gualmente, e non mai forzare la loro inclinazione per la scelta di uno stato. Le pertone maritate de- vono considerarsi come i padri e pastori de' loro domestici. Fedi Fa- migliare. Il catechismo del concilio di i8 274 ^lAT Trento definisce il matrimonio, la unione coniugale dell' uomo e del- la donna, che si contrae fra per- sone, le quali ne sono capaci, ^se- condo le leggi naturale, divina ed umana, e che le obbliga a vive- re inseparabilmente ed in una perfetta unione V una con V altia. £ un'unione peichè il matrimonio consiste propriamente ed essenzial- mente nel legame coniugale, espres- so dalla parola unione. E un' unio- ne coniugale dell' uomo e della donna nel numero singolare, per e- scindere cosi la poligamia, o mol- tiplicazione delle mogli, e la po- liandria o moltiplicazione de' mari- ti in un tempo stesso, e per fare altresì intendere, che le parti con- traenti devono essere di diverso ses- so. Final niente è un* unione che obbliga i contraenti a vivere insepa- rabilmente l'uno coll'allra fino alla morte, perchè il legame che unisce insieme il marito e la moglie, è in- dissolubile di sua natura. Quanto all'essenza del matrimonio, insegna s. Tommaso che bisogna considera- re il matrimonio sotto tre diversi aspetti, per rapporto cioè ai tre fi- ni digerenti che Dio vi si è pro- posto, che sono la propagazione perpetua del genere umano ed un dovere di natura, officiuni naturae; il bene della società civile, e per regola le leggi civili ; il bene della Chiesa, per cui il matrimonio è un sagramenlo soggetto alle leggi ec- clesiastiche, le quali aggiungono al matrimonio, come dovere delia na- tura, l'essere di sagramento istituito da Gesù Cristo, e la promessa del- la grazia necessaria per soffrire con pazienza le pene del matrimonio, e per educare cristianamente i Figli (f^edi). Il matrimonio consideralo io tal maniera può essere definito, MAT I' unione coniugale dell' uomo e della donna contratta indissolubil- mente fra persone capaci secondo le leggi, elevata per istituzione da Gesù Cristo all'essere di sagramento per dare ai due coniugi la grazia di amarsi santamente, di compatirsi e tollerarsi caritatevolmente, e di e- ducare i loro figli nella pietà cri- sliana, oppure un sagramento della nuova legge che unisce con un no- do indissolubile un uomo cristiano con una donna cristiana, e che con- ferisce loro la grazia necessaria per santificarsi, e per educare cristiana- mente i loro figli. Alcuni eretici pretesero, che il ma- trimonio consistesse essenzialmente neir uso del medesimo, ossia nella consumazione. Il ven. Bellarmino opina, che la consumazione sia una parte integrante, benché non essen- ziale del matrimonio. Altri teologi sono d' avviso, che questa parte es- senziale è la tradizione mutua dei corpi, o la reciproca obbligazione di prestarsi al dovere coniugale, od il diritto che hanno i due coniugi r uno su r altro. Ma sembra che r essenza del matrimonio, conside- rato sotto questo aspelto , consista unicamente nel legame perpetuo ed indissolubile, che deriva dal consen- timento reciproco dei contraenti , che forma uno stato fisso e per- manente come il legame perpetuo. La consumazione e conoscenza car- nale non costituisce punto l'essenza del matrimonio. Si legge nella Ge- nesi cap. 2, 4) che Adamo ed Eva non si conobbero carnalmente, se non dopo che furono scacciati dal paradiso terrestre, sebbene fossero maritati prima. La Beata Vergine e s. Giuseppe, i quali restarono sempre vergini, furono però essi veramente maritati. Gli sposi che MAT si obbligano alla continenza con un mutuo consentimento, non lasciano perciò dal contrarre veramente an- ch'essi. Ne il reciproco consentimen- to de'coningi, ne la tradizione dei corpi, ne l'obbligazione di rendere il dovere coniugale, ne il diritto che hanno i due coniugi l'uno sulKaltro, non costituiscono essenzialmente il matrimonio; perchè il consentimento reci picco non è che un alto mo- mentaneo, il quale perciò non può formare l'essenza di uno stato per- manente , e perchè la tradizione de' corpi, l'obbligazione di rendere il dovere, il diritto mutuo dei con- iugi, non sono che le conseguenze del matrimonio, ch'essi suppongono di già contralto. Moltissimi poi so- no gli esempi de' coniugi che vis- sero veigiui, con reciproco consen- so : ne i iporteremo alcuni. 1 ss. En- rico I o 11 imperatore, e Cunegonda imperatrice, per vicendevole patto tra loro. Quando la gran Contessa Matilde A bene della Chiesa per con- siglio di Urbano li si decise a spo- sare in seconde nozze Volfone V duca di Baviera, lo fece colla con- dizione dallo sposo accordata, di vi- vere insieme vita di perfetta conti- nenza. La beata Cunegonda regina di Polonia, nel matrimonio di qua- rant' anni con Boleslao duca di Cracovia, conservò illibata la vir- ginità, e poi si fece monaca di s. Chiara. La b. Lucia di Narni do- menicana, nel matrimonio avea con- servata la virginità, onde Benedetto XI li gli decretò la messa del co- mune delle vergini. Moltissimi pure furono quelli, che volendo vivere continenti colie loro spose, abbrac- ciarono lo stato ecclesiastico secola- re o regolare, e le mogli si fecero monache, e molti divennero vesco- vi e santi. Altri nei primi tempi MAT 27.5 della Chiesa elevati all' episcopato, vissero colle mogli che avevano già, come fratelli e sorelle. La beata Umiltà fondatrice delle vallombro- sane, dopo aver partorito due figli, e questi morti, di consenso coi ma- rito dopo nove anni si separarono: essa si fece monaca, ed il marito canonico regolare, e fu il beato Lo- dovico Caccianeraici. Dopo aver s. Caterina Fieschi convertito il pes- simo marito Giuliano Adorno, que« sti col di lui consenso si fece reli- gioso del terzo ordine di s. Fran- cesco, ed essa continuò a vivere santamente. Nella chiesa greca è di precetto, che due coniugi cristiani debbano astenersi dall' uso del ma- trimonio in tempo di quaresima, negli altri giorni di digiuno, nelle soleimità, e quando si dispongono a partecipare della sacra mensa : nella chiesa latina non è questo un pre- cetto, ma un semplice consiglio. Il marito e la moglie devono recipro- camente rendersi il dovere coniu- gale, giusta le parole di s. Paolo: questo dovere reciproco non è però illimitato, poiché se l'uso avesse da alterare la salute o mettere a peri- colo di morte l'uno de' coniugi, sono dessi in allora dispensati dal reciproco dovere come dice s. Tom- maso. Il marito poi deve avere i debili riguardi per la moglie, nello stato di gravidanza , di puerperio e di lattazione. Ecco 1' elogio che del maritaggio cristiano fece Ter- tulliano ne' due libri che indirizzò a sua moglie prima di farsi prete. y> La Chiesa approva il contralto , l'oblazione lo ratifica, la benedizio- ne lo suggella, gli angeli lo porta- no al Padre celeste che lo conlèrraa. Due persone portano lo stesso gio- go, elle non sono che una sola car- ne ed un' anima sola ; si esortano 276 MAT a TÌcendo alla virtù; pregano, di- giunano, vanno insieme alla chiesa e alla racnsa del Signore ; elle non si tengono niente ascoso 1' una al- l' altra; visitano i malati, raccolgo- no senza contrasti delle limosine, assistono senza interrompi mento al- l'uffizio divino, cantano insieme i salmi e gì' inni, e si eccitano reci- procamente a lodar Dio". § I. Dell* insti tuzìone del mairi- moniO) della materia e sua for- ma» Considerandosi il matrimonio co- me un dovere della natura, o come un sagramento, il matrimonio come dovere della natura e contratto na- turale deve la sua istituzione all'i- stinto medesimo della natura, il quale porta gli uomini a moltipli- carsi in una società legittima, ed alla volontà del Creatore, il quale for- mò i due sessi con quella intenzio- ne, gli unì insieme nella persona di Adamo e di Eva, li benedì dicen- do loro : crescete e moltiplicatevi. 11 Pontefice Innocenzo Ili condan- nò come erronea l'opinione di co- loro, i quali credevano che gli uomini si sarebbero moltiplicati sen- za r uso del matrimonio, qualora fossero rimasti nello stato d'inno- cenza : si sarebbero essi adunque moltiplicati nello stato d' innocenza coir uso del matrimonio, ma senza concupiscenza o desiderio della car- ne. Benché Dio sia l' autore del matrimonio, come contratto natu- rale, devesi però dire colla mag- gior parte de' teologi, che questo contratto non è stato un vero sa- gramento, ne sotto la legge di na- tura, né sotto lalegge scritta, perché non conferiva egli la grazia, e non era che una figura assai imper» M A T fetta dell' unione di Gesù Cristo col- la Chiesa. Molti eretici condannaro- no il matrimonio come cattivo, al- tri pretesero che non fosse un sa- gramento della nuova legge. Altri poi vollero considerarlo come un semplice contratto civile, dicendo che tale lo riguardarono i primi imperatori cristiani. Il matrimonio é cosa lecita e buona perchè ha Dio per autore, e per fine la genera- zione e l'educazione de' figli ; perchè la propensione della natura ad esso viene dal Creatore, perchè la Chiesa lo approva, e perché santissimi perso- naggi lo contrassero in tutti i tem- pi. £ un sagramento presso i cri- stiani, perchè ha tutte le condizio- ni richieste per un sagramento del cristianesimo ; è un segno sensibile che apparisce nel consentimento este- riore e reciproco dei due coniuj^i non impediti ; è un segno sacro che rappresenta 1' unione fìsica di Gesù Cristo colla Chiesa coli' in(;arnazio- ne, e la spirituale colla carità; è un segno che produce la grazia, la qua- le induce i due coniugi ad amarsi di un amor casto, a vivere pacifi- camente, ed a santificarsi in mezzo ni doveri ed agli incomodi della famiglia, come lo spiega il concilio di Trento; é un segno istituito da Gesù Cristo quando assistette alle nozze di Cana, e quando diede loro la sua benedizione ; è un segno isti- tuito in una maniera permanente. La Chiesa, dopo Gesù Cristo, ha sem- pre detestato i matrimoni contratti senza le sante cerimonie eh' essa prescrive, dottrina provata a mezzo della Scrittura, de'padri e de'con- cilii. Gesù Cristo si degnò restituire al matrimonio la perduta sua di- gnità , mentre presso la maggior parte degli antichi era ridotto qua- MAT si nulla più che uno slato pieno di corruUela e di scandalo ; e giunse fino ad innalzare quel consenso le- gittimo, ovvero quel contratto da cui ne viene la legittima unione maritale, al grado sublime di sa- gramento, per lo che il matrimonio acquistò un' indole soprannatura- le, ed una maggior fermezza ^e indissolubilità. Avendo pertanto Ge- sù Cristo lasciate le cose di que- sta specie, siccome erano in avanti per natura e per divina istituzione, e Solo aggiunto al consenso mari- tale il grado, la dignità , la grazia propria di un vero sagramento, per incontrastabile conseguenza ne vie- ne, che il matrimonio de'cristiani è tutto insieme contratto e sagra- mento, che l'uno non può distin- guersi dall' altro. Che il matrimo- nio sia uno de' sette sagramenti, sempre è stato creduto universal- mente, e la Chiesa lo ha definito come un domma di fed e nel concilio di Verona del ii84 presieduto da Lucio IH, e ne'generali ecumenici di Laterano III, di Costanza, di Fi- renze e di Trento. A provarlo colle divine scritture può trarsi sufficien- te argomento da s. Paolo nell'epi- stola agli efesii e. V, dove dice del matrimonio cristiano, sacranicntiun hoc magnurn est: ego autem dico in Chris to et in ecclesia j e dove fa un paragone tra i coniugi da un Iato, e Gesù Cristo e la sua Chiesa dall'altro, esortando quelli ad amar- si r un r altro di quella dilezione certo soprannaturale con cui Gesù Cristo amò la Chiesa sua, e rappre- sentare in sé medesimo la stretta unione che congiunge Gesù Cristo istesso alla sua Chiesa. Ma questo domma cristiano cosi insegnato o indicalo dall' apostolo delle genti, riceve molto maggior luce e forza MAT 277 dall' argomento irrepugnabile della tradizione universale della Chiesa, e da quella che ne consiegue della prescrizione. In fatti s. Cirillo A- lessandrino, s. Ambrogio , s. Inno- cenzo I e tanti altri lo dichiarano precisamente un sagramento; e dal» la storia ecclesiastica si rileva , che la Chiesa ha sempre avuta una par- ie diretta in ciò che al vincolo matrimoniale appartiene. Se alcun teologo o canonista parve esprimer- si quasi dubitando che il matrimo- nio fosse un vero sagramento, ciò provenne dal non aver ancora la Chiesa proposta questa verità come un articolo di fede, come lo fece dopo. Della natura de* matrimoni che si fanno per mezzo d' un pro- curatore tra persone assenti, i teo- logi ne parlano differentemente, per cui quelli che cosi l'hanno contralto colla benedizione nuziale , devono reiterare il loro matrimonio in per- sona avanti il parroco, tale essendo r uso della chiesa Ialina. Il matri- monio di due infedeli, i quali rice- vono in seguito il battesimo, diven- ta indissolubile e ratificato dalla Chiesa : si fa però questione se di- venti senz'altro sagramento, 11 ma- trimonio come vero sagramento ha la sua materia e la sua forma, che però tengono intorno ad esse estre- mamente divisi fra loro i teologi . Su questo punto, essendo le scuole e sentenze de' teologi divise, si può vedere Benedetto XI V, £>e Syn. dice. lib. 8, e. 9 ; ed il p. Perrone nella sua tanto applaudita opera teologi- ca, ultimo volume, De nialrinionio. g II. Del ministro del matrimo- nio, e delle sue ceremonie e so- Icnnilà. Anche su questo punto sono di- Tisi i teologi, poiché la maggior a^S MAX pai-te, massime ìq Roma ed in I- talia, sostengono che i contraenti sono i ministri del sagramento ; al- tri dopo Melchior Cano, che i soli sacerdoti che benedicono il matri- monio ne sono i ministri : ed i matrimoni clandestini, che prima del concilio di Trento erano veri matrimoni, benché celebrati dai so- li contraenti senza il sacerdote , do- po tal concilio sono reputati nulli jie' luoghi ov' è stato ricevuto. Di- cesi matrimonio clandestino quello che si fa di nascosto, segretamente, senza solennità e senza saputa di coloro a' quali appartiene la cono- scenza, e contro la legge, senza la presenza del curato con due testi- moni, y. Sposalizio. Il concilio di Trento ordinò che i parrochi, nel congiungere i fedeli, dicano le se- guenti parole : Ego vos in mairi- monium con/ungo, in nomine Pa- tris et Fila et Spiritus Sancii. Sono nulli i matrimoni che non si contrag- gono alla presenza del parroco o di un altro sacerdote de licenùa ipsìus parochi vel ordinariij e di due o tre testimoni. Sotto il nome di parroco \iene designato colui che ha giuris- dizione ordinaria spirituale sopra i contraenti, il Papa cioè, il Ipro- prio vescovo, e il sacerdote rettore della parrocchia. Accaduta la rivo- luzione di Francia, posto a soqqua- dro il regno, e proclamata la re- pubblica, nel 1793 venne in co- gnizione a Pio VI che la conven- zione nazionale avea ordinato, che i matrimoni si facessero davanti alla municipalità con quattro testi- moni, in presenza de' quali si do- vesse fare una semplice dichiarazio- ne di pura cerimonia, che bastasse alla validità dì questo sagramento. Fu il Papa interrogato su questo punto dal vescovo di Lucon a' 1^ MAX maggio, ed egli rispose mediante un breve, colla ris(»luzione de' car- dinali destinati agli aifari di Fran- cia, che i fedeli cattolici di quella nazione, essendo privi di panochi legittimi, potevano sposarsi in pre- senza di testimoni cattolici, e poi presentarsi alla municipalità, per far la dichiarazione comandata dalla legge della convenzione, approvan- do la validità di tali matrimoni, benché senza l' assistenza del par- roco. I riprovevoli matrimoni poi, celebrati in quel tempo di delirio sotto r albero della libertà, furono innumerabili. Quando si considera che il ma- trimonio é il gran perno sul quale si raggira tutta V economia della società, e che da esso il ben essere di lei principalmente dipende, nou farà meraviglia il conoscere, che da