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ISTORIE FIOREKTIK
DI
SCIPIOI^E AMMIRATO
PARTE SECONDA
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CON L AGGIUNTE DI
SCIPIONE AlVimiRATO
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RIDOTTE A MIGLIOR LEZIO:?!E
DA F. RANALLI
PARTE SECONDA
TOMO QUINTO. ^f
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FIRENZE PER V. BATELLI e COMPAGNI
1848.
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deh; istorie f ioritii
DI
SCIPIONE AMMIRAT
LIBRO VENTUNESIMO.
Anni 1435-1441.
^><osimo de' Medici e la sua posterità occnperà questa parie della mia istoria, perciocché sebbene dopo il suo ritorno la Repubblica non mutò aspetto , e i medesimi magistrali , e le medesime leggi continuarono, nondimeno essendo la cillà vota di tutti coloro del vecchio governo, e quelli i quali erano restali, o dependendo tulli da Cosimo, o avendo i medesimi interessi che egli, venne a rimanere libera affatto nelle braccia sue, e de' suoi successori; i quali reggendola per lo spazio di molti anni sotto specie d'una civile mag- gioranza, quando pifi da'loro nimici vollero essere abbas- sali , allora quasi tirali per mano dalla felicità della casa lo- ro, non senza l'aiuto d'una gran prudenza umana, all'altezza del principato si sublimarono; la quale felicità fu così gran- de , che desiderati prima i lor parentadi da'ponteGci, e poi alcuni di essi al pontefìcato pervenuti , né da grandi e po- tentissimi re e imperadori furono le loro affinità dispregiale, agguagliala T illustrezza del sangue con la potenza del do- minio, onde non ha da invidiar rilalia al chiarore degli stra- nieri lignaggi. Quindi nacque molte volle che la cillà di ric- chezze, d'ingegni, e d'rfrli nobilissime si vide fiorire, e più che per ì' addietro non era avvenuto molte famiglie spesso alle prelature, e alla chiara e alla dignità del cardinalato pervennero. Altre fiate per lo contrario, mentre non si vuol
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questa supcriorilà prtlirc, tu vedesti profanali i tempi e im- brattati di sangue, manomesse le persone sagre, e dalle fi- nestre del pubblico palngio impiccate , uccisi molli cittadini, e per la città a guisa di bestie trascinali, i morti tratti dalle sepolture e in Arno gitlali , violala la ragione dell'ospizio e del parentado , ucciso un principe nel letto e nella casa del consorto e amico ; le quali cose m'ingegnerò raccontare con quella fede e sincerità, che altre volte mi ricorda avere promesso , non avendo io , ne alcuno de'miei maggiori, né co' cittadini , né con alcuno di quei principi affetto o pas- sione alcuna, se ciò non fo per malvagità d' animo, la quale mi abbia a far forza che io debba partirmi dal vero. Non negherò, e dal gran duca Cosimo essermi stato dato queslo carico , e da' gran duchi Francesco e Ferdinando suoi fi- gliuoli raffermo ; ma costoro oltre aver da quelli avuto di- versi principj , non hanno mai violato il dire e il credere quel che altri si voglia; ond'io non ho dubbio alcuno d'a- ver liberamente a dir quelle cose, che all'ufficio dell'istoria appartengono. Venuto dunque il tempo di far la nuova traila per i signori, che doveano entrare ne' primi due mesi del- l'anno 1435, e il gonfalonerato toccando al quartiere di S. Giovanni, non fu dubbio alcuno che quel magistrato avesse a toccare a Cosimo; il quale deliberalo in ogni modo d'as- sicurarsi , trovalo che alcuni de' confin.iti avean rotto i con- fini, li fece in virtù delle leggi giudicar per ribelli. Costoro furono Rinaldo Albizi e Ormannozzo suo figliuolo. Michele Arrigucci, Stefano di Salvi, Giovanni di Pino d'Arrigo, Lo- dovico de' Rossi, Francesco Buccclli, e Riccoldo Riccoldi. Dall' altro canto il capitano della balia scoperse alcuni altri cittadini avere insieme pratiche e ragionamenti di trattalo ; perchè posto mano a Francesco Guadagni , a Bartolo di Mi- chele, e a scr Branca Brancacci lutti e tre alle Stinche per dieci anni , e a pagar cinquecento fiorini per uno condannò. Felice Brancacci non avendo ubbidito alle pene dategli ebbe bando di ribello. Furono parimente per conio di stato Fi- lippo e Anliinio Guadagni figliuoli del gonfaloniere, il quale aveva caccialo Cosimo per dieci anni, a Barzellona confinali, e Piero Serragli per dieci allri anni posto a sedere. Nel qual tempo vennero novelle a' signori , come Giovanna jcina
LIBRO VENTUNESIMO. 7
di Napoli ultima progenie de! re Carlo I a' 2 di febbraio in Napoli di questa \ita s'era partila, avendo quel regno in molti travagli lasciato per l'incertezza della successione, pretendendo due principi di sangue e di fazione diversi Al- fonso re d' Aragona, e Rinieri duca d' Angiò esserne i veri successori, i quali travagli di molte brighe , non che a quel regno, ma alla Repubblica fiorentina istessa, come apparirà ne' suoi luoghi, furono in processo di tempo cagione. Tra tanto dietro a Cosimo fu fatto gonfaloniere di giustizia la seconda volla Filippo del Bugìiaffa. In tempo di costai morì in Firenze Amerigo Corsini arcivescovo della città figliuolo di Filippo , il quale fu cinque volte gonfaloniere, e fratello del cardinale. Poco dipoi si fecero l'essequie del Tolentino molto magnifiche. Costui preso nella rotta dell'agosto pas- sato dalle genti del Piccinino , fu subitamente insieme con gli altri prigioni di conto mandato al duca di Milano , il quale t<;nutolo infin di quel tempo in non molta aspra pri- gione , avendo tutti gli altri liberati, mentre da un luogo di Valditaro è verso l'appennino condotto sotto voce di fargli scambiare prigione , si crede che per ordine del duca cosi a cavallo com' egli era fosse fatto gitlare giù da certe altis- sime balze , quasi a caso fusse caduto ; perchè mandato i Fiorentini per lo suo corpo, e quello a Firenze condotto, con segni maravigliosi di gratitudine e di pietà il fecero a S- Maria del Fiore a' 20 d'aprile magnificamente seppellire, e fra gii altri lor capitani da Andrea del Castagno dipignere. Desiderando poi i signori per maggiormente stabilire le cose di dentro, che di fuori si stesse il più sicuro che fusse pos- sibile, si procurò di far lega con la comunità di Perugia a difesa degli slati comuni, la qunle fu pubblicata da Taddeo delTAniclia il primo giorno del suo gonfalonerato. Attesesi a fermarla anche co' Veneziani ; per la qual cagione fu man- dato a Venezia Neri Capponi , e fermossi co' patti usati, e con certe altre aggiunte per dieci altri anni, la quale si pub- blicò poi del mese di giugno.
Mentre fuori a queste cose si dà opera , dentro la città una grave e scellerata congiura si scoperse contro la persona del papa , la quale per esservi alcuni Fiorentini compresi , non è da tacere. Trovavasi appresso del ponte-
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fice per ambasciadore del duca di Milano , e parlicolar- raenle con titolo di trattare la pace, il vescovo di Nova- ra, il quale per mezzo d'un soldato spagnuolo detto il Ric- cio , uorao ardito e di pronto ingegno , posto in speranza di far prigione il pontefice , con lutto l'animo s'era messo in questa impresa. Soleva Eugenio talora per sua ricreazione la stale uscire di Firenze la mattina per tempo , e con pic- cola compagnia udir qualche volta messa nella Chiesa di S. Antonio; dove il Riccio, il quale avea questa cosa conferita con alcun cittadino fiorentino, sperava con suoi masnadieri farlo prigione, purché il Piccinino, il quale si trovava per le solite sue infermità in quel tempo a' bagni di Siena , gli facesse spalla con le sue genti , con le quali trafugato il pontefice in quel di Lucca, si poteva dire d'esser posto in sicuro. Questa cosa scoperta come dice il Biondo per lettere intercetle da'magislrali della Repubblica , e secondo Giovanni Cambi palesala dal vescovo, pentito di cotanta scelleratezza, al pontefice stesso , fece subitamente por le mani addosso al Riccio e a Bastiano Capponi, il quale vi tenea mano, e messi a' tormenti , distintamente tutto il trattato manifestarono. Per il che al Capponi fu in su la porta del palagio del po- destà mozzo il capo, e il Riccio per sentenza d'Agnolo Bonciani uomo del papa e luogotenente del governatore di Roma impiccalo. Da che si potè conoscere quanto convenga infino a' principi sacri esser guardinghi , perchè non nasca altrui speranza di poter a suo senno della lor persopa di- sporre. Dovevasi in questo tempo medesimo per sentenza degli Otto, per conto di slato mozzare il capo a Niccolò Bordoni , ad Andrea Baldesi , e a Cipriano Mangioni , ma Don distingue il Cambi, se per la sopraddetta cagione, o per altra; ma il podestà messi i lor beni in comune, e cod- dannaiigli per cinquanta anni nelle Slinche, li liberò delia morte: la qual cosa parula strana alla Repubblica, prima al podestà cassò la famiglia, e poco dipoi a lui tolse l'uflìcio, vietando per leggi, che ne egli, ne altri de' suoi consorti potesse mai più essere podestà di Firenze. Non ostanti que- ste scelleratezze scoperte de' ministri ducheschi, trattandosi continuamente per mezzo del marchese Niccolò di Ferrara di mettere accordo tra i collegati e il duca, si fece final-
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mente la pace, e Irallossi lega tra il pontefice, i Veneziani, il duca, e i Fiorentini con questo patto , che se alcuno di essi contra l'altro prendesse Tarmi, i tre in aiuto rieir of- feso si armassero conlra 1' ofTcnditore ; la qual lega pubblicò del mese d' agosto il gonfaloniere Domenico Buoninsegni. Lega conchiusa molto a tempo , perciocché in questi giorni stessi con gloria grandissima del duca di Milano, Tarmala de' Genovesi, i quali erano sotto il suo imperio, riportò ne' mari di Gaeta quella memorabil vittoria, nella quale il re Alfonso d' Aragona col re di Navarra suo fratello, e con molti principi e baroni napoletani fu fatto prigione; la quale se al duca fusse prima stala nota, peravvcnlnra come fu stimato, non averebbe la lega accettata. Ma innanzi che la lega si conchiudesse, ne' primi giorni del magistrato del Buoninsegni, furono fatti de'grandi tutti i figliuoli e discen- denti, i quali da Agnolo, Antonio, Filippo, e Giovanni fi- gliuoli di Ghezzo nascessero. Questa è la famiglia della Casa, a cui diede tanta riputazione e fama a' tempi nostri Giovanni arcivescovo di Benevento illustre scrittore di poesie e pro- se , così latine come toscane , talché questa famiglia ohe allora era per sorgere, perciocché Ghezzo lor padre non fu più che notaio, troncagli la strada di passar più avanti, re- stò nel meglio esclusa del governo della Repubblica ; oltre a ciò a Bernardo figliuolo di Filippo già detto fu dato bando del capo. Furono simigliantemcnlc giudicali ribelli pochi di poi Tinoro Guasconi, i due figliuoli del gonfaloniere Gua- dagni , i quali dicemmo che a Barcellona erano slati confi- nali , Jacopo Salviali , Giovanni dello Scelto , Antonio Raf- facani , e due figliuoli di Lionardo dell' Antella. Assettate i» questo modo le cose di dentro e posto fine alla guerra , la quale nondimeno prestamente di nuovo si accese , vennero in Firenze avvisi come Ridolfo Peruzzi, e Bartolorameo suo figliuolo s'erano di lor male morti nell'Aquila, città del reame di Napoli , ov' erano slati confinati ; la qual morte non fu se non di piacere alla parte, veggendo scemato il numero de'nimici più principali; e contullociò non man- cando i sospetti, fu nel gonfalonerato di Berto da Filicaia la seconda volta Lotto Bischeri privato degli uffici per sem- pre , e a Piero Cappelli, detto volgarmente il Ciampellino,
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tu mozza la lesta , Uberto Cortigiani ebbe bando del capo. Dicesi che dicendo a Cosimo alcuni suoi amici, che per tanti esilii e bandi la città si guastava , e privavasi di tanii cari cittadini, ch'egli rispose, ch'era meglio città guasta che perduta, e che non si sgomentassero però, che con due canne di rosalo gli bastava 1' animo far ogni volta un buon ciltadino, pcrch' egli conoscea che a mantener uno stalo nuovo gli facea bisogno d'uomini nuovi; ond'è che molle famiglie fiorentine sorgessero allora con la casa de'Mcdici, non prima che di quel tempo uscite dall'arti minori. Ma il pontefice non avendo ancora conferito I' arcivescovado della citlà, il diede finalmente in pieno concistoro a Giovanni Vi- tclleschi. E venuto poco dipoi in Firenze il conte France- sco Sforza , fu con grandissimi onori dalla Repubblica rice- vuto , perciocché oltre i convili e altre accoglienze amore- voli , fecero i signori fare un ballo in su la lor piazza delle più principali giovani donne di Firenze, e delle più ricche, che per lo concorso delle genli , e per T adornamento e va- rielà de' drappi fu cosa molto magnifica a vedere; e perchè un signore guerriero ricevesse anche piacere da sludi con- venienti alla sua professione , in su la piazza di S. Croce furono ordinate due giostre con belli doni, ove i soldati e capitani del conte poterono al loro piacere esercitarsi ; le quali cose e la città e il conte grandemente rallegrarono. Entrò poi gonfaloniere Piero Guicciardini la seconda volta, il quale con tulli i signori e collegi , e con quasi tulli gli altri magistrali della citlà in una solenne processione inter- venne nel veder benedire la prima pietra che si gillò per fondare la chiesa di S. Brigida presso la porta di S. Piero Gatlolini. Poi fu conJinalo Michele di Giovanni nel Friuli, e COSI entrò l'anno 1436, risedendo gonlaluniere di giustizia Bernardo Gherardi. A costui vennero arabasciadori da' Ge- novesi con le novelle , come s' erano liberali dal giogo del duca di Milano, il quale oltre molte offese lor fatte, gli avea finalmente con grave scorno ingiuriali in non permet- tere frullo alcuno della vittoria avuta sopra i mari di Gaeta a' lor cittadini, con l'armi e legni de' quali aveva cotanta gloria acquistala. Per questo pregavano la Repubblica fio- rentina a volerli in questi loro bisogni soccorrere di vello-
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vaglie e d'arme, sì che di nuovo sotto la fiera signoria del Visconti non ricadessero , la quale con l'aggiunta di così potente e opportuna città , sapeano molto bene gli slessi Fiorentini, quanto alle cose lor proprie potea essere grave e noiosa. Non parve alla Repubblica che così fatta occasione si dovesse lasciare andare, e per questo furono i Genovesi per la via di Pisa di tutte quelle cose che avean cercato ottimamente provveduti ; oè veggo scrittore alcuno, che in questo caso faccia menzione della lega che i Fiorentini aveano col duca; onde leggermente potrebbe essere che ciò fusse slato fatto con molta segretezza , o pure essendo la «Uà libera, il dare a chichesia vettovaglie per i suoi de- nari, ciò non fusse contravenire alla lega. Il primo giorno del gonfnloncrato di Giuliano Davanzali giudice , morì in Firenze il cardinale di S. Sisto , e f u in S. Maria Novella con molto onore seppellito. Costui era dell'ordine de' pre- dicatori maestro in teologia , e fu detto Giovanni di Casa- nuova, di nazione aragonese , il quale creato cardinale da Martino V, ma non pubblicalo, fu poi con tre altri da Eu- genio pubblicalo nella prima promozione di cardiuiili che egli fece. Stando tuttavia il papa in Firenze nacquero tra lui e il conte di Poppi differenze per conto del Borgo a S. Sepolcro, il qual Borgo , il conte come padre della moglie di Niccolò Fortebraccio, che l'anno innanzi era stalo am- mazzato in una battaglia dalle genti del papa, avea occupa- lo sotto pretesto della dote di essa sua figliuola non anco- ra restituitagli; la qual cosa parendo grave al pontefice, che il conte si facesse le ragioni con le sue mani , mandò la sua gente d'arme intorno a Poppi: perchè postisi di mezzo i Fiorentini fu preso questo partito , che fin che le delle differenze tra il pontefice e il conte si terminassero , il Borgo si depositasse in mano della signoria, la quale mandò a pigliarne la lenuta Giovanni Vespucci. Eugenio veggen- dosi in tutte le cose grandemente onorato da' Fiorentini, non volle lasciare d;d canto suo ufficio alcuno d'animo gra- to. E per questo venuto il dì 18 di marzo donò la rosa alla chiesa di S. Maria del Fiore. Appresso trovandosi la detta chiesa in stato di poter essere consagrata , essendo già chiusa la cupola, parve alla Repubblica che si dovesse
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richiedere il pontefice, che il dì dell' Annunzìazlone della Vergine , nel qtial giorno i Fiorentini danno principio al nuovo anno, gli piacesse di consagrarla. Alla quale solenni- tà essendo dal papa volentieri acconsentito, fu dato questo ordine. Pcrch' egli dalla calca del popolo noia alcuna non ricevesse, fu dalle scalce di S. Maria Novella alle scalee di S. Maria del Fiore fallo tirare un corridore , il quale pas- sava per S. Giovanni, due braccia alto da terra , e più di quattro largo di sopra, e dalle bande , e d' ogni parte di frondi, e d'arazzerle, e di ricchissimi drappi fasciato , e il pavimento tutto di tappeti coperto. Quindi il pontefice pa- rato in abito pontificale , e accompagnato da sette cardina- li, e da trentasette tra vescovi e arcivescovi, e da un gran numero d'ambasciadori, e dalla signoria islessa ne venne a S. Maria del Fiore, ove secondo l'uso della romana Chiesa con esquisite cerimonie si pose a sacrare l'altare maggiore, mentre il cardinale Orsino parato ancora egli , e su per una scala salito ugneva le mura , e con somiglianti cerimo- nie tutta la chiesa veniva a consagrare. Fornito questo uf- ficio, il quale occupò lo spazio di cinque ore, volle il papa per rendere maggior onoranza alla città, che il gonfalonie- re Davanzali fosse dell'ordine della cavalleria onorato; e per questo commise a Gismondo Malatcsta figliuolo di Pandol- fo signor di Rimini, il quale nel 23 era stato generale dei Fiorentini, che cavaliere l'armasse, il che non solo volle che nella sua presenza fusse fatto , ma egli volle esser quelli che di sua propria mano gli appiccasse il fermaglio nel petto ; la qual cosa a ninno altro cittadino , dicono le Oorenline cronache , esser mai avvenuto. Comandò poi il pontefice che sopra il già consagrato altare il cardinale di V^enczia dicesse la messa, la quale detta il pontefice diede la benedizione al popolo, concedendo selle anni e sette qua- rantene d'indulgenza a chiunque in quel giorno ogn'anno a udire la messa grande intervenisse. Nel ritornarsene in S. Maria Novella portò sempre la coda dell'ammanto papale il gonfaloniere Davanzali, il quale con la signoria in palagio tornatosene , diede un solenne e nobile desinare in su la sala grande a tutti gli ambasciadori di principi e di re- pubbliche che in quel tempo nella città si ritrovavano, il
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numero de'quali per rispcllo del papa e della Repubblica era grande. Donaronsi poi al pontefice in rfconosci mento degli onori da lui ricevuti quattordici prigioni d'importanza, e al gonfaloniere per un anno il capitanalo di Pisa fu con- ceduto. Ma essendo oggiraai le cose di Bologna presso che assicurate, ancorché per temerità di Baldassar da Oilìda da capo avesse avuto a ribellarsi per aver ingiustamente moz- zo il capo ad Antonio Bentivoglio, il quale per ordine del papa con la sua parte vi era rientrato , parve al pontefice che con maggior decoro della sede apostolica dovesse la sua persona risedere in una città suddita all'imperio ecclc- giastico; per la qual cosa avendo reso somme grazie a'Fio» rentini degli onori da loro ricevuti, a'18 d'aprile si parli di Firenze. I signori fattogli compagnia infino alla porta della città, commisero a otto principali cittadini che infino a'con- iìni seco ne andassero, e per tutto alle spese del pubblico magnificamente il papa e la corte trattassero; onde si disse che i cortigiani per i molti agi avuti in Firenze si partiro- no malvolentieri di Toscana. Entrò poi a calen di maggio gonfaloniere Niccolò Valori, il quale sollecitato da' Genove- sì perchè fossero ricevuti nella lega , quella conchiuse a'15 di maggio , avendovi per la sua repubblica acconsentilo l'ambasciadore di Venezia , il quale risedeva appresso la Repubblica. E per questo furono dati loro per metà mille fanti, perchè per ora dall'armi del duca , il quale gli avea fatti assaltare, si difendessero. Questa che veramente si po- trebbe chiamare rottura di lega col duca, viene scusata dal Sabellico, conciossiachè al duca paresse d'averla egli rotta prima quando si collegò con Alfonso re d'Aragona, il quale il reame ,di Napoli pretendeva , essendo fra' patti , che il duca non dovesse intromettersi nelle cose del regno. O vero 0 falso che ciò fusse , già si camminava a manifesto rompimento di guerra, non potendo il duca tollerar la per- dita di Genova, né che quella da'Fiorentiui e da' Venezia- ni fusse difesa ; oltre che si tenea per cosa certa , che era stato a ritrovarlo Rinaldo degli Albizi con alcuni altri fuo- rusciti, e con grande efficacia l'aveano confortalo a muover guerra in Toscana, perchè costretti i Fiorentini a pensar alle cose loro , meno dc'fatti di Genova si travagliassero,