tutte le nazioni e in tutti t tempi siasi voluto che a stabilirlo v' intervenisse la religione, anche con cerimonie e solennità. I sacer- doti de' gentili offrivano alla pre- senza de'novelli coniugi un sacrifi- zio, ch'era accompagnato dai voti del popolo. Presso gli ebrei se non vi si univano manifeste ed appo- site religiose cerimonie, era santifi- cato dalla preghiera del padre di famiglia e degli astanti, che atti- ravano sopra la femmina le bene- dizioni del cielo. Molto pili doveva essere cosi nella nuova alleanza, dove Gesù Cristo tutto ha ripieno delle sue benedizioni e delle sue grazie. Vi sono però nel sagramen- to del matrimonio alcune cerimonie essenziali, ed altre non essenziali. Le cerimonie essenziali sono il con- sentimento che le parti si datmo in presenza del sacerdote che le benedice; consentimento assoluta- meute necessario per la validità del MAX matrimonio. Le altre cerimonie so- no quelle che si praticano differen- temente secondo i differenti paesi, e la di cui ommissione non rende nullo il matrimonio : alcune lo pre- cedono, altre Taccompagnano, altre lo seguono. Le cerimonie che pre- cedono il matrimonio sono le pub- blicazioni che fa il parroco de' con- traenti pubblicamente, denunziando il matrimonio che si vuol celebra- re per tre feste ciascuno de'parrochi de'futuii sposi nella sua chiesa In- ter missaruni solemnia^ onde co- noscere se avvi alcun canonico im- pedimento di parentela od altro; gli sponsali cioè la promessa delle future nozze, i patti, i capitoli, le convenzioni sulla Dote (Vedi), e sul trattamento della sposa ; V e- same e l'istruzione delle persone che vogliono maritarsi per vive- re santamente ( il concilio di Mi- lano del i579 Prescrisse al cura- lo che non celebrasse il matrimo- nio di quegli sposi che ignorassero i primi principii della dottrina cri- stiana ) ; ed il ricevimento dei due sagramenti della penitenza e della s. Eucaristia. Le cerimonie che ac- compagnano il matrimonio sono in alcuni paesi, particolarmente in o- rienle, la corona di fiorì che si mette in testa alla sposa ; V inter- rogazione del sacerdote, vestito di cotta e stola bianca, allo sposo ed alla sposa, sul consenso per unirsi in legittimo matrimonio ; T atto con cui il sacerdote fa mettere la roano destra dello sposo in quella della sposa, per cos'i mostrare che lo sposo dev'essere il primo a ser- bare la fedeltà che le promette, e che la sposa dev'essere obbediente a suo marito, poscia con acqua be- nedetta aspergendo i coniugi ; la benedizione dd^' Anello pronubo o MAT !ì79 nuziale (Vedi) che il sacerdote dà allo sposo, e che lo sposo mette poscia nel quarto dito o anulare della Mano ( Vedi) sinistra della sua sposa, come simbolo dell'unio- ne del loro cuore e di mutua di- lezione, eh' è santamente suggellata col sigillo dell' anello benedetto, che impegna reciprocamente i due sposi ad un'inviolabile fedeltà; la mone- ta che in alcuni luoghi il sacerdo- te benedice, e che lo sposo dà alla sua sposa, per assicurarla che fa- cendqle dono della sua persona, le fa altresì il dono di tutte le sue sostanze, per goderne in comune con essa . In alcuni paesi il sacer- dote getta una specie di stola bian- ca sul collo dei due sposi (questa cerimonia di stendere un velo sopra gli sposi nell'atto della benedizione nuziale praticavasi nella chiesa mi- lanese fino dai tempi di s. Ambro- gio, poscia abbandonata), mentre essi si danno la fede coniugale ; ia altri, come a Liegi, il sacerdote av- viluppa colla sua stola le loro ma- ni ; in alcuni altri mette soltanto r estremità della stola sulla testa degli sposi mentre li benedice. Si celebra il sagrifizio della messa, co- me si trova nel messale romano, prò sponso et sponsa, per ottenere agli sposi le grazie di Gesù Cristo: in alcuni luoghi gli sposi vanno al- l' obblazione con un cero bianco iu mano, per mostrare cosi che devo- no edificare le loro famiglie eoa una vita esemplare ; in alcuni altri luoghi si stende il velo sulla testa de* due sposi, per insegnar loro che il pudore deve esser la guida della loro condotta nello stato santo che essi scelgono maritandosi . Tutte queste cerimonie sono derivale da quelle degli antichi cristiani, i quali dopo la congiunzione delle destre a8o MAX si davano il santo bacio. Il sacer- dote fa loro l'augurio di pace, ac- compagnandolo con una esorta- zione. In Roma ed in altri luo- ghi la celebrazione del matrimonio ha luogo nella chiesa parrocchiale dove abita la sposa^ alla presenza de* testimoni e parenti degli sposi ; nella chiesa poi si deve celebrare come luogo proprio de'sagramenti, per cui s. Carlo Borromeo ed al- tri vescovi proibirono che si faccia fuori di essa, o che almeno gli spo- si si portino a ricevere la benedi- zione in chiesa. Finalmente il par- roco descrive nel libro de'matrimo- dì i nomi de' coniugati e dei testi- moni, secondo la formola prescritta dal rituale romano; sebbene altro sacerdote delegato da esso o dal- l' ordinario abbia celebrato il ma- trimonio. Il concilio di Rouen del 1072 proibì i matrimoni segreti e nel dopo pranzo, e che gli sposi ri- ceveranno la benedizione del sacer- dote a digiuno. Quello di Sens del iSaS impone prepararsi al matri- monio colla penitenza e col digiu- no, e che ninno si mariterà se non dopo il levar del sole. Il concilio di Parigi del medesimo anno, vo- lendo distruggere gli abusi di cele- brare la messa e la benedizione nu- ziale subito dopo la mezza notte, proibì di far la celebrazione avan- ti giorno e prima del levar del sole. In diversi articoli del Dizionario si discorre delle cerimonie e feste nuziali di diverse nazioni, e lo si dirà pure a Sposalizio, come di quelli fatti dai Papi e dai cardinali. § III. Della causa efficiente del matrimonio^ de' suoi effètti e del- le sue proprietà. Intendesi per causa efficiente del matrimonio, quella che produce il MAX legame coniugale cioè il matrimo- nio, che non è altro se non il mu- tuo cousenlimento col quale i con- traenti dichiarano con segni o a viva voce, eh* essi vogliono attualmente sposarsi, consentimento che deve a- vere molte condizioni per produrre un tale elfetto. Le condizioni sono, che il consenso deve essere ancora interiore e sincero, altrimenti il matrimonio è nullo, e peccano gra- vemente contro la religione, la giu- stizia e la verità; deve essere inol- tre reciproco, libero, ed esente da ogni errore. Il matrimonio, co- me sagra mento , produce diversi effetti, oltre l'aumento della grazia santificante, conferisce, come gli al- tri sagramenti, la grazia sagramen- tale sua propria, la(|aale consiste in certi speciali aiuti soprannaturali , che ad intuito del sagramento me- desimo in tempo opportuno si co- municano ai coniugali, per adem- pire rettamente e santamente gli offici del matrimonio, e sopportare con virtù e con merito i pesi del loro stato. Tre sono i beni princi- pali prodotti dal matrimonio, la prole, la fedeltà e il sagramento. Quanto alle proprietà del matrimo- nio, esse sono la sua unità, la sua indissolubilità e la sua necessità. L'unità del matrimonio consiste che un uomo non può avere che una sola moglie, e che una donna non può avere che un solo marito : la poligamia per conseguenza, ovvero la pluralità delle mogli o delle con- cubine, distrugge questa unità. La poligamia simultanea è quella di avere molte mogli alla volta; e la successiva è quella di averne molte r una dopo l' altra. La più parte de'teologi, sebbene riconoscano con s. Tommaso non essere la poligamia contraria al primario fine del ma- MAX trimonio, eh' è la generazione ed educazione conveniente della prole, la tengono però contraria al fine secondario di esso, che è la pacifica società di unione, tra' coniugi. Circa alla poligamia simultanea, egli è certo che la poligamia simultanea di una donna, quale con proprio vocabolo dicesi poliandria^ cioè che avesse molti mariti alla volta, è proibita dal diritto naturale, perchè sarebbe essa egualmente contraria al primo ed al secondo fine del matrimonio indicati. Sarebbe con- traria al primo fine, che consiste nella generazione e nella educazio- ne, giacche V esperienza prova che le donne pubbliche sono sterili ; sa- rebbe altresì contraria all'educazio- ne de' figli , giacché la poligamia renderebbe incerto il padre de'figli. Sarebbe contraria al secondo fine del matrimonio, eh' è la pacifica so- cietà coniugale. Dio permise la po- ligamia agli antichi patriarchi della legge di natura dopo il diluvio, ed agli ebrei nella legge scritta, per moltiplicare la loro stirpe^ perché erano essi i soli fedeli di que' tem- pi. Gesù Cristo ristabilì il matri- monio nello stato della primitiva sua istituzione, ed ha ordinato che un uomo avrebbe una sola moglie; cosi non è permesso al presente, ne agli ebrei, ne agli infedeli di avere molte mogli. La Chiesa ha sempre condannato il disordine intollerabile di avere i mariti, oltre le mogli, delle concubine, in qualunque condizione le tenessero, e ciò riguardò sempre come un adulterio, quantunque le leggi dell'impero non fossero tanto severe. Anticamente il vocabolo con- cabina (donna che vive illecitamen- te con un uomo), si adoperò tal- volta per significare una moglie le- gittima a cui si dava fede maritale MAX 281 perpetua, senza dotarla, senza dar- le il nome e la qualità di sposa, e senza che i di lei figli fossero am- messi all' eredità paterna. Preso il vocabolo di concubina nel senso an- tico innocente qui sopra esposto, si è da molti assomigliata si fatta concubina di chi non ha altra mo- glie, ai matrimoni di coscienza di cui si parlerà; erano veramente mo» gli di chi le sposava, ma non gode- vano però delle prerogative annesse a questo stato ; tali erano quelle che certi principi di Germania spo- savano colla mano manca, come la madre di Sofia che fu moglie di Giorgio I re d' Inghilterra. Vi fu- rono concubine ad tempiis, chiama- te dai latini pellices o padrona, le quali come evidentemente inoneste furono sempre vietate dalle leggi ecclesiastiche, sia ai maritati, sia ai non maritati. Sulle concubine si può leggere quanto ne dice il p. Char- don, Storia de' sacramenti ^ parlan- do di questo del matrimonio, t, IIIj p. 307 e seg. Per riguardo alla poligamia successiva, cioè le seconde nozze e le seguenti, dopo la morte del primo coniuge, essa fu condan- nata dai montanisti, dai novaziani, e da Xertulliano. La Chiesa ha sem- pre desiderato che i fedeli avessero la forza di astenersene; ma non le ha ella giammai universalmente pro- scritte, né considerate come cattive in sé stesse, e contrarie al diritto naturale e divino, ma piuttosto co- me imperfette e come un segnale d'incontinenza, per cui in molli luo- ghi soggettò alla penitenza coloro i quali passavano alle seconde noz- ze, come apparisce dal terzo canone del concilio di Neocesarea, dal XIX di quello d'Ancira , dal primo di quello di Laodicea, e dalla lettera di s. Basilio ad Amfilochio. Dichia- 283 MAT ìò essa i Bigami (T^dt) irregolari, e li privò quando passavano u se- cxinile nozze citila benedizione del sacerdote, delle eleniosiue e delle corone che ponevansi sul capo dei novelli sposi. L'imperatore Basilio il Macedone dichiarò illecite le ter- ze nozze e nidle le quarte. L'apo- stolo s. Paolo permette alla vedo- va di rimaritarsi, altrcttanlo trovasi nella tradizione attestata dall' Vili canone del concilio di iNicea, e da altri; da san Clemente Ales- sandrino, da s. Gregorio Nazian- Zeno, da s. Ambrogio, da s. Gi- rolamo, da Eugenio IV nel suo de- creto d' istruzione per gli armeni. Le seconde nozze in fatti e le se- guenti non hanno nulla di contra- rio al primo ed al secondo fine del matrimonio, che consistono nella generazione ed educazione dei figli, e nella pacifica società ed unione dei coniugi: non hanno elleno per con- seguenza nulla che sia contrario al diritto naturale. Dunque si dovranno spiegare benignamente e ridurre al loro giusto valore certe espressioni dei conciìii e de' padri, i quali trat- tano le seconde e le seguenti nozze di poligamia , di fornicazione e punibili ; essi si scagliarono piutto- sto contro i vizi che le accompa- gnano talvolta. Altra proprietà del matrimonio è l'indissolubilità, il qual vincolo è di fède quando legittimamente contrat- to fra cristiani (perchè il matrimo- nio degl'infedeli può disciogliersi , quando l'uno venga alla tède, e l'al- tro non voglia vivere con esso pa- cificamente ; deve poi avvertirsi che il matrimonio semplicemente rato e non consumato, si può sciogliere pel ■volo solenne di i*eligione). Gesù Cristo lo ha detto apertamente: Nou di¥ida TuoiBo quel che Dio ha cou- MAT giunto. Lo conferma s. Paolo in piii luoghi dell« sue epistole, e abba- stun/.a lo avea mostrato nella cele- bre comparazione dei coniugi con Cristo e la Chiesa. I teologi ed i canonisti distinguono tre sorta di matrimoni, il legittimo o naturale, ch'è (juello che si fa validamente secondo le leggi di natura, ed an- che a tenore tlelle leggi; il vatwn, o ratificato, ch'è proprio solo de'cri- sliatii in cui il contratto naturale è insieme sacramento ; ed il consu- mato, consumatiun, il quale per la conoscenza carnale acquista maggioà* forza e diventa più indissolubile. Il matrimonio può essere disciolto quan- to al legame, o quanto al letto ed all'abitazione. C disciolto quanto al legame, quando i coniugi possono rimaritarsi con altri; è disciolto quanto al letto, quando non sono obbligati di soddisfare al dovere del matrimonio, abbenchè non possano rimaritarsi con altri; è disciolto quanto al letto ed all'abitazione, al- lorché non sono obbligati, né di sod- disfare al dovere del matrimonio, ne di convivere insieme sotto il me- desimo tetto. Molti principi cristia- ni hanno permesso io Scioglimento dei matrimoni, anche quanto al le- game, ne'loro stati; ma (juesti sono abusi che la Chiesa non ha mai approvato. Il matrimonio contratto nell'infedeltà della credenza religio- sa nou si discioglie nella coitversio- ne de' due coniugi alla vera lède. Gli infedeli che si convertono, aven- do molte uiogli, sono tenuti ad ab- bandonarle Irainie la prima. Posso- no essere disciolti i matrimoni de- gì' infedeli ({uando uno di essi si converte, e l'altro non vuol più vive- re con lui; -quaudo il coniuge be- stemmia Dio per pervertire d cou- veilito; ti quaudo il coniuge iufe- MAT tlele vuol convivere col convertito, ma robl)ligu a commettere cose pioi- Lite dalle leggi di Dio. Se un coniu- ge cade in adulterio , V altro può lursi religioso. JNel 1706 Clemente XI scrisse al vescovo di Agen, E- pisi, et Brev, t. 1, p. 2 54, prescri- vendogli le regole che doveasi os- servare ne' malrimoni co' nuovamen- te convertiti alla fede in quelle par- ti. Le ragioni generali per scioglie- re il matrimonio quanto al letto e al domicilio, sono l'eresia, l'apo- stasia, la cattiva condotta, la mi- naccia della vita, la malattia con- tagiosa, la demenza o follia. Le ra- gioni particolari per cui i coniugi possono domandare la separazione di corpo, sono i cattivi trattamenti, gli umori incompatibili, la povertà, la lontananza, l'impiego d'uno de'coniu- gi, e quelle altre riportate dai trat- tatisti. La separazione di corpo e di abitazione ottenuta da una mo- glie pei cattivi trattamenti del ma- rito, porta seco (juasi sempre anche la separazione dei beni, non essen- do giusto che un marito goda dei beni di sua moglie, quando egli non la tratta com'è dovere di un ma- rito cristiano, f^. Divobzio, ove trat- tasi quest'argomento ; Martorelli, Er- rori sul dìvor'zio confutatiy Roma 1792; ed il p. Chardon, Storia de sacramenti ^ t. Ili, p. 244> ^^^' Vindissoluhilità de' ìnatriinoni. Quan- to alla necessità del matrimonio, in principio del mondo eravi un pre- cetto natuiale per tutti gli uomini di ammogliarsi, perchè la natura indegna ed ordina la moltiplicazio- ne del genere umano, e questo pre- cetto durò finche gli uomini furo- no sullìcientemente moltiplicali. Da questo tempo in poi egli non ob- bliga più alcuna pervSona in parti- colare: uou ha nemmeno obbligalo MAT 283 gli ebrei. Frova s. Girolamo che il Celibato [Fedi), non solamente eia permesso nella legge mosaica, ma consideravasi altresì come uno stato più perfetto di (juello del matrimo- nio. Ciò non pertanto vi sono di- verse necessità, le quali obbligano talvolta le persone al matrimonio, come di stato e di politica, come quelle di principe ereditario, il quale per evitare le funeste conseguenze che affliggerebbero i suoi stati, se egli morisse senza figli, sarebbe obbli- gato di ammogliarsi e procurare cosi ai SUOI sudditi gli eredi della sua corona. Non obbligano assolutamen- te al matrimonio la necessità di po- vertà, e la necessità di debolezza che impedisce osservare la conti- nenza. § IV. Della necessità del consenso de' genitori per la validità dei matrimoni de^ figli di famiglia, e degV impedimenti del niatrimO' nio^ e sue dispense ; dell'incesto e degl'incestuosi. Tutti i cattolici convengono che i matrimoni contralti dai figli al- l'insaputa, o contro la volontà dei genitori, sono spesse volte proibiti, ma non già invalidi per diritto na- turale e divino, e disputano solo se sieno invalidi per diritto ecclesiasti- co e civile. La maggior parte dei teologi negano che tali matrimoni sieno slati mai dichiarati invalidi da alcuna legge ecclesiastica; altri invece sostengono che furono di- chiarati nulli dalla Chiesa fino al secolo Xil circa, e citano in loro favore molte autorità de' padri, i quali li condannano, e sembrano annullarli. 1 teologi che sostengono la prima opinione, rispondono che siilàtle autorità devono intenderà 284 MAX relative ai matrimoni illeciti, e tut- to al più invalidi nel foro esteriore, e non nel foro interiore della co- scienza. 11 concilio di Trento dichia- ra che i matrimoni contralti dai fì- ^li di famiglia senza il consenso dei loro genitori, non sono nulli, e che i genitori non possono renderli ne validi, né invalidi : nulladimeno la Chiesa di Dio per giustissime cau- se gli ha sempre detestati e proibiti. Che i figli di famiglia non contrag- gano il matrimonio senza il consen- so de'genitori, è accennato nel quar- to comandamento di Dio. Sebbene da quanto abbiamo detto la Chiesa non ha fatto di ciò un impedimento dirimente del dissenso ragionevole de' parenti, li ha riprovati e vietati, ed i contraenti non potrebbero cer- tamente lusingarsi di ottenere la benedizione di Dio. Questa verità é fondata nelle divine scritture, nelle quali si suppone sempre che il ma- trimonio de' figli sia stabilito o ap- provato dai propri genitori , ed è una conseguenza di quel rispetto, onore, divozione, che per legge na- turale e divina debbono i figli a co- Joro dai quali hanno ricevuto la vita : e ciò che dicesi riguardo ai parenti, intendesi anche rispetto ai tutori o ad altri, sotto la podestà de' quali in luogo di parenti si tro- vano i figli di famiglia. L'antico di- ritto romano aimuUava i matrimoni che i figli contraevano a malgrado de' loro genitori. Gl'impedimenti canonici non so- no altro in sostanza che certe cir- costanze dichiarate dalla competente autorità, la concorrenza delle quali nella persona dei contraenti rende o nullo o illecito il matrimonio. Su- gi' impedimenti del matrimonio, di- cono i teologi che un impedimento del matrimonio è uà ostacolo, che MAT impedisce a due persone di con- giungersi in matrimonio ; ve ne so- no di due sorla. Gli uni rendo- no le persone in cui si verifica- no tali impedimenti, inabili a con- trarre l'una coU'altra ; di maniera che se sì maritano tra loro, quel matrimonio è nullo, echiainansi que- sti ìinpedinie.nti dirime nlì ; gli altri fanno si che il loro matrimonio sia illecito senza essere nullo, ma gra- vemente si pecca avendo cognizio- ne dell'impedimento, e si chiamano impedinienù proibitivi od impeditivi. La Chiesa ha diritto di stabilire o di levare certi impedimenti diri- menti del matrimonio, e questo di- ritto è appoggiato ad una tradizio- ne costante, confermala dall'uso fi- no dal IV secolo. Che l'autorità competente a stabilire impedimenti matrimoniali sia la Chiesa, è stato solennemente deciso dal concilio di Trento, decisione che venne accet- tata da tutto il mondo cattolico, ne altrimenti poteva essere, sempre che si dichiarò questo punto un domma di fede. Se alcuno dirà che la Chiesa non abbia potuto costi- tuire impedimenti dirimenti il ma- trimoniOf o che nel costituirli abbia errato j sia scomunicato. Tale au- torità si appoggia alle parole di Ge- sù Cristo, dette a s. Pietro : Tutto ciò che avrai legato sopra la terra y sarà legato anche in cieloj e sopra l'uso costantemente praticato dalla Chiesa fino dai primi secoli. Rile- vasi infatti, al dire di alcuni, da Tertulliano, dai ss. padri Cipriano, Girolamo, Ambrogio, che al tempo loro erano proibiti i matrimoni dei cristiani con gl'infedeli, e che gl'im- peratori dopo avere abbracciata la fede, riconobbero e rispettarono que- sta disciplina fondata sicuramente sulle parole della sacra Scultura; MAX aggiungono i medesimi, che sebbe- ne di questo impedimento, chiama- to disparità di culto, non si trovi una legge ecclesiastica positiva, as- soluta, pure fino dal memorato se- colo IV almeno, senza alcuna con- traddizione si è creduto dirimente da tutta la Chiesa cattolica. Va però avvertilo che l'esempio dei matrimoni proibiti fino dai primi secoli tra cristiani ed infedeli, prova la pratica antica della Chiesa di por- re impedimenti proibitivi, ma non già dirimenti. Perchè tutti i più savi teologi e canonisti convengo- no, che per moltissimi secoli non fu queir impedimento di disparità di culto se non proibitivo e non mai dirimente, e divenne tale so- lamente dal secolo XII circa in poi, e ciò neppure per legge scritta, ma per consuetudine, come si può ve- dere in Bellarmino, De matrìm.y e. 25, prop. 3. A prova degli im- pedimenti dirimenti, rammentasi il concilio Neocesariense del 3 1 4, che dichiara irrito il matrimonio ostan- do l'affinità; il concilio Agatense del 5o6, che dichiara nulli i matri- moni di affini e consanguinei , e- zinndio in casi in cui erano per- messi dalle leggi civili; ed altre si- mili autorità, che possono vedersi presso i teologi o canonisti, come nel continuatore del Tournely p. Collet, Theol. morciL voi. Vili, De malrim. e. 8. Ad onta di quanto ne dicano gli amatori di libertà, cui ogni obbligazione riesce intollerabi- le, è ceito che tranne quei pochi apposti direttamente per l'onore e il rispetto dovuto a Dio, per esem- pio il voto solenne e l'ordine sa- cro, tulli gli altri impedimenti sono diretti a provvedere al bene dell'u- mana società. All'oggetto di scuo- prire questi impedimenti, la Chiesa MAX a85 ordinò le tre pubblicazioni nelle chie- se parrocchiali dello sposo e della sposa, proclamando il matrimonio che si vuole contrarre, ed ha rila- sciato alla prudenza del vescovo il dispensare. Si può consullare l'o- pera: De episcoponim in disperi- sntionihus super inatrìmonii ini- pedimentis potestate , Favcnliae 1789. Siccome gl'impedimenli di- rimenti non si possono stabilire che dal sommo Pontelìce, e da un concilio ecumenico, così la potestà di dispensare non può competere se non a questo o a quello per giusti e gravi motivi. Dicono i teo- logi ed i canonisti che gl'impedi- menti dirimenti rendono nullo il matrimonio, solamente quando lo precedano, perchè quando fu con- tratto una volta validamente, non vi sono più impedimenti che lo pos- sano annullare. Riporteremo qui oppresso gl'impedimenti del matri- monio, spettando ai teologi ed ai canonisti le distinzioni ed eccezioni. I." L'impedimento dell'e/rore è di due sorta, o di sostanza o di qua- lità, in fatto di matrimonio. L'erro- re della persona^ quando si crede di sposare una persona diversa da quella ch'è presente, e perciò il matrimonio è nullo; quello della qualità, quan- do la persona presente, che credevasi vergine, nobile, o che credevasi molto comoda e ricca, ed in vece si tro- va violata, ignobile e priva d'ogni bene di fortuna, laonde il matri- monio è nullo quando porla l'er- rore della persona. Va però nota- to, che l'errore di qualità non di- rime per sé, regolarmente parlando, il matrimonio, ma solo allora quan- do si rifonde veramente nella sostan- za, ossia nell'errore di persona. 2.° L'impedimento della condizio- ne servile d'una persona che si ere- a8G IMAT deva Hbcrn, è quello degli Srhi'nvi (f^rr//) propiiamcnle delti, di quelle |)Cisone eioè le quali sono talmente ;)lla disposizione del loro padrone, che vengono considerate rome ibr- m^nti palle del suo avere, e ne può «gli quindi disporre come pili gli piace. Ora però sono validi i ma- trimoni contratti fra servi , hencliè contro la volontà del loro padrone, ed V. valido il matrimonio (rmi uomoli- |)ero con una serva, purché quegli da prima non ignorasse la qualità «iella sposa. 3." L'impedimento del P^olo (Tac- ili), che se è di semplice castità, rende il matrimonio criminoso, ma non lo annulla; il voto «olenne lo rende nullo e criminoso a un te«n- po : può una moglie (àr il volo semplice di castità, per cosi dare a suo marito il mezzo di farsi sacer- dote. P^. Religiosi , e Vergini. 4.*' L' impedimenlo di paren- tela, la quale è o naturale, o spi- rituale , o legale. La parentela naturale, che chiamasi anche con- sanguinilà, è il legame che stringe fra di loro le persone del medesi- mo sangue^ cioè quelle che di- scendono le une dalie altre, ovve- 10 da uno sli[)ite comune. P^i Pa- BEKTi. E pure impedimento la pa- renlela , o cognazione spiriliuile , ]a quale è un legame che si con- trae coi sagramenli del battesimo e della confermazione, tra il mi- nistro del ballesimo da una parte, ed il bambino battezzato, il padre e e la madre dall'altra; o fra il padri- no o la madrina da una parte, ed il bambino, suo padre e sua liiadre dall'altra ; egualmente dica- si della confermazione , quando liannovi il padrino e la madrina. V. CoMPARATicc^. Questa parentela o coguazioue s|>iriluale uun si con- MAX trae dal procuratore, ma solamente da chi Io manda ; si contrae però anche dal laico , il quale batt» /./a in caso di necessità. La parentela legale o propinquilìi di persone na- sce dall' adozione, la quale è per- fetta od imperfetta o semplice: l'a- dozione perfetta mette la persona adottata sotto la podestà di un pa- dre adottivo, di maniera che assu- me il cognome, e diventa suo ere- de necessario, sia ah intestato^ sia per testajuento, nel quale caso gli si deve come a necessario erede assegnare la quarta legittima di sue sostan- ze ; neir adozione imperfetta l'adot- tato diviene solo erede, se il padre adottivo muore senza far testamen- to. L' adozione perlètla annulla il matrimonio tra il padre adottivo e la sua figlia adottiva; tra i figli legit- timi naturali del padre adottivo, che stanno sotto la patria potestà^ e la persona adottata; fra colui che adot- ta, e la moglie di colui ch'è adot- tato, e per la ragione de' simili, tra colui ch'è adottato, e la moglie di chi lo adotta. La cognazione legale imita: i. la paternità naturale, e quindi dirime il matrimonio tra l'adottante e l'adottato, e tutti i discendenti di questo in linea retta .sotto la patria sua potestà : onde ciò non vale se l'adottato è donna, perchè questa non ha in patria po- testà i suoi figli, e però l'adottante potrebbe sposare la figlia naturale legittima della sua figlia adottiva. 2. La fraternità naturale, e quin* di diriuje il matrimonio tra l'adot- tato ( uomo o donna ) e i figli na- turali legittimi ( non però gl'illegit- timi ) dell' adottante ( uomini e don- ne ), finché stanno sotto la patria potestà, cessata la quale per eman- cipazione o ujortcj cessa pure quel vincolo. 3. V affinila carnale, e MAT «jiiindi dirime il matrinionio tra radollaiile e la moglie dell' adot- tato, e ciò in perpeluo, ancorché si sciolga l'adozione. Queste tre di- sposizioni di gius canonico le ha a- dotlate il gius civile, e conservale come sue, onde come riflette Be- nedetto XIV, De Syn. diocvs. lib. 9, e. IO, quando in materia di co- gnazione legale j>oige questione, è da risolvere secondo lo slesso gius civile. F. Bastando e Figlio. 5." L'impedimento crìminis che volgarmente tradotto dicesi del de- litio, è quello che si contrae quan- do avvenga adulterio con promes- sa di futuro matrimonio, inorino con/uge, su di che pure, come ne- gli altri impedimenti, i canonisti ed i teologi fauno molte distinzioni ed eccezioni. 6." L'impedimeulo della diversità di religione, di cui parleremo dopo, dicendo de' matrimoni misti. 7." L'impedimento della violenza, la quale è assoluta o condizionale, come di forzato assenso, o di timo- re grave. 8.° L'impedimento deW ordine, essendo gli ordini sacri uà impedi- mento dirimente del matrimonio, sino dall' epoca del primo concilio Lateranense del ii23, o sino dal tempo di s. Paolo, secondo altri; di ciò si tratta ali' articolo Celibato e ad altri relativi. 9.** L'impedimento del legame, il quale nasce da un primo matrimonio, anche non consumato, e fa sì che le persone maritale non possano rima- ritarsi se non quando saranno ve- dove, perché fino allora sono esse legale, e non son libere: per lun- ga clie sia l'assenza di un marito o di una moglie, ne l'uno ne l'al- tro possono rimaritarsi senza aver prima cevlissime prove della mor- MAT 287 te dell'assente: dice san Basilio, che le mogli de* soldati meritano più indulgenza , perchè » Così l' Alessandro, che nel medesimo luogo lungamente si e- stende in dimostrare, quanto rigo- roso e difficile fosse Martino V nel- la concessione delle dispense. Si può consultare il Gonzales t. IV, p. 199, num. 1 I. L* incesto è un delitto che si commette col commercio carnale tra le persone che sono parenti o affi ni fino al grado proibito dalla Chiesa, ch'è il quarto inclusivamen- te se si tratta della parentela o del- l'affinità che si contrae con un le- gittimo matrimonio, ed il secondo se si tratta di un commercio cri- minoso. Avvi r incesto spirituale che si commette tja persone che hanno una parentela spirituale, e MAX r incesto legale che si cominelle Ira le persone affini per parenlela legale o adozione . L'incesto è un de- litto enorme e contrario alla natura clie ispira rispetto pei parenti ed affini: nell'antica legge era punito colla morte ; è più o meno grave secondo il grado di farentela. Di- versi conciiii, come il VI generale di Coslanlinopoli , il romano del 721, quelli di Verbena del 753, e di Troyes del 1092, impose- ro severe penitenze o condannaro- no i maritaggi degli incestuosi; e senza dispensa del vescovo chi ha commesso un incesto pecca se do- manda il soddisfacimento del do- vere coniugale. 11 concilio di Piouen del 1074 decretò, che quello che per rompere il matrimonio si ac- cuserà di aver peccato colla parente di sua moglie, non sarà creduto sulla parola. S. Basilio tiene per in- cesto lo sposare due sorelle 1' una dopo l'altra; e il concilio di Neo- cesarea summentovato condanna la donna che sposa due fratelli. 11 con- cilio di Epaona decretò : non si ri- ceveianno a penitenza coloro che avranno coiilralto matrimoni ince- stuosi, se non si separano ; e tali sono i matrimoni colla cognata, col- la matrigna, colla nuora, colla ve- dova dello zio, colla cugina germa- na. Sì chiamarono poi incestuosi alcuni scrittori che furono condan- nali di errore da Alessandro II nel io65 in due conciiii lateranensi, i quali scrittori erronei e male sen- zienti, coir autorità del codice di Giustiniano 1, contavano i gradi di consanguinilà nella stessa guisa che nelle successioni, cioè per mezzo del diritto civile e non del canonico ; dichiarando il Pontefice scomunicati quelli che avessero osato contrarre matrimonio ne' gradi proibiti dai MAX 29T canoni. Contro l'errore di tali giù reconsulti scrisse s. Pier Damiani, Opiisc. t. Ili, p. 89. Vedi Baronio all'anno io65, n. 18. Gli argo- menti degli eretici e de' loro segua- ci furono egregiamente confutali dal p. Friderich, De consangui ni t. et qffìnit. quaest. 2 ; e da Gioac- chino Sandonniui , De matrimonii impedimento j quod a naturali co- gnatio ne procedi t ec.Florentiae 175». Gregorio XVI fu salutarmente par- co in concedere dispense fra parenti, onde evitarne e prevenirne possi- bilmente le funeste conseguenze, come quello ch'era peritissimo del- la scienza teologica e canonica sul matrimonio. § V. Del matrimonio di coscienza, di quello degli eretici e degli e- brei convertiti, e dei matrimoni misti tra cattolici ed eretici o scismatici. I matrimoni di coscienza sono* quelli che si tengono segreti fino alla morte d' una delle due parli, benché sieno stati celebrati con tut- te le formalità prescritte dai canoni. Alla medesima specie appartengono pure que' matrimoni che si con- traggono sul fine della vita con don- ne cui si tenne reo commercio e si visse seco in libertinaggio, così di- casi di donne con uomini. Bene- detto XIV conoscendo gì' inconve- nienti grandi che possono nascere dai matrimoni occulti che diconsi di coscienza, fatti senza le pubbli- cazioni prescritte dai conciiii Lute- rà ne use IV e Tridentino, per ovvia- re quindi ai mali da detti matri- moni provenienti, stabib colla co- slituzione Catis \>ohis^ de' 17 noveni- bre 1741, Bull. Magn. t. XVI, p. 53, a quali persone e in qual 292 MAX maniera i vescovi li dovrebbero per- nieltere, con quali cautele celebrar- si, e conac sì doveva provvedere alla sicurezza della prole da tali matri- moni venuta. L' Andreucci, nel t. Il de Hierarclda^ nel cap. V, tratta De matrimonio conscienliae. Fran- cesco Mazzei scrisse: De matrimo- nio conscientiae, Romae 1765 e 1771 : il numero XVII delle Effe- meridi dì Roma 1772, ne dà un sunto. Il concilio di Elvira nel ter- zo secolo proibì dare ai gentili del- le figlie cristiane per non esporle nel fior dell' età all' adulterio spi- rituale. Lo stesso dispose circa agli ebrei ed ai pagani, ed i padri che trasgrediscono questa proibizione saranno separati dalla comunione per cinque anni, ma quelli che da- ranno le loro figliuole ai sagrifìca- iori degli idoli non riceveranno la comunione nemmeno in fine. Il matrimonio di un cattolico romano con una donna eretica è valido , «quando è contratto nelle forme pre- scritte dalla Chiesa, ma è illecito. Il matrimonio di un cattolico con una infedele è nullo, non già in forza di una legge formale, ma in forza di una consuetudine universalmen- te stabilita, la quale ha forza di legge. Così dicasi del matrimonio di un cattolico con una catecumena, perchè sebbene i catecumeni abbia- no la fede, non hanno però essi ri- cevuto il battesimo, il quale è la porta di tutti gli altri sacramenti. Il matrimonio di un cattolico con un'infedele non è contrario al di- ritto naturale, ne al diritto divino, perchè i cristiani dei primi secoli maritavansi spesse volle coi pagani, egualmente che i più santi perso- naggi dell' antica legge. Indicammo già, che un infedele, se dopo di aver sposato molte donne si con- M A T verte al cristianesimo, deve abban- donarle tutte, tranne solanicntc la prima. Benedetto XIV a' 4 novem- bre 1741 colla costituzione Matri- monia, presso il citato Bull. p. Ti, prescrisse qual fosse la validità dei matrimoni celebrati nel Belgio fra due eretici, o fra un eretico e l'al- tro de* contraenti cattolico, siccome ancora di quelli che contraggonsi da persone che perciò mutano do- micilio: su di che sono a consul- tarsi le altre sue costituzioni: Red- dita snnt, de* 17 settembre 1747» t. XVIIIj p. 3i3; Pancis ab hinc, de' 19 marzo 1758; Cam venera- hilis, t. XIX, p. 27 e 3i. Inoltre Benedetto XIV provvide ancora ai matrimoni degli Ebrei [Fedi) con- vertiti alla fede. Fra le copiose e saggie provvidenze stabilite da tal dotto Papa sui matrimoni, siccome scioglie vansi facilmente in Polonia per colpa delle curie vescovili, perciò indirizzò a que' vescovi la costitu- zione Matrimoniìy agli 1 1 aprile 174», Bull. t. XVI, p. 26, esor- tandoli a frenare i loro ministri in cosa sì importante, sulla quale nuo- vamente prescrisse ad essi, con la costituzione Nimiani licentiam^ dei 18 maggio 1743, loco citato p. 160, l'osservanza de' sacri canoni. Indi essendosi sparsa la voce in quel rea- me che il Pontefice avesse tolto gli impedimenti canonici nel matrimo- nio, in cui uno o tutti due i con- traenti professassero apeitamente la eresia. Benedetto XIV colla costi- tuzione Magna vobis, (lc'29 giugno 1748, Bull. t. XVll, p. 23o, con- futò questa calunnia, dimostrando che la Chiesa sempre avea ripugna- to ai matrimoni tra'cattolici e gli ere- tici, come dichiarò Urbano Vili con bolla dei 3o dicembre 1624, e Cle mente XI con quelle de' 25 giugno MAT 170G, e 23 luglio 1707, sicché nel dare la santa Sede la dispensa per questi matrimoni, sempre mette la clausola abiurala prima V eresia^ op- pure purché sicno cattolici. Furono è vero date alcune volte queste di- spense tra principi ed altri, colla clausola, che la prole futura fosse allevala nella cattolica religione. Po- co dopo Benedetto XIV scrisse ai medesimi vescovi la costituzione Ad tuas, degli 8 agosto 1 'Jj^S, loco citato p. 292, per ricordar loro ch'essi non avevano mai avuta dalla santa Sede la facoltà di dispensare nel secondo grado di affinità, come taluno avea fatto, e se pure 1' avessero avuta, non mai si sarebbe eslesa ai matri- moni fra gii eretici^ ond' egli li e- sortò a considerare esattamente le facoltà loro date, perchè nulla si facesse che in quelle non si conten- ga. Aftinché dunque i matrimoni non fossero facilmente disciolti, Be- nedetto XIV ne prescrisse e stabilì opportuni provvedimenti colla co- stituzione Dei mìscratione^ de' 3 no- vembre 174^5 Bull. t. XVI, p. 8, dichiarando in qua! forma, con qual ordine, e avanti a chi si dovreb- bero trattare i giudizi delle cause matrimoniali. Clemente XIII nel breve Quanto- pere a connuhiis inter cotìiolicos, et haereticosy de' 16 novembre 1763, Bull. Rem. Conlinuatio, quanto sia in pericolo la religione cattolica nei matrimoni tra i cattolici e gli ere- tici. Pio VI colla lettera, No?i pò- tiam dipartirci dal sentimento uni- forme de nostri predecessori, de' 1 3 luglio I 782, diretta al cardinal ar- civescovo di Malines [Vedi), sulla disciplina della Chiesa di non ap- provare i matrimoni fra parti am- ìjcdue eretiche , o se una sola sia cattolica e l'altra eretica, e mollo MAT 293 meno quando siavi bisogno di di- spensa di gradi di parentela, chia- ma sacrileghi tali matrimoni, e che specialmente li proibì Clemente XI nel 17 IO ad un di lui predecesso- re nella sede di .Malines, qualora la parte eretica non abiurasse i suoi errori, pel pericolo della perversio- ne della pai te cattolica, specialmen- te se l'eretica sia la donna. Quindi replicando le parole nel 175© dette da Benedetto XI Val vescovo di Bre- slavia su questa materia de' matri- moni misti, non potere con allo positivo approvare la concessione delle dispense fra gli eretici, e fra questi ed i cattolici, poter però dis- simulare, aggiungendo che la ponti- fìcia scienza e tolleranza deve ba- stare per assicurare la coscienza del cardinale che avea interpellato su ciò il Papa, il quale si protestò co- sì regolarsi per evitare maggiori danni alla religione cattolica. Incul- cò Pio VI ai parrochi di ammo- nire i cattolici per distorli da siffatti matrimoni illeciti, nondimeno se ciò riesca inutile, potranno assistervi ma- terialmente, ma con quelle cautele che gli prescrisse: i. Che non vi assista in luogo sacro, né con indu- mento ecclesiastico, preghiere e be- nedizione. 2. Che esiga dichiarazio- ne giurala dal contraente eretico di permettere all' altro 1' uso libero della cattolica religione, e di edu- care in essa tutta la prole nascitura senza distinzione di sesso j simile giu- ramento dovrà fare la parte catto- lica, e di procurare efììcacemenle la conversione dell' altro contraente non cattolico; ec. V. Ereticl Nella Storia di Pio FUI del dotto e religioso cav. Artaud, me- ritamente si celebra il breve di quel Papa sui matrimoni misti, trasmesso all'arcivescovo di Colonia, ed ai 494 MAX vescovi di Treveri, di Paderbona e dì MiiMsler, e con ragione lo chia- ma capolavoro, perchè riguarda una delle questioni più difficili, più de- solanti che siansi discusse dacché i protestanti si sono da noi separati. Aggiunge che il cardinal Albani se gretario di stato pubblicò intorno a questo soggetto una spiegazione semplice insieme e molto estesa , colla quale propose molti consigli da seguirsi perchè si possano fedel- mente e senza pentimento osserva- re le determinazioni ingiunte, o per meglio dire concedute dalla tolleranza del santo Padre. Nulla eravi di più spinoso quanto la com- pilazione di una decisione, che aves- se qualche cosa di formale in mez- zo alle più severe restrizioni , che comandasse proibendo, che consen- tisse comandando, capolavoro am- mirato dal lodato istorico che re- se immortale la memoria di Pio VHI, e che Gregorio XVI conser- vò per regola delle sue paterne condiscendenze in questo genere di discussioni . Ciò non poteva essere diversamente, poiché Gregorio XVI da cardinale per ordine di Pio Vili fu il compilatore del breve Lilteris alterOy de'2 5 marzo i83o, riportato a p. 9 de* documenti del- l' Esposizione sulla deportazione di monsignor Droste arcivescovo di Colonia (celebre per la sua eroica resistenza ai matriaioni misti , per cui soffi'ì gloriosa prigionia ; ma Gregorio XVI ne ottenne con de- coroso modo la liberazione, indi in Boma r andò a visitare in persona, ed in morte altamente con allocu- zione r encocniò in concistoro, di- cendo avergli destinato il cardina- lato ), argomento che toccheiemo air articolo Prussia , ove diremo come quel re comandò che tutta MAX la prole che fosse per nascete dai matrimoni misti, dovesse senza di- stinzione di sesso educarsi nella re- ligione del padre, tranne il solo ca- so in cui i genitori fossero unanimi nella religiosa educazione de' figli. Dichiarò inoltre il re che qualunque patto cui prima del matrimonio si desse luogo per simile oggetto dai promessi sposi, avesse a riguardarsi come non obbligatorio ; vietando in pari tempo rigorosamente al clero di esigere alcuna promessa relativa all'educazione in discoiso. Negli Annali delle scienze religiose, sono riportate molte cose riguardanti questo importantissimo argomento. A volerne rammentare alcune, nel voi. IH, p. 57, evvi un articolo sul- r opera pubblicata a Berlino nel 1 83 4 : Sopra l'odierno stalo del di- ritto malrinioniale, in cui si fa ma- nifesto il deplorabile slato in che è ridotto attualmente il diritto prote- stante sul matrimonio, e la necessità confessata dai protestanti stessi di ri- tornare su questo punto ai principii che rendono più stabile l'unione ma- trimoniale. Quindi nel i838, come si legge nel voi. Vili, p. 3o5, in Vien- na si pubblicò ; / matrimoni misti considerati sotto il punto di vista cattolico , del dott. Gio. Battista Kutscher. Opera mirabile in cui trovasi tutto quello che si può de- siderare intorno alla gravissima que- stione concernente i matrimoni mi- sti, e pone in un luminoso aspetto le savie determinazioni della Chiesa. Nel voi. IX, p. 108, si riporta la condanna de'matrimoni misti fatta per parte della santa Sede, con r allocuzione Officii meniores^ della quale parlammo all' articolo Gre- gorio XVI. Nel voi. XI, p. 144, si discorre del libro: / matrimoni misti fra le cristiane confessioni di MAX Àleinagna, esposti storicamente dal dott. Federico Kunstcniann, Bati- sbona iSSg. Opera encomiata per- chè contiene quanto su ciò pensò e fece il protestantismo e la Chiesa cattolica , ed in questo contrappo- sto fa risaltare assai bene la sapien- za divina, che ha guidato sempre e sempre guida questa Chiesa uni- camente vera. Ma su questo argo- mento de'malrimoni njij«ti, sia per- ciò che riguarda la storia universa- le e particolare di tale controver- sia, sia per la raccolta di lutti i monumenti che la illustrarono fino ai nostri dì, non lascia più niente a desiderare l'opera insigne data fuori nel 1842 in Ungheria in due grossi volumi in 8.° dal professore Agostino Roskovany canonico d'A- gra, già per altre opere conosciuto egregio difensore delle sane catto- liche dottrine. Nel voi. XM, p. 98 di detti Jnnali^ finalmente è ripro- dotta la lettera pastorale dell' eroico monsignor Dunin arcivescovo di Posen e Gnesna, intorno alla que- stione gravissima de'matrimoni mi- sti. De'matrimoni misti se ne parla in diversi articoli del Dizionario^ come di quanto soffrì e fece per essi Gregorio XVI, ciò che rimarcarono pure il eh. Manavit, p. 20 della No li ce sur la vie et le ponti flcat de Gregoire XVI, Juin 1846; ed il eh. autore del beli' articolo, Grego- rio XVI, pubblicato dall' Enciclo- pedìa italiana, che si stampa in Ve- nezia, per non diredi altri. Dappoi- ché nella sua prima enciclica diret- ta all'episcopato di tutto il mondo, non solo pose nel suo vero lume la lega formatasi in Alemagua con- tro il celibato ecclesiastico, onde i pastori stassero bene in guardia, ma riprovò energicamente i matrimoni misti ; ed in questa gravissima que- MAT 29 stìone, siccome matrimoni sempre detestati e riprovati dalla Chiesa cat- tolica, il gran Pontefice si condusse con apostolica ed eroica fermezza, e con conciliativo procedere fin dove si poteva, essendo tali due delle sue principali e mirabili carat- teristiche. Ai 25 giugno 1846 nel- r accademia di religione cattolica di Roma, il R.mo p. d. Giuseppe Ricci consultore generale de'ministri degli infermi, difese dagli attacchi dei novatori la dottrina cattolica intor- no ai matrimoni misti. Pertanto mostrò col mezzo de' più autentici documenti istorici, quanta sia stata in ogni tempo la vigilanza, la pre- mura e la sapienza della Chiesa per impedire i matrimoni misti ; o quali opportunissime condizioni vi appo- nesse tutte le volte che credea di permetterli ; parlò della guerra che per via di siffatti matrimoni non si è mai cessato di fare alla religione cattolica; ma nel tempo istesso di- pinse la costanza e la fermezza con cui vi si opposero i romani Ponte- fici, levando la voce contro ogni sorta di abuso, e discoprendo tutte le arti degli avversari, che tende- vano a contaminare la verità : e qui prese ad analizzare le disposi- zioni dei Papi Leone XII, Pio VIH, e Gregorio XVI, le quali riunendo in se stesse quanto già era stato precedentemente sancito, nulla più lasciano a desiderare su tal materia. Fra i molti autori che scrissero sul matrimonio, riporteremo i se- guenti. Hermanni, De natura spon- saliorunij et divisione. Thym, De genuina sponsalìuvi depraesenti et de futuro Azof?o«e. Richterii, De jnre nuptiarum. Ayreri, De jure connu- biorum. Schwendendorft'er, De pri" vilegiis virginum. Meyeri , De sei-' lo virgiiuun. Molitor, De judice 2()6 MAT causarum malritnonialiuin. Trium- phins, De divortio. Miilzer, De in- solubile vinenliun matrimonii. Net- tclbladt, Dedotalitìo. Raaoiburg, De dominio maritali. Barter, De paclis dolalihiis. Alfano, De vera substan- tia doti. Francesco Barbaro, Pru- dentissimi e gravi documenti circa V elezione della moglie^ Venezia i543. Bossi, De effectibus contractus matrimonii, Lugduni i655. Perez, De sanato matrimonii sacramentOy ivi 1666. Strykii, Commentatìo de j,ure mariti in bonis uxoris , et de jure uxoris in bona mariti, Jenae 1759. Cristoforo Coscia De sponsa- libus filiorum f amili ae, Romae 1 776; De separatione tori conjugalis, Ro- inae 1773. Lanzerini^ De sanato matrimonio sacramento, Bononiae 1773. Pietro Deodato, Defcnsio Tri- dentinoruin canonum de Ecclesiae potestale in dirimenlia matritno- niuni impedimenta, etc. ; accedit a- nony mi disse natio, qua contra quos- dam theologos propugnatur pon- tificia auctoritas in eodem