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olire le grandi speranze delle quali i) riempievano, mostran- do d'aver eglino parte ancor molto polente e gagliarda den- tro Firenze: la quale quando vedesse un appoggio come quello del duca non tarderebbe a far novità, e a scuotersi quel giogo dal collo, che ora la teneva oppressa. Da' qua- li conforti l'animo del duca, il quale era nimico della quie- te, facilmente fu preso; onde Rinaldo [)olc mandare a dire a Cosimo de'Medici, -che la gallina covava, benché quello uomo prudente con più sagace motto gli rispondesse : che mal poteva covare fuor del nido. Nondimeno avendo il pontefice preso carico di tener ferma la pace, e di mettersi di mezzo perchè non si venisse a nuovi romori , le cose camminavano dall'una parie e dall'altra con molto riguardo; perciocché Niccolò Piccinino, il quale era venuto su quel di Genova, non pareva che avesse allro animo che di ricu- perare le cose perdute ; e contuttociò essendo egli stalo alcuni giorni in campo ad Albenga , e sentendo che i Ge- novesi aveano ricoverato il Casleìlello di Genova, se n'era levato e tornato in Lombardia senza far cosa di mollo pro- fitto. Era poi venuto Cristofano da Lavello per far guerra a Pielrasanta, e dopo lui Luigi dal Vermo, nò a'Fiorentini parve fare altro che soccorrer quel luogoi, ordinando a'ca- pitani con espressi comandamenti che attendessero a far la guerra difensiva. Fu mandato Neri Capponi per meltere in- sieme le genti della Repubblica di cui si fece la massa al Ponladera ; ma non essendo quelle che erano nel paese tante che bastassero, fu mandato a chiedere al conte Fran- cesco, che era nella Romagna, mille cavalli, capo de'quali il conte mandò il Tali ano da Forlì, colui da cui fu il For- lebraccio ucciso. Ragunalo da'Fiorentini questo esercito per terra, e avendo i Genovesi dall'altro canto messo in mare un'armata sotto la condotta di Batista Fregoso , parve a'ca- pitani fiorentini di abboccarsi alla Torre a Filicaia col ca- pitano dell'armata genovese per consultare da qual parte fussc meglio soccorrere Pielrasanta, e parve a tutti, perchè Mutrone era stalo acquistalo dalle genti del duca , che il luogo onde si avesse a dare il soccorso fusse tra Mutrone e la Marina, quando Neri fu richiamalo a casa però ch'era slato trailo gonfaloniere di giustizia per i due mesi di lu-
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g!io e d'agosto. Il Capponi preso il magistrale , per non mettere tempo in mezzo, diede il bastone del generalato al Taliano , ma in quello che s' era volto per soccorrere Pielrasanta, venne ordine di Milano, che per alcuni accor- di segniti, l'esercito si dovesse levare d'intorno la terra, la quale rimasa libera fu munita, e l'armi per allora si ven- nero a posare. M.i non posavano però giammai di vegghia- re del continuo coloro i quali la Repubblica governavano, vcggendo per gli apparati de'loro nimici ogni cosa posta in pericolo. Perchè essendo venuti mandali dalla signoria di Venezia infin dal tempo del gonfaloniere passalo quat- tro cittadini ribelli, dopo essere slati rigorosamente esami- nati per intender bene le pratiche degli avversarj , a lutti quattro fu mozza la testa un giorno innanzi che finisse il mese di luglio in su la porla del capitano. Costoro furono Zanobi Belfradelli , Antonio Pierozzi , Michele di Giovanni, e Cosimo Brirbadori , 1' avolo del quale cinqnantasei anni ad- dietro era parimente ancor egli per l'amicizia degli Aibizi slato decapitalo. Fu poi verso il fine d" agosto condennalo nelle Slinche per sempre per simil cagione di stalo Mariana Peruzzi. Né ii gonfalonerato di Jacopo Ciechi (son questi i Ciachi vaiai) fu senza sangue, perciocché preso a Fermo Antonio Guadagni, e come ribello, e come colui che tenea mano in un nuovo trattalo contro la Repubblica a'4 di set- tembre fu dato al supplicio. Ma di nuovo ogni cosa si co- minciò a riempiere di sospetto e di paura, essendo venule novelle, come Niccolò Piccinino a'3 d'ottobre con molte genti era arrivalo in su'l Lucchese. Per la qual cosa furono spediti messi volando al conle Francesco, il quale con la propria persona, e genti fusse contento venirne per riparare a' disegni del Piccinino; il quale benché a'Fiorenliiii doman- dasse solamente il passo per andarne al reame , nondimeno perché si sapeva esser con lui alcuni de' fuoruscili princi- pali, cosa alcuna non gli si crcdca, e slimavansi queste es- ser trame e macchine del duca per far qualche notabii danno alla Repubblica : onde liberamente se gii rispose , che la Re- pubblica non era per concedergli il passo allriraente. Egli replicando con parole altiere, che passerebbe per forza, non si movea contuttociò a fare effetto alcuno , forse per-
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che avendo il conte Francesco pari forze alle sue, non ve- dea ancora il tempo acconcio a tentare la fortuna ; percioc- ché nell'esercito del conte già venuto e posto a S. Gonda, per quel che racconta il Capponi, il quale in tutte quelle cose intervenne, erano cinquemila cavalli e duemilacinque- cento fanti. Il Piccinino avea seimila cavalli , ma numero di fanti mollo minore ; per la qua! cosa stettero questi capitani e queste genti quasi l'uno appetto all'altro , non solo il re- stante del tempo del gonfalonerato del Giachi, ma quasi tutto quello di Manno Temperani senza far nulla , quando a'22 di dicembre il primo a muoversi fu il Piccinino. A costui fu dato a vedere da certi di S. Giovanni alia Vena, che se di notte assalisse Vicopisano di leggiere gli verrebbe fatto di prenderlo; ma non essendogli ciò riuscito, perchè non paresse d'essersi mosso invano, saccheggiata che ebbe tutta la valle di Buti, si tornò onde s'era partito. Aveva il pon- teGce quasi per continue lettere falla instanza alla Repub- blica che andasse rattenuta a' fatti della guerra , perocch'egli di giorno in giorno sperava condur le cose a buon termine. Per questo non aveano ancora i magistrati vinto il partito di fare la guerra ; onde Neri , il quale era col conte , non avea voluto per tutto questo movimento del Piccinino, che si movesse pur un cavallo dal luogo ove erano; la qualcosa credendo i nimìcì che procedesse da paura, diede animo al Piccinino di far progressi maggiori: perchè si voltò aS. Maria in Castello, e a Filetto, e araendue questi luoghi vinse facendovi un gran bottino di prigioni , di bestiame e di vettovaglie. Già era entrato il nuovo anno 1437, e i nuovi signori , de' quali fu capo Simone Carnesecchi, aveano preso il magistrato , quando alle novelle di questi danni il popolo incominciò a fremere, e coloro che governavano ancor essi si sentivano riscaldare dal desiderio della vendetta. A' quali avvisi aggiunto le doglienze de' marchesi di Lunigiana, che assalili da alcune genti del Piccinino pativano incomodi gra- vissimi, e Gnalmenle come tulio l'esercito s'era messo a Barga per espugnare quella terra, la lunga pacienza de'Fio- renlini alla perfine si ruppe. E al conte, e a Neri che appo di lui era capo delle genti della Repubblica comandarono che con ogni prestezza Barga soccorressero, e quelli danni
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ohe potessero maggiori a'nimici facessero , mostrando il pe- ricolo che soprastava a tiilla la montagna di Pistoja se av- venijse che Barga si perdesse. Appiccossi la zuffa sotto le mura di Barga Ira l'uno esercito e i' altro l'ottavo dì di feb- braio , e le cose andarono in guisa, che non solo il Picci- nino fu costretto abbandonare l'assedio, ma fu levato dal campo in rotta con vergogna e con perdila di molle delle sue genti. Furongli IdIiì due pezzi d" artiglieria e molle mu- nizioni , e tra gli uomini segnalali restò in quella battaglia ferito e preso Lodovico Gonzaga figliuolo del signor di Man- loYa, il quale dal pa'lre com'era fama fuggitosi , a" slipendj del duca , conlro la volontà del padre militava. Non si perde d'animo il Piccinino per questa rolla, ma raccolto con la maggior prestezza che gli fu possibile le genti sue spari e, si ridu-se in Lunigiana , e postosi intorno a Sarzana quella prese, e alquante castella che la Bepnbblica avea intorno al Gume della Magra occupò. Era entralo nuovo gonfaloniere Giovanni N;isi , il quale avendo con intendimento di Cosimo con la nuova signoiia più volle consultalo intorno i fatti di questa guerra, parve finalmente a tulli, poich(;,si avea a slare su Tarmi , che si dovesse fare l'impresa di Lucca, sì perchè credevano che i Veneziani terrebbero occupalo il duca in Lombardia , e sì perchè pareva lor tempo opportuno di vendicarsi do' Lucchesi, i quali il Piccinino lor nimico in casa aveano ricevuto, e delle cose necessarie largamente sovvenutolo. Furono eletti dieci di balìa Lorenzo Kidolfì , Neri Capponi, Alamanno Salviali, Simone Orland'ni, Piero Rucellai, Dtmenico Buoninsegni, Nerone Neroni , Niccolò Valori, e due artefici N. di Baldino, e il Nero rigattiere. Ma perchè pareva cosa ragionevole che piima che metter mano a quel d' altri , le tose perdute a riacquistare si aves- sero , a ciò primieramente si attese ; e la prima cosa che si riebbe del mese di marzo , innanzi che il capitano aves- se messo insieme lutto 1' esercito , fu Filetto. Era pen- siero del conte di espugnar Monte Carlo , e aveavi già in- dirizzalo parte delle sue genti , ma sentendo che il Pic- cinino avuta Sarzana era tornalo in quel di Lucca , mu- tò opinione, e uscilo in campagna verso gli ultimi giorni del mese d'aprile con cinquemila cuvnlli e tremila fanti, Amm. Vol. V. 2
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con mille guaslalori, cento carra di munizioni, e con boin- harde e altri edifizj da espugnare le terre, di subito s'ac- campò a S. Maria in Castello, la quale presa (da lui pei (orza , fece fortunato il primo di del gonfaloncralo di Ber- nardo Giachi (sono questi i Giachi delle lluote). Dice il Gip- poni che il conte aveva una bombarda, la quale tirava cin- quecentolrenta libbre di peso , e che a quattro colpi di que- sta fatta cadere dal pedale una torre , ove consislea tutta la speranza de' difensori , cosi si venne a insignorir di quel luogo , ove fece prigioni circa centoventi fanti che vi cranc» per presidio, li Simonetta aggiugne un miracolo , che es- sendo sotto la rovina di questa torre periti tutti coloro che vi erano dentro, solamente campò colui, il quale era stato messo in cima di quella per far cenno col suono della cam- pana, quando la bombai da traeva , che gli altri si guardas- sero , e ciò essergli intervenuto per essersi divotamente raccomandato a nostra Donna. Gamaiore castello de' Luc- chesi sbigottito dalla fama di colali preparamenti , e perchè il Piccinmo intesa la perdila di S. Maria, essendo le sue genti presso (he logore , e egli richiamalo dal duca, se n'era ito in Lombardia, si rese a' patti senza aspellar pure un col- (lo. 11 medesimo fece Viareggio con alcune altre castellett;i \erso la marina; con la medesima facilità si prese Carrara , Moneta, e Lavenza, e penetrato nella Lonigiana si riebbe « on facilità grandissima Sarzana, e alcuni luoghi a'Geno- M'si tolll, guadagnati dal conte in questa andata, liberamente lurono a' loro signori restituiti. Tornalo di nuovo l'eserciti! in quello di Lucca al principio di giugno, tutta la cura si rivolse ad acquistare Monte Carlo, e a danneggiare il con- tado lucchese; perchè essendo quel popolo privo di vetto- vaglie avesse cagione di tumultuare. Mala plebe confortata da coloro che governavano a difender la comune libertà , per qualunque grave danno non mutò fede, anzi ostinata- mente infino al fine la mantenne. Onde né il guasto de'grani e delle biade, non 1" arsion delle ville, non i tagliamenti delle vili, e degli alberi, non le prede de' loro bestiami giovò punto a quei di fuori, perchè le cose della città va- cillassero. Ma non essendo la medesima virtù in Montecarlo, avendo nondimeno quei che vi erano per difenderlo fallo
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qualche piccola resistenza, si resero finalmente a' palli a' 20 (li giugno , benché la rocca si fosse penalo alcuni allri giorni ad avere. I Veneziani aveano ancor essi mosso la guerra in Lombardia contro al duca vcggendo rotta la lega , e aveano fra gli allri condottieri d' importanza crealo lor generale Fran- cesco Gonzaga signor di Mantova. Ma dopo alcuni leggieri successi, sdegnato co'Veneziani per cagione ch'egli fosso loro a sospetto, avea deposto il capitai. alo; onde i Vene- ziani desideravano avere il conte Francesco , e por questo facevano inslanza a' Fiorentini, che se volevano che la guerra si maneggiasse in Lombardia gagliardamente , fusse a loro mandato lo Sforza; ma questa cosa ricevea molte difficultà . perciocché il conte in virtù delle sue capitolazioni diceva non essere obbligato a passare il Po. Conciossiachè essendo egli slato più volte nutrito in una certa speranza d'avere a diventar genero del duca di Milano , era coslrelto gover- narsi in modo col duca, che né in tutto se lo sdegnasse , né il lasciasse in guisa star libero , che non facendogli bi- sogno di lui, il potesse ogni volta a suo modo disprezzare ; l)er la qual cagione avea in (al maniera capitolalo. I Fioren- tini dall'altro canto desiderosi dell'acquisto di Lucca, mal- volentieri lasciavan da sé partire il conte Francesco, e tanto più quanto che erano entrali in un certo sospetto, che a'Vc- neziani dispiacesse ch'essi diventasser signori di Lucca. E nondimeno dubitavano che i Veneziani disperati di non avere il conte. 0 dislaccasser la lega, o facessero qualche accordo col duca ; col quale avendo i Lucchesi continue pratiche , dubitavano ancora i Fiorentini, che e per 1' antico odio che il duca avea con esso loro, e per le promesse e preghiere de' Lucchesi, non volesse pigliar sopra di sé il carico di di- fender quella città. In questa sospensione d'animi prese in Firenze il sommo magistrato Piero Beccanugi , e la conclu- sione che si prese fu , che vinto che il conte avesse le ca- stella di Lucca , che ormai poche ne rimanevano, eglino lo averebbero lascialo partire. Ma perché ciò non quielava.se il conia non ci assentiva egli, fu mostro al conte da' Fio- rentini, che bastava ch'egli lo promettesse alla signoria di Firenze con una privata lettera; per la quale i Veneziani si sarebbon per ora racchetati ; e nondimeno egli non sa-
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rcbbe forzalo più di quel che volesse a passare il Po; non dovendo le privale promesse rompere i pubblici palli. 1 Ve- ueziani persuasi clie questa lellcra dovesse basiate, e ag- giunlo che non era ragionevole non guardare agli interessi del conte, quando senza lor danno si potea fare, stellerò cheli; perchè il conle attese a proseguire l'acquisto dell'al- tre castella- E in breve prese S. Gennaio , Villabasilica , Mutrone , e Nozzano. Poi mostrando di voler passare in Lombardia secondo la deliberazione presa, pose il campo a Pontrcmoli; e a' figliuoli del Tolentino, e a Lione Sforza suo fratello coHiandò che andassero ad espugnare Ghivizza- no. Ghivizzano fu preso in tempo del gonfalonerato di Nic- colò degli Albizi. Ma a Pontrcmoli, essendo ben fornilo , non si potè far co<a alcuna di momento. Lamentandosi fra tanto i Veneziani di cotante dilazioni: perchè il conte si tornò a Lucca , e fattovi alcune bastie, e quelle lasciale guar- dale in modo, che nella città non poteva vettovaglia alcuna entrare, essendo già il mese d'ottobre , per la via di Mo- dona passò l'Alpi, e andatone a Reggio, quivi fu subito in- contrato da' provveditori veneziani, l quali entrati a ragio- nar seco del modo che si avea a governar questa guerra , prestamente ebbero occasione di tentare, se il conte era per passare il Po. La qual cosa negata da lui espressamente, e per questo scrittosene a Venezia, dopo molle repliche dal- l'una parte e dall'altra fatte, si venne finalmente tra il conle e Andrea Morosini, mandalo per questo effetto parti- colTrraentc dal senato, a' protesti, e a parole mollo aspre e ingiuriose. Perchè il conle volendo star fermo nel suo prò- ponimenlo, se ne tornò in Toscana, essendo già stalo tratto gonfaloniere di gmstizia Antonio Boverelli. Dal conle allog- giato , secondo dice il Capponi, in quel di Pistoja, fu fatto intendere alla Repubblica com' egli era costretto por mente a' casi suoi , e che per questo pregava quei signori a fargli osservare i patti che avea co' Veneziani, e conseguentemente a soddisfarlo de' suoi stipendj, e a considerare come si aveva a fare per l'avvenire, dove i Veneziani non volessero ser- virsi di lui ; perciocché egli non vedeva in che maniera po- ter mantener le sue genti, o difendere gli sfati suoi senz'al- tro appoggio che quello de' Fiorentini. Conoscevasi in Fi-
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renze esser vero quello che il conte diceva, e promellevasi di fare ogni opera che i Veneziani continuassero ne' primi palli. Ma tra tanto pregavano il conte a voler seguitar la guerra di Lucca; alla quale non volendo egli por mano se non si chiariva come restava co' Veneziani , fu bisogno che si volgesse tutto il pensiero a quel senato. Nò persona si conosceva che appresso di loro potesse esser più grata per trattar questa faccenda che Cosimo slesso de' Medici , il quale in quel tempo del suo esilio , che in Veneiia era di- morato, maravigliosamenic col modo del suo procedere gii animi di tutti quei gentiluomini si avea guadagnalo. E vivc.ì in lui una parliRplare e ardente sete, olire le pubbliche ca- gioni , dell'acquisto di Lucca; perciocché sentendo da al- cuni dire , e conoscendolo molto bene da sé stesso , che per virtù del governo passato, intendendo della fazione de- gli Albizi e di Niccolò da Uzzano, era il popolo fiorentino insignorilosi di Pi«a , oltre ogni credenza pollava acceso il petto del desiderio dell'acquisto di Lucca , per poter pareg- giare r una vittoria con l'altra; e perchè non se gli potesse mai rinfacciare che il suo governo ftisse stalo inutile, o di poco giovamento, e di gloria alla sua patria. Accettato per questo da lui volentieri il carico dell' ambasceria si partì per Venezia, o nel fine del magistrato del BovercUi , che questo non è a me interamente noto , o ne' primi dì dell'anno 1438, che era rienira'o gonfaloniere la seconda volta Niccolò Coc- chi. Introdotto Cosimo davanti alla signoria e al doge , il quale era in quel tempo Francesco Foscari , parlò loro , come si crede , in simil sentenza. Se io venissi mandalo a voi dalia mia Repubblica, o signori veneziani, perchè noi facessimo lega insieme, per avventura potreste dubitare che non vi fossero proposte delle cose, le quali fussero più a benefìzio nostro che vostro ; perciocché coloro che da ne- cessità costretti , o da alcun altro loro disegno mossi alcuna cosa desiderano da altri conseguire , son usati addurre tutte quelle ragioni , con che credano poter altrui al loro inten- dimento tirare; ne per lo più guardano se quelle vere o false, onesìe o ingiuste elle si siano; ma essendo già la lega Ira noi contratta, non più per nostro beneficio, che per quello della vostra Repubblica stessa, come a ciascuno