impedi- menta, Jerapoli 1786. Emmanuele Giuseppe Mosquera aicivescovo di s. Fede di Bogota, Compeiulio delle dottrine ortodosse intorno alla que- stione del matrimonio dechierici maggiori. Versione italiana dallo spngnuolo per E. M., Roma 1839. Questa opera iodata assai anche da- gli Annali delle scienze religiose, fu compilala allorquando alcune ca- mere provinciali della repubblica della Nuova Granata vennero nella risoluzione di chiedere al congresso nazionale una legge, in virtù della quale fosse lecito a' chierici oaag- giori r ammogliarsi. Questa dotta opera dissipò le tenebre e i dubbi di molti, e forse mercè di essa la camera del senato del congresso na- zionale rigettò la proposta del ma- MAT trimonìo a*i4 marzo 1839, fra gli applausi universali di tutti gli astan- ti. Nel voi. XI di detti Annali a p. 3 1 e seg. , è riportato il giudi- zio dell'episcopato Granatino, circa la pretensione di abolire il celibato sacerdotale, premessa la lettera cir- colare del zelante encomiato metro- politano, a ciò incoraggito e am- monito da Gregorio XVI. MATRONA , Matrona. Donna autorevole per età e per nobil- tà, ovvero donna saggia e virtuosa, che governa onestamente la sua famiglia, ed alla quale possono es- sere fidate delle giovani don/elle. Melisso appresso Gellio vuole che la matrona sia così detta a matris nomine. Matrona si chiama anco- ra la Levatrice. Delle matrone de- gli antichi romani e degli antichi cristiani, se ne parla in diversi articoli del Dizionario. Airarticolo Chiesa (Vedi), dicemmo del Matro- naeum o luogo particolare de'sacri templi assegnato alle matrone. Ma- tricuria poi era la matrona , la quale avea cura della chiesa , pres- so i greci chiamata Presbiteressa, e presso i latini Vedova, viduae, seniores. Tra gli antichi romani, un' eccellenza di pregi personali sollevava alcune liberte al grado di mogli primarie de' loro propri padroni, e ad essere le matrone e le signore della casa. V. Donna. MATTEI Girolamo, Cardinale. Girolamo Mattei di nobilissima fa- miglia romana, nacque nel 1 546 da Alessandro Mattei, ed Emilia Maz- zatosta dama di assai cospicua e vetusta nobiltà. I Mattei furono prima detti Guidoni, poi Papere- schi, o del Papa , come scrive il Vendettini, Del senato romano, p. i58; quindi nel i3oo di Roma- no j in ultimo di Matteo da un an- MAX tenate di questo nome, i di cui di- scendenti chiamaronsi Maltei. Così il Panviuio in mss. de gente nobi- li ssima Matiliaeia^ che si conserva nell'archivio della casa. Questa il- lustre ed antica famìglia diede al sacro collegio otto cardinali, uno de'quali fu il celebre Papa Innocenzo li. Girolamo avendo fatto egiegia- menle isuoi studi, fra le molte scienze nelle quali si rese eccellente, fino ad essere in concetto d' uno de' primi letterati de' suoi tempi, spiccò sin- goUìrmente nella perizia dell'una e l'altra legge. Ammesso in prelatu- ra, successivamente fu fatto chierico di camera, poi presidente della me- desima, indi uditore generale pure della camera. Fedele ed esatto nel tlisimpegno de^suoi uffizi, in premio della sua integrità Sisto V a' 1 7 di- cembre i586 lo creò cardinale dia- cono, conferendogli per diaconia la chiesa di s. Adriano. Questa digni- tà meritamente l'avrebbe consegui- ta assai prima da Gregorio XIII, se non fosse stata la valida ed ostina- ta opposizione del cardinal Luigi d'Este de' duchi di Ferrara, che a tutto potere attraversò sempre la promozione del Mattei. o per aver- lo questo in certa occasione dispre- gi;»to, o non riverito conforme al suo rango. L' Amydenio nelle vite mss. de' cardinali, ci fa sapere don- de ebbe origine 1' antipatia concepita dal d' Este contro il Mattei. Rac- conla pertanto, che il cardinal d'E- ste teneva avvinta ad una caténa un' orsa presso la porta del proprio palazzo, colla quale scherzando un fanciullo, la belva ferocemente l'uc- cise. Saputosi ciò dal Mattei udi- tore allora della camera, che a- bitava vicino, e che inutilmente a- vca avvisato l'Estense perchè la belva fosso meglio riguardata^ per MAX 297 autorità della propria carica, la qua- le dava allora ingerenza in simili cose di polizia, ordinò che per un colpo d'archibugio si uccidesse l'or- sa. Dispiacque all' estremo al cardi- nal d'Este che senza prevenirlo fosse tolto di vita un animale che ama- va, per cui da quel momento mo- strò costante contrarietà al Mattei, il quale inutilmente procurò cal- marne il risentimento. I congiunti del prelato allora con questo si ri- volsero al duca di Ferrara, che piti ragionevole, non solo si mostrò sod- disfatto, ma riprovando la soverchia durezza del cardinale, supplicò eoa vive istanze Sisto V ad annoverare il Mattei siccome degnissimo al sa- cro collegio, lo che effettuando il Pontefice, ne provò estremo dispia- cere l'Estense, che continuò a guar- dare di male occhio il Mattei. Que- sti ottenne inoltre da Sisto V l'ab- bazia di Nonantola, che fece visitare da Paolo Grassi vescovo di Zanle e Cefalonia, e tre volte cioè nel 1592, nel 1596, e nel 1600 vi fece radunare il sinodo diocesano, le cui costituzioni furono stampate. Nel- r ultimo molto operò per dilatare la divina gloria e per promovere la salute de' diocesani. In tempo di carestia alloggiava nel suo palazzo una quantità di poveri, cui forniva di tutto r occorrente. Fu nominato protettore dell' Irlanda e dei mino- ri osservanti, e da Gregorio XIV, che ben ne conosceva la prudenza e saviezza, deputato con altri car- dinali sugli affari di Francia, ed eziandio su quelli per la successio- ne al ducato di Ferrara, a cui il Mattei giustamente procurò esen- tarsene. Dipoi Clemente Vili lo de- putò alla compilazione del settimo delle decretali. Fondò in Roma il Collegio Malici (l^ecli), che fu sop- 298 M A T presso wl »777 ^a Pio VI per oerazioni, nel i6o3, d'anni f^j, e l\ì sepolto nella chiesa di s. Maria d' Araceli nella sua cappella genti- lizia dedicata all'apostolo ed evan- gelista s. Matteo, dove si vede in nanzi all' altare la sua arma rileva- ta in metallo, e poi espressa in ntarmo e fregiata di brevissima i- sciizione : questa cappella adorna delle pitture del Muziano, fu eretta dallo stesso defunto. Fu questo car- dinale grave, prudente, laborioso, di specchiata pietà, vero ecclesiasti- co, nato fatto per reggere e go- vernare, e noto a tutta l' Europa per la somma sperienza che avea nel trattare e conchiudere i più ri- levanti affari. Tra gli altri ch'ebbe in sua corte, vi furono Francesco Fagnano, che in seguito fu segre- tario della congregazione del conci- lio, Mario Altieri, e Girolamo Pam- philj che poi fu caidinale. Il Pe tramellara afferma, che a guisa di scintillante hmiiera sparse ovunque tali raggi di virtù, che nella sua persona nulla era a desiderarsi per ri^ontrarvi un perfettissimo e com- ]\T A T pifo modello della dignità calcinali" zia. Nel smodo IV sanese è regi- strala una lettera sopra materie conciliari del cardinale all'arcive- scovo di Siena ; questa lettera è tenuta in molta cstimaziotie da uo- mini dottissimi, e le prestano fede quasi ad oracolo. Pre-iso Innocen- zo X molto si adoperò a vantaggio del convento di Araceli , e colla sua autorità e consiglio coadiuvò il p. Lodovico Mosca nella nuova forma di governo del suddetto con- vento, per cui i religiosi a perpe- tuarne la memoria fecero dipingere in un arco del loro refettorio il p. Mosca in atto di render grazie al cardinale, tenendo il Mosca una carta in mano nella quale si legge: Hyeronimo Matlhco romano cardi- nali franciscanae faniiliae prolecto- ri oh hanc domum romanae prò- vincìae reslitutam anno Domìni i ^9 r pridie cjits diei qui Conceptae Vir- ginis sacer crai eadeni fami li a hoc posiiit grati sui animi monumcn- (um. Tanto riporta il p. Casimiro da Roma, nelle Mem. stor. del conv. e chiesa d' Aracoeli, p. 4^'- MATTEl Gaspare, Cardinale. Gaspare Mattei nobile romano, dei duchi di Paganica, |)rimogenito di sua illustre casa, nacque nel 1587 di Mario Mattei e di Prudenza Cenci. Egli attese a coltivar lo spi- rito coir acquisto delle scienze, e tia le altre della filosofìa e della giurisprudenza, di cui nell'archigin- nasio romano riportò la lauiea di dottore. Comechè poi fra i fratelli fosse il maggiore, si pensava dai genitori di accasarlo, ma non es- sendogli slato consenlito d' impal- mare quella damigella eh' egli a- mava, e colla quale desiderava di sposarsi , deposto quindi ogni pen- siero di nozze, nel pontificato di M A T Poolo V, (li cui era affine, prese 1' abito prelatizio, e fu eletto gover- natore di parecchie città dello stato ecclesiastico. Urbano Vili lo desti- nò pel primo alla vice-legazione di Urbino, dopo aver il Papa ricupe- rato quel ducato, ed in mancanza del legato; nominandolo pure alla carica di commissario generale in tutta la Romagna, in tempo di pe- ste. Sostenuti con decoro questi ed altri diversi impieghi, consecrato arcivescovo di Atene, fu inviato nunzio straordinario in Germania, dove poi si trattenne col carattere di nunzio ordinario, con tanta sod- disfazione del Papa, e piacere di Ferdinando III imperatore, massime in que' tempi difiicili e pericolosi, che in ricompensa del suo merito. Urbano VITI a' i3 luglio 1643 lo creò cardinale prete del titolo di s. Pancrazio, e poi fu fatto prolettore de' regni di Sicilia e di Polonia presso la santa Sede, col carico di n»olte delle primarie congregazioni alle quali venne ascritto. Nel tempo ch'era nunzio a Vienna, per ordine
  • ^^^ ^^^^ Girolamo e da Caterina Altieri da lui sposata in seconde nozze, sicco- me vedovo della Falconieri. Fin da giovane prese amore ed abitudine agli esercizi di pietà, terminando be- ne gli studi. Benedetto XIV nel i 758 gli conferì il priorato di s. Maria in Abbatissis, e l'abbazia di s. Cro- ce; poscia Clemente XIII nel 1766 lo nominò canonico di s. Pietro, e nel 1768 l'ammise in prelatura. Gli piaceva fin d' allora il catechiz- zare i fanciulli nelle parrocchie, il visitare gl'infermi negli ospedali, il predicare negli oratorii. Sostenne con esattezza diverse cariche pubbliche, dappoiché Clemente XIV nel 1770 lo fece ponente di buon governo, e Pio VI nel 1775 lo dichiarò am- ministratore dell' abbazia di Farfa, r ammise tra i prelati della con- gregazione del concilio per la rela- zione delle diocesi, e nel 1776 lo promosse a uditore del camerlengato. Inoltre Pio VI nel febbraio 1777 lo fece arcivescovo di Ferrara, e M A T 3o I poi nel concistoro de' 12 higlio 1779 lo creò e riserbò in petto cardinale dell' ordine de' preti. Re- candosi il Papa nel 1782 a Vien- na, fu ricevuto dall' arcivescovo, e nel ritorno tenne concistoro a' 22 maggio nella sagrestia della catte- drale di Ferrara, lo pubblicò caidi- nale, conferendogli il cappello car- dinalizio nel concistoro tenuto in I- mola a' 27 maggio, cui pure asse- gnò il titolo colla chiesa di s. Bai- bina che poi commutò con quella di s. Maria d' Araceli, e le congre- gazioni cardinalizie. Tutto dicemmo distesamente in più luoghi, massime nei voi. XV, p. 211, XXIV, p. 164 e i65, e XXXI V, pag. 89, del Dizionario. Il suo zelo, la sua prudenza, e la sua carità nell'eser- cizio delle funzioni episcopali, gli conciliarono il rispetto e l'amore de' suoi diocesani. Tenne sinodi, i- stituì esercizi spirituali e conferenze ecclesiastiche, e diede l'esempio del- la regolarità e della pietà. La ri- voluzione francese avendo obbligato molti preti a ritirarsi in Italia, il cardinale gli accolse in gran nume- ro, ed eccitò in loro favore la ge- nerosità del suo clero e degli abi- tanti. Spesava da sé solo più di trecento di tali onorevoli proscritti; e qualunque prete francese che ar- rivava a Ferrara diveniva l'ogget- to della sua sollecitudine, anzi giun- se a scrivere a diversi vescovi di tal nazione, offrendo loio un asilo. Intanto nel 1796 i francesi repub- blicani incominciata 1' occupazione de' dominii della santa Sede, co- strinsero Pio VI a cedere le lega- zioni, con trattato fatto col genera- le in capo Bonaparte. Quando poi Wurmser cogli austriaci si mosse al- la volta di Ferrara, i francesi eb- bero ordine di ritirarsi, ed il car- 3o2 MAX MAT tlinale di liprendere il governo del- che descrivemmo ai loro luoghi, la cillà e sua provincia. Il cardi- e che salvò Roma per assai poco naie in parte eseguì l'ingiunzione tempo. Il cardinale ne partecipò su- ed uno «lani d' un terzo potentato. Ma de'pienipotenziari, e l'agente Cacault Bonaparle non la intese così, ed in Tolentino, quest'ultimo che do- intimò al cardinale recarsi subito vea stendere il trattato, si mostrò ^1 quartier generale di Brescia, irritatissimo, per cui narra il cav. Giunto il cardinale colà, fu acremen Artaud nella Storia di Pio VIT^ te rimproverato per aver preso mo- che il cardinale pose in opera ogtii menlaneamente il governo di Ferrara, supplica per frenarne il nocevole ri- essendo suddito della repubblica, e sentimento, sino a gittarsi in gìnoc- quindi gli disse che meriterebbe d' es- chioni all' agente. Di questa ingi- sere moschettato. Prima lo rilegò in nocchiazione con buone ragioni se Milano, e poi ad intercessione del ne prova V insussistenza da mons. generale Gouttier lo confinò nella Baldassarri, nella Relazione delle av- stessa Brescia ; anco il senato vene- versila di Pio P^J, tom. I, p. 247 to s'interessò per la liberazione del e seg., il quale a p. 126 rettifica cardinale, còsi la municipalità di il racconto del medesimo cavaliere Ferrara. Altrettanto fece Pio VI a sull'affare di Ferrara, e l'andata mezzo di Cacault agente della re- del cardinale a Brescia. Ma su que- pubblica di Roma, e del cav. Aza- sti ed altri argomenti riguardanti ra ministro di Spagna. Finalmente l'illustre porporato, il di lui cauda- dopo circa quaranta giorni, Bona- tario e segretario d. Sebastiano Laz- parte lasciò partire il cardinale per zarioi colle stampe dell' Andreoia Ferrara. Questo generalissimo dipoi pubblicò nel 1799 ^^ Venezia: con quei motivi e pretesti che nar- Dettaglio storico di quanto prece- ramo all'articolo Francia, ed altro* de, accompagnò^ e seguì la pri- ve, per mandare ad effetto 1' intera gionia in Brescia del signor cardi- invasione dello stato pontificio, ven- naie Alessandro Mattel arcivescovo ne fuori con nuove esigenze, fingen- di Ferrara j le' commissioni di pa- do di scegliere per mediatore il ce ad esso addossate , ec. Opusco- cardinale, da lui stimato, che all'og- Io veridico ed esatto in quanto alle getto spedì al Papa, il quale non cose narrate, importante e giovevo- potè convenirvi. Allora Bonaparle le alla storia di que' tempi. Dopo il fece marciare i suoi eserciti verso trattato di pace il cardinale rilor- Roma, per cui vedendo Pio VI nò in Ferrara, mentre il resto dei- che poco mancava a perdere tutto, lo stato pontifìcio e Roma nel 1798 convenne alla pace di Tolentino o- furono interamente occupati dai "ve spedì plenipotenziàri per nego- francesi , ed il cardinale privato ziarla, fra' quali il cardinale siccome dei suoi beni. Deportato Pio VI bene accetto al generale. Tale trat- in Francia, morì glorioso nell' a- lato fu sottoscritto a* 19 fcliijraio gosto 1799 Adunatosi il conclave Ì797, con quelle condizioni dure iu Venezia vi si recò il cardinale, e MAT al dire del Baldassani, se avesse avulo luogo in Roma, Giuseppe Bonapaite doveva facilitarne l'e- lezione. Favoreggialo il cardinale dal cardinale Antonelli sotto - de- cano del sacro collegio, ogni giorno ebbe tredici voti, mentre il cardinal Bellisonii ne avea venlidue, come del partito del cardinal Braschi. Diviso il conclave tra questi due porporati, si pose in campo a dan- no del cardinal Mattei il narra- to aneddoto di Cacault, per farlo comparire debole, e l'appartenere a principesca famiglia romana^ onde facilmente il nepotismo sarebbesi po- sto sul trono. Vuoisi che il cardi- nale Hertzan che avea le istruzioni dell' imperatore, promovesse anch'e- gli l'esaltazione diti cardinal Mattei. Benché i voti di Bellisomi diminuis- sero, niuno ne guadagnò il nostro cardinale, sebbene vi fu chi ram- mentò al sacro collegio la risposta eh' egli diede a Bonaparte, quando minacciò di farlo moschettare, cioè che bastava che gli concedesse un quarto d'ora per prepararsi a mo- rire. Ma Dio che avea stabilito il cardinal Chiaramonti, questo fu e- letto col nome di Pio VII, il qua- le imitò il predecessore nell' amore e neir estimazione del cardinale. Pri- mieramente a' 2 aprile 1800 lo fe- ce amministratore della sua chiesa di Ferrara, e vescovo suburbicario di Palestrina, per cui si portò a ri- siedere in Roma. Nel i8o4 tenne a Palestrina un sinodo di cui gli atti furono stampati ; rinnovò gli anti- chi statuti della diocesi e ne fece di nuovi. Tale raccolta forma un volume che nel medesimo anno fu stampato in Roma. A' 24 agosto 1807 cessò nell'amministrazione di Ferrara, cui fu dato per arcivesco- vo Paolo Patrizio Fava Ghislicn. MaT 3o3 Indi nel 1809 il cardinale passò al vescovato di Porto e s. R.uffina, e divenne sotto decano del sacro col- legio. Divenuto Bonaparte impera- tore de' francesi, tornò ad invadere lo stato pontificio, e nel luglio di detto anno Pio VII e i cardinali furono portati via prigionieri. Tra quelli che furono condotti in Pari- gi, vi fu il nostro porporato; ma neppur qui fu lasciato tranquillo, poiché Bonaparte lo privò de' suoi benefìzi e rendite, e lo mandò in esilio a Rhelel o Rethel, città del dipartimento delle Ardenne nella Sciampagna, perchè non intervenne alla celebrazione del suo matrimo- nio. Quei che lo conobbero in Francia, poterono apprezzare la sua dolcezza, la sua pietà, e le al- tre sue belle virtìi. Era continua- mente applicalo agli esercizi della religione, ed il frutto della sua ri- tiratezza fu un libro di divozione intitolato: Meditazioni delle verità eterne per fare gli esercizi spi ri tua- liy secondo il metodo di s. Ignazio, distribuito in otto giorni, che fece poi stampare in Roma nel i8i4> senza porvi il suo nome. Final- uicute la persecuzione cessò, Napo- leone Bonaparte fu detronizzato, ed il Papa col sacro collegio potero- no ritornare in Roma. All' artico- lo Ingressi in Roma, nel raccontare quello trionfale di Pio VII, dicem- mo eh' era seco lui in carrozza il cardinale, divenuto decano del sa- cro collegio ; quindi a' 26 settembre fa traslatato al vcicovato d' Ostia e Velletri, ove tenne un sinodo ; in conseguenza divenne prefetto della congregazione cerimoniale , e della rev. fabbrica di s. Pietro quan- do fu fatto arciprete di quella basi- lica. Inoltre Pio VII lo fece sUo pro-datario e gli conferì diverse 3o4 MAX protettone^ fra le quali quelle del- l'ordine gerosolimitano, dell'ordine de' cappuccini, delle città di Maglia- no, Paleslrina, Terracina, Veroli, di alcune lene, confraternite, monaste- ri e pie istituzioni. Oltre delle due ricordate congregazioni cardinalizie, fu membro di altre otto delle prin- cipali, venendo naturalmente consul- tato in lutti i grandi affari che si trattarono per la Chiesa universale e per lo slato pontificio, dopo le accennate clamorose vicende. L'im- peratore Francesco I, prima di par- tire dal soggiorno che fece in Ro- ma, come decano de' cardinali, gli conferì la gran croce di s. Stefa- no, che pure die al senatore di Roma principe Altieri. Mentre as- sisteva ai divini offìzi nella basi- lica vaticana, fu collo da malattia che dopo sei giorni lo rapì a' vi- venti verso le ore i8 de'20 aprile 1820, nell'età di 'j^ anni. IS'ella chiesa di s. Marcello furono cele- brati i solenni funerali, ove alla presenza del sacro collegio celebrò Ja messa il cardinale Emmanuele de Gregorio. Dalla della chiesa vennero trasportate privatamente le sue spogUe mortali all'altra di s. Maria in Araceli, ove furono tu- mulate secondo la sua disposizione, nel sepolcro della cappella gen- tilizia, eoa onorevole iscrizione che ricorda i pregi del defunto. JVel numero 33 del Diario di Ro- ina 1820, è riportato del cardi- nale il seguente elogio. « Funesto a Roma fu il giorno in cui morì il porporato. Questo insigne personag- gio, la cui memoria sarà in eterna benedizione, per le tante virtù del- le quali in se medesimo fece vedere il complesso, fu compianto da tutti. I popoli ai quaU egli ha presieduto in qualità di metropolitano e di IVIAT vescovo, hanno in lui sempre am- mirato un pastore santo pieno di zelo per la loro santificazione, e un amoroso padre ardente di caritù. I più segnalati tratti di liberalità ver- so i poveri sono stati continui e abituali per lui. Al più fervido re- ligioso spirilo ha egli congiunto il più attivo trasporto pel sacro cullo esteriore, e non solo è stato sem- pre esattissimo alla celebrazione del- le sacre cerimonie, le quali per le complicale sue rappresentanze gli competevano, ma a questo splendi- do esercizio ha unito ancora fino agli ultimi giorni di sua vita logo- ra dalle fatiche e da personali in- disposizioni, quelli delia visita degli infermi, d»^!!' amministrazione dei sagramenti, dell' assistenza a divole pratiche, quale è quella della Via Crucis nel Colosseo (del cui sodali- zio era direttore perpetuo), della recita del divino uffizio co'religiosi, specialmente nel coro di Araceli ; e anche dello spargimento della di- vina parola nelle congregazioni lai- cali, le quali lui vantavano per pro- tettore. Noi tralasciamo l' illibata amministrazione delle grandi e im- portantissime cariche ad esso affida- le, come soggetti da non potersi esaurire con pochi tratti di penna. Ha cessalo pertanto di esistere, co- me un esemplare dell'invitta costan- za necessaria in angustia di tempi per quelli che in avvenire saranno adornati della sacra porpora ; così un degno sacerdote e prelato, il quale percorso avendo con massima lode tulli i gradi che gli fecero scala al luminosissimo in cui si è trovalo morendo, è da desiderarsi che sia imitato da qualunque a- scritto all'ecclesiastica gerarchia. >» MATTEI Lorenzo, Cardinale. Lo- renzo ducaMattei, fratello del pre- MAX cedente, e come (jueiio nipote del cardinal Luigi, nacque in Koma ai 29 maggio 174^- Avendo fatto lo- devolmente gli studi, e dichiarando di abbracciare lo stato ecclesiastico. Clemente XIV nel 1771 Io fece canonico dell' arcibasilica Jaleranen- se, e lo fu pel corso di 62 anni. Tanto affetto pose a quella prima chiesa dell* orbe cattolico, ' che anco dopo il quarantennio prosegui a ser - \irla assiduamente, talché nella giu- sta compiacenza di vedersi poi fre- giato della romana porpora, fu glan- de oltremodo la sua amarezza per doversi distaccare dall' amata sua chiesa. Nominalo prete assistente alla cappella pontificia, divenne pre- lato. Nella gioventù^ come nell' e- strema sempre florida vecchiezza, formò sue delizie delle sacre fun- zioni, nelle quali spiegò nuovo ar- dore, quando nel concistoro dei 27 settembre 1822;, Pio VII lo pre- conizzò patriarca d' Antiochia in partibits. Vedendosi nominato da Leone XII all'arcivescovato di Fer- i*ara, egli ebbe la modestia di ri- cusarlo, dichiarandosi non più ca- pace a sostenere tanta mole. Se egli non funse molte cariche, e- sercilò bensìi con zelo indefesso quel- le di cui fu rivestito, tra le quali fu r ultima la segreteria della sacra visita generale e straordinaria, aper- ta da Leone XII per tutte le chiese e luoghi pii di Roma. In premio de' suoi meriti, il Pontefice Grego- rio XVI nel concistoro de' i5 apri- le i833 lo creò cardinale dell'or- dine de' preti, e mentre avea sta- bilito conferirgli il titolo cardina- lizio in quello de' 29 luglio, la sera de' 24 di dello mese, poco prima della mezzanotte , nell* anno ot- tantesimosesto di sua età, munito di lutti gli augusti e soavi con- VOL. XLIIl. MAX 3o5 forti della Chiesa, spirò nel bacio del Signore. Per ftide e per costu- mi csemplarissimo in tutte le epo- che del viver suo, passò quasi sen- za avvedersene a quel soggiorno, ove se ne ottiene immenso pien»io. Le sue spoglie morlali dopo essere siale esposte nel suo palazzo, furo- no trasportale col solilo funebre ap- paralo nella chiesa di s. Maria di Araceli, ove pontificò la messa di requie il cardinal Benedetto Cap- j)elletti ; e nel giorno seguente fu sepolto nella cappella gentilizia, ove si legge di lui una onorevole me- moria. Tra le sue disposizioni te- slamenlarie, vi fu quella del dono d' un quadro dipinto a olio di stu- j)enda mano fiamminga pel Papa Gregorio XVI, rappresentante Gesti Cristo che discaccia i profanatori del tempio. Siccome nel numero 60 del Diario di Roma, in un articolo necrologico erasi dello, che con lui si estingueva una delle antiche e illustri prosapie romane, che in lunga se- lie eh generazioni spiccò sempre per inconcussa probità ispiiala da pro- fondi sentimenti di religione, cos'i nel numero 62 fu pubblicata que- sta protesta. « Allorché fu annun- ciala la morte della eh. mem. del cardinale Lorenzo Ma Ilei, si asserì estinta la famiglia Malici. Viene ora a porsi in dubbio quesl' asser- tiva, attesa 1' esistenza di alcuni do- cumenti dai quali risulterebbe, che nel vivente signor conte d. Andrea Malici di Corsica canonico della pa- triarcale basilica lateranense ( prete assistente della cappella pontificia) continua la discendenza mascolina della sullodala nobilissima romana famiglia". Avendo noi preso cogni- zione della discendenza mascolina della famiglia Malici, non pare che i Mattei di Corsica abbiano che 20 3oG MAT fare coi Mattei di Roma. Esamina^ tu quindi r albero genealogico dulia iuiiiiglia romana e le memorie rlie ne parlano, non si rinvenne che lo stipite da cui i Matlei di Corsica asseriscono discendere, possa aver ducumenlala relazione tanto con la ascendenza, che colla discendenza mascolina. Quindi tulle le pretese dei secondi sul fìdeconimisso Multei terminarono colla riportata dichia- razione, cui uiuno diede risposta. Col decesso dunque del cardinal Lo- renzo venne ad estinguersi una delle più antiche e nobili famiglie ro- mane, che oltre a secoli avea sem- pre dato alla Chiesa ed allo stato uomini insigni in pietà, in dottrina ed in armi. In tal guisa aprissi la successione al fidecomnjisso primo- genitale Mattei, istituito fino dai iGoo dal cardinal Girolamo. E sic- come a godeie di questa istituzione iu mancanza delle linee mascoline formale dai discendenti Mattei, ve- uivano chiamati col prescritto or- dine di successione i maschi delle femmine Mattei, così messo da parte ogni ullerior litigio forense, si di- visero questi di pieno accordo per alto di liansazioue tutti i beni fì- decommissari col vincolo sempre di primogenitura^ coll'obbligo di unire il cognome e lo stemma Matlei, e colla reveisabililà della quota di- visa a quella della famiglia che ri- manesse air altra superstite per li- nea mascolina. Questa transazione con altri articoli risguardanti anche i titoli e le onorificenze dell' estinta famiglia, si degnò pienamente am- mettere ed approvare il Papa Gre- gorio XVI con suo sovrano chiro- grafo de' 3o maggio 1839. Della Villa Malici, e del palazzo Mattei in Roma parleremo agli articoli Ville c Palazzi di Roma. Wcl voi. MAT XV, p. 3o8 del Dizionario di- cemmo dell' antico piiviicgio delln famiglia Multei, di cuslodu-e i ponlt in tempo ili conclave. MATTEO (s.), apostolo ed evan- gelista. PorUiva il nome di Levi prima della sua conversione, e sem- bra che prendesse quello di s. Matteo (che in ebraico signi fif.i uno eh' h donato , corr»e si direbbe in Ialino Donalus) dopo che si era unito a Gesù Crislo. S. Marco lo dice figlio di Alfeo ; ma a torlo conchiuderebbesi da ciò esser lui fratello di s. (iiucumo il Minore. Pare che fosse galileo di nascila, ed esercitava la professione di pubbli- cano, ossia ricevitore delle gabelle. Gesù Cristo uscito da Gafartiao, dopo avervi guarito un paralitico, ammaestrava il popolo che segni- vaio in folla sulle rive di Genesa- relh. Vide Matteo eh' era seduto al suo banco , lo chiamò, ed egli si pose a seguirlo, abbandonaiìdo il lucroso suo uffizio. E da creder- si eh' egli fosse di già preparala alle impressioni della grazia che lo chiamava all'apostolato, colla co- noscenza della persona e della dot- trina del Salvatore, abitando egli vicino a Cafarnao, ove Gesù Cri- sto avea dimorato per qualche tem- po, e predicalo , e fatto miraceli non pochi. Dopo la sua conveisione convitò ili propria casa il Salvato- re e suoi discepoli ; invitò pure i suoi amici, massime quelli che eser- citavano la professione alia quale egli avea rinunziato, sperando ch« i colloqui di villi del Salvatore frut- tassero ad essi !a stessa grazia ch« ebbe egli. La vocazione di s. Mat- teo si pone al secondo anno della predicazione di Gesù Cristo. Di Ik a poco avendo il Salvatore forma- to il collegio apostolico, aggrega MaT Matteo alla società di quelli ette voleva fossero i primi fondatori della sua Chiesa, INella lista degli apostoli data dagli altri evangelisti, il stio nome sì trova avanti a quel- lo di s. Tommaso ; ma egli pone questo apostolo prima di sé, ed aggiunge al proprio nome cjuello di pubblicano. Sappiamo da Eusebio e da s. Epifanio, che dopo l'Ascen- sione di Gesù Cristo , s, Matteo predicò nella Giudea e nelle con- trade circonvicine, ne se ne discostò prima della dispersione degli apo- stoli ; e poco dopo questa disper- sione egli scrisse il suo evangelio, pregatone dai giudei convertiti. S. Epifanio dice, che lo scrisse per co- mando degli altri apostoli. È certo che il vangelo di s. Matteo è il pi imo di tutti; che s. Bartolomeo lo portò seco nelle Indie, e ve lo lasciò. S. Matteo entra in una narrazione più minuta e circostanzia- ta delle azioni del Salvatore, che non gli altri evangelisti. Dal quin- to al quattordicesimo capitolo dif- ferisce da loro nella maniera di ordinare i fatti: trascura l'ordine dei tempi per meglio riunire le istruzio- ni del divino maestro, e mostrare più perfettamente il legame che hanno tra esse. Insiste principalmente sui precetti morali, e dà la genealogia di Gesù Cristo, per far vedere il compimento delle proD)esse, secondo le quali il Messia doveva uscire dalla schiatta di Abramo e di Da- vidde : per la qual cosa propone- "vasi particolarmente d' indurre i giudei a credere in esso. L'evan- gelio di s. Matteo, giusta le testi monianze degli antichi padri, fu originariamente scritto in ebreo mo- derno o in si ro caldeo, ch'era la lingua che parlavano gli ebrei do- po la cattività, checché ne dicano MAT 3o7 in contrario Erasmo , Calvino ed altri. Secondo s. Girolamo e s. Agostino, la versione greca fu fat- ta al tempo degli apostoli, e forse da alcuno di loro. 11 santo evange- lista, dopo aver convertito un gian numero di anime nella Giudea , andò a predicare la fede a' popoli barbari dell'oriente. Clemente Ales- sandrino riferisce ch'egli era molto dato all' esercizio della contempla- zione ; che menava vita austerissi- ma ; che non mangiava altro che erbe, radici e frutta selvatiche. S. Ambrogio dice che Dio gli aprì il paese de' persiani. Secondo Kufìno e Socrate egli portò il vangelo in Etiopia : sotto il nome della quale non deesi intendere le contrade orientali e meridionali dell'Asia, co- me Tillemont e Baillet hanno cre- duto; ma la parte dell'Etiopia che confina coH'Egitlo, non già Axu- Oìa nell'Abissiuia, ove s. Frumenzio gettò i primi semi della fede. Se- condo l'opinione comune morì a Ludi, nel paese di Sennar che fa- ceva parte dell* antica JNubia. For- tunato dice che soffrì il martirio a Naddaver in Etiopia , e Doroteo racconta che fu seppellito a Jerapo- li paese dei parti. Le sue reliquie furono poscia portate nell'occidente; e da una lettera del Papa Gregorio VII del 1080 al vescovo di Salerno, rilevasi che erano in una chiesa di questa città, dedicata in onore del santo evangelista. Raffigurandosi gli evangelisti nei quattro misteriosi ani- mali descritti da Ezechiello e nel- l'Apocalisse, s. Matteo, secondo 8. Agostino, è rappresentato dal leo- ne, perchè egli spiega hi dignità reale di Gesù Cristo; ma altri danno questo simbolo a s Marco, perchè comincia dalla missione di s, Giovanni, e dalla sua voce, che 3o8 MAX grida nel deserto : in tal caso Vani' male che avea la figura quasi di uomo dovrà appropriarsi a san Matteo, che comincia il suo van- gelo dalla generazione tempora- le del Salvatore; dandosi il simbo- lo dell* aquila a s. Giovanni, e quello del vitello a s. Luca. La festa dell' evangelista s. Matteo si celebra il giorno 1 1 di settembre. Della chiesa di s. Matteo ora esi- stente in Roma, si parlò nel voi. XIV, p. 208 del Z)/zio/7flr;zo. Dell'an lica Chiesa di s. Matteo in Merulana (Fèdi), ne tenemmo proposito an- che nel voi. XXXVI, p. 96, di scorrendo del collegio che vi aven- no gli agostiniani irlandesi, cui Pio VII die in compenso , prima la chiesa e monastero di s. Eusebio àie Celestini (Fedi), quindi il palaz- zo e chiesa di s. Maria in Postern- la de' medesimi. Nella chiesa in Merulana eranvi i Crociferi (^Fedi) quando Sisto IV nel i^jS l'unì alla sagrestia delia chiesa di s. A- gostino, con obbligo a questa di mantenervi il culto divino. Nel i656 Alessandro VII die la chiesa di s. Matteo agli agostiniani irlan- desij i quali poi la linunziarono, on- de il Papa nel 1661 la concesse agli agostiniani di Perugia in com- penso del convento di s. Maria No- vella che essi aveano ceduto alle monache benedettine. Nel lySg Clemente XII restituì la chiesa in Merulana agli agostiniani iilande- si, ad istanza del re Giacomo HI. Distrutta nella repubblica francese, per quante ricerche ho fatte dei suoi monumenti, ecco ciò che po- tei sapere. Alcune piccole statue di marmo furono trasportate alia ba- silica Lateranense nel chiostro, in- di in chiesa. Allorché monsignor Nicolai (u« parla nell' opera sulla M \ T Presidenza delle strade t. II, p. 1 52) imbrecciò la via Merulana, l'area della chiesa e convento l'ac- quistò la principessa d. Teresa Cae- tani, la quale negli scavi che vi fece solo trovò avanzi di ruderi antichi, sepolture ed ossami. MATTEO (b.), vescovo di Gir- genti. Prima della sua promozione all' episcopato portava il nome di Matteo di Cimarra. Compagno di s. Bernardino da Siena , e come lui religioso francescano, ne imita- va lo zelo e ne di videa la fatica. La sua divozione ai santi nomi di Gesù e di Maria era singolare. A- vendo fondato in Sicilia parecchi conventi del suo ordine, si trovava in quello di Girgenti, quando mor- to il vescovo di questa città, fu e- letto a succedergli . Geloso osser- vatore della disciplina ecclesiastica, trovò degli oppositori che lo denun- ziarono al Papa Eugenio IV, il quale però riconobbe la falsità del- l'accusa ; ma il servo di Dio prese da ciò occasione per isgravarsi di un peso che portava a malincuore. Rinunziò dunque il vescovato di Girgenti, rientrò nel chiostro, e continuò a faticare da semplice re- ligioso per la salute delle anime e per la propria santificazione, in- fìno alla l3eata sua morte, che fu il 7 febbraio i45ir. La sua festa è segnata il 2 1 dello stesso mese. MATTEO Carrara (b.), da Mantova, domenicano. Uomo chia- ro per la santità della vita, e per lo zelo di convertir anime a Dio. Circa il 1463 si recò a predicare nella chiesa di s. Giacomo de'pa- dri predicatori di Soncino, antico ed illustre castello del territorio cremonese, ed introdusse fra quei padri la riforma della congregazione di Lombardia. Tenerissimo della M A T pnssione di Gesù disio, infiammò dello stesso affetto la giovanetta Stefana Quinzani (Fedi), che ne udiva le prediche, e che da lui guidata alla perfezione, meritò po- scia i'onor degli aitati col titolo di l)eata. Il beato Matteo mori a Vigevano nel i47'> ^d è venerato dall'ordine domenicano a'7 d'otlo- hve. Il p. Leandro Alberti ne scris- se la vita. MATTEO, Cardinale. Matteo pisano fu creato cardinale di s. A- driano nel ii23 da Calisto II, e morr probabilmente nel pontificato di Onorio II, alla cui elezione erasi trovato presente. MATTEO, Cardinale (b.). Matteo nacque di nobilissima ed opulenta famiglia di Reims, e divenne cano- nico di quella metropolitana in gio- \anile età. In questa rinunziando il mondo, si ritirò fra' cluniacensi, e ne professò la regola nel mona- stero di 8. Martino dei Campi di Parigi, di cui poi fu eletto abba- te. Onorio lì avendone conosciuto il merito, lo prescelse a compagno di sue apostoliche fatiche, e nelle tempora del dicembre 1 ii5 lo creò cardinale vescovo di Albano. In questa dignità conservò l'umiltà re- ligiosa, vestendo principalmente in privalo r abito del suo ordine, e conservando anche ne' più ardui e clamorosi affari viva la aiemoria del- la divina presenza. Mantenne stret- ta corrispondenza con s. Bernardo, col quale si affaticò pel bene della Chiesa. Quale legato apostolico delle Gallie presiedè in nome della san- ta Sede ai concilii di Parigi e di Ca- talogna, non che a quello di Troyes, nel quale fu data la regola e l'a- bito a* cavalieri templari, come ri- portano i pp. Mabillon e Labbé. Indi si portò a Kouen per abboc- MAT 3o9 carsi col re d'Inghilterra sugli af- fari delle Provincie di Normandia, e rilevata la necessità di sradi» care alcuni gravi abusi che vi si erano introdotti, convocò un sinodo in detta città, coli' intervento dei vescovi ed abbati della provincia. Altro sinodo celebrò in Chalons, alla presenza di s. Bernardo. Tor- nato in Italia mentre 1* antipapa Anacleto II sosteneva lo scisma, ri- partì per la Francia col legittimo Innocenzo 11, alla cui elezione avea contribuito, onde sottrarlo alle vio- lenze del potente suo avversario. Si adoperò poscia in modo che, tranne una piccola porzione della provincia d' Aquitania, tutta la Francia, la Spagna , V Inghilterra e la Germania riconobbero Inno- cenzo II, prestandogli obbedienza e sommissione. Lo stesso fece in Ita- lia al suo ritorno, per il qual fine in compagnia di s. Bernardo e del cardinal Guido da Pisa, intraprese la legazione di Milano e ritirò dal- lo scisma i cittadini di quella città, in un ai genovesi ed altri popoli confinanti. Inviato dal Papa a Mon- tecassino, depose l' abbate Nicolò, indegno del grado, ed in suo luo- go fece eleggere Signoretto prevo- sto del monastero di Capua, con che restituì il buon ordine a sì ce- lebre cenobio. Per ispeciale commis- sione pontifìcia pronunziò senten- za di anatema contro Ponzio abba- te di Clugny e cardinale. Restò sempre fedele ad Innocenzo II, e con pericolo di vita lo seguì co- stantemente ne' suoi viaggi. Consu- mato da tante fatiche, postosi sopra il cilizio e la cenere, fece con gran fervore la professione di fede, rice- vè i sagramenti, ed avvisato con su- perno lume dell'ora di sua morte, cessò santamente di vivere in Pi- 3 r 0 M A T sa,a*2 5 dicembre ii34 al dire del Riccy, o II 35 secondo il Ciac- conio, o meglio nel ii36. Il suo cadavere fu tumulato nella chiesa di s. Frediano in magnifico avello, ove Dio a sua intercessione operò strepitosi prodigi, onde il suo no- me venne registrato nel martirolo- gio benedettino e gallicano. I fatti piìi memorabili di questo cardina- le, e le preclare ed eccellenti sue virtù furono descritte da s. Bernardo in alciMie sue lettere a Pietro il Venerabile, che ne compose la vita. Pubblicò questo cardinale parecchie opere per lo più ascetiche. Nel giorno seguente alia sua morte In- nocenzo li celebrò la messa solen- ne di requiem in suluagio della di lui anima. Il Baronio lo tlice uomo di grande ed ammirabile santità; s. Bernardo e Pietro il Ve- nerabile lo chiamano santissimo uo- mo, angelo di costumi, illustre per santità e per virtù , polente non meno nelle opere che nelle parole. MATTEO, Cardinale, Matteo fu creato cardinale prete di s. Pietro in Vincoli, nelle tempora di dicem- bre II 25 da Onorio li, dopo la morte del quale, abbandonato In- nocenzo li, sigillò Q,\ partito dell'an- tipapa Anacleto li, che fattolo can- celliere lo annoverò tra i cardina- li deputali per condursi a Saler- no, ad oggetto di autenticare l.i legitti^mità deli' invalida sua elezio- ne. Mori nella sua ostinazione, sen^ ipa sapersene V anno. MATTEO, Cardinale. Matteo fu jcreato cardinale pvele da Eugenio III nel ii5o, e fatto arciprete della patriarcale basilica di s. Ma? ria Maggiore nel i i53, per cui air r articolo Chiesa di s. Maria Mag- giore Io registrammo pel primo arciprete, ed il secondo nel \ i66, MAT MATTEO, Cardinale. Matteo nac- que in Angers, e da Alessandro III nel dicembre 1178 fu creato prete cardinale del titolo di s. Marcello, Trovossi presente alla solenne asso- luzione data da Lucio III nel 118:» a Guglielmo re di Scozia, alla cui elezione avea contribuito, e mor\ nel I i83 o 1 184. MATTEO, Cardinale. Matteo da canonico regolare della congrega- zione di s. Frediano di Lucca, A- lessandro IH nel dicembre 1178 lo creò diacono cardinale di s. Maria Nuova, e mori nel pontiQcato di Lucio III di cui era stato uno de- gli elettori, MATTEO, Cardinale. Matteo fu da Innocenzo III nel dicembre 1-200 fatto cardinale diacono di s. Teo- doro, e mori nel 1 206. MATTEO, Cardinale. Matteo di Polonia, nato in Cracovia secondo Cardella, o in Crncow suo castello nella Pomerania, come avverte il LNovaes, il quale dichiara eh' è pu- re il suo cognome; divenuto mae-r Siro in teologia e rettore dell'uni- versità di Praga, scrisse un tratta- to teologico sulla carità, oltre pa- recchi commentari sopra diversi li- bri della divina Scrittura, come sul- la cantica, snlT ecclesiaste, sull' e^ vangelo di s. Matteo, e sull'episto- la ai romani, registrali dal Torri - gio. De script, cardinalibiis. L' im- peratore Roberto lo nominò suo ambasciatore e cancelliere dell'im- pero, e nel i4o5 vescovo di Wor* mazia, chièsa che governò con som^ ma prudenza e pari vantaggio del- le anime alla su^ cura commesse. Gregorio XII a' 19 settembre i4'^8 in Siena lo creò cardinale prete
  • venendo se-r pollo onorevolfflente nel coro dell?^ MAX raUedrale. Ne scrisse la vita Cri- stiano Schoetgenio in lingua tede- sca, nella sua Pomeriana antica e vìodt-rna^ par. V, p. 632. MATTIA (s.), apostolo. Si unì di l>non* ora al Salvatore, che non la- sciò mai dal battesimo sino alla di^ lui gloriosa ascensione, e si ritiene die sia slato uno dei setlanfadue suoi discepoli. Fu eletto ad occu- pare il posto del traditore Giuda ; ma nulla si sa di certo sulle par- ticolarità delle sue azioni. Si sa soltanto in generale che dopo ri- cevuto lo Spirito Santo il dì della I^entecoste, andò a predicare il van- gelo di Gesù Cristo, e che consa- crò il rimanente della sua vita alle fatiche dell'apostolato. S. Clemente d'Alessandria riferisce di lui, che nelle sue istruzioni insisteva massi- mamente sulla necessità di mortifi- cale la carne, reprimendo i desi- deri! della sensualità. I greci pre- tendono, giusta un* antica tradizio- ne espressa ne' loro menologi, che s. IMattia abbia predicato la fede verso la Cappadocia e le coste del mar Caspio, aggiungendo che fu martirizzato nella Colchide, cui dan- no il nome di Etiopia. I latini ce- lebrano la sua festa il dj 24 feb- braio. Una parte di sue reliquie è custodita neir abbazia di s. Mattia di Treveri, ed in s. Maria Maggio- re di Roma : dicono i Bollandisti, che le reliquie di» s. Maria INIag- f;iore che si credono dell' a postulo ». Mattia, sieno d'un altro s. Mat- tia, il quale fu vescovo di Geru- salemme verso l'anno 120. P'edi Chiesa di s. Maria Maggiore. MATTIASA (b.), detta Nazarei dal nome di suo padre. Fu una «anta vergine dell' ordine delle eia- risse, cui Dio trasse a sé colle gra- fie più abbondanti. Morì nel i5i3 MAX 3 T T badessa del monastero di s. Mad- dalena a Camerino nello stato ro- mano,, dov* era entrala in religione. F onorata il primo marzo nell'or- dine di s. Francesco. MATTUTINO, Malutìnum. Una delle sette Ore canoniche, prima parte dell' U/fìzh divino di ciascun giorno, che si dice alla mattina di buonissima ora, talvolta a mezza notte, e talvolta anche alla vigilia, 11 Macri, Not. de\>ocah. eccl., dice che la voce mattutino deriva da Matiita che significa l'aurora, e che viene chiamato anche Noctnrnunif perchè un tempo si recitava di notte, e perciò questa parte dell' uffizio recitata in tal tempo si diceva notturni ossia vigilie notturne. Ora poi perchè questi notturni si uniscono coWe Laudi [P^edi), così si chiamano mattutini. Osserva il Rinaldi, che il mattutino rappresenta le adunanze prescritte dall'Apostolo ai corinti. Co- minciò l'uso di recitare il mattutino in Betlemme, come riferisce s. Isido- ro, De eccl. off. 1. i, e. 2 3. Era ben conveniente, che nel luogo della nascita di Cristo cominciassero le lodi nolturnali, dove gli angeli di mezza notte furono uditi cantare le celesti lodi al nato bambino. De- vesi recitare colle laudi prima della messa, conforme ordina la rubrica, la quale il Barbosa, De polest. epi- scop. par. 2, alleg. 24, "• i5, pen- sa che non obblighi a peccato mor- tale, adducendo in suo favore venti autori, e per la parte contraria die- cinove, tra' quali i ss. Antonino e Raimondo, ed i Papi Innocenzo IV e s. Pio V: il primo di essi scri- vendo al cardinal Ottone legato in Cipro, per accomodar le controver- sie tra i vescovi latini e greci in- torno all'osservanza de' riti, Ira le istruzioni che gli diede evvi questa. 3ii MAX Sacerdotes aittem dicant horas cn- nonicas more suoj sed tnìssani ce- lebrare, priusquani offìciuni molli' timim compleverinty non praesiunant. li Macri le chiama parole degne di profonda e attenta considerazione, pei sacerdoti che con facilità tras- grediscono questo precetto, per il quale almeno obbliga sotto pena di peccato veniale; e di tal negligenza dovranno renderne strettamente con- to a Dio. Cenedo cita a favore di questa opinione trenta gravi autori, seguito dal vescovo Giordani nei suoi trattati morali, il mattutino colle laudi per una giusta causa si può recitare nei vesperi del giorno precedente; così s. Tommaso, e la comune de'dottori; senza una qual- che causa, fino ai vesperi dello stesso giorno, troppo notabilmente varia il tempo. Nel mattutino, ancorché solennìssimo, mai si adopera pivia- le, o altro paramento, purché non vi sia una consuetudine in contra- rio; solo al tempo della nona le- zione, che si dice dall' ebdomadario, esso coi due intuonatori pigliano il piviale, e continuano le laudi colle medesime solennità del vespero . Caerem. episcop. lib. 2, cap. 6 67. Ma quando officia il vescovo, dice la nona lezione colla sua cappa or- dinaria, tranne nella notte di Na- tale, nella quale si mette il piviale per dire l'orazione del mattutino. Caerem. episcop. lib. 2, e. 1 4- Sic- come nel mattutino del sabbaio, di- cendosi r uffizio della Beata Vergi- ne, si lascia il salmo Jubilale, nel cui luogo si canta Boniim est, per non replicare lo slesso salmo due volte, così dovrà osservarsi occor- rendo la vigilia di Natale in sabbaio per l'istessa ragione. P'edi il Diclich, Dizionario sa ero- liturgico, agli arti- coli mattutino, Mattutino e Ina- MAX di solenni, e Mattutini delle tene- bre. Nella Cappella pontifìcia [Tedi) cinque sono i mattutini che vi si cantano al modo detto in quell' ar- ticolo, cioè i tre mattutini delle te" nebre, nel mercoledì, giovedì e ve* nerdì santo, il mattutino de' morti, e quello della notte di Natale. Il Papa v' interviene col Manto o pi- viale ponlilìcio, ed anticamente col- la cappa e falda, secondo quanto descrivemmo ancora ai voi. Vllf, p. 83 e seg., e XXIIl, p. 9 del Dizionario. Altri Pontefici si reca- rono ad assistere al mattutino della notte di Natale nella basilica di s. Maria Maggiore, celebrando quindi pontificalmente la messa nella detta basilica, come nel 1846 fece il Pa- pa che regna. Quando il Papa as- sumeva la cappa ne* mattutini , gli avvocati concistoriali portavano i'ar- mellino coperto coi cappucci voltati, tranne il mattutino de' morti, in cui r armellino non ha luogo. Nei mat- tutini i cardinali non rendono ob- bedienza al Papa: in sua assenza ne fa le veci, nei mattutini delle tenebre il cardinal vescovo subur- bicario più degno, in quello dei mor- ti il cardinal penitenziere maggio- re, ed in quello della notte di Na- tale il cardinal camerlengo o quel cardinale che per lui canta la messa. Se il Papa assume la cappa magna, si veste di falda, amitto, camice, cingolo e stola. Sopra di tali abiti il prefetto delle cerimonie coli' aiu- to degli uditori di rota gli pone la cappa. Spetta al detto prefetto coprirlo e scoprirlo di cappuccio. I due cardinali che lo hanno ve- stito sino alla stola, non assistono al trono, non vanno ai suoi lati nell'accesso, ma lo sieguono, e iaì- mediatampnle vanno ai loro staljj, M A T Andando in cappa il Papa, non Io precede la croce pontifìcia. Termi- nato il mattutino della notte di Na- tale, se il Pontefice vi ha assistito in cappa, questa depone per pren- dere il manto o piviale col quale assiste alla messa. Il Garampi nelle sue Memorie, p. 3i5, ci dà la dis- sert. X: Sopra la celebrazione not- turna de Divini uffìzii [Vedi), e sua decadenza nel XllI e seguenti se- coli. Dice pertanto che alla mezza notte nel XIII secolo assistevano al mattutino i religiosi ed in ispe- cie i canonici regolari di Città di Castello, ed altrettanto osservavasi in Urbino, Roma, Arezzo, Anagni, Viterbo, Milano e Parigi. Quindi tratta del rilassamento di questa disciplina, essendosi tollerato di re- citare il mattutino la sera antece- dente, o la mattina di buon'ora, ri- serbandosi al più la celebrazione notturna per alcune solennità mag- giori. Decaduto l'uso nel XIV e XV secolo quanto al clero secolare, il regolare per lungo tempo seguitò r antico istituto. Avverte poi che sebbene si recitasse la notte nelle chiese il divino uffizio, tenevansi però chiuse le porte, per evitare qualsisia scandalo , che fosse po- tuto nascere per l'ingresso promi- scuo del popolo. Nel concilio Bu- dense del 1279 si stabili che ai laici non fosse permesso, in ecclesia vi- gi'lias facere. Il simile pure si de- cretò nel concilio di Palenza del i57.i; nel primo di Milano da s. Carlo Borromeo; ed avanti di essi, cioè nel 1280, dal vescovo di Poi- tiers Goliero. MATURINO (s.), prete. Nato nella diocesi di Sens, conobbe fino dai più teneri anni la vanità degli idoli, ed abbracciò il cristianesimo. Appena ebbe aperto gli occhi alla MAU 3i3 luce del vangelo, abbandonò quanto possedeva nel mondo, per unirsi u- nicamente a Gesù Cristo. Innalzato al sacerdozio, converti un gran nu- mero d'idolatri, tra i quali furono suo padre e sua madre. Indi carico di meriti e di buone opere, mori poco prima dell' anno 388. Il suo corpo fu portato a Sens, poi venne trasferito nel villaggio di Larchant presso Nemours, ove fu fabbricata una chiesa in onore del santo. Ivi si custodisce ancora una parte deU le sue reliquie : il resto fu abbru- ciato dagli ugonotti nel i568. La sua festa si celebra il 9 novembre, e gli abitanti della provincia del Gatinese onorano s. Maturino come loro apostolo e patrono. MAURA (s. ), vergine. Nacque a Troyes nella Sciampagna nel nono secolo. Ottenne colle sue preghiere il ravvedimento del proprio padre che conduceva una vita poco cristiana, e santificò co' suoi esempi il fratello Eutropio con tutta la sua famiglia, e Io indusse a distribuire agi' in- felici la maggior parte de* suoi beni. Ella divideva il suo tempo tra l'o- razione e gli esercizi di carità; im- piegava i suoi lavori a sollievo dei poveri, o a decoro del culto divino ; digiunava a pane ed acqua tulli i mercoledì e venerdì. Fu favorita di grazie straordinarie, cui la sua u- railtà faceale nascondere con ogni cautela; e morì santamente a'2 i set- tembre deir85o, in età di ventitré anni. Leggesi il suo nome nel mar- tirologio gallicano. Le sue reliquie furono dapprima deposte nella chie- sa del villaggio che porta il suo nome, mezza lega lunge da Troyes; ma la maggior parte fu poi trasfe- rita nella badia di s. Martino di Troyes. MAURICASTRO 0 MAURO CA- 3i4 MAU STRUM. Sede vescovile dell'Asia, di Siria neir Armenia, sotto la metro- poli di Teodosiopoli, nella provin- cia Osroenn, che al dire del Terzi, Siria sacra p. 1 38, già esisteva nel V secolo sulTraganea di detta me- tropoli. Mauricastro, Maurìca^treiiy ni presente è un titolo vescovile in parli bus f sotto l'arcivescovato pure m partibus ò'ì Teodosiopoli, che con- ferisce la santa Sede. Il Papa Gre- gorio XVI nel 1846 lo conferì a monsignor Annetto Casolani di Mal- la, che in pari tempo fece vicario apostolico dell' Africa centrale, vi- cariato da lui istituito. MAURIENNE. K S. Giovanni di Mori ANNA. MAURILIO (s.), vescovo d' An- gers. Nacque in Italia, e passò nelle Gallie per vivervi sconosciuto agli uoQiini. Si fermò nella Turrena, ove avealo tratto la rinomanza di s. Martino; e dopo la morte di quel santo vescovo, di cui era stato per qualche tempo discepolo, si ritirò nell' Angiò. La sua virtù lo fece presto conoscere e collocare sulla sede di Angers, che occupò per Irent'aniii. Mori in età molto avan- zata verso l'anno 4^7* Egli è no- minalo a' i3 settembre nel marti- rologio romano e in quello di Usuardo, MAURITIANA. Parte considera- bile dell* Africa settentrionale, che si estendeva dalla Numidia sino alia costa bagnata dall' Oceano, in pro- gresso divisa, in Cesariense, Tingi- tana e Silifense. La Mauritiana sembra essere slata già compresa sotto il nome di Libia ; ebbe i S(toi re, i quali scossero il giogo de' car- taginesi, e fecero ad essi aspra guer- ra. Nella seconda guerra punica era divisa fra due sovrani , la Tingi tona era soggetta a Gala, e la Ce- MAU sariense a Sifa.ur, il primo allealo de'cartaginesi, il secondo de' romani, A Gala successe il celebre Massi - nissa; a Siface, Rocco; indi i romani si collegarono con Massinissa e si inimicarono con Siface cui tolsero la Numidia. Poscia i romani dichia- rarono la guerra a Giugurta nipote di Massinissa, e lo imprigionarono, dando i suoi stati al genero Rocco, e facendo governar la Numidia per prefetti. Cesare vincitore in Africa, ridusse la Mauritiana in provincia romana, dividendo le terre de' mau- ritani e de'numidi tra' suoi soldati. Dopo diverse turbolenze e guerre, Costantino accordò gran privilegi alle chiese d' Africa. I progressi delia religione cristiana furono così rapidi, che al principio del V se- colo vi si contavano moltissimi ve- scovi. In seguito Genserico coi van- •egione; sotto Gm- dali invase la stiniano I fu ricuperata, ma a tem- po di Eraclio tutto il paese si sot- tomise agli arabi o mori maomet- tani, essendovi stato tenuto un con- cilio nella Mauritiana contro i mo- noteliti nel 646. Regia t. XIV; Labbé t. V; Arduino t. IlL Mauritiana Cesariense, fu così chiamata dal soprannome di Cesare dato a Claudio. Questa parte della Mauritiana si estendeva dalla Tin- gitana, da cui era divisa dal fiume Malva air ovest, sino all' Ampsaga, e rinchiusa la maggior parte della Numidia dai massessilii. Avea Giu- lia Cesarea per capitale, con ^i città marittime, e 6 nella Numidia, ji nelle terre, 29 popoli diversi, e IO principali montagne. Compren- de il regno di Algeri, ad eccezione della provincia di Costantina. Fu già fiorentissima provincia ecclesia- stica , con 121 sedi vescovili, e Giulia Cesarea per metropoli. Mau^ M A U ritìana Sìtifense, lu cosi chiamala dalla cillà di Silifi. Divisione della Maui'itìana adiacente alla Numidia, confinanfe al nord col Mcdilerra' lieo j all'est con una linea dell'im- boccatura dell'Ani psaga sino a Ma» pciruiamim- Oppi cium , ed all'ovest colla Mauriliana Cesariense. Aveva 42 o 4^ cillà vescovili, suffrnganea della metropoli di Sìtifi^ fu floridis- sima provincia ecclesiastica, e corri- sponde ad una parte della provin- cia di Bugia. Fedi Marocco, e Morcelli, AJrica clirisliana^ non che Terzi, Sina sacra^ p. 382. MAURIZIO. Isola dell'Oceano indiano equinoziale, detta pure di Plancia, in Africa, assai montuosa, una delle Mascaregne. È bagnata da un gran numero di corsi d'acqua, e da molli laghi, in clima sanissi- n)0, ma soggetta a terribili uraga- ni, e commercia de' suoi prodotti col Madagascar. Gli abitanti in gran parte discendono dalie antiche no- bili famiglie di Francia. Fu scoper- ta nel secolo XVI da d. Fedro Ma- scharenhas capitano portoghese, che le die il nome di Ilha do Cernoj ma i portoghesi considerandola co- me luogo di riposo, non vi forma- rono stabilimenti. Nel 1598 l'am- miraglio olandese Van-Nek avendo trovala l'isola disabitata, ne prese possesso e la chiamò Maurizio dal nome del suo sovrano principe d'O- range. Gli olandesi la conservarono per lur)go tempo senza stabilirvisi, finché nel j64o vi mandarono co- lonie, ma pei pochi vantaggi che ne ritraevano, l'abbandonarono nel 1712. Verso questo tempo i fran- cesi stabiliti nell'isola di Borbone, vi mandarono de* coloni, e la Fran- cia nel 1721 se ne impadronì; indi nel 1734 la colonia sotto il governo di h^ ì^onrdonnaye cominciò a fare MAU 3i5 importanti progressi. Divenne il cen- tro della navigazione francese nelle Indie orientali, e dopo l'annienta- mento della potenza francese in quelle regioni, fu il punto di riu- nione di que' corsari che per lungo tempo divennero il terrore del com- mercio inglese in quelle spiaggie. Nel 18 IO si arrese agl'inglesi, dopo ostinatissima resistenza: alla pace del 18 14 fu ad essi ceduta colle sue dipendenze, particolarmente Ro- driguez e le Scichelles. Il Papa Gre- gorio XVI a mezzo della congre- gazione di propaganda fide ^ nel 1840 v'istituì un vicariato aposto- lico, dichiarandovi vicario l'odierno monsignor Guglielmo Bernardo Col- lier anglo-benedettino, che ai i4 febbraio fece vescovo in pardbus di Milevo, il quale esercita anche i'uflìzio di parroco; ed egli coi mis- sionari riceve uno stipendio dall'In- ghilterra. Porto Luigi capitale del- l'isola, stabilita nel 1822, residenza del vicario apostolico, ha dipenden- ti le vicine piccole, ma popolate isoIelle> ed ha 33,ooo abitanti. In tutta l'isola si contano 26,000 libe- ri, quasi lutti cattolici: degli schiavi moltissimi hanno ricevuto il batte- simo. La chiesa principale è solida e ben fabbricata , ma piccola in proporzione del numero de' cattoli- ci. Vi sono nell'isola altre nove chiese parrocchiali. In Porto Luigi hanno aperto un tempio i prole- stanti, ed uno stabilimento i meto- disti ; questi eretici vi si sono in- trodotti da pochi anni, prima pro- fessandovisi la sola religione catto- lica. L' isola ora commercia con tulli i paesi d'oriente, e con Capo di Buona Speranza, Mozambico, il Mare rosso, le Indie e la Cina. MAURIZIO (s.), martire. Coman- dava la legione tebaqa, la quale 3i6 MAU era composta di oltre diecimila uo- mini tutti cristiani. Questa legione fu del numero di quelle che Dio- cleziano fece passare da oriente in occidente per conìbattere i bagaudi, «otto il comando di Massimiano Krculeo che avea associalo all' im- pero. Essendosi Massimiano accam- pato ad Octodurum sul Rodano, ordinò che tutta l'armata dovesse fare un sagrifizio agi' iddìi per ot- tenere buon successo alle armi del- l' impero. La legione tebana si al- lontanò per andare ad accamparsi ad Agauno, tre leghe distante, e ri- cusò di prender parte a quella sa- crilega cerimonia. Volendo l'impe- ratore costringerla a tornare al cam- po generale per farvi l' obblazione del sagrifizio, la fece decimare due volte. Tuttavia i soldati della le- gione eh' erano rimasti ancora in ▼ila, protestarono essere fermi di tutto soffrire più presto che tradi- re la loro fede; e Maurizio, Esu- perio e Candido, loro primi uffi- ciali, contribuirono non poco a rat- tenerli in questi generosi sentimenti. Massimiano, disperando di poter smuovere la loro costanza, li fece investire da tutta la sua armata e trucidar tutti ; mentre essi, lungi dal fare la minima resistenza, de- posero le armi, e si lasciarono tran- quillamente uccidere, confortandosi gli uni gli altri alla morte. Un soldato veterano per nome Vittore, che non era dello stesso corpo, ri- tiratosi senza voler prender parte allo spoglio, fu interrogato se an- ch' egli fosse cristiano, ed avendo confessalo che lo era, fu trucidato. <3rso e Vittore, ch'eransi allontana- ^i dalla legione, furono martirizzali a Solodoro o Soleure, ove se ne custodiscono le reliquie. Ottavio, Av- ventizio e Solutore soffrirono a Tori- MAU no in quel medesimo tempo : essi vennero celebrati nei sermoni di 8. Massimo e nei poemi di Ennodio di Pavia. Fortunato chiama questi san- ti la beata legione. 1 Dollandisli met- tono il martirio della legione tebana nel 3o3, ed altri storici nel 286. I corpi di s. Maurizio e de'suoi com- pagni furono scoperti ad Agauno molti anni dopo. Allorquando il re Sigismondo fece riattare il mona- stero di Agauno (oggidì s. Mauri- zio) nel 5 1 5, i corpi de'sanli Mau- rizio, Esuperio, Candido e Vittore, furono deposti nella chiesa ivi fab- bricata mercè la liberalità di que- sto principe. E probabile che i fe- deli avessero deposto a parte i cor- pi dei principali uftìziali della le- gione. Nel i4^9 fmono trovati nel villaggio di Schoz, eh' è circa due leghe lungi da Lucerna, duecento corpi dei compagni di s, Maurizio. Vi si era fabbricata gran tempo addietro una cappella, conosciuta pe'suoi privilegi e per grandi in- dulgenze. Il p. Chardon gesuita scrisse la storia dei miracoli opera- ti per intercessione di s. Maurizio e de' suoi compagni. Questi santi martiri sono onorati in molte chie- se di Francia, di Alemagna, d'Ita- lia^ di Spagna e di Portogallo. Ce lebrasi la loro festa il 22 settem- bre. S. Maurizio è da molti secoli il principili protettore della casa reale di Savoia. 11 duca Carlo Em- manuele quando acconsentì di cedere a Francesco I re di Francia collega- to cogli svizzeri e ginevrini, la so- vranità di Agauno o s. Maurizio, sthbilì che fossero trasportate a Torino le reliquie dei martiri della legione tebana, limitandosi poi alla metà per le rimostranze degli abi- tanti. Le reliquie vennero con gran solennità portate a Torino, e de- M A U poste nella callediale in iii>*aic«i uiagiiìfica d'argento ai i6 gennaio i58i. Pei canonici ed abl)azia di s. Maurizio, Fedi li voi. VII, p. t.S'J del Dizionario^ e Svizzera. MAURIZIO, Cardinale. Maurizio 'fu fatto cardinale vescovo di Porlo da Urbano li del io88, quindi Pasquale II nel i loo, alla cui con- secrazione trovossi presente, lo di- chiarò legalo a Intere per portarsi in Gerusalemme, ad oggetto di sta- bilire coir autorità della santa Se- de in quelle provincie, occupate già per tanti secoli dai barbali, tutto- ciò che riguardava il buon ordine e la disciplina ecclesiastica. In pro- va della segnalata di lui santità, narrano alcuni storici uno strepi- toso miracolo operato da Dio a sua intercessione nella basilica del s. Sepolcro, dove facendo fervorosa ed umile orazione, insieme col pa- triarca Dagoberto o Diamberto, pel prospero successo delle armi cri- M A li 3 I 7 sliane, che si trovavano in procin- to di venire alle mani cogl' infedeli; a line di vieppiù innammare gli spiriti e i cuori de' crocesignati a combattere da valorosi, supplicò il Signore a volersi degnare di man- dare dal cielo una miracolosa fiam- ma, per mezzo della quale si ac- cendessero le lampade estinte in quella chiesa, lo che con istupore e meraviglia essendo succeduto a vista d' immenso popolo spettatore, si accrebbe il credito della santità del legato, e la venerazione Terso la Sede apostolica tra quei popoli orientali. Però Alberto Aquense nel- r opera, Gesla Dei, parlando del cardinale non fa parola di questo prodigio, e questo silenzio ha mol- to peso. Nel ritorno dalla legazione consagrò nel 1098 l'altare di s. Ma mete martire nella chiesa di s. Cecilia di Roma, e piamente morì nel I io3. FINE DEL VOLUME QUADRI GESIMOTERZO. ^ 0 0 U H 7 rijn BX 841 .n67 1840 sncR Moroni , Gaetano, 1802-1883. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica AFK-9455 (awsk)