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di voi può esser manifesto , e necessario che voi crediate , essendo le cause pari, che l'utile o il danno dell'una è pa- rimente l'utile e il danno dell'altra; siccome si è veduto per ispericnza , che non mai le cose de'signori di Milano prosperarono in Lombardia , che la Toscana non avesse avuto a temere; ne in Toscana fecero mai progresso alcuno d' importanza , che quello non avesse messo in dubbio lutto lo slato vostro di terra ferma; siccome ancora l'avergli noi tolto Pisa in Toscana, e voi Padova e Brescia, e l' altre città che essi aveano acquistalo in Lombardia , ci h.i in gran parie se non assicurali , almeno datoci qualche respiramenlo e alcuna posa dal terrore delle loro armi, e dal corso pre- cipitoso di cotanta loro felicità. Non abbiamo dunque da impedirci gli acquisti dell'una o dell'altra Ucpubblica, poi- ché come questi crescono, così ci si diminuisce la tema che abbiamo, non tanto dell'armi , quanto delle arti e degli in- ganni di cotesti tiranni , massimamente quando noi ricorriamo a pigliar l'arme contro alcuno, più por vendicarci dell'offese ricevute, che per volere essere i primi a oltraggiare chi che sia; nò può da alcuno negarsi noi non avere a qu( sto tempo mosso le armi contro a' Lucchesi por nostra ambizione, mn provocali da loro, i quali al Piccinino nostro nimico han dato ricetto; e egli per mezzo loro ci ha molestato, e fat- toci danni notabili. Ora questa guerra così giustamente co- minciata, e non senza onore e utile della lega se ella si fi- nisce , noi non possiamo condurre a h'ne senza l'amlo del conte Francesco; il quale non avendo il soldo ch'egli da voi dee conseguire , non solo non è per seguirla , ma dicfndoci liberamente eh' egli non può sopra di noi soli appoggiarsi . mostra eh' egli è per accostarsi al duca. La qual cosa se succede, che riparo abbiamo a' falli nostri, aggiiignendo il duca alle forze del suo slato, e al Piccinino il conte; i quali due senza conlesa e' si sa che sono i migliori capitani d'ItallE? E l'uno de' due , ch'è il conte, non che fra'capi- tani, ma fra' principi si può oggi più ragionevolmente anno- verare, essendo signor della Marca, e avendo tanie città e castella nel reame come ciascuno sa. Appresso quello che sommamente imporla è , che tutti i soldati d' Italia segui- ranno più tosto l'un di questi due capi con ogni poco di
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{raUenimenlo, che qualsivoglia altro principe, o repubblica por ingordo pregio di denari ; perciocché non solo riguar- dano in loro la perizia dell'arte militare, la quale e grande, ma ancora lumnr delle fazioni, onde gli uni i Bracceschi, e gli altri gli Slorzesihi son chiamali. Né legame è alcuno che tenga più stretto gli uomini insieme che l'amor delb parte ; sicché vedete, signori, vi prego, quel che imporla la- sciare alienare il conte da noi. Non è restalo dal canto no- stro di pregarlo a passare il Po, ma egli dice in virtù delle oapilolazioni che ha con la lega , non essere a questo tenu- to, e che non fa poco colui il quale attende quel che ha promesso, oltre i sospetti ch'ei mostra avere, che non gli sia occupata la Marca , allontanandosi tanto dalle cose sue. Abbiamo ancora tentato di farlo slar saldo alla nostra divo- zione, accennando che gli pagheremo noi tutto quello sti- pendio che egli dee tonscguire, benché siamo ridotti a ne- cessità estrema di denari; ma egli oltre alla moneta dice d' aver bisogno d'altri appoggi che de' nostri per sosten- tarsi ; onde s' egli é IceuEialo da voi , che licenziato sarà <igni volta ch'egli non resta chiaro con voi, scn7.a dubbio alcuno si getterà dalla p;:rie del duca , il quale avidamente il desidera. IVel qual caso, signori veneziani, io dubito, che la mia lìepubljlica per tema delle cdse sue non sia costretta jiigliare alcun partito , che a se abbia ad essere se non glo- rioso almen sicuro, ma a voi e a' compagni di poca soddi- .sfazione e di giovamento La risposta fatta dal Foscaro per ordine del senato a Cosimo, in sostanza contenea questo. Che ragionevol cosa era, che il conte fusse pagalo da coloro a' quali serviva. E che i Veneziani non intendevano di far crescere un uomo superbo e ingrato alle loro spese. Essi non invidiare a' Fiorentini 1' acquisto di Lucca, né vietarglielo, unde non sapere perché si fusse in simile ragionamento en- tralo, né altro si cavò mai da essi. Per la qual cosa Cosimo mal soddisfallo, nel tornarsene andò a trovare il papa aFer- rara, ove si ritrovava per conto dell'unione che si trattava con la Chiesa orientale, e prcgollo a far opera che i Vene- ziani non lasciassero dividere il conte dalla lega; e tra tanto quel ch'era seguito fece prestamente intendere alla signoria; la quale essendo in questo mezzo dal conte medesimo ifilur-
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mala, quali erano i palli rlie dal dura gli si proponevano , e che bisognava risolversi, imperoci ho per se non faceva lo slare sospeso , di nuovo scrisse a Cosimo che lornasse a Venezia, e facesse vedere i pericoli grandi che si correvano dall'una repubblica e dall' allra, se 1' amicizia del conle col duca seguiva innanzi ; nò per tulio queslo si lasciarono ad altro i Veneziani disporre , non ostante che da Eugenio vi fusscro gagliardamente confortali, allegando che aveano tante forze da loro soli da potersi difendere dall'armi del duca. I Fiorentini ancor che due volle siali ributlali . man- darono a Venezia di nuovo Giuliano Davanzali, uomo cffìrare e di gran forza nel dire, e olire a ciò amico molto d" Eu- genio; ma non (he cosa alcuna conseguisse ancor egli, anzi sdegnò i Veneziani, avendo dello loro, che non sapea per qual cagione qml senato incominciava a tener così poco conto della sua Repubblica, e qu;isi era venuto accennando, che polca venir teroiio che se ne avesse a pentire. Era Ira tanto seguilo che Taliimo da Forlì mandalo dal conle per presidio della Marca, parlilosi da' suoi slipcndj era passalo a' soldi del duca ; la qual cosa al conle [lorgeva grande sbi- gùlliroenlo , e mollo maggiore a' Fiorentini, i quali da lui il lutto intendevano, affermando egli ancorché malvolentieri esser per queslo ultimo accidente, non die forzalo, mali- rato pe' capelli ad accordarsi col duca ; onde il nuovo gon- faloniere Niccolò Malegonnelle chiese tanlo di tempo al con- te , che se ne potesse scrivere al Davanzali per farlo inten- dere a' Veneziani , e vedere a che per questo si risolvevano. e non succedendo altro, allora egli esser libero a far quel che gli tdrnava j>iù comodo, purché dell'antica amicizia de' Fiorentini non si scordasse. Scrissesene a Venezia , nò jier questo si ollennc cosa alcuna di nuovo; lab he il conte si convenne col duca a' 28 di marzo con queslo patto fra gli altri, che de' falli di llomagna e di Toscana non si trava- gliasse; ma il duca mostrando ch'egli non polca lasciar la difesa de'Lucchesi, e che per queslo sarebbe forzato di rom- pere ogni patto, ogni volta che quelli oltraggiati da'Fioren- tini a lui ricorressero, fece in modo col conle , il quale e <)(•' Fiorentini e di Cosimo particolarmente sapeva esser jirarde amico, ch'egli dispose la Repubblica a render la
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pace a' Lucchesi; il qual accordo seguì appunto un mese dipoi che il conte col duca s'era pacificalo, e i capiloli principali furono quesli. Che a'Lucchesi rimanesse libero il piano delle sei miglia; Itilte l'altre castella acquistale daFio- renlini, alla Repubblica fiorentina s'appartenessero, eccetto Ghivizzano; il giudizio della qual terra si rimetteva ncll'ar- bilrio del conte. Mandarono i Fiorentini ledere di questo accordo a' Veneziani, a' Genovesi, e a tuUi i loro collegati, ma specialmente a'Veneziani , più per lamentarsi dell'acqui- sto che avean loro impedito di quella citià , che per altro rispello. E nondimeno mostravano, che eglino per osser- vare la lor fede ogni cosa avean fallo senza pregiudizio della lega ; ma ben con pregiudizio e danno importante della loro Repubblica, avvezza ad essere nelle sue confede- razioni di maggior utile a' compagni , che a se stessa: e dice il vero il Machiavelli, che non mai popolo alcuno si dolse d'aver cos' alcuna perduto, quanto i Fiorentini si dolser allora di non aver quel d'altri acquistalo. Il che a chi ri- guarda la verità procedette, parendo loro essere ingannati <lalla fede de' Veneziani , i quali avendo con le congiunzioni loro fatto acquisti grandissimi , ingratamente dicevano i Fio- rentini di vedersi ora spogliare da essi di un acquisto me- diocre. Pareva non ostante questi rammarichi , che le cose di Toscana avessero a restar quiete per un pezzo, e che i Fiorentini ad entrare in nuove guerre non fussero coplrelli; nel qual tempo entrò nuovo gonfaloniere di giustizia Barlo- Tóramco Orlandini cavaliere ; se V inquieto animo del duca non avesse prestamente gittate i semi delle future discor- die. Quesl' uomo altiero . il quale si avea poco innanzi ve- duto due re prigioni in Milano, e che con mapnanimilà pa- ri , 0 più tosto superiore a cotanta felicità gli avca senza alcuna taglia sapulo liberamente rilasciare , non pelea tol- lerare in conto alcuno nel pello suo che i Veneziani Bre- scia e Bergamo 1' occupassero. E per questo a ninna cosa avea più l'animo volto, che a cercare in che modo de'Ve- neziani vendicar si potesse. Ma essendosi a molle prove ravveduto , che menlre eglino col papa , co' Fiorentini , e col conte fossero coliegali , le cose sue più tosto sarebbono andate sempre al disotto,, parca che fosse venutagli una
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occasione mandala dal cielo , che il conte da loro spiccato si fosse collegato con lui; e che i Fiorentini sdegnati di non essere stali da loro aiulali nel!' acquisto di Lucca, non avessero , siccome egli stimava, ad essergli ne' loro travagli di giovamento. Rimaneva il pontefice , ma il duca non solo di lui non lenea conio , ma sperando poter 1' uno e gli altri domare a suo modo , oltre lo stimolo che avca messo nel cuore ad Eugenio col concilio di Basilea, dal quale era stato sospeso , deliberò di romper con amen lue, ma prima col papa , a cui tolta che avesse la Romagna , non riputava per cosa dilTicile il superare i Veneziani. Ma perchè oltre il carico, che si tira addosso chiunque piglia impresa co'pon- (efici per la maestà della dignità ponlillcia , e per la vene- razion grande che son usi averli i principi cristiani , egli sarebbe ancora contravvenuto a' patii fatti col conte, fra'quali era, che non s'impacciasse della Romagna , pensò che que- sta impresa mostrasse farla da sé il Piccinino , e il modo fu astuto e sagace molto: perciocché il Piccinino mostrando d'essersi sdegnato col duca per gli immoderati lavori che faceva allo Sforza , fece intendere al papa , che dove egli fosse da sua Santità aiutalo, gli bastava l'animo in pochi giorni di ricuperargli tutto lo stalo della Chiesa , che dal conte gli era stato occupato ; avvisandola di piìi come il duca per trovarsi a' suoi stipendj i due primi capitani di quasi tutte l'arme d'Italia, d'insignorirsi di quella ora venuto in pensiero. Eugenio credendogli , gli mandò denari , e egli con l'aiuto di quelli e con le genti che aveva , in brcvissimfT tempo e di Ravenna, e di Forlì, e d'Jmola, e di Bologna si fece signore. Mentre il conte a soltomeltersi i Norcini dà oi)era , e con tulio il suo animo di vendirjirsi di Giosia Acquaviva, da cui alcuni suoi luoghi erano flati daiineagiali, procura, il Piccinino aggiugnendo al danno gli scherni, fece int'ìndere a tutti li signori d'Italia questo aver fallo per ven- dicarsi del pontefice: il quale avendo poco innanzi por tutto divolgato come il Piccinino si volea conlra il duca accordar co' Veneziani con nota manifesta della sua fede , l'avea dato carico di traditore. E ciò fallo, lascialo questi luoghi mu- niti , passò il Po , e con diligenza increilibile accampatosi a Casalmaggiore, a capo di cinque giorni, che v'era stalo al-
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torno, a'29 di giugno il coslrinse ad arrendersi. In Firenze COSI r Orlandini come Luca libertini seguente gonfaloniere, e in sulle terre dell' Acquaviva il conte Francesco queste cose sentendo, restavano quasi stupidi di tali, e cosi preste risoluzioni prese dal duca, massimamente essendo soprag- giunti poco dipoi nuovi avvisi, come a' 10 di luglio il signor di Mantova nimico de'Veneziani s'era scopcrlo. Ma il duca il tutto antivedendo , diceva, il movimento di Romagna esser stato senza sua intelligenza, anzi averne sdegno grandissimo col Piccinino conceputo: col quale quando il tempo fosse venuto avrebbe a tutto il mondo fallo palese, quanto i tra- dimenti gli dispiacessero, infino in accennando, ch'egli era per fargli mozzare il capo. E per addormentare il conte, al- lora più che mai rinnovò le pratiche di dargli la figliuola per moglie; anzi sapendo che il conte avea animo di difen- dere la parte di Renato contro Alfonso re d'Aragona ne'fatti del regno, il (he i Fiorentini avean caro , egli con lusinghe maravigliose mostrando una domestica e amichevole confi- denza, strellauiente il pregava ad aslencrsi di travagliare il re Alfonso , non perchè il conte non avesse ne' capitoli fatti con lui avuto libertà di poter prender l'arme in favor di Renalo, ma perchè non gli bastava il cuore che si di- cesse, sapendosi per lullo lui essergli genero , e il re il maggior amico che avesse in quesia vita, che egli non a- vesse tanta autorità col genero , che da questo noi potesse rimuovere. Era troppo polente stimolo nell'animo del conte la speranza di questa moglie, la quale artificiosamente fu in lutti i suoi bisogni dal duca sapula nutrire , ora con far tagliare le vesti , ora con assegnar gli uomini che aveano ad accompagnarla, alire volle con invitar coloro che nella pompa doveano intervenire, con parlar del luogo ove lo sponsali- zio si aveva a celebrare, fin dove il duca era tenuto a spese sue di farla accompagnare, e ultimamente, perchè meglio la credenza avesse luogo, infin con mandar certa somma di denari che egli per questo rispetto aveva al conte promes- so. Ma non si dando mai all'opera compimento, e or una e or altra cagione di dilazione allegando ; e Ira tanto facendo il Piccinino progressi grandissimi in Lombardia contro i Ve- neziani, cominciò il conte l'orlemeiUe a temere, che il duca
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diventato granile la promessa del matrimonio non gli atten- desse; i Fiorentini parimente lemeano, che il duca superato che avesse dietro il papa i Veneziani addosso alla lor Re- pubblica non si volgesse, e quella debole ritrovando non opprimesse ; massimamente che Francesco Piccinino fìgliuolo di Niccolò sceso con genie del duca verso Ciltà di Castello, aveva del mese d'agosto preso la terra del Borgo a S. Se- polcro, e ogni cosa d'arme e di spavento ripieno. Onde Bartolo Corsi gonfaloniere per settembre e ottobre con quella signoria che era seco entrata, e con gli altri capi del gover- no a niuna altra cosa attesero con maggior diligenza, chea trovar modo d'assicurarsi de' futuri e presenti mali, né oc- correva partito alcuno più a proposito, che di strignersi di nuovo col conte e co' Veneziani. Ma il conte intrattenuto ogni giorno da nuove speranze , non potè se non ne' prin- cipi *^g' nuovo anno, quando affatto si vide beffato, risol- versi. Tra tanto fu in Firenze tratto gonfaloniere Bardano Acci;iiuoli , nel qual tempo furono inlercelte alcune lettere, che venivano da" fuoruscili mandale a Francesco Soderini contra il presente reggimento ; per la qual cosa fu il Sode- rini confinato alle Slinche. Vennero a luce i nomi di tre al- tri cittadini, i quali in questo medesimo trattalo interveni- vano. Costoro furono Niccolò Gianfigliazzi abate di Passi- gnano , Antonio Peruzzi canonico di duomo figliuolo di Ri- dolfo, e Lorenzo Strozzi figliuolo di Palla , i quali tulli Ire in varj luoghi furono confinati. Poi entralo il nuovo anno 1439 prese la seconda volta il sommo magislralo Cosimo de' Medici , il quale volendo al mancamento de" cilladini provvedere, ammesse nel suo gonfaloncralo particolarmente Ire famiglie la prima volta alla dignità de'signori, Zati, Ma- rucelli , e Gondi , de' quali fu Simone nipote di quel Si- mone, che ottani' anni addietro mostrammo essere stalo am- monito. .Ma la lornnla di nuovo del pontefice Eugenio a Fi- renze , e la cagione di essa come cose molto principali , e importanti all'istoria, e di ornamento grandissimo a questa città , terranno alquanto sospeso 1' animo di chi legge da ciascun altra materia. Di che nondimeno brevissimamente mi spedirò: perciocché in che cosa differirei io da coloro, i quali i fatti de' pontefici e di S. Chiesa scrivono? se senza
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por mente che la tuia particolar cura è di scriver I' istorie iìoreoline, volessi infiiio alle cagioni delle cose ad altri at- tenenti distesamente come delle proprie mettermi ogni volta a trattare; cosa nondimeno non solamente schifata, ma sol- lecitamente procurala da quasi tutti gli scrittori de' nostri tempi. Era già gran tempo passalo che la Chiesa orientale per molte cagioni dall'occidentale separatasi, benché più volte avessero insieme procurato di convenire , non mai ad Sina vera concordia s'eran potute condurre ; ma sempre ben- l'hè dopo molti concilj alcuna ditricullà vi era restata. Quella che in fra l'altre e più che ciascun' altra ora strigneva , si era intorno alla processione dello Spirito Santo; il quale dicendo i Greci , che por lo concilio Niceno appariva che egli procedesse solamente dal padre , biasimavano i Latini che v'avessero aggiunto, che egli proceJcsse ancora dal fi- gliuolo. A che i Latini rispondevano non esser quella ag- giunzione , ma esplicazione della mente di quel concilio, e che per levar via le radici di quell'eresie, le quali volevano che il figliuolo fosse minore del padre, e che in Cristo fos- sero distinte due persone, era stalo necessario e utile il fare quella dichiarazione. A questo articolo principale vi si aggiugnevan tre altri. Se la celebrazione del corpo di Cristo si potea fare così in azimo come in fermentato. Se chi muore in peccato soddisfai o e non purgato vada in purgatorio, e se gli giovino l'orazioni de'vivi ; e così parimente se (hi ha purgato di qua , o non incorso in peccato vada immediata- mente in paradiso; e se il pontefice romano tenga il prin- cipato nella Chiesa di Dio , e sia vero vicario di Cristo. Ora per levar via queste divisioni, e riunire l'una Chiesa con l'altra , e a fine che l' imperatore greco battuto spesso da'Tur- ihi potesse ne' suoi pericoli sperare alcuno aiuto da'principi occidentali, aveano diligentemente alcuni anni innanzi cer- calo , così Giovanni Paleologo imperadore constantinopoli- tano , come tutti gli altri capi delia Chiesa orientale di ve- nire a questa concordia. E stando in pie il concilio di Ba- silea erasi più volle di ciò trattato appresso qiie' padri; i quali, sì perchè non avean mai preso quel mezzo il qual era necessario, e sì perchè finalmente si erano alienati dal pontefice, onde egli annullando quel concilio n'avea un altro
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inlimato a Forrara , furono cagione, che l'imperatore greco volgesse 1' animo ad Eugenio , e per questo venvitosene a Ferrara, e quivi stato per lo spazio di tutto l'anno intero passato , quando le cose erano assai ben disposte, fu preso partito per la violenza di una peste, la quale avea comin- ciato grandemente a molestare quella ciltà , di trasferire il concilio a Firenze. Cosimo avendo dato ordine a tutte quelle cose che a tanto apparecchio erano necessarie, a' 22 di gen- naio ricevette il pontefice coi soliti onori accompagnato da tre cardinali, e da molti prelati nella ciltà. A' 12 del mese seguente andò ad incontrare Giuseppe patriarca di Coslan- linopoli, uomo e per la lunga età e per la dotlrina, oltre il grado che egli lenea , degno di grande venerazione, il quale in compagnia di molti prelati greci , i quali venivano con seco, fu onorevolissimamente ricevuto nelle case dp' Fer- rantini in Pimi. A'15 si fece il ricevimenlo dell'imperatore 4stesso magnifico e conveniente non solo alla grandezza im- periale , e all'antico costume de' cittadini , i quali quanto nelle cose private son parchi , tanto nelle pubbliche riten- gono maravigliosamente del grande; ma anco alla liberalità del gonfaloniere , uomo e per le pubbliche e per private cagioni veramente illustre . il quale per la residenza dell'im- peratore e della sua corte assegnò tutto il circuito delle case de' Peruzzi. Ricevette poco dopo Demetrio suo fratello , il quale alcuni chiamano Despolo; in alcune memorie io trovo esser nominato re del Peloponneso ; nella cui famiglia erano stali dieci imperadori coslanlinopolilani: costui fu alloggialo nel palazzo de' Castellani. La cura di queste accoglienze non avea fatto dimenticare le cose necessarie per la salute della Repubblica a riparo della potenza del duca, le cui genti avendo vinto Ligiiano , passato Adda, e per tutte l'acque dolci avuto viitoria sopra l'armate de' Veneziani . e tenendo assediate Brescia e Bergamo , e poter quelle poco più tempo reggersi, aveano fatto ravvedere i Veneziani quanto teme- rariamente si erano questa volta nelle lor forze confidali ; e i Fiorentini avoano confermato nell'opinione che sempre aveano avuta del duca, che non pensava ad altro che di oc- cupare sotto v.irj pretesti l'altrui libertà, mentre con esqui- sile arti le forze di coloro che a lui si poteano opporre te-
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isea disunile. Per la qiial cosa desiderando costoro a' futuri mali, e i Veneziani alle presenli calamità provvedere , fu trovalo facile il rimedio di ricongiugnersi di nuovo insieme- essendo massimamente il conte accortosi ancor egli d'essere uccellato e tenuto a parole dal duca. Ma i primi a richiedere questa congiunzione furono i Veneziani , i quali mandarono a Firenze Francesco Barbarigo secondo il Sabcllico, secondo il Biondo Jacopo Donato principale lor geniilnonio e amico grande di Cosimo e di Lorenzo per tirar la repubblica fio- rentina alla nuova lega ; il quale benché fussc guardato mal- volentieri dal popolo , ricordandosi con quanta alterezza a- vcano i suoi senatori l'anno addietro i loro ambasciadori li- cenziato ; nondimeno proponendo Cosimo le cose importanti alle vane, accettò lietamente la lega; di cui queste furono le condizioni. Che per cinque anni la ler;a tra' Veneziani e Fiorentini avea a durare, i Veneziani a due terzi, e i Fio- rentini ad un terzo della spesa concorressero. Che d'ameii- duc le repubbliche capitano generale fosse il conte France- sco, il quale con dugmlomila scudi l'anno fosse condotto: e egli infino a due anni a combattere di qua del Po , e a tenere tremila cavalli e mille fanti fosse obbligalo ; obbli- gandosi olire a ciò le dette due repubbliche di difendere a loro spese tulio quello (he il conte avea nella Marca . se guerra gli fusse mossa dal duca. Nella qual lega conchiusa a' 18 di febbraio fu aggiunto papa Eugenio, e i Genovesi per quel che dice il Simonella. Il Sabeilico e gli scrittori ferraresi v'aggiungono il marchese Niccolò di Ferrara. lì Capponi non facendo menzione del papa dice, che il mar- chese fu condotto dalla Repubblica con mille lance , e con mille fanti; tra' quali era Sigismondo Malalcsta con seicento lance; e che cos'i parimente fu condotto con seicento altre Guido Antonio Manlredi signore di Faenza , e con mille Pier Gian Paolo Orsino. Essendo in questo modo conchiusa la lega, mentre s'attendeva a mettere le genti insieme per dir principio al nuovo tempo alia guerra, fu in Firenze Irrito gonfaloniere di giu!>tizia la terza volla Piero Guicciardini, in tempo del quale io non trovo cos" altra seguila nella città , eccetto la traslazione del corpo di S. Zanobi, e di Eugenio e di Crescenzio suoi discepoli ; i quali seppeìiili nel mezzo
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della Chiesa in uno avello soUerra, furono periati nel capo (Iella Chiesa, e quivi in una cappella edificata in nome e a onore di S. Zanobi, pur sotterra , con maggior venerazione riposti. Nella qual cirimonia sei car.linali, molli prelati così greci come latini, e Demetrio fratello dell'imperatore in compagnia di molti signori e cortigiani intervennero. Poi prese il gonfalonerato Alamanno Salviali, nel qual tempo il signore di Faenza avendo tocco nuovi denari dal duca , e ricevuto Imola, senza restituire i già presi, malvagiamente dalla lega si ribellò. La qual cosa benché fosse di grande impedimento a' falli di Romagna, dove il conte s' era con le sue genti condotto , e Icnea il campo intorno a Forlimpo- poli, nondimeno si conoscea raanifcslamcnte che molto mag- gior pericolo si correa , se i Veneziani si lasciavano in preda del duca , i quali non mancavano tutlavia con nuove lettere e ambasciale di mostrare a' Fiorentini questo lor li- more. Né rimedio alito vi era . (he disporre il conte a pas- sare il Po; la qual cosa benché ricevesse le solile difTìcollà, così dal lato del conte, perchè egli s'inducesse a passar»', come da quello de'Fiorentini, perchè non rimanessero espo- sti con maggior facilità all'ingiurie e assalii del duca, nondi- meno i minori sospetti furono superali da' maggiori ; e man- dalo da' Fiorentini Neri Capponi al conte gli fecero inten- dere, che se il duca vinceva i Veneziani, essi non si cono- scevano alti a potersi difendere da per loro. E che abban- donatisi i Veneziani dello sialo di terraferma a lui levereb- liono il pagamento, e che i Fiorentini soli non gli potreb- bono in tal caso dar quello, che accompagnali da'Veneziani gli davano ; per il che non vedere altra via alla comune sal- vezza , che la sua passata di là dal Po. Conobbe il conte esser vero quello che il Capponi gli diceva , e per questo rimase contento eh' egli andasse a |)rofTerire la sua passata a' Veneziani, purché la strada gli assicurassero. Neri imbar- catosi in su una paleolla de' Veneziani a Cesena fu con in- credibili onori dal dogi; e da lutto il senato , che per via di ierra della sua venuta era sialo informato ricevuto. A'quali fece toccar con roani che la repubblica fiorentina, non o- stanlc i grandi pericoli ne' quali rimaneva lasciando passare al conte il Po, si era messa a pregarlo che il dovesse pas-
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sare, e già T avea a ciò (Ì!sposlo;c che altra diffìcnllà non riraanea , che a discorrere qiui'.e strada fosse la migliore, e più sicura per passare in Padovana ; avvertendo quei signo- ri , che essendo il conte accresriulo di genie , era cosa ra- gionevole che s'avesse riguardo allo stipendio, sì che egli potesse il suo esercito mantenere, il quale era di ?eimila- Irecento cavalli , e di milleottocento fanti , non coniandovi Michele da Culignola, da lui ultimamente con quattrocento lancc| e trecento fanti condotto. Dice il Capponi , che f^ Cosa ditTicile al esprimere quali fussero i ringraziamenti fatti da' Veneziani per co'^t fatta novella; i quali d'una mestizia grande iii somma letizia convertiti , parea, che avessero de- posto affatto ogni timore, e che le cose loro prestamente avessero a mutar faccia; perchè senza perder tempo si po- sero a trattare della via che era da farsi , acciocché si po- tessero fare le provvisioni neeessarie così di ponti e di spia- nale come di vettovaglio. E per uomini praiichi fu trovato quattro essere le vie: la prima era da Ravenna liingo Li marina, la quale non veniva approvata per essere la strada tutta renai , senza erba , e posta in mezzo della marina e de'paduli, e aveasi a passare sette foci, ovvero porli, cose tutto diffìcili a chi doveva andar ratio : la seconda era se- guendo la via diritta, ma su questa si trovava una torre chiamata 1' Uccellino , la quale era guardala dalle genti dei duca, che senza vincersi non si polca passare, e vincersi senza tempo non si polca ; il che per non aver onde prov- vedersi di vettovaglie , e perchè fra tanio non se le polea impedire il soccorso , recava con se molte incomodità: la terza era per la selva del Lugo , ma perchè il Po uscir» de' suoi argini era in quella trahoeeato, rendea il passarvi del tulio impossibile. Iliraanea la quarla per la campagna di Bologna inviandosi verso il ponte a Puledrano, a Cento, e alla Pieve, e indi per corpo del Hcno fra il Finale e Bon- deno condursi a Ferrara. Q\n\\ passalo il Po al ponte di Ferrara seguir verso le fornaci a Brendalo e a Chioggia , ove imbarcatosi in burchi rimanergli agevolissimo il cam- mino di entrare nel Padovano. Questa fu approvata per in migliore e per la pii'i sicura, ancoraché il Capponi sia d'o- pinione, che ancor questa danimici polea esser impedita, Amm. Voi . V. 3
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polendo far l;ij;liare presso al Bondeno sopra a Panoro. Non- dimeno fu dal conte passata con lutto 1' esercito felicemen- te , e con tanta pnsti zza ogni cosa messa ad effetto , elio essendo Neri nlli 11 di maggio partito di Firenze , a'20 di giugno il conte si trovò essere sii 1 Padovano : la qual nuova a' Dieci di balia, i quali erano entrati a caieii di giugno, recò incredibile allegrezza. Costoro furono il medesimo Neri Cap- poni, Lorenzo Ridolfi cavaliere e dottore, Antonio Serri- slori , Lionardo lìruni, Lionardo Barloli , Piero Bcccanugi, Cosimo de' Medici, Al'ss.indro degli Alessandri, e Cambino Cambini, e (liuliano Comi per la minore. E fu senza alcun dubbio questa arrivala all'afilitto sialo de' Veneziani di re- frigerio grandissinio. Mentre cusi si maneggiava la guerra di fuori , dentro la città si proseguiva caldamente la con- cordia Ira i Latini e i Greci con soddisfazione grande cosi del pontefice Eugenio, come del patriarca Giuseppe: ilqualc prima che la concordia fosse pubbiicala si morì di vecdiiaia in Firenze 1' om'ecinio giorno di giugno, e in S. Maria No- vella con grandissimi onori fu seppellito. Pubbiicossi polla concordia tra !e due chiese il 6° giorno di luglio , essendo gonfaloniirc di giustizia Filippo Carducci la seconda volta, avendo i Greci acconsentito a quelle sentenze , che intorno i delti articiili erano decise già da" Latini, cos'i della proces- sione dello Spirito Santo dal padre e dal figliuolo , cojmo «lei imrgatorio , della consecrazione in azimo e formonlato , e della preminenza del romano pontence. La cerimonia di questa solennità fu tale , die dopo cantala la messa dal papa salirono sopra un gran pergamo posto nel mezzo della chiesa con frequenza grandissima di popolo il cnrdinalc Cesarino 0 un prelato greco, di cui non ritrovo il nome, avendo in mano una lunga cartapecora in due colonne divisa: dalluna delle quali in sermone Ialino, e dall'altra in greco erano i capi della della concordia scritti. E rccilala la latina dal Cesarino, e quella da' Latini e da' Greci con lietissime e allissìrae voci approvala , cosi fu parimente approvata l,i greca da amcndue le nazioni , finiìa che fu di leggere dal prelato greco. Del qual allo quattro notai romani, e quattro greci ne furono rogali. Ma sopratlutto ebbe cura la Repub- blica di seibarne memoria in lettere scolpile nel marmo, ii
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quale al lato alla porta della sagrestia maggiore di S. Maria del Fiore , siccome oggi vediamo, fu coUorato. L'imperatlore essendo poi dimorato molli dì in Firenze, si partì lìnalraente della ciltà m<»ito ben soddisfatto di tutta la Repul)i)lica a''i(> d'agosto, avendo per segno d'onore, siccome dice il Cambi, fatto conte di palazzo il gonfaloniere Carducci , e levato la metà di lutti i passaggi, e gabelle, che i Fiorentini solevano pagare in Costantinopoli, e in tutto il rimanente del suo im- perio per conto delle lor mercatanzie. Concedette e donò an- cora alla delta nazione un'abitazione, che anlicanicnle solcano avere i Pisani per il consolo loro in Costantinopoli, quando essendo in piò la lor libertà in quelle parti navigavano , e altre grazie e favori disponsò a'signori priori in ricompensa degli onori ricevuti da loro. I fatti della guerra erano intanto pro- ceduti in Lombardia quasi con pari fortuna , perciocché il conte racquietò nel principio Lunigo e Soave, e moli' altre castella poste nel Vicentino e nel Veronese ; essendo per quel che io avviso già entrato in Firenze nuovo gonfaloniere di giustizia Neri Bartolini Scodellari. Dall'altro canto mentre per una quasi pestilenzia entrata nel suo esercito è costretto ritirarsi a Zevio castello del Veronese vicino al Mantovano , il Piccinino ruppe 1' armata de'Veneziani sul lago di Gardn, Quindi temendo i Veneziani non nascesse la perdita di Bre- scia, comandarono al conte, che con ogni suo supremo studio alla difesa di quella si volgesse , e eglino diligentemente a provvedersi di nuova armala si posero. Onde le cose della lega cominciarono andar al di sopra senza contrasto ; percioc- ché avendo il conte deliberato di soccorrer Brescia per la via de' monti , essendo la via della campagna di fosse , di bastie, e d'altri impedimenti serrala, gli venne fiitlo di dare una segnalata rotta al nimico ; il quale avendo inleso che il conte partito di Zevio per Valdacri, seguendo la strada del lago di S. Andrea era pervenuto a Peneda , e come sceso nella valle ove passa il fiume Sarca, che mette nel lago di Garda, s' era finalmente accampato intorno a Tenna , luogo posto nel poggio, onde era la via d' andare a Brescia, quivi deliberò di farseli incontro, e di vietargli il passare innanzi. Incominciossi prima la zufTa con leggieri scaramuccie ora ri- messe da' fami, e or dalle genti a cavallo ; ma essendosene
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fra le altre appiccala una molto grossa il nono dì di novem- bre, essendo in Firenze gonfaloniere di giuslizia Guido Ma- chiavelli , e quella continuamente rinforzala da amendue le parti , si venne ai fine a combattere a bandiere spiegale da ciascun lato con tulle le genti, e durò la ballaglia per buono spazio senza potersi giudicare qual de' due eserciti ne avesse il migliore; ma aiulati quei delia lega da' fanti a piò: che poco avanti erano venuti per le montagne, i quali da'Iuoghi più alti rotolando grandissimi sassi ferivano i nimici, ebbero in poco di ora facile la villoria ; perchè messi in i'iiga i du- chesclii, coloro che non furono falli prigioni, altri in Tenna, e allri all'armata c'nc aveano al Iago di Garda si salvarono. Tra i prigioni di conto furono Carlo Gonzaga figliuolo del marchese di Mantova, Cesare Martinengo, e Sagramoro Vi- sconte. E credetlesi che l' istesso Piccinino fusse preso an- cor egli , ma subilo rilasciato. Salvossi egli nondimeno a Tenna accompagnalo da un solo tedesco suo servidore, uomo di vilissima condizione, ma di grandissimo corpo e di smi- surale forze , a cui persuase che messolosi la nolle in un sacco a guisa d'arnesi, o d'altre robe , come se fusse sacco- manno sci conducesse per mezzo del campo, ove per la vit- toria la diligenza era minore, in luogo sicuro. In questo modo fu, siccome vediamo oggi nelle commedie intervenire a'dap- pochi innamorali , salvalo uno de' due migliori capitani di (juelli tempi; il quale non polendo tollerare d'essere stalo vinto, 0 almtno di non cancellare con qualche nobile acqui- sto la ricevuta vergogna, dopo aver volto per l'animo diverse rose, avendo inteso con che poca diligenza era guardata la ciliadclla di Verona , immaginò potergli riuscire facilmente di prenderla, se questa cosa con segreta prestezza guidasse. Lasciate per questo quelle genli che giudicava che bastassero per la guardia di Tenna, egli montò in riva di Trento sopra l'armata, e col marchese di Mantova, e col resto dell'esercito n'andò a Peschiera. Quindi messosi in cammino , di nolle tempo giunse a Verona, e senza esser da alcuno sentito scalò e prese la cittadella nuova. Onde sceso nel borgo di S.Zeno, (; rotta la porla di S. Antonio, di quivi intromesse tutta la cavalleria , e con somma felicità in fuor che dell'altre for- tezze , che s<jno tre, ove i ministri de'Vencziani erano rifug-
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giti, ili lutto il resto della cillà s'insignorì con tanta sua al- legrezza e soddisfazione, parendogli non che il perduto ono- re , ma di vantaggio molto maggior gloria aver acquistata . che non potè contenersi di non scrivere a Cosimo de'Medici (di cui sapeva lo Sforza essere amicissimo) che al conte era il medesimo intervenuto, che avvenne già a Uuccicaldo go- vernatore per lo re di Francia di Genova, il quale quando credette doversi impadronire di Milano , allora ribellalasigli (ienova , dell' una e dell' altra città si trovò scioccamente escluso. Così il conte quando tentava soccorrer Brescia, aver perduto Verona. Ma non godè lungo tempo il Piccinino il vano frutto di questa sua vittoria, perciocché intesa dal conte, la perdila di quella cillà (benché egli avesse consiglialo prima i Veneziani a tenervi miglior guardia) è cosa incredibile a esistimarc , quanto egli se ne commovesse nell'animo suo , considerando che un nimico non più rhe olio giorni prima rotto e superato da lui , e quasi ndracolosamcntc uscitogli dalle mani, gli avesse tolto così importante città. Deliberò di levarsi in ogni modo questa vergogna da! viso , ancorché quasi da tulli i capi del suo esercilo ne fosse sconfortato , i quali mostrandogli pericoli grandissimi, a ritirarsi a Vicenza il persuadevano, anzi voltosi con parole piene d'una certis- sima confidenza a' provveditori veneziani, e a Bernardelto de'Medici, il quale per la Repubblica di Firenze era appresso di lui commcssario , arditamente promise loro di ricuperar Verona, purché una sola delle tre fortezze non si fosse an- cor resa. Mandò dunque gente eletla a pigliare un ponte, che egli avea fallo su l'Adige, dove il fiume si rislrigne all'uscir della valle Lagarina , e comandato a Gatlamelala che il se- guitasse con l'artipliorie, e salmciia del campo, egli con le genti più spedite s' inviò di notte verso Verona ; tanto trava- glialo dell'importunità della stagione, che è cosa certa molli saccomanni essersi quella notte morti di freddo. Nondimeno avuto nuova come i passi erano sicuri , seguitò il cammino con molta allegrezza , sperando con la celerità ristorare il danno ricevuto; né si fermò altrove , che al Casale di S. Ambrogio uscito che fu dalla strettezza delle chiuse. Erari di quivi due vie per andare a Verona, l'ima per la pianura, e questa era più breve e spedila, l'altra pe'monti più lunga
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e più malagevole; ma egli slimando che questa fusse meno guardala , non si curò dell' altre difficullà , e comparilo il giorno seguente sopra Verona fé vista di voler passare più avanti, il che a'nimici, i quali non aveano ancor fallo quelle difese che bisognavano, porse in principio grande allegrez- za, credendo, che il conte diffidato di poler ricovrar Verona, volesse passare a Vicenza. Ma avendo egli fatto girar le genti verso la Rocca di S. Felice, e in quella entrato, diede gran terrore a'nimici, ma molto più quando rifatto il ponte, che i nimici il giorno innanzi aveano abbruciato , calò in quella parte della città, la quale divisa dal fiume è minore dell'allra, ove con grand' impeto e con ferocissime grida assaltò gli av- versar]. Non sperava egli poter quella notte interamente im- padronirsi di Verona, per la qual cosa avea mandato ordine a Galtamclata, che la notte calasse giù nella valle che tocca l'Adige, e qui si fermasse, con deliberazione , che venuto il di assaltasse quella parte della cillà, la quale era lenula da' nimici; oltreché egli dubitava di non poter vietare, che quella città non andasse a sacco , se nella licenza delle te- nebre tanto numero di soldati , presso che aflamnli , dentro quella rinchiudesse. Ma fu s'i vigoroso l'assalto de' suoi , e l'aiuto de'cittadini, i quali benché rinchiusi dentro le lor ca- se, con Inmi dalle finestre, e con rinfrescamcnli mandali giù con le fune in panieri e canestre facevano giovamento a'com- battilori, che non fu di mestiere aspettnr l'aiuto del giorno, perciocché dopo qualche resistenza cosi il Piccinino come il marchese di Mantova veggendo le cose loro disperate si posero a fuggire, maledicemio l'avarizia de'soldaii, i quali in quei giorni aveano atteso a predare, ninna cura s'era potuta lor commettere di fortificare la cillà. Così a capo di quattro di che Verona era slata perduta ritornò per opera del conte con somma sua gloria in poter de' Veneziani : il quale essendo il verno asprissirao , volle che l'esercito parte a Verona , e parte alle propinque ville si riposasse, e Brescia per la via de' monti di qualche vettovaglia sovvenne, sollecitando che a Torboli si facessero i legni che erano necessarj per 1' ar- mata, acciocché al venir della primavera si trovasse , e per acqua e per terra in guisa forte , che a Brescia si potesse del lutto levar l'assedio d'intorno. La auova della recupera-
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?.i()nc di Verona, siccome a'Veiicziani fu lietissima, così fu viccvnla con non difTerentc piacere dalla cil'à di Firenze. Ove Eugenio alla sua cura pastorale attendendo dopo la con- cordia falla co'Greci, avea ancor terminato le differenze, che la Cliicsa latina avea con quella degli Erminij. Ma nel mezzo di queste concordie falle con popoli cosi lontani, era riflessa Chiesa romana divisa tra sé per lo concilio di Basilea , il quale avendo finalmente in virtù di diversi capi deposto Eu- genio, avea creato a pontefice Amadco duca di Savoia ; onde Eugenio per fare la sua parte gagliarda deliberò di far pro- mozione de'cardinali, e per le digiune della pasqua a'18 di dicembre creò in S. Maria Novella diciassette cardinali , nella quale eiezione non solo ebbe riguardo alla dottrina e acco- stumi, ma eziandio alle nazioni, a fin che quasi tutte le Pro- vincie dc'crisliani del suo giudizio rimanessero soddisfatte, iniperoccliè egli ne creò quattro Francesi, due Spagnuoli , un Ungaro , un Pollacco , un Inglese , un Alamanno , tre Cìreci, e cinque Italiani, de'quali imo napoletano, e un altro del regno, un Milanese, un Genovese, € uno ne fu Fioren- tino ; e questi fu AU)erlo Alberli vescovo di Camerino, e fi- glinolo già di Cipriano il cavaliere, il quale insieme con Be- nedetto della medesima famiglia l'anno 1387, siccome in quel luogo dicemmo fu confitialo.
Segue 1' anno 1440, e gonfaloniere di giustizia Paolo del Diacceto, il quale sentendo che i Veneziani volevano che il conte passasse al soccorso di Brescia , e che il conte allegava ragioni di non essere ancora il tempo op- portuno , spedì col consiglio de' compagni e di Cosimo Giuliano Davanzali e Neri Capponi a Venezia e al conte, perchè i lor pensieri intendessero , e del modo che si avesse a governare la guerra per la seguente state s'infor- massero. Ma non furono il nono dì di febbraio giunti prima a Ferrara, die ebbero novelle come due dì prima il Piccinino dopo alcune leggieri fazioni falle col conte, avea con seimila cavalli passalo il Po per venirne in Toscana, la qual cosa al gonfaloniere significata seguilarono il loro cammino. E giunti a Venezia, e le ragioni de'Veneziani ascollate, e di là andati a Verona, ove sentirono quelle del conte , la deliberazione che si prese per allora fu , che i Veneziani dessero danai/
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al conto , e solleciìassesi l'iiscila a biion' ora con luUe lo genti perchè Brescia si soccorresse. Ma gli avvisi della calala del Piccinino in Romagna perturbavano grandcnìcnlc i Fioren- tini, sapendo che egli veniva accompagnato da' fuoruscili, i quali stali a trovar il duca gli aveano mostrato come era im- possibile % incere i Veneziani se non si rimovean da loro gli aiuti dei Fiorentini, nò i Fiorentini potersi rimovere se non saranno molestati in casa, i quali quando fossero gagliarda- mente assalili, e'sarcbbon coflrclli ricliiainarc il conte ni Lom- bonlin, e a pensare a'casi loro, e non a quei daltri. Rinaldo dogli Albi/i fra gli allri prometteva alle sue genti la via dei Casentino aperta per esser egli amicissimo di Francesco da lìallifulle conte di Po|)pi, e in questo caso diceva esser si- turo, clic in Firenze si muterebbe lo stalo, trovandosi il po- polo stanco non meno d^-lle gravezze, che dell'orgoglio de'po- lenti ciiladini, i quali su[ìerbamenle il tutto a lor voglia gf»- vernavano. A questi mali si aggiugneva, che se bene il poiì- tefice Eugenio sentendo la venula del Piccinino in Romagna s'era confederato co' Fiorentini, dubitando delle cose sue, e concorreva con le sue genti, dove prima le sue les'ie erano state in parole ; nondimeno essendo le delle sue genti sotto il governo del Vilclleschi, a cui ul)!)iilivano mollo più che a! pontefice istcsso, non solo di quelle non aspettavano alcun giovamento, ma ne aveano terrore, temendo non poco delia volontà di quell'uomo superbo e crudele; il quale sapevano dopo la cacciata di Rinaldo non esser mai stalo amico de'Fio- rentini interamente, parendogli che sotto la sua fede l'Albizi fosse stalo traditi^ E già in Firenze facevano i fuoruscili in- tendere per dar animo ali amici, e torlo a'nimici, che non dormivano, benché Cosimo, il quale ne in parole voleva es- ser vinto, facesse rispondere, che n'era certissimo, avendo cavato loro il sonno da! capo. Ma moltiplicarono molto più i travagli e i sospetti de' Fiorentini, quando al nuovo gonfa- loniere F^ionardo Barloli giunsero messi , i quali riferivano come i Walalesti, non ostante l'esser stati eondolli da'Vcnc- zfani e da loro, e giii aver tocco danari, si erano convenuti col Piccinino, e dubilovasi di più, che Pier Giovan Paolo Orsino capitano della Repubblica^, il quale con quattrocento lance e dugento fanti era stalo mandato da" Fiorentini in aiuto
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de'Malalesli, non fosse slato svaligialo dal Piccinino, Irovnii- dosi in casa de'nuovi suoi confederati. Con tutto questo non solo coloro che governavano non si perdcrono d'animo, ma attendendo a far genti , scrissero al conte the rimettevano nel suo arbitrio il venire o non venire in Toscana in lor soc- corso; perciocché essi altenderehbono a difendersi vivamen- te. E in tanto j)er la diligente cura che si tenca da'Dieci , sopra corrieri , slalTette , pedoni , e simili portatori di let- tere .furono in Montepulciano ritrovale lettere del Vitelle- schi , senza consentimento del ponlefìce scritte al Piccini- no ; le quali ])orta!c da quel magistrato ad Eugenio , ben- ché fossero scritte in cifra , e malagevolmente qual fusse il vero sentimento di quelle comprender si potesse , gran- demente r animo del pontefice spaventarono , tardi accor- tosi quanto tra cosa pericolosa in così fatti tempi ad un ministro audace e grande , siccome era il Vitclleschi . aver dato taiit' autorità e ripulszionc siccome egli aveva l'alto. Deliberato per qucslo di assicurarsi di lui, fu con il consiglio di Cosimo mand;ito con lettere di crcilenza Luca Pitti ad Anlonio Uido castellano di S. Agnolo a Roma, il quale ne! miglior modo che potesse s' ingegnasse d' aver il patriarca, o vivo o morto alle mani, cosi esser necessario per quiete e sicurezza della sede apostolica e dello stalo ecclesiastico. Fu la for'una favorevole al desiderio del pon- tefice e de'Fiorentini, perciocché volendo il palriarra pas- sare in Toscana, e per questo partirsi di Roma, mandò a dire al Rido, che si trovasse la manina seguente a'piè della porta del castello, perciocché avea seco alcuna cosa a trat- tare. Il castellano ordinate le cose a questo fine necessario, si pose ad aspettare la mattina, che il patriarca comparisse, a cui veggendclo venire gli usci subito infino a'piè del ponte tutto disarmato e riverente all' incontro; e come non volesse delle cose che seco parlava da altri essere udito, presolo gentilmente per la briglia del cavallo sul quale il patriarca era, così seco essendo egli a pie pianamente ra- gionando ne veniva, quando in su 'I voltarsi a man manca del ponte, incontanente si vide calar giù la saracinesca di quella porta onde s' usciva in borgo, e di dietro fu alzata su una catena ben Ire braccia alta di terra, la quale in un
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solchelto fallo a posla la noltc innanzi era slata allerrala. E in qiieslo essendo dal castellano detto al palriari;a , che egli era prigione, comparirono secondo il cenno dato fuor della porla del castello molli soldati armali con alabarde per accerchiarlo e farlo prigione a man salva; ma egli messo mano alla spada, la quale aveva a lato, e dato di sproni al cavallo, porse necessità a' soldati di ferirlo, e così lutto sanguinoso fu per forza tratto prigione in castello, dove mentre si me- dica una gran ferita che avea tocco nel capo, Luca Pilli per- cotendo con la sua mano la tenta, gliela ficcò nel cervello, e subito si morì. Neil' arcivescovado della città gli succr- detle Lodovico Sarampi padovano medico e inlimo familiare del pontefice. In questo mod) furono i Fiorentini e il pon- tefice di una gran paura liberali, e parca che con maggior ardire si potessero opporre al Piccinino; il quale volendo per r alpe di S. Benedetto, e per la valle di Montone pas- sire in Toscana, fu in guisa dalla virtù di Niccolò da Pisa, snidato poco innanzi da' Fiorentini ributtato, che non spe- rando per quella via poter conseguir cosa che egli volesse, si pose a tentare il passo di Marradi, la qual terra da JJar- tolommro Orlandini cittadino fiorentino era guardala, avendo prima preso Orivolo per forza e Modigliana a patti. Era questo passo non meno difiìcile dell' altro, perciocché Mar- radi e terra posta a' pie dell'Alpi, che dividono la Toscana dalla Romagna, e se ben da quella parte che guarda verso Romagna e nel principio di Valdilamona era senza mura, nondimeno di verso Romagna i monti e le ripe di essi sono sì aypre, e di verso la valle il fiume ha in modo roso il terreno, o ha sì alle le grolle sue, che ogni volta, che un piccol ponte, che è sopra il fiume è difeso, è quasi impos- sibile espugrjar quel luogo: ma la virtù dell' Orlandini era mollo ben differente da quella di Niccolò da Pisa, e per- ciò nun solo non fece resistenza alcuna virtuosa^, ma non così tosto sentì appressarsi i nimici , che postosi brutta- mente con tulli i suoi a fuggire, non mai si ri enne finché al borgo di S. Lorenzo fu giunlo. Perchè passalo a' 10 d'aprile il Piccinino in Mugello si pose a campo a Pulic- oiano, discorrendo spesso parte delle sue genti accompa- gnate da' fuoruscili infin presso a Firenze, parie dei quali
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avvisi giunti in Lombardia, afflissono grandcnicnle l'animo •lei conte Francesco, temendo egli se le cose del Piccinino erano superiori in Toscana, di non perdere quello che avea nella Marca; per la qual cosa andatone egli slesso in Ve- nezia, e alla presenza de' senatori introdotto, mostrò come era necessario e utile alla lega, die egli passasse in To- scana, perciocché se il Piccinino non avea maggior resi- stenza, si facea signor della Marca e di Perugia , per lo quale acquisto crescerebbe in tante forze e riputazione, che i Fiorentini sarebbono seco al disotto, e che egli per quel che toccava a se non voleva, ove egli avea passato il Po signore, averlo a ripassar condotliere; e che avea maggior obbligo a se e alla repubblica florenlina che a'V'eneziani. Il doge gli rispose umanamente, e con assai buone ragioni gli fece vedere, che se egli si partiva, essi erano sforzali abbandonare terraferma, onde mancava conseguentemenie il suo pagamento, ma che chi vinceva in Lombartlia vinceva in ogni luogo, e the passando egli in Toscana veniva a re- car ad effetto T intendimento del nimico, il quale non per altro avea mandato il Piccinino in Toscana, che per rimuover lui di Lombardia. Dove facendosi la guerra in Lombardia ga- gliarda, al Piccinino conveniva mal suo grado ritornarsene a casa, perciocché è maggior la cura che si ha intorno a quel che si può perdere, che circa quello che non si può gua- dagnare. Nel mezzo di queste dispute vennero a quel se- nato avvisi della morte drl patriarca, e come si potea far maggior fondamento nelle genti del papa di quel che non si sarebbe fatto prima. Come i Malalesti quello che aveaa fatto era stato più per tema del Piccinino, e per le molte promesse fatte loro, le quali egli non osserverebbe, che per altro, onde si riguadagnercbbouo facilmente. Come l'Or- sino non avea patito alcun danno, e che sollecitava di ve- nirne a Firenze tosto che egli potesse. Per la qual cosa fu persuaso al conte che rimanesse; poiché le cose di Toscana camminavano con miglior pie che non si credeva, e che re- stasse conlento rimandarne gli ambasciadori fiorentini a casa. A che finalmente egli acconsenti, avendogli i Veneziani fallo pagare infino a ollantunmilaCorini per far la guerra al duca gagliarda. Volle nondimeno che andassero mille dei
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suoi cavalli in Toscana; per la qiial cosa avanti che finisse il mese d'aprile e gli ambasciadori e li mille cavalli e Pier Giovan Paolo Orsino con secento allri si trovarono in Fi- renze. 11 Piccinino Ira tanto bencliè avesse con grande osti- nazione cercato di pigliare Pulicciano, difendendosi quelli di dentro francamente, non avea potuto far nulla di buono se non che da alcuni de' suoi, i quali seguivano i fuorusciti, fu preso Monteritondo con alcune altre bicocche di leggier peso. Ben parca 1' aspetto delia guerra oltre modo terribile, trascorrendo tuttavia i nimici per li monti di Fiesole, e ve- nendone infino al Ponte a Sieve, e a Kemo'e e lalor pas- sando Arno, onde i conladfni sgombravano ogni giorno coi bovi e con altre ior bestie dentro la città, eziandio coloro. i quali ne' brghi a canto le mura abitavano. Ma non vcg- gendo il Piccinino cos' alcuna d'importanza poter ottenere in Mugello, né che dentro la città secondo le vane pro- messe de' fuorusciti disordine alcuno seguisse, essendo la plebe affezionala a Cosimo, e i grandi ciltailini partecipando de' suoi interessi, e se alcuno ven'cra malcontento, non osando levar le ciglia, deliberò finalmente passare in Ca- sentino, favorito e allettatovi grandemente dal conte Fran- cesco di Poppi- Avca la Repubblica fiorentina usato a que- sto conte certissime dimostrazioni per tenerlo in fede, con- ciossiachè avendo il patriarca Vitelleschi di ordine del papa per conto del Borgo a S. Sepolcro , come altrove fu detto , mossogli guerra e toltogli finalmente di molte ca- stella e quelle donate alla Repubblica, i Fiorentini le aveann benignamente al conte ridonate; non volendo che un an- tico signore Ior raccomandalo e vicino venisse con so- spetto della loro avarizia o ambizione dell'antica possessione de'suoi maggiori cosi di fatio spogliato. Oltre a questo in- fino da che ebbero novelle, che il Piccinino calava in To- scana , lavean crealo commessario per la Repubblica con ampia autorità in Casentino. Perchè maravigliandomi io molte volte da che furore fosse questo meschino stato assalito , affinchè con biasimo eterno della sua fede dovesse capitar male, ho finalmente trovato oltre quello che il Machiavelli imputa all'amicizia, che egli avea con Rinaldo degli Albizi, esserne slato cagione uno sdegno da lui compreso con Co-
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simo de'Medici, a Piero figliuolo del quale era sialo in pa- role di dar una sua figliuola per moglie detta Gualdrada delie più savie, e belle giovani, che avesse allora in tulla Tosca- na; e per avventura ne avea avuto alcuna intenzione da Co- simo : il quale si credette che per conforti di Neri Capponi, e d'alcuni altri citiadini , i quali abborrivano l'imparenlarsi con signori e con foreslicri, avesse rimosso l'animo da quel parentado. Passato dunque il Piccinino per la via di S. Leo- lino in Casentino , a'24 di quel mese prese Bibbiena , due dì poi ebbe la Uocca, a' 27 se gli rese Romena, a cui non osservò i patti, perchè avendovi preso Bartolorameo del Bo- lognino pislojcse capo di venlidue fanti che v' erano dentro, il fece briccoLire in castello S. Niccolò ; ma non volendo quelli del castello di S. Niccolò seguire 1' esempio de' loro vicini , il Piccinino qui\i si accampò con tulle le sue genti per averlo per l'orza, essendovi dentro Morello da Poppi con crnlovcnli fanti.
Bollendo in tal modo tuttavia le cose della guerra , ifu in Firenze tratta la nuova signoria ; e uscì gonfaloniere di giustizia Giuliano Martini Cucci, il quale perchè ca- ylello di S- Niccolò^non si perdesse , attese a sollecitare die Michelotto Atlcndolo venisse della Marca secondo l'or- dine avuto dal conte. A'-peltavansi di dì in dì due altre squa- ilre di Lombardia sotto Bosio suo fratello, e Troilo Orsino, le. quali dal medesimo conte, vigilantissimo che le coso di Toscana per conto della Marca non andasser male , orna mandate. Fu commesso ad Agnolo Acciainoli che andasse a condurre Borso da Este figliuolo del marchese Niccolò , il quale dalla Repubblica era stalo assoldalo , e pagatogli quin- dicimila fiorini, ma quel signore mosso da Modena, quando fu alla divisione delle vie , volto al commessario fiorentino disse , la vostra è di costà, mostrandogli la via di To cana, e la nostra è a mano ritta, accennando la strada di Lombar- dia, e in tal modo avendo tocco nuovi danari dal duca, ab- bandonò i Fiorentini. Con tolto questo non perdendosi i go- vernatori della Repubblica di animo , essendo già venute l'al- tre genti che si aspettavano, furon mandali Piero Guicciar- dini e Neri Capponi ad accozzare tutte queste genti insieme a Feglinc , per vedere se in alcun modo castel S. Niccolò
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si potesse soccorrere. Trovossi che le gonli de' Fiorentini non erano più che duemila dugenlo cavalli , ove quelli del nimico erano due terzi più. Il castello era posto in luogo allo , e a salirvi su di verso il Valdarno ove era il campo de' Fiorentini, la erta era al doppio maggiore, che da quel lato ove il Piccinino avea le sue genti, perchè si camminava a manifesto disavvantaggio da chi volesse andare a soccor- rerlo. Oltre che il Piccinino avea sopra il giogo fatto una forte bastia, ove quando ben vi si fosse andato a grand' a- gio , per non esservi piazza nò da cavalli ne da fanti non vi si potea fare alcuna fazione, né possibil era montarvi senza esser dal nimico scoperto, il quale avea per tutto compartito diligenlissime guardie ; per il che fu deliberato per non met- ter in pericolo tutto 1' esercito , che gli uomini di S. Nicco- lò, e quelli del presidio, i quali aveano pattuito di rendersi fra tre giorni se non fosser soccorsi , provvedessero a' casi loro. Per la qual cosa a' 25 di maggio il Piccinino entrò in S. Niccolò, ove pur una saetta, nò un solo carico di polvere trovò esser restato. Accampossi poi a P.affina, e diesegli a capo di otto giorni insieme con Bienziua, e con altri piccoli luoghi. Ma non veggendo cotali acquisti esser premio suffi- ciente di tante fatiche , si pose a tentare due imprese di grandissimo frutto se gli riuscivano; l'una di farsi signore di Perugia, l'altra di prender per trattato Cortona ; ma nò l'una ne l'altra ebbe effetto conforme al suo desiderio; perche andossene a Perugia con quattrocento cavalli , ove come lor cittadino con grandi onori fu ricevuto, benché egli vi lasciasse un governatore a suo modo con dieci cittadini di balia; e il legato che v'era del papa sotto titolo di certe ambasciate, avesse mandato ad Eugenio a Firenze. Egli vera- mente non cavò poi altro da quei suoi vasti concerti, che ot- tomila fiorini ; i quali quei cittadini gli dettero volentieri per levarselo davanti. Di molto minor peso tornarono i disegni di Cortona, ove il trattato fu scoperto per opera d'un princi- pal cittadino di quella città detto Bartolomraeo di Senso. A costui volendo una sera andar alla guardia d' una porta se- condo era V ordine del capitano , fu da un certo suo amico del contado detto che non vi andasse, perciocché vi sarebbe tagliato a pezzi, e cercato di sapere per qual cagione, venne
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n notizia del trattato, il quale fatto subitamente palese al ca- pitano, fiir messe le mani addosso a molti de' colpevoli, es- sendosi gli altri fuggili, e le guardie furono in modo distri- Ijiiile, che a Niccolò fu tolta ogni speranza di far bene i fatti suoi. Tornossene dunque a Ciltà di Castello per veder di ti- rarla in alcun nriodo alla sua divozione, e già se ne tenea un poco di pratica per rispello della ricolta-, la quale ancorcliè tosse poca, imperlava molto a quei cittadini, ch'ella non an- dasse male; contultociù chiedevano in questo mezzo tempo soccorso a' Fiorentini , i quali mandatovi Troilo con cento lance , e Piero da Bevagna con ottanta , e con alcuni fanti, benché i fanti, e circa trenta scopellieri fossero fatti prigioni de'nimici, nondimeno assicurarono dei tutto quella citlà. Men- tre il Piccinino or una, or altra cosa tentando, avea con poco guadagno lasciala logorare la miglior parte della stale, erano a' Fiorentini venuti gli aiuti che aspettavano della Chiesa di tremila cavalli e di cinquecento fanli sollo la condotta di Lodovico patriarca d' Aquilea slato, come si è dello, medico de! pontefice, e messolo in luogo del Vitelleschi; fra'quali era Simonella condolliere di molto nome: per la qual cosa deposto ogni timore, erano venuti in speranza, non solo di potere resistere al nimico, ma di superarlo se fossero sfor- 7ati a combattere Ma avendo avuto avvisi di Lombardia che le cose della lega miglioravano ; che il conte Francesco avea liberala Brescia dall'assedio, e che d'un d'i in un allro si aspettavano tuttavia più buone novelle , eran d'opinione di vincere con la spada nella guaina , sapendo quanto è varia e instabile la fortuna nell' opere militari, e a quanto disav- vantaggio si mettano della battaglia , coloro i quali coni- ballono dentro il proprio paese , ove la perdita può esser m(jlto disuguale al guadagno. Ma il Piccinino intercelte queste leltere delia Repubblica, e certilicato ullimamcnte di Lombardia, come alli 25- del mese tra gli Orci e Soncino il conte Francesco avea dato una gran rotta a' duchcschi; e perciò richiamalo dal duca con gran fretta da quelle parli , deliberò prima che partisse di tentare con ogni industria di venire a giornata ; se possibil fosse di ristorare con qualche vittoria i danni ricevuti, oltre che a ciò era caldamente confortato dal conte di Poppi, e dai fuorusciti , i quali con la partita
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di Niccolò vedevano le cose loro esser spacciate. Erano le genti del pontefice e della Rcpnbblira ad Anghiari poco concordi in fra di loro, come il più delle volte sno'e avve- nire negli eserciti delle leghe. Il Piccinino il quale crai tra Città di Castello e il Borgo, e osservava gli andamenli de' ne- mici, trovò oltre la poca concordia, che il campo della lega lenea questo costume, che dalla mattina fino a mezzo gior- no, perchè mandava i saccomanni intorno, tenca le genti in ordinanza come se avesse a combattere , e dal mezzo giorno in ià le cose procedevano con minor diligenza. Egli fallo a' 29 di quel mese, dì solenne per la festività di S. Pietro e S- Paolo, dopo il mezzo giorno caricar le bagaglio con fama di passare in Romagna, se ne venne con le sne genti in battaglia al borgo, ove prese duemila uomini invitati da lui quasi alla preda di una certa vittoria, e senza che a'ne- mici né la mossa di lui, nò l'aggiunta di questa gente fosse nota, pieno di molta confidenza ne veniva verso Anghiari , castello dal Borgo non più che quattro miglia lontano, cre- dendo trovare li nimici sproveduti. Anghiari è posto nelle radici dell' Appennino in un colle non molto erto, il quale ha la china inverso il borgo assai facile, tutto il resto infino al borgo è pianura , la quale è divisa dal colle da un fiume che benché piccolo ha le ripe alte, sopra cui é un ponte di pietra , per lo quale aveano a passare i ne- mici se volevan combattere con quelli della lega. Erano i soldati la miglior parte, o disarmati ne' padiglioni, o lungi dagli alloggiamenti procacciandosi altri diporti, quando Mi- ( hcletto uomo molto espcrimentalo ne' fatti di guerra, guar- dando da un colle vidde dalla lunge un sottil polverio; il (piale ingrossando tuttavia, s'accorse essere i nemici, per- chè subito grido all'arme: e tra tanto chiamato i suoi corse con grandissima celerità alla guardia del ponte. Fu subita- mente seguitato costui dal Simonetta e da Pier Giovati Paolo, ma rimanendo anche spazio a comparire il nemico , parve a' capitani, che 1' esercito si dividesse in tre schiere, acciocché con maggior ordine la battaglia si potesse tirar avanti con gli avversar]. Fu dato il corno destro al legato e al Simonetta con le genti della (chiesa; l'Orsino con l.i cavalleria e commessarj fioicnlini reggessero il sinistro, >(i-
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chelelto con gli Sforzeschi, siccome era slato il primo alla guardia del ponte, così fosse alla fronte; essendo alla fan- teria commesso di guardar le ripe del fiume, acciocché se ì fatiti nemici trovando via di passare il fiume passasser di qua, non potessero con le balestra daiincggiare la cavalleria della lega da' fianchi. Non erano ancora i soldati a' lor or- dini ridotti, che i nemici giunti al ponte con grandissimo empito urtarono in Michelclto, ma egli, non che valorosa- mente li sostenesse, li ribollo con maggior vigore indietro. Ma sopraggiunti Asiorrc Manfredi e Francesco Piccinino con gente eletta, privarono Micheletto del ponte, e per- cossonlo con tanta forza, che il cacciarono infino al comin- ciar dell' orla. Il Simonetta vrggcndo il pericolo si mosse a soccorrere il conijìagno, e restrinse il Manfredi e '1 Pic- cinino a tornare indietro fino al ponte, ove la zuffa fu gran- de , e con pari virtù, e per lunga ora d.ilT una parte e dal» l'altra fu sostentata, ora alle genti della lega, e ora a quetfe del Piccinino toccando di esser signori del ponte; ma una cosa era in disfavor de' ducheschi che dove dalla parte verso Anghiari il luogo era spazioso per aver 1' Orsino fatte fare le spianate, e potersi i cavalli comodamente maneggiare, di là del ponte le vie erano strette , e serrate dai fossi fatti da' lavoratori per ricever le piove del verno, e proibire a- gli armenti il pascolare i seminali; per la qnal cosa quando quei della lega erano di qua cacciali, con facilità poteano esser soccorsi dai compagni , i qu ili per le vie larghe en- travano freschi ndli battaglia ; ma i ducheschi essendo stretti e affollati, malage\o!menle poteano dai loro impe- diti dagli argini e da le fosse giovamento alcuno ricevere. La qual cosa avvertila primieramente dal Piccinino, dice il Biondo esser da lui non stala curata , o perchè credea trovar i nemici alla sprovveduta, come ebbe a trovarli, o perchè stimava che 1' incomodità sarebbe stala comune. Con tutto questo combattessi per quattro ore continue, non avendo quel di Niccolò a ufficio alcuno mancato che a buon capitano si convenisse, e passato fra l'altre volte il ponte fece prigione Niccolò da Pisa , che valorosamente combat- leva , e mancò poco che non facesse anche prigion Miche- letto, e senza alcun fallo più si combatte di qua che di Amm. Vol. V. 4
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]à del potile. Ma il vantaggio del luogo, l'esser le genti e i cavalli del Piccinino per il cammin fatto, e per esser stali maggior tempo armali, più stanchi, e quel che alcuni ag- giungono, l'essersi inverso il declinar del sole levato un vento dall'Alpi impetuoso molto, il quale giltando la pol- vere nel volto e negli occhi de' suoi, tolse loro il vedere e il respirare, diede finalmente la vittoria a quelli della le- ga; i quali passato grossi il ponte, e con gran ferocia ur- tato addosso a' nimici, in guisa li disordinarono, che non avendo più tempo , nò comodità di rimeilersi insieme , li costrinsero a fuggire , essendo a fatica Niccolò con mille cavalli al borgo ricoveratosi. Ma egli a ninna di queste ca- gioni quando poi di ciò si parlava, era uso d'attribuire la sua perdita , quanto alla sua poca religione , il quale non guardando alia solennità di quelli apostoli, sollo la cui pro- tezione la Chiesa romana si ripara, mcrilamenle riconosceva da loro quella sconfina, anzi aggiungeva in sul vcniine ad Anghiari averne avolo un prodigio , ma da lui allora non osservato. Che una lunga e grandissima biscia volendo di un albero dovella era, in sur un altro lanciarsi, il quale era di quelli fichi che si chiamano S. Piero, quando final- inenle vi si lanciò, diede di modo della gola in un ramu- scello aguzzo di quello, che tutta forata cadde subitamente morta in terra, interpretando egli per la biscia insegne dei Visconti r esercito ducale , il qual dall' apostolo S. Piero doveva essere rotto e fracassato. Dice il Capponi che di ventisei capi di squadre de' nemici venlidue ne furono pri- gioni, qualtrocenlo uomini d'arme, millccinqueccnloquaranla borghesi da taglia , e che insomma furono lutti circa tremila cavalli. Ma che aiulali dai medesimi vincitori secondo la stolta disciplina di quei tempi, gli uomini d'arme, e le persone di quali: à a fuggirsi, con gran fatica dai commossarj fiorentini furon condoni ad Anghiari sei condottieri di conio prigioni , .^storrc Manfredi, Lodovico da Parma, Romano da Cremona, Sacramoro Visconti, Danese, e Antonello della Torre: fu non- dimeno la preda grandissima. Il Machiavelli onde questo si cava, dice in lulla quella battaglia così notabile, e la quale durò per lo spazio di quattro ore, non più che un uomo esser morto, il quale non di forila, o d'altro virtuoso co!-
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po , ma caduto da cavallo e calpesto morì. Il Biondo scrit- tore di quei tempi, e segretario del papa, a cui le cose poleano essere interamente note , scrive de' ducheschi es- serne stati uccisi sessanta , e quattrocento feriti; di quelli della lega feriti dugento, de' quali morirono in sul combat- tere e dopo dieci, e che secento corpi de' cavalli restarono atterrali in sul campo tra dell'una parte, e dell' altra, e che Astorre fu fatto prigione essendo gravemente ferito d'un colpo di lancia nell'anguinaia; anzi dice in quella giornata da amendue le parli essersi operate l'artiglierie, de' colpi delle quali alcuni insieme co' cavalli furono uccisi. In que- sta venula del Piccinino in Toscana in una cosa vien grande- mente l'accorgimento di quel capitan accusato, e ciò fu l'es- ser entrato più tosto per lo Casentino, che per 'Valdimarina, dalla qual parte egli poteva mettersi tra Firenze e Prato, ove avrebbe avuto abbondanza di vettovaglia e arebbe a'Fiorentini impedito le biade di Pisa; il che per esser quell'anno caro avrebbe recalo loro di molte incomodità. Ma questo si dice essergli intervenuto , o perchè a lui quella via non era nota, o per i conforti del conte di Poppi ; il quale volendo d' al- cuni vicini castelli suoi nimici vendicarsi, preponendo li privali a' pubblici comodi, avea imprudentemente persuaso al Piccinino di fare quella via ; il quale quando accortosi di ciò, di là si parti, e egli il vi volea pur ritenere, ebbo a dirgli che i suoi cavalli non mangiavano sassi. In questo modo diventarono vani gli apparati e i concetti del duca in Toscana , i quali sarebbongli ancor più dannosi riusciti, se ! capitani della lega e gli altri condottieri avessero ascol- tato i ricordi de' commissari fiorentini, i quali volendo la mattina seguente a buon' ora andare al Borgo per rinchiu- dervi dentro il nimico , non fu possibile che condottiere alcuno in fuor di Pier Gio. Paolo lor capitano vi acconsen- tisse, allegando che bisognava ridurre in luogo sicuro la preda, così delle robe come de' prigioni, e benché si ri- spondesse loro che ogni cosa si potea rimettere in Anghiari, 0 per lo poco cammino s' avea a fare condursele dietro, e non fu bastante persuasione alcuna ad accordarvigli ; es- sendo risoluti di ripor la preda in Arezzo come fecero il giorno medesimo; il qual mentre Dell'andar in quella città,
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e tornare in Anghiari consumano , diedero agio al Picci- nino di prender la volla di Romagna, e di mettersi in salvo con le reliquie dell'esercito rotto. Esempio veramente non pic- colo , come in questo mollo ben dice il Machiavelli , del- l'infelicilà di quelle guerre, poiché non solamente lascia- rono di seguire la vittoria, la quale con la presa del Pic- cinino e di quell'aure genti sarebbe stata grandissima , ma fecero con (anta confusione quel cammino, che facilmente sarcbbono slati potuti mettere in disordine da qualunque piccola reliquia di ben ordinalo esercito. Andarono pure al fine al Borgo il primo giorno di luglio, che in Fireny.e prendeva il sommo magistrato LuIozzoNasi; onde vennero subito fuori a' commissarj fiorentini ambasciadori de' Bor- ghigiani pregandoli che in nome del loro comune li rice- vessero. Fu risposto loro, che per i palli della lega il Borgo doveva essere di S- Chiesa, a cui per niun conto verrebber meno della loro promessa: tornasser per questo dentro, e confortassero quel popolo a darsi al pontefice; per cui i Fiorentini promettevano, che egli attenderebbe loro lutto quello che promettesse. Consumossi in questa pratica lo spazio di due ore , di che al legato cadde un dubbio nell'animo, non colale tardanza procedesse per opera dei commissarj, i quali alla loro Repubblica volessero questa terra acquistare, e sdegnalo forte con esso loro, arrogan- temente disse , che se la pigliassero non la goderebbono , e che egli vi si accamperebbe attorno non altrimenti che se fosse luogo de'nimici, e altre parole soggiunse tutte piene di rimbroUi e di villania. I commissarj quando il vi- dero essersi bene sfogato, risposero, che il papa altre volte avea offerto a' Fiorentini il Borgo, ma che eglino ne faceano quel di un dono al papa, e che se egli non procedesse con quel furore, conoscerebbe pienamente come dal canto loro si procedea senza fraude, e con lealtà. Ma in quanto al- l'accamparvisi , che essi si contentavano (se voleva venir a questa prova) d'esser tutti suoi prigioni, se entrativi den- tro vel faceano appressare a dieci miglia. Così con pari baldanza fu 1' orgoglio del legato abbassalo. E in tanto tor- nati gli ambasciadori di fuora , si diedero a S. Chiesa con alcuni capitoli, de' quali non vollero i commissarj per loro
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altro che uno, che tulli i prigioni che erano nel Borgo per qualunque modo presi per cagione di guerra fossero libe- rati. Entrossi nel Borgo pacificamente, e tra quel giorno e r altro di cinque rocche che il Borgo avea , se n'accorda- rono due. A' tre di luglio si andò a Monlerchi, castello in- sieme con alcuni altri posseduto da Anfrosina da Montedo- glio siala già moglie di Barlolomraeo da Pietramala, la quale messa su dal duca, avea abbandonato i Fiorentini, e voltasi a seguitare le sue parli, ove non s'ebbe a durar altra fa- tica, che di fare alcuni patti con quelli popoli, e Monler- chi, e "Valialla, e Monteaugutello pervennero in poter della signoria. Alla donna, la quale con tre figliuole da marito fu lasciata andare verso Mercatello , fu detto , che se ella come le valenti donne fanno , avesse atteso alla cura della sua famiglia, e in quella fede pei severato , che dovea verso il comune di Firenze , non sarebbe caduta nella miseria , nella quale si vedea. La donnalrafitla sentendosi, rispose lei aver fallo quello che le era ilo per l'animo, e sperar dal suo signor duca d'esser rimessa in buono slato; il quale tra tanto mille cinquecento scudi Tanno per vivere le avea assegnalo. Queste felici novelle cosi della vittoria, come delle cose che dieiro a quella seguivano, grandemente rallegrarono il pontefice, e i Fiorentini; i quali per mostrarsi grati a Dio, e agli uomini, da' quali questa vittoria riconoscevano, non furono tardi a farne le debite dimostrazioni. Il pontefice oltre le grazie resene al Signore Dio, creò cardinale il pa- triarca dandogli il titolo di S. Lorenzo in Damaso , e eb- belo poi sempre caro , e servissi di lui in tutte le cos€ grandi. I Fiorentini altresì deliberarono di onorare Bernar- detto e Neri lor comm issar] di cavalleria se volesser quel grado ricevere, e noi volendo, come noi vollero, si desse all'uno e all' allro di loro un pennone, un cavallo coperto, uno scudo con l'arme del popolo fiorentino, e un ricco elmetto. Appresso ordinarono , che ogni anno in quel dì che seguì la vittoria dovesse la signoria co' coUegj e capitani di parte andare a offerire nella chiesa di S. Piero Maggiore. Nel qual giorno dovessero siraigliantemente i massai di camera venti poveri rivestir tutti di bianco, i quali con torchi in mano accesi alla delta chiesa ad offerta n' andassero- E per-
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che si trovava questa vittoria esser slata rivelala alcuni giorni avanti dal B. Andrea Corsini già stato vescovo di Fiesole ad un suo devoto., e da quello ad alcuni de'Dieci, fupariraenle deliberato, che ogni anno dovesse nella seconda domenica di giugno la signoria andar con torchi accesi a visitare la chiesa del Carmine, della qual religione fu esso B. An- drea , e nella cui chiesa il suo venerabii corpo si riposava ; la qual promessa tralasciala per alcuni anni da farsi , fu ivi a 26 anni nel gonfalonerato di Maso degli Alessandri , per non si spegner la memoria di così miracolosa rivelazione ordinalo , che in vece della metà dei venti poveri , doves- sero ogn' anno dieci novizj di esso convento rivestirsi, sic- come inQno a questi giorni si costuma- L' esercito intanto senza far punto dimora , avea preso il cammino per ire in Romagna, e a' 5 si trovò a pie di Valdignano e di Monte- doglio ; ove s' ebber novelle come il Piccinino andato in quel di Perugia, non si sapea se egli volea passare in Roma, ovver nella Marca: per la qua! cosa entrato il legalo in so- spetto di Roma , e Micheletto con gli altri Sforzeschi della Marca, coloro a Roma, e costoro che a Perugia si dovesse andare discorrevano. Ma concorrendo la miglior parte che si andasse a Perugia, come luogo onde si polca e a Roma e alla Marca provederc , si tenne dalla maggior parie del- l'esercito quella strada, andandovi T uno de' commissarj Bernardelto de' Medici; benché saputosi poi come il Picci- nino uscito di questi paesi per le castella del conte d' Ur- bino, avea preso la volta di Lombardia, tornasson tutti di nuovo verso Romagna. Ma Neri il quale era stalo di con- trario parere, e perciò venutone a parole col hgalo , passò con tutta la fanteria , e con Niccolò da Pisa , il quale avea seco circa trecento cavalli a Raffina, la qual terra da quattrocento fanti de' Fiorentini , e da circa cinquanta cavalli sotto Agnolo d'Anghiari, il quale avea poco avanti preso Bibbiena, trovò assediata. Volendo egli con la sua opera far alcun giovamento a quella im- presa n'andò a Bibbiena, e presi quattro uomini d'arme, che vi erano stati falli prigione compagni di quelli di Raf- fina , e a Raffina menatili , fé sembianti di volerli impiccar per la gola , se non facevano opera che quelli di dentro
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s'arrendessero. Perchè finalmente Raffina s'oUenne. Eranvi denlro ottanta uomini d'arme, i quali tolto loro i cavalli, e gli arnesi, la cui preda fu dato a Niccolò da Pisa, con un bastone in mano furon lasciati andar via. Quindi n'an- darono a Poppi , essendo venuto il tempo di gasligare quel conte della sua follìa; e perchè la cosa avesse presta espe- dizione furono messi due campi, l'uno sopra il colle fra Fronzoli e Poppi , e 1' altro nel piano di Cirtomondo. Eb- bcrsi in pochi giorni alcune bicocche d'attorno; ma non facendo S. Lorino cenni di volersi arrendere, vi fu man- dala una bombarda, e cbbesi a palti: cosi si ebbe castel Castagnaio , nel qual tempo venne al campo Alessandro de- gli Alessandri, il quale era de'Dieci. II conte veggendo tuttavia andarsi stringendo , e mancandogli le vettovaglie , prese parlilo d' accordargli con Neri , il quale andato a Fi- renze a ricevere i doni dalla Repubblica era di nuovo ri- tornato nel campo. Ma l'accordo fu tale, quale si conviene a vinto ; perciocché egli non potè impetrar altro , che d'an- darsene fuori di quello slato salvo co' suoi figliuoli , e figliuole , e con tutte quelle robe che seco ne potesse por- lare , ogn' allra sua giuridizione rimanendo libera e spedita nel dominio de' Fiorentini. Provò nondimeno quando per capitolare scese giù al ponte d'Arno, che passa a' pie della terra, se con atto d'alcuna umiltà potesse mitigare il giusto sdegno de' vincitori ; e voltosi tutto afflitto, e pieno d'ama- ritudine a Neri , gli usò queste parole. Io non posso scu- sare il mio fallo , il quale la mia cattiva fortuna mi ha fatto conoscere quello che la prospera non fece, e conosco in- siememenle che se a quello riguardar s'avesse, io non dovrei a sorte alcuna d' accordo esser ammesso ; ma la vo- stra mansuetudine , e se non i miei [lassali meriti , quelli de' miei maggiori, e la pietà di questi innocenti figliuoli, i quali non hanno erralo , non mi lasciano privo affatto d'ogni speranza, se non d' altro almeno di questa casa, la quale è pure cinquecento anni che i miei anlepassali han posseduta. Questa, e la vita e ogn' altra cosa che voi ci lascierete , da voi sarà riconosciuta per l'avvenire, e in vostro servigio sarà lealmente adoperata, né cosi fatto be- neficio si partirà già mai dalla memoria de' discendenti dei
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conti Guidi ; i quali se pure por paterna origine nulla da voi non meritano, giovi almen loro Tessere per materna da'Uavignani vostri antichi e cari cittadini discesi. Neri rispose che egli fermasse l'animo contro la presente for- tuna, ne vanamente se slesso, o altrui stesse a lusingare, perciocché i modi tenuti da lui non erano tali , che a patto alcuno la Repubblica fiorentina si riducesse a volerlo mai patir per vicino ; del resto non aver seco che travagliarsi, e che volentieri per amor de' suoi maggiori i Fiorentini il vorrcbber vedere un gran principe in Alemagna. Allora il conte come i disperati fanno, lutto d'ira e di cruccio fre- mendo rispose; e io vorrei volentieri voi più discosto ve- dere. Neri della sua rabbia ridendosi conliniiò a fare le cose necessarie, e lasciatone an lare il come con quaran- taquattro some di mu'o la sua bestialità maldicendo, prese alla Repubblica di lutto il Casentino la signoria , avendo oltre a ciò con minaccio astretto il conte a lasciar liberi alcuni prigioni, i quali egli avea seco , per conto d'aver dato Pratovecchio al Vitellcschi, e volcagli male far capi- tare- Intanto tornalo Rernardetto con 1' esercito di Perugia. e ricevuti gli onori , che alla sua virtù si doveano dalla Repubblica , fu conchiuso che così le genti della Chiesa , come quelle de' Fiorentini, le quali intorno a Chiusi, e a' vicini luoghi erano alloggiale, in Romagna n'andassero, deputatovi commessario Piero Guicciardini, e quivi all'ac- quisto dell'altre terre attendessero. L'esercito entrato in Romagna riacquistò , essendo entralo gonfaloniere Andrea Nardi, il Castel di Portico, e trovando poca resistenza , perciocché i Malatesti erano ritornati alla devozione del papa, e all'amicizia de' Fiorentini, ebbe in breve Dovado- la , Ragnacavallo , e Massa Lombarda. Queste due ullime terre toccarono al pontefice; le quali per necessità di da- nari furono poi da lui vendute al marchese Niccolò di Fer- rara. Ma tra perchè ne venia il verno, e perchè il duca de' suoi errori ravvedutosi avea fatto dal medesimo mar- chese Niccolò spargere alcune parole e pratiche di pace , l'arme per lo rimanente dell'anno si posarono, e le genti de'Fiorenlini in Toscana, e quelle del papa in Romagna andate alle stanze , la pace s' incominciò a trattare con
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qualche caldezza , dicendo il duca , che in ogni modo voloa dar la figliuola per moglie al conte con Cremona e Pon- tremoll di dota, e lasciar Romagna libera alla Chiesa. E perchè meglio fosse credulo, concedette la figlinola al marchese Niccolò che se la menasse seco a Ferrara; ac- ciocché conchiuso il matrimonio senz' altra replica o dila- zione al conte la consegnasse. A Cosimo , e al conte pia- ceva molto r accordo , e per questo si sperava che egli seguirebbe senz' alcun fallo, avvenga che i Veneziani se ne mostrasser lontani , onde in Firenze si viveva in molta allegrezza; essendo massimamente spento affatto dopo la vittoria d'Anghiari il sospetto de' fuorusciti , i quali tronco loro ogni ardimento, allora deposero del tutto la speranza d'avere mai la patria a ricoverare. Drcesi che Rinaldo de- gli Albizi volendo in questo seguir 1' esempio di Benedetto Alberti, veggendosi la terrestre patria perduta, per gua- dagnarsi quella del cielo se n'andò a visitare il sepolcro di Cristo, tanto più fortunato dell'Alberti, quanto che egli da quello tornato, non in Rodi come l'Alberti, ma in An- cona città d' Italia , essendo a tavola nel celebrare le nozze d'una sua figliuola, subitamente si morì. Quest'allegrezza fu poi sommamente moderata cosi nella persona di Cosimo, il quale era principe di quello stato, come di tutta la città per la morte di Lorenzo de' Medici suo fratello , la quale seguì a' 23 di settembre, uomo per le molle sue buone qualità grandemente caro a' cittadini. Gli onori fatti al suo corpo avanzarono di gran lunga la fortuna d'un privato cit- tadino, il che fu non piccola testimonianza della potenza di quella casa ; conciossiachè non solamente egli fusse ono- rato dalle bandiere del popolo, della parte guelfa, della mercalanzia, delle capitudini, e degli altri corpi de' magi- strati della città, ma ebbele ancora dal pontefice Eugenio, da cui fu specialmente amato e avuto caro. Lodollo pub- blicamente il Poggio, colui il quale scrisse l'istorie, e fu accompagnato alla sepoltura dai nipoti del papa, e da tutti Ji ambasciadori , i quali erano nella città. Il Cambi scrive , che il papa vi mandò tutti i cardinali, e prelati della corte. Di costui non rimase piìi che un figlinolo detto Pierfrance- sco , il quale per esser fanciullo sotto la tutela dì Cosimo
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fu dal padre lascialo. Prese poi il gonfalonerato Domenico Pescioni , sotto il quale durante tuttavia la pratica della pace fu di nuovo preso per raccomandato Iacopo d'Appiano signor di Piombino; il quale ancor egli nella venuta del Piccinino si era da'Fiorentini alienato. Ma vollero i signori, che egli fosse tenuto a dare ogn'anno il palio per S. Giovan- ni , e fur tolte via le rappresaglie, e ogni maleri-i d'odio, e di nimistà, e le solite franchigie furono confermate. Ma perchè per le guerre passale , e per lo dubbio di quelle che poteano avvenire, non essendo ancor la lega sicura della pace , la città avea bisogno de' denari, Alessandro degli Alessandri primo gonfaloniere dell' anno 1441, e i signori suoi com- pagni deputarono cinque cittadini per mettere un balzello di sessantaraila fiorini, il quale per essere stato messo la m'glior parie sopra a' più ricchi, e a quelli del governo, Co- simo ne fu multo commendato. Ma mentre la pratica della pace si va differendo per colpa de' Veneziani, usati d'an- dare con r altrui fatiche i loro stati accrescendo , o pure perchè il duca essendogli cessato il timore , di quella più non si curava , il Piccinino il quale era stato a Milano, e erasi rimesso gagliardamente a ordine uscì a' 15 di febbraio del Parmigiano con diecimila tra cavalli e fanti, e passalo il Po cosirinse Chiarì ad arrendersi col presidio che v' era dentro di ottocento cavalli, e a guisa di un filmino in un batter d' occhio prese Palazzuolo, Manerbe, Pontooglio con molte altre castella di quel paese, parte per forza, e parte per accordo. Le quali cose venute a notizia del conte, che era a Venezia trattando, o di concluder la pace, o di deli- berare con quali forze s' avesse a proseguire la guerra la la siale veniente, gli recarono noia grandissima; e perchè il male non procedesse più oltre se n' andò volando a Ve- rona, ove con ogni diligenza si diede a riparare all' impelo del nimico. Dall' altro cinto persuase a' Veneziani che in luogo del Gattamelata lor capitano, il quale pochi mesi in- nanzi era morto, conducessero Micheletlo con tremila ca- valli, e tremila fanti- A se fece accrescere il soldo , che dove gli davano ogni mese fiorini quattordicimila cinque- cento ne gli dessero per l'avvenire dicioltomila, pir la qual cosa egli condusse a' suoi stipendj Sigismondo Malalesla. I
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Fiorentini ancora, e per i suoi conforti, e per ordine de' si- gnori e del gonfaloniere Daniello Canigiani entrati a calen di marzo, attesero a dar denari alle lor genti , e ricondus- sero quelle della Chiesa per un anno a venire, perciocché il papa non avea danari da pagarle; anzi oltre Massa e Ba- gnacavallo venduti al marchese Niccolò, come di sopra si disse , e'fu costretto di dare in mano a questi dì il Borgo a S. Sepolcro alla Repubblica fiorentina per venticinque- mila ducati di camera , la quale mandò a pigliarne il pos- sesso Niccolò Valori uno de' dieci. Trovo ancora , che in questi tempi da' Fiorentini si fece lega co' Lucchesi. Aveva intanto il Piccinino seguitando il corso della prospera for- tuna preso Sorcino, ove fece prigione Michele Gritti gen- tiluomo veneziano, che vi era dentro con sccenlo cavalli. Quando finalmente essendo passato gran parte del gonfalo- nerato di Giovanni Morelli, l' esercito della lega, dopo molte fatiche, si trovò esser a ordine per uscir fuori; e sapendo il conte che Niccolò era a campo a Cignano terra dodici miglia lontana di Brescia, egli s'accampò a cinque miglia presso a' nimici. Aveva il conte con se circa diecimila ca- valli di condotta, e fanti seimila, talché era superiore alle genti del Piccinino, ma egli era in sì forte alloggiamento, avendo fortificato il campo con fossi d' acqua intorno , che non dubitava d' esser tirato a combattere per forza. Con- luttociò volle il conte assalirlo dentro i suoi alloggiamenti, o con speranza d'aver a muover l'animo del Piccinino di natura ardito, e non punto atto a sostenere l'ingiurie, o pur credendo, che questo gli acquistasse in ogni modo riputa- zione appresso de' popoli, e togliesse l'animo a' nimici e accrescesselo a' suoi. Mosso dunque per andare a trovarlo, 0 nel fine del mese di giugno, o ne primi giorni del gon- falonerato di Domenico Buoninsegni, commis e a Piero Bru- noro, e a Troilo, che fossero i primi ad assalire gli allog- giamenti. Il Piccinino comandato a' suoi che ninno del suo luogo si movesse , e che ciascuno diligentemente atten- desse a guardare gli steccati, oppose a Troilo, e a Bru- noro alcune poche genti, le quali dalli Sforzeschi furono subito rimesse dentro con grand' impeto. Ma accresciuto da Niccolò il numero de' suoi, e fattili uscir di nuovo da
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due vicine porle del campo, li spinse da fianco con tanta sicurezza addosso a' nimici, che non dub lava che avessero ad essere piìi ributtali ; e quivi si cominciò a combatter ferocemente , avendo coloro che aveano a passare avanti , per essere il luogo pantanoso, disvantaggio; ove a' duche- schi serviva loro in luogo di fortezza. Il conte avendo ri- preso Troilo d' aver dello il luogo peggiore, dopo 1' essersi dalla mattina infino a mezzo giorno corabaltulo valorosa- menle, fece sonare a raccolta; essendo slati falli prigioni quasi lutti quelli che erano della sua famiglia, venti uomini li' arme, e ira molti altri feritivi Troilo, e Fiasco, il quale vi perde un occhio, con pochi uccisi. De" nimici vi furono feriti in maggior numero, e ira questi di chiaro nome Ciar- pellone già condolliere del conte, ma ninno preso. Fu ben de' cavalli da amendue le parli falla strage grandissima. Ri- liralosi il conte, tre miglia indietro in un casale detto Co- dignano, sentì per le spie, il passo d' andare a gli allog- giamenti libero e aperto esser stato fallato di pochi passi lontano dal luogo ove si combattè, il quale se preso avesse senza dubbio sarebbe stato vincitore; [ler questo si prepa- rava a tornarvi di nuovo il giorno seguente. Ma il Picci- nino di ciò temendo, fallo di notte levar le tende per Pon- terico se ne passò lacilamenle nel Cremonese, e quivi di- stribuì le genti alle ripe del fiume, per vietare al conte che non passasse. Il conte fermatosi per due dì, tornarono alla sua devozione quasi tutte le castella poco innanzi per- dute del Bresciano. Ma volendo soccorrer Bergamo, tro- vando la via di passar di là dilTìeile, per la molta solleci- tudine del nimico, ricorse ove la forza non avea luogo al- l' arti militari. Egli diede commessioue al capitano de'gua- statori, che facesse far le spianate a man sinistra dalla parte inferiore del fiume; poi comandò a' trombetti Iche r esercito si mettesse a ordine, perchè egli volea il dì se- guente muovere il campo alla seconda del fiume. Poiché ebbe fatte queste cose palesemente, sicché per le spie po- tessero esser notificate al nimico , ordinò circa la mezza nelle a Cristoforo da Tolentino , e a Tiberio Brandolino che s'inviassero a Ponteoglio, luogo posto alla man destra, dove è un ponte con una rocca sopra il fiume, che va a
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Cremona non lontano del Bergamasco , gnardalo allora dai nimici , e quello alla sprovedula assaltassero. Quivi consi- stere tutta la speranza di soccorrer Bergamo. Egli invia- tosi col resto dell' esercito dietro di loro, avendo camminalo trenta miglia senza fermarsi, giunse al tramontar del sole al luogo disegnalo, il quale con grandissimo suo piacere trovò esser stato occupato da' suoi; e qui si fermò due giorni per riposare l'esercito. H Piccinino lardi saputo gli in- ganni del conte, prese ancor egli quella strada medesima, e immaginando quali fussero i suoi disegni, mandò Iacopo da Galvano, e Piero Fregoso con mille diigenk) cavalli alla guardia di Marlinengo, sopendo non aver altra via per ire a Bergamo che questa; e egli s' ac ampò tra Romano, e il fiume Seri, come luogo onde polca difendere la Giaradadda e quella parte del Bergamasco che era in sua potestà: ne restò del suo avviso ingannalo, perciocché il conte avendo mancamento di vettovaglie, e volendo passar a soccorrer Bergamo, giudicò esser ottimo partito il cercar d'insigno- rirsi di Marlinengo, ove senza perder tempo s'inviò con tutto il campo; ma perchè avea i nimici a due miglia vi- cini, volle prima fortificar gli alloggiamenti di fossi e d'ar- gini, massimamente da quella parte che guardava verso il nimico, il che non potè però così tosto condurre, che quivi non si consumasse Io spazio di trenta giorni. Allora con le bombarde incominciò a batter gagliardamente il ca- stello , ne mollo indugiò che pose a terra una gran parte della muraglia, ma la diligenza de' difensori era tale, che tulio quello che era guasto il di , era incontanente rifatto ja notte, né segno si polca scorgere alcuno in loro di timo- re, avendo il Galvano promessa dal Piccinino di presto soc- corso ; il quale essendo tra questo mezzo notabilmente ac- cresciuto di genti , s' appressò con far trincero e ripari di mano in mano ad un miglio presso il campo del conte; onde cominciò con si spessi assalti a travagliar le sue genti, che né di dì né di notte rimanea loro momento alcuno di quiete. Gonducevansi nel campo del conte malagevolmente le vetto- vaglie, nel campo de' nimici ve n' era dovizia grandissima , provveduti abbondevolmente e di Milano, e di Giaradadda, e di Cremonese. Il conte avea ad espugnar la terra , a far
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ripari conlra le sonile di quelli di dentro, e in un medesimo tempo a difendersi, e a far ripari conlra l'esercilo di fuori; talcliè a mano a mano egli parca più simile ad assedialo che ad assediatore. Rimaneva un partito di levarsi di campo e sciorre l'assedio, ma olire la perdila della riputazione, della quale il conle soleva esser geloso , non era il partirsi per la propinquità de'nimici sicuro , talché egli era senz' alcun fallo a slrano termine condotto. Nò i soldati dal mancamento dell'i cose necessarie afflitti , e del conlinuo da spessi as- salti di quelli di dentro e di fuori tormentati , poteano più conservare quell'usata vigoria d'animo invitto. Contiittociò era il conte deliberato che che avvenir ne dovesse di lev<Trsi di campo, quando da insperali aiuli della sua amica fortuna aoccorso, a' presenti pericoli pose fine, e d'ogni tema e so- spetto se e la lega liberò, e alla sua futura grandezza diede lieto e felice cominciamenlo. Avca il Piccinino per le cose da lui falle, e per la vittoria, la quale si teneva certissima d'aver in mano del conle, scritto al duca, che dopo tante fatiche da lui impiegate in servigio di sì gran principe, egli non si trovava aver acquistato pure un caslollo , dove un giorno essendo ormai vecchio e storpiato s'avesse a riposare. Che Iddio finalmente e la sua vigilanza gli avean conceduto il modo di farlo signore d'Italia, avendo il capitano della lega con sì numeroso esercito, si potea dire in prigione, e che per questo desiderava aver da lui in dono Piacenza , ma che quando di ciò noi riputasse degno, si fosse conten- talo di licenziarlo. Questa domanda in tal modo e tempo fatta da Niccolò al duca, sdegnò sì fieramente l'altiero animo suo, veggcndosi mettere in necessità da'suoi capitani , che deliberò tra sé di comportare ogni allra indegnità prima che questa, e subito spacciò segretissimamente al conte France- sco un certo Usipivolo (dal Simonetta è chiamato Antonio Guidobuono da Derlona) suo familiare , e grande amico del conle per fargli sapere, che egli non intendea in conto al- cuno di voler più guerra seco, che volea dargli la moglie , e la dote promessa , e che delle condizioni della pace che s'avea a far con la lega, del tutto in lui si rimetteva, che egli con la sua prudenza liberamente del tutto disponesse , che non sarebbe per partirsi già mai da quel che da lui gli
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venisse proposto. 11 conte , e per la cosa istessa , e per la natura di Filippo all'ampiezza di sì grandi promesse non si polendo indurre a prestar credenza , rispose contuttociò al duca, che quando rendesse a' Veneziani quel ch'egli teneva loro occupato, e queste cose che gli prometteva in parole le mettesse in scrittura, allora conoscerebbe, che egli di- cesse da dovero. Il duca , che a questa volta non fìngeva , gli mandò per ambasciadore Eusebio Caino , il quale con pubblici instrnmentì tornò a confermargli la sua volontà , e in un medesimo tempo per Urbano di Jacopo da Pavia mandò ordine al Piccinino , che richiedendolo il conte di tregua la facesse , perciocché egli avea deliberato di far pace con la Ioga. Fu tale il dispiacere che per sì fatta novella sentì Nic- colò , che egli fu presso ad uscirne di sé medesimo , reg- gendosi folta sì grande e sì nobil vittoria di mano ; ora il duca ingiusto, ora se stesso sciocco e dappoco , che a sì ingrato e incostante signore avea cotanto tempo servito chia- mando. Talora in maggior furia montato diceva di non voler consentire alla tregua , e parea che fosse allora allora per dar con tutto l'esercito sopra il conte; se Urbano finalmente non gli avesse fatto intendere com'egli portava ordine dal duca di volgergli addosso l'esercito se non l'ubbidiva. A- cquetossi il Piccinino , e seguì non polendo farne altro la volontà del suo signore , e fece tregua col conte; il quale fati' intendere il tulio a' Veneziani e a' Fiorentini , trovò di ciò diversi giuilizj di quelle repubbliche , biasimando i Ve- neziani ciò che il conte avea fallo, e da lui traditi appellan- dosi , dove i Fiorentini sommamente nel commendavano ; i quali spedirono subilo Agnolo Acciainoli e Neri Capponi a Venezia per far opera che la pace seguisse. Ma il conte il quale per la coraun causa s'era in queste fuccende lealmente portato, non tollerando, che la sua fede per il sospetto de'Ve- neziani venisse in alcun conto macchiata, non dubitò d'an- dar egli slesso in persona a Venezia per giustificare con vere ragioni avanti quel senato l'azioni sue , ancorché da Filippo agramente ne fosse ripreso, ricordandogli quello che al Carmignola per essersi posto in mano de' Veneziani era intervenuto. F«estarono finalmente capaci i Veneziani della fede del conte , e dopo molte pratiche così per parte loro,
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Come de' Fiorentini i quali sotto il secondo f3;onfalonieralo fii Barlolommeo Orlandini, di qnesla cosa caKIamcnle i loro ambasciadori sollecitavano, si lece nel conte il medesimo compromesso che il duca avea fallo , il qua! compromesso intino a' 26 del mese di novembre dovesse durare. Per lo luogo ove questa pratica si avesse a tenere fu deputata la Cauriana, ove e il conio, e il legato del papa, e gli amba- sciadori de'Venoziani , e de' Fiorentini, e de' Genovesi , e del duca istcsso convennero. E per vedere se il duca dicea da dovvero , parve che per la prima cosa si dovesse tentare se egli vole.i dar al conte la figliuola per moglie, e Cremona per dote. Il duca avendo mandalo la figliuola a Cremona scrisse al conte, che colà n'andasse per lei , ove non per altro averla mandata, che per consegnarli in un medesimo tempo, e la moglie e la dote , dovendo entrare subitamente nel possesso di Cremona, il che fu con ogni diligenza man- dato ad effetto. Mentre così andavano le cose in Lombar- dia, in Firenze il pontefice avea ricevuto gli ambasciadori di Ciriaco re d'Etiopia detto volga rmente il prete Ianni, ac- compagnati da forse quaranta loro familiari, i quali venivano ancor eglino per riunirsi con la Chiesa di Roma. L'orazione di costoro fu molto umile in quanto alla riverenza, che mo- stravano portare alla sede apostolica , ma conteneva cose roollo magnifiche del loro signore la ampiezza del paese, la grandezza delle sue forze, el numero de' re sudditi, e attri- buivano a non piccola gloria del pontefice , che a lui solo dopo lo spazio forse di ottocento anni fosse dato di far quella saula e necessaria unione. Racconiavasi da costoro che il loro re per continuata successione de' suoi maggiori traeva origine da David figliuolo di Salomone , il quale egli ebbe dalla regina Magueda , regina d'Egitto e d'Etiopia, quando invitata dal grido della sua sapienza andò a visitarlo nella città reale di Gierusalem, e trovatala maggiore di quel che ne portava la fama, il giudicò degno che ella di lui conce- pisse figliuoli. Questa è quella regina nobile per senno, e per scienza chiamata dalla scrittura Saba; così detta dal nome d'un' isola posta nel fiume del Nilo , a cui Cambisc pose poi nome Meroe. Come che la regina venga ancor da altri appellala Nicaule. 11 quale imperio non alleralo già mai
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si recava a gran gloria , che siccome nel tempo già dello Nicaule ricevette la legge, così nel glorioso avvenimento del Signore per opera di Filippo aj oslolo la regina Candacc ricevesse il battesimo. Ma un caso atrocissimo commesso per ordine del gonfaloniere Orlandini diede in qnel tempo assai da mormorare alla città, facendosi di quella azione varie congetture , e giudizj ira il popolo. Portava costui odio mortale a Baldaccio d' Anf^hiari, uomo in guerra per condiir fanti stimalo molto eccellente , e della cui valorosa e fedel opera in molle imprese s'era la Repubblica fioren- lina servila. La cagione dell'odio era, che quando l' Orlan- dini proposto al'a guardia d'Anghiari, di quel luogo brutta- mente si fuggì, ne fu e con parole e con lettere severa- mente ripreso e accusato da Baldaccio. Perchè essendo ve- nuto il tempo del suo magistrali), all' Orlandini a cui pro- fondamente questa ingiuria era penetrata nell'animo, parve esser venuto il lempo di vendicarsi. E usando l'Anghiari di venir spesso in piazza per tratiare co' magistrali della sua condotta, il gonfalorùcre avendo apparecchialo quello che gli facea di bisogno, mandò per lui quasi delia sua condotta volesse parlargli. Ubbidì prontamente Baldaccio , non cre- dendo che con l'autorità pubblica volesse 1' Orlandini delle private ingiurie prendere vendella. E dopo l'aver alcune poche volte lungo l'andito delle camere de' signori col gon- faloniere passeggiato, le quali essendo d'asse, (toco innanzi erano state fatte di mattoni , fu con grand' impelo da molti armati, che ivi entro ad alcuna di quelle camere nascosi si slavano assalito, e l'esser in più parti ferito e preso e per una delle finestre che in dogana risponde giltalo giù , fu tutta una cosa; onde per mostrare che la causa fosse pub- blica, gli fu ivi a poco così morto come egli era, mozza la testa. Il Cambi dice ciò esser successo, perchè questo Bal- daccio avea nella presente guerra mosso a sacco Sughereto: del qual fatto se ne dava il carico alla Repubblica, la quale per far fede che ciò non era di sua volontà seguito, ne volle quel gasligo dare al peccatore . che il suo fallo avea meri- tato. Il Machiavelli afferma oltre lo sdegno dell' Ori, mdini ciò esser stato fallo con consentimento e di ordine de' g»i- vernatnri dello stalo per abbassar la potenza di Neri Cap- Amm. Voi.. V. 3
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poni , di cui Baldaccio era amico, dubitando non con questa congiunzione, e per mezzo dell' altre sue qualità in guisa diventasse grande il Capponi , che non fosse in lor poleslà poi di maneggiarlo ; onde gravi pericoli allo slato, e a loro the lo reggevano in processo di tempo fosser per derivare. Un certo NaMo Naldi in una vita the scrive di Giannozzo Manetli, dice Balilacrio essere slato ucciso da' Fiorentini . imperocché egli era slato condotto dal papa e aveagli fatto contare ottomila fiorini d'oro, dubitando, che il pontefice, il quale non potea patire, che il conte Francesco gli occu- passe la Marca, col mezzo di quest'uomo esperimentato nelle cose militari qualche cosa conlra lo slato del conte non mac- chinasse. Anzi mostra essersi il pontefice della costui morte fieramente sdegnato con la Repubblica, la quale mandatogli il Manetti per placarlo , trovò difficoltà grandissima a ram- morbidar l'animo suo commosso dall'ira; ora rinfacciando i Leneficj fatti a' Fiorentini , ora mostrando in quanto poco conto era tenuto da essi , che in su gli occhi suoi li aves- sero con tanta crudeltà ucciso un suo capitano e amico. Qualunque se l'uno di questi rispetti , o pur tutti insieme, si fosser della morte dell' Anghi;iri stalu cagione, cotale fu il fine di sì valoroso condottiere quale si è raccontalo. Di cui restato un piccol figliuolo, e quello in breve tempo mor- tosi, alla sua moglie, che Annalena ebbe nome, e onesta e valente donna fu al pari di tutte 1' altro di quella età, del caro marito e dell' unico figliuolo privala veggendosi, parve di volger tutto il suo amore , e lutto il suo animo al servi- gio di Dio , e fatto delle sue case un monastero , che del nome di lei il monastero d' Annalena ancora oggi chiamiamo, e io quello con molte nobili donne rinchiusasi, quivi santa- iriente il rimanente della vita si visse, e morì. Ma il conte dopo aver celebrate le tanto desiderale nozze a Cremona , \ olendo fra il termine assegnato por (ine alle pratiche della pace, fece intendere a tulli gli ambasciadori che erano alla Cauriana che venissero a Cremona, dove dopo molte conlese hi seiiteuza da lui data intorno a' capitoli di essa pace il di 'zO di novembre , essendo in Firenze gonfaloniere Castello Quaratesi, fu tale. Che buona e perpetua pace fosse fra il duca di Milano, e la lega, la quale perchè di nuovo a tur-
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bar non s'avesse, al pontefice le terre che S. Chiesa solca possedere in Romagna liberamente si rendessero. 1 Vene- ziani di ciò che dalla prima guerra in qua aveano perduto fossero reintegrati , e così eglino quello al duca rendessero, che del suo dominio si trovavano avere in detto tempo oc- cupalo. A' Fiorentini Modigliana , Orivolo , e Monlesacco fossero rendute , e eglino Favozano e Caivanello restituis- sero , e Astorre Manfredi liberassero; e altri molti capitoli fur fatti, i quali alle bisogne de'Genovesi, del signor di Mantova, e de' Lucchesi ebbcr riguardo. La qual pace ra- tificala e bandita poi il seguente mese di dicembre quasi in tutte le città d'Italia, grandemente ciascuno rallegrò, avend'i ad una difficile e pericolosa guerra posto fine quando meno era dall'opinione degli uomini che questo dovesse seguir sperato.
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Mll' ISTORI! f lORfflTM
DI
SCIPIOI^E AMIIimATO
LIBRO VENTIDUESIMO.
Anni 1442-1453.
JL addeo dell' Antella la seconda volta prese il primo gon- faloneralo dell'anno 1442 con poca allegrezza della pace poco dianzi fatta, perciocché il pontefice chiamandosi in- gannato dal conte , diceva di non voler ratificare a così dannoso accordo por S. Chiesa, essendogli pervenuto a no- tizia, come per patti segreti tra il conte Francesco e Nic- colò Piccinino fatti, al Piccinino era permesso di ritenersi lutto quello che possedeva della Chiesa, e oltre a ciò gli fosse lecito potersi insignorir di Perugia e di Siena. II conte similmente tutto quello che della Chiesa, o del regno di Napoli potesse acquistarsi, si fusse suo, e quello paci- ficamente e senza noia d' altrui liberamente si godesse. Ol- ire che si teneva ancor gravemente oltraggialo del giudizio fatto di Bologna; la quale non prima che ivi a due anni gli dovesse dal Piccinino esser restituita. 11 che dispiacendo grandemente in Firenze a coloro che governavano; i quali cacciatosi i fuoruscili di seno, desideravano che la città si riposasse; si procacciò tanto per opera di Cosimo de'Me- dici, che del mese di marzo nel gonfalonerato di Carlo Bonciani, il papa fece accordo col conte; il quale pochis- simo tempo durò; e ciò da un' altra cagione trasse prin- cipio. Renato d'Angiò di cui di sopra si fece menzione, pretendendo ragione nel reame di Napoli, subilo che dalle
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carceri del duca di Borgogna , di cui in una batlaglia era slato fallo prigione, si potè liberare, n'era nel reame di Napoli venuto, e dopo molle e lunghe contese e battaglie col re Alfonso d'Aragona avute, la fortuna gli era stata in modo disfavorevole, che quel re di tutto il reame in fuor che della città di Napoli avea preso la signoria ; ne spe- ranza rimaneva altra a Renato, che gli aiuti del conte Fran- cesco; il quale libero de' fatti di Lombardia, e suo amicis- simo essendo, e per gli stati che il re d'Aragona gli avea tolto, di quello inimico credendolo, grandemente il solle- citava che a Napoli ne venisse ; la qual cosa non essendo oscura ad Alfonso, scrisse al duca di Milano amicissimo suo strettamente pregandolo, che con alcun colore il genero in Lombardia ritenesse, inQn che egli del tutto le cose di quel re- gno avesse assettate, che in breve era per asseltare. Il duca entralo in sospetto del genero, il quale per niuno suo conforto dall'amicizia de' Veneziani e de' Fiorentini vedea potor distor- re, desideroso di far cosa grata ad Alfonso, e insiememente di far danno a Renato, non sapendo di sua natura star quieto, e avvezzo a far sempre dalle vecchie guerre nascer le nuove, prestò orecchio alle parole del re; e veggendo C occasione pronta della mala sodisfazione che era tra il papa e il conte, e su quanto leggier fondamento si era quella mal riconci- liata amicizia fondata, fece prestamente intendere ad Eu- genio, come già era venuto il tempo di ritorre al conte lutto quello che ingiustamenle a S. Chiesa nella Marca avea occupato. E perchè conoscesse quanto egli fedelmente di ciò il consigliava, gli profferiva il Piccinino pagato mentre che la guerra durasse. Non fu mai cosa che Eugenio sen- tisse più volentieri di questa ; e però rollo il nuovo accordo fatto col conte, invano i Fiorentini di questa mutabilità ram- maricandosi, e col Piccinino accordatosi, di cui per esservi di mezzo il duca non temeva più inganno, lui che nel Bo- lognese si ritrovava, a venirne a Perugia sollecitò, perchè di là potesse alla Marca passarne. In questo modo venne la pace d'Italia a turbarsi di nuovo, con tanto dispiacere de Fiorentini, ostinali a non volerla per conto loro turbare, che essendo entralo gonfaloniere di giustizia Luca degli Albizi, e avendo il Piccinino preso Gillà di Castello, e di
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quivi il podestà cittadino fiorentino Neri Viviani cacciolo- ne , che per essere la detta città nella lega compresa, ve- niva ad esser rolla la pace, fecero sembiante di non se ne avvedere. Né per non esser loro Modigliana restituita si recarono a romper la pace. Ma sentendo che il Piccinino entrato di Perugia nclh Marca avea f-reso Todi: e che nel medesimo tempo Alfonso per un acquidoccio s'era insigno- rito di Napoli, cose tutte che tornarono in gran danno del conte, gli mandarono Bernardetlo de" Medici per far opera, se con la sua industria potesse trovare tra lui e il Piccinino alcuna sorte di composizione; la quale mentre con ogni sol- lecitudine si va procurando, e non si ritrova, il re Fienaio veggendo le cose di Napoli disperate, uè per le guerre de!la Marca poter più dal conte attendere aiuti, se ne venne a trovare il pontefice Eugenio a Fircn2e: ove da Giovanni Falconi gonfaloniere di giustizia fu con grand' onori rice- vuto; fuglì per abitazione data la ca-a d' Ilarione de' Bsrdi, e per le spese della sua tavola assegnatili dal publico ven- ticinque scudi d'oro il dì. Ma alle domande da lui fatte al pontefice e a Fiorentini per conto di ricuperare il suo rea- me, non appariva ne dall'una parte ne dall' altra risoluzione alcuna; stando sospesi in aspettar l'esiio delle cose della Marca; ove il Piccinino ali" acquisto di Todi avea aggiunto Belforte, Sernano , e Montefortino ; essendo il conte per aver minor numero di gente coslretto a ritener i suoi nei luoghi forti- Io non veggo che i Fiorentini avessero man- dato genti in aiuto del conte , ma per alcune memorie da diligenti uomini scritte, che furono in questo tempo impo- ste dodici gravezze, le quali ascendi vano alla somma di centoltantamila scudi, perchè a'bisogni del conte si sovve- nisse; il quale ingrossato fioalmenie di g^nli, e per que- sto sentendosi gagliardo a combatter col nemico ne' luo- ghi aperti , andò a trovarlo negli alloggiamenti da lui falli presso a Sern.mo, dove mentre s'aspetta che tra loro sac- cedesse la battaglia , fuor dell" aspettìzione di ciascuno . vennero lettere da Bernardelto de' Medici al gonfaloniere Bernardo Gherardi la seconda volta , come per opera sua s' era falla la pace , e i capitani s' erano visitati e .ibbracciati con segni grandi d'amore e di carità insieme.
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Parendo per questo al conle di non aver più a dubitare de' falli della Marca, riinanevagli il pensiero del regno, ove il re Alfonso di tutte le palcrne castella l'avea presso clic spogliato. Per la qual avea comandato a' capitani, che con- ducessero r esercito verso il Tronto , dov' egli dopo che avesse visitalo la moglie a Fermo , subitamente appresso s' invierebbe. Ma non era ancor di Fermo partitosi, che il Piccinino contro la pace nuovamente fatta prese Tolentino, il che costrinse il conte a rivocar l'esercito a casa, a fin (he mentre le terre del Regno già perdute riacquistar vo- lta, quelle che nella Marca ancor possedea non perdesse. Questo nuovo impedimento tolse del lutlo l'animo a Re- nato, che le cose sue dovessero per allora prosperare noi regno; talché vcggendo perdersi il tempo indarno a Firen- ze , dal pontefice e dal gonfaloniere Gherardi prese co- mialo , e messosi in sur una nave grossa de'Genovcsi con quella in Provenza, la quale era di sua signoria, si ritornò. Nella stanza che questo re fece nella città, avendo egli di lungo tempo strettissima familiarità con Andrea de' Pazzi contralta, trovo che un nipote di lui da Piero suo figliuolo Katogli tenne a battesimo; e quello dfl nome suo Rinato nomò; e l'avolo del figlioccio armò cavaliere, il quale con tanta orrevolezza nato, così sono strani gli umani avveni- menti , come a suo luogo racconteremo miseramente morì. Ma il conte tornalo a petto al Piccinino , di nuovo con- trasse pace con lui; la quale da capo dal Piccinino fu rolla, avendogli poco dipoi nel gonfaloneralo di Manno Tempe- rani la seconda volta , tolto Gualdo e Ascesi. Il pontefice lieto per veder aperta la via alla ricuperazion della Marca, fu ancor molto più lieto per aver avuto avvisi , come un'ar- mata di otto galee da lui mandala contro infedeli, con l'aiuto d' alcune galee de'Franzesi , e del gran maestro di Rodi era nello stretto incontratisi con quella de'Turchi , e venuto con esso loro alle mani , benché con morte di dieci- mila cristiani , avea nondimeno tagliato a pezzi quaranla- tieraila Turchi, onde venne a cebbrare una solenne messa iij S. Maria del Fiore, rendendo grazie a Dio de'nimici su- perali. Ma nella Marca perche il Piccinino si era in Ascesi j-irmalato. e Ira perchè era il cuore del verno, le genti sj
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ridussero alle stanze, e dieci posa alla guerra ; la quale per quel che si vedea era al nuovo tempo per crescer maggior- menle. Perciocché il pontefice Eugenio accorgendosi, che i Fiorentini non averebbono patito giammai , che il conte fosse diserto del tutto, essendo venuto l'anno 1443 notificò a Cosimo, a' signori , e al gonfaloniere Francesco Gherar- dini di quelli della Rosa, com' egli volea di Firenze par- tirsi; i quali per profcrte grandissime che gli facessero, noi vi poterono ritenere. Volle nondimeno prima che partisse, il 6." dì di grnnaio con le consuete cerimonie consagrar la chiesa di S. Marco, e quella di S. Croce. Visitò la Nun- ziata, gli Angioli, S. Maria nuova, e S. Piero maggiore, e il d« seguente accompagnato da quindici cardinali e da tutta la corte , prese il cammino verso Siena , ove si fermò poi iufino a settembre. I.a Repubblica gli deputò sette cittadini Andrea de' Pazzi, Barlolommeo Orlandini, e Donati di Cocco tutti tre cavalieri , e Tommaso Alberti , Niccolò Giugni , Simone Canigiani, e Niccola Capponi ; i quali ad accompa- gnarlo e a spesarlo per lutto lo stato, e a lor somirK) po- tere di onorarlo avesscr cura. Ma egli volto con tutto l'a- nimo alla ricuperazione della Marca, volendo rimuover le difiìcollà che questo suo desiderio gli poteano impedire, conobbe che gli era necessario rendersi benivolo il re Al- fonso ; il quale se non nimico per T addietro, poco amico per l'inclinazione mostrata verso il re francese gli po'ea essere stalo. I Fiorentini sentendo queste pratiche per tro- varsi preparati, se nuovi mali succedevano, crearono lor capitano Pier Gio. Paolo Orsino, a cui venuto a Firenze e a casa Cambio de' Medici r cevulo, il gonfaloniere Gherar- dini diede il bastone del generalato il di quarto di febbraio, e per riconoscerlo de' servizj infino allora fatti e per ac- cenderlo a portarsi fortemente e lealmente per l'avvenire, i capitani di parte guelfa un ricco elmetto , e un cavallo da guerra coperto di broccato gli donarono. 11 papa a pacifi- carsi col re non penò troppo; desiderando il re poter per mezzo del pontefice far allo alla successione di quel regno nuovamente acquistalo Ferdinando suo figliuolo bastardo , e sapendo per essere quel reame feudo della Chiesa quanto importasse che egli da lui ne fosse investito , fu per que-
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sto al gonfaloniere Antonio Boverelli rapportalo , come Ira il pontefice e il re era falla la lega con questa coudizione ; che il re aiutasse il papa a far ricuperar la Marca dal conte Francesco ; nò guari passò dopo la lega conchiusa , che il Piccinino andò a trovare il re in Terracina per trattar seco del modo, che s' aveva a maneggiare quella guerra; ove con grandi accoglienze e onori fu ricevuto , e dal re per segno d' onore nella sua famiglia adottato. E la deliberazione presa fu , che verrebbe il re istesso nella Marca con potente esercito subilo che le biade fossero mature ; perchè del tulio il conte fusse caccialo da quella provincia. Andasse intanto il Piccinino innanzi, e con quel miglior modo che al nimico potesse dar noia, attendesse a infestarlo. Il conte veggendosi venir addosso così gran piena, mandava conti- nui messi a Venezia e a Firenze , perchè alle cose sue sov- venissero, avvertendo quelle repubbliche, che quando il papa e il re lui avessero superalo, congiuntosi col duca, addosso a loro si rivolgerehbono, e l'Italia in terzo divi- derebbonsi. Ma né il Boverelli, né la signoria entrala con Barlolommeo Spinelli se ne risolveva, quando un accidente successo a Bologna gli animi de' Fiorentini alle cose della Marca intenti, a' fatti di quella città tirò. Francesco Picci- nino , il quale in nome del padre reggeva allora quella città, parendogli la grazia che Annibale Benlivoglio avea co' Bo- lognesi esser grande , dubitava non da quello gli fosse un dì tolto lo stato, e spegnerlo non osava, sapendo quello che ebbe a intervenire al pontefice, quando dall' OfTìda suo ministro fu decapitato Antonio padre d'Annibale in quella città. Avvisando dunque far meglio, avendolo sotto vista d'andare a caccia nella rocca di castello S. Giovanni coi due de' Malvezzi condotto, di quivi in Lombardia nella rocca di Varano il mandò prigione, avendo altrove i Mal- vezzi fatto carcerare. Ora di questa prigione il Benlivoglio per opera d'alcuni suoi amici liberatosi, improvviso a cia- scuno a Bologna n'era venuto, dove gli amici ragunati, e il popolo all'arme commosso, e con quello corsone in piazza, tostamente e il Piccinino avea fatto prigione, e alla patria la perduta libertà avea riacquistato. La quale per po- ter conservare , mandò subito a' Veneziani e a' Fiorentini
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de' principali della città; perchè in si importarne caso di mille cavalli e di mille fanti Io soccorressero, e la città di Bologna nella lega ricevessero: quella città alla lega in lutti i suoi bisogni dover esser sempre fedele e amorevole promettendo. Fu subito da'Fiorenlini spedito a Venezia Or- lando de' Medici per consultare se si dovcano i Bolognesi ricevere nella lega, e se gli aiuti che addimandavano si doveano lor concedere. La quale fu da' Veneziani pronta- mente accettata, ma non prima pubblicata che all'uscita di luglio nel gonfalonerato di Simone Guiducci. Così gli aiuti chiesti a loro si mandarono, e a conservarsi in libertà caldamente fur confortati. Co' quali aiuti non solo vinsero Luigi del Verme capitano mandato dal duca, tosto che sentì il caso di Bologna, per conservar almeno la rocca; la quale essendo forte e ben munita dalle genti del Pic- cinino ancor si lenea; ma preser poco di poi la rocca medesima, e quella come nimica alla lor libertà aprirono, e del tutto spianarono infìno alla terra. La qual cosa dal Piccinino sentita, maravigliosamente T animo suo commosse, ancorché poco dipoi il figliuolo scambialo con i Malvezzi , i quali egli lenca prigione, fosse stato liberato. Ne le cose della Marca a lui erano riuscite molto prospere ; conciosia- chè il conte avea preso S. Natòlia, ove molti de'Braccie- schi furono uccisi, e Tolentino; né potendo Niccolò far profitto alcuno in Toscanella , ove avea messo l'assedio, se n'era levato e ritiratosi nel ducato, ove col re s'avea a congiugnere; il quale mosso finalmente dal regno , s' incon- trò presso a Norcia col Piccinino, e la prima opera fatta da questi eserciti insieme congiunti , ove erano tra fanti e ca- valli ventiquattro mila uomini armali, fu la presa di Visso, La venuta d' un re così grande , e così valoroso con il nu- mero di tante genti tulle feroci e esercitate alla guerra, co- strinse il conte Francesco, il quale non avea più che otto- mila soldati a ritirarsi a Fano città di Sigismondo Malatesta suo genero, avendo in tulle le terre d'importanza messo buoni presidj con pensiero di sostenersi tanto, finche l'eser- cito per l'asprezza del verno fosse costretto ridursi alle stan- ze; considerando chejl re non era per star così lungo tempo fuor del suo regno in quelli paesi ; e tra tanto tornò a sol-
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lecilare i Veneziani , e i Fiorenlini a porgerli aiuto. E già in Firenze della venula di sì polente esercito non poco si dubitava, trovandosi privi dell'Orsino lor capitano, il quale era morto in Arezzo, o come altri dicono a Sansovino; il cui corpo fallo a Firenze condurre, secondo il lor costume, onorevolmente in S. Maria del Fiore fu seppellito; per la qual cosa parve ad Antonio Masi nuovo gonfaloniere che si dovesse prima sentire dal duca , come egli intendeva que- sta guerra , e se era per continuare nella lega , o se pure sdegnalo per gli aiuti dati a'Bolognesi intendesse esser rotta la pace; perciocché essi erano per prendere risoluzione ai casi loro da questa risposta. Il duca, il quale non seppe mai in un proponimento lungo tempo star fermo, avendo veduto il genero presso che consumalo nella Marca, si era pentito d'aver spinto tanl' olire a' danni suoi le forze del papa , e d' un re potentissimo- Per il che e co 'Veneziani e co'Fiorentini confermò la lega; la quale fu bandita con di- mostrazioni di fuochi e di feste in Firenze il 18." giorno d'ot- tobre, e mandò prima ambasciadori al re, pregandolo, che di molestar più il conte Francesco si rimanesse, e contento d' aver lante terre al pontefice restituite, lieto e glorioso al suo reame si ritornasse. Ma il re avendo mandato suoi am- basciadori a Filippo scusandosi , che per gli obblighi che avea col papa non poteva senza mancar alla data fede, di quella impresa partirsi , avea tra tanto atteso a far di grandi progressi in quella provincia ; dove dopo la presa di Visso. avendo passato l'Appennino, avea preso Monleraellone , e Monlecchio , che se gli resono; il cui esempio seguirono S. Severino, Matelica , Tolentino, Macerata, Appiniano, e Monlefelilrano ; e come avviene il più delle volte, quando le cose incominciano a prendere volta , alla perdita delle terre si aggiunse la ribellione de' capitani del conte, il quale fu abbandonalo da Pier Brunoro, da Troilo, da Fiasco, e da Guglielmo di Bavera tutti antichi suoi capitani, e amici, co' quali venne a perdere Fabriano , Jesi, Staffolo, e Masac- cio. E quei da Cingoli, da Osimo, e da Recanati non solo si ribellarono , ma misero a sacco i presidj del conte ; nò il Malatesla suo genero mostrava di dover continuar lungo tempo nella fede del suocero, raassimamenle che il re col
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Piccinino avvicinatosi a Fano , pareva che quivi volesse as- sediarlo. Ma la venuta de' nuovi ambasciadori del duca man- dati al re, 1' essersi conosciuta difiìcoltà non piccola in as- sediar Fano l'avvicinarsi tullavia il verno, e l'avviso che gli aiuti de' V^eneziani e de'Fiorentini s'accostavano , fu la salvezza del conte ; perchè il re se ne tornò nel reame , e quello che al conte sopraramodo fu caro, messo Pier Bru- noro e Troilo per alcune sue lettere in sospetto del re , era stato cagione, che Alfonso posto loro le mani addosso, amcndue mandò prigioni in Spagna nella rocca di Setabia, terra posta nel contado di Valenza. Liberato il conte da un travaglio , ne gli rimanca un altro di congiugnersi con le genti della lega; poiché il Piccinino partitosi il dì mede- simo di Fano, che part'i il re , e passata la Foglia, s'era posto a Monleloro, luogo del contado di Pesaro, non con altro intendimento, che per vietare che queste genti non si congiugnesser col conte. Uscito dunque di Fano lo Sforza a' 5 di novembre, essendo in Firenze gonfaloniere di giu- stizia Giovanni Benci , venne alle mani col Piccinino , il quale dopo aver valorosamente combattuto , restò vinto e sconfìtlo da lui , e sarcbbesi di leggier messo fine a quella guerra, se non fosse sopraggiunlo il verno, il quale co- strinse il conte dopo aver acquistalo al genero il contado di Pesaro , di ridurre i soldati alle stanze. Onde nel princi- pio dell' anno 1444 il Sinaonetta se ne tornò con le genti de'Fiorentini in Toscana, e da Antonio Serristori primo gonfaloniere di quello anno, fu del suo valor commendato, e con molti onori ricevuto. Nel seguente gonfalonerato di Francesco Venturi mor'i nella città Leonardo Aretino, uomo e per la cognizione delle buone lettere, e per aver lungi) tempo esercitato fedelmente la segreteria de' Signori molto caro a'Fiorentini. Furongli fatte dal pubblico l'esequie, e onorevolmente in S. Croce, ove egli volle esser seppellito, accompagnalo. Fugli in su la bara per ordine de' Signori messo il libro dell'istoria sopra del petto, e la corona del- l'alloro in capo da Giannozzo Manelli, il quale fece ancor l'orazione funerale, non per ch'egli fosse stalo versifica- tore, ma perchè non parca in quei tempi che la virtù degli uomini scenziali, con altro segno si potesse meglio onorare.
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Fu il suo luogo dato a Carlo Marsuppiiii aretino, e dotto uomo ancor egli , essendosi la fiorentina Repubblica per antico tempo maravigliosamenle ad aver notabili uomini in si fatto esercizio sempre ingegnala. Il sepolcro dell' Aretino è ancor oggi in piede di marmo fatto da Bernardo Ros- sellino scultore fiorentino. Ma le poche molestie che si ri- cevevan di fuori incominciavano nella città a produrre gli antichi effelli, avendo alcuni pochi cittadini preso animo a biasimare i governatori del presente stalo. Per la jqual cosa parve a Cosimo, e agli amici suoi, che non si dovesse più ritardare a darvi rimedio. Essendo dunque per maggio e giugno uscito gonfaloniere di giustizia la seconda volta Giu- liano Martini Giicci , si riprese per i signori collegi, e circa dugentocinquanta cittadini balia di poter riformar la città di squittinì, di gravezze, e d'altre cose necessarie. Costoro tolsero la cancelleria delle riformagioni a Filippo Pieruzzi, e dalle dieci miglia in là, non avendo a uscir del contado il confinarono. Posero a sedere per dieci anni tutti gli ac- coppiatori fatti nel 4.3, e con essi i figliuoli di Iacopo Ba- roncelli, Neri Viviani, Bartolommeo Fortini, Francesco Ca- stellani, con molli altri, e tutta la famiglia de' Serragli, salvo che Giorgio figliuolo di Piero. Confinarono alle Stinche Gio- vanni Vespucci, e trassonne infin a dieci cittadini che vi erano condennali ; i quali per varj tempi in diversi luoghi confinarono. Prolungarono a lutti gli altri confinali il tempo de' loro confini, ristrinsero il nomerò di coloro, i quali la signoria aveano a creare , e a molli gli uffici rafTermaronc Deputarono cinque cittadini a Pisa |ier provedere alla con- servazione di quella città, e gitlarono i nuovi fondamenti jier accrescere il palagio. Prese poi il gonfalonerato Sandro Bilioni, nel qual tempo il Piccinino non solo aveale sue genti rifatto, ma per gli aiuti dal papa e dal re ricevuti incominciava ad apparir superiore allo Sforza; onde egli faceva di nuovo
sollecitare in Firenze per danari; de' quali bench' egli fosse più d'una volta sovvenuto, nondimeno non potendo per que- sto interamente a' suoi bisogni riparare, era da capo in ma- nifesti pericoli condotto ; se non fosse stato nel maggior
dubbio de' suoi affari dall' opportuno favore della sua amica
fortuna aiutato; pcrciochc il duca non potendo tollerare con
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quieto animo la rovina del genero, avea con presto rimedio scritto al Piccinino, che per cose importanti dello stalo suo, fotta tregua col conte, a Milano ne venisse, e in suo luogo Francesco suo figliuolo capitano di quelle genti lasciasse- La qiial arte benché fosse conosciuta dal Piccinino, e per questo in su 1 principio mostrasse di non voler ubbidire a' comandamenti del duca, allegando come in ciò si trattava dell' interesse (le! pontefice, nondimeno tirato dal divino volere, che il con- duceva a morire in Lombardia, deliberò finalmente d'ubbi- dire, e lasciata la cura di quell'esercito al figliuolo con or- dine, che essendo richiesto dal conte di tregua non la ricu- sasse, se n'andò a Milano. Lo Sforza perchè Niccolò si fosse partito, non avea per questo migliorato le cose sue, anzi avea ultimamente perduto Castelficardo; perchè volle tentare la giornata, la quale appiccò con Francesco il dì 23 d'ago- sto, giorno reputato prospero e felice dal conte. Come fu questa battaglia nel principio, e quasi presso al fine tutta piena di molto dubbio per gli Sforzeschi, essendo il conte istesso slato a rischio d'essere ucciso, e avendo avuto bi- sogno di armare i ragazzi del campo con lance per far vista di lontano di aver delle squadre non ancor entrate nella battaglia, cosi gli fu nel fine felicissima affatto, avendo scon- fìtto i nimici, e fra il gran numero de' presi fattovi prigione il capitano istesso, e il legato del papa; il quale della li- cenza militare mentre egli n' è menato prigione, non gli gio- vando dire come egli era cappellano del conte . fu villana- mente trattato e battuto. Fu la preda grandissima desoldaii, e il capitano alloggiò la sera medesima negli alloggiamenti de'nimici, e Monteloro presso la qual terra il fatto d'arme era succeduto, se gli rese il giorno seguente; dietro la quale in pochissimo tempo se gli resero Macerata, S. Severino , Cingoli, Jesi, e finalmente dopo egregia difesa la Serra di S. Quirico; le quali novelle udite prima dal Biliolti, e poi da Francesco Berlinghieri gonfaloniere per seltembre e otto- bre, fu consiglio di Cosimo de'Medici, che il conte con ogn' industria procurasse di riconciliarsi col papa, il che fa- cilmente, trovandosi tanto al disopra , conseguirebbe. Alla qual cosa fnre fu confortato ancora dal duca e da' Veneziani- iSè il papn fu duro a lasciarsi a questo persuadere, il quale
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trovandosi a Perugia, non era senza timore delle cose sue, nò vedea il modo come potere le terre perdute così tosto riacquistare, non meno per l'esercito suo rotto, e prigionia di Francesco, (he per lo mancamento di Niccolò, in cui ogni sua speranza avea riposto, e il quale conosceva per unico capitano da paragonare col conte , il quale vedutosi in Milano aggirare dal duca, e sentila la rolla e presa del ti- gliuolo, 0 per dolore, o come alcuni credettero di veleno, si era morto in una villa vicino a Milano l'ottavo dì di set- tembre. Fu perciò concliiusa la pace in Perugia tra i mi- nistri del papa, e del conte, essendovi presenti gli amba- ssiadori veneziano e fiorentino con questo capitolo princi- pale fra gli altri; che tutto quello che il conte infino a mez- z'ottobre avesse nella Marca ricuperalo fosse suo; tutto il resto appartenesse alla giuridizione di S. Chiesa. Ma per- chè vi restavano ancora di molte difTerenze da decidere, se ne fece rimessione in tre cardinali, e in Cosimo de' Me- dici, e Neri Capponi, per opera de' quali ogni contesa (u finalmente assettata. Essendo in Firenze ogn' uomo lieto per questo accordo , restava di pregare Iddio che conce- desse la pioggia del cielo, perchè i contadini poiessero se- minare, essendo durato per lo spazio di cinque mesi con- tinui sì grande il secco, che ne pur una gocciola d'acqua era caduta sopra la terra ; onde con grandissima divozione fu condotta nella città la tavola di S. Maria Imprunela; per la cui intercessione Iddio mandò la desiderata pioggia , e potessi attendere alle bisogne de' campi. L'ultimo gonfalo- niere di quell'anno fu Carlo Federighi dottor dileggi. Co- stui raffermò la lega co' Veneziani e co' Perugini per dieci anni, e tolsesi in tempo suo per raccomandato Federigo da Montefellro nuovo conte d'Urbino. Di costui molti stima- rono che fosse padre lìcrardino della Carda; ma Guid' An- tonio da Montefellro, il quale fu capitano de' Fiorentini Tan- no 1430 nell'impresa di Lucca, o per i costumi e valore del giovane , o qual so ne fosse la cagione , lo reputò sempre per suo figliuoio. Per la qual cosa essendo a questi dì stalo ucciso da'suoi sudditi Odd'Antonio cot\te d'Urbino, il quale a Guido come suo primogenito era succeduto, fu di quello stalo eletto signore questo Federigo, della cui amicizia non
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ebbe mai a pentirsi la fiorenlina repubblica. Trovo ancora in questo tempo esser passata per Firenze una processione di più di cinquecento persone vestile di bianco, le qua(li erano tutte di Valdelsa simile a quella del 99. Segui senza novità alcuna così di fuori come di dentro il primo gonfa- lonerato dell'anno 1M5 di Nerone Neroni, a cui succedette Giovanni Corsini. Avea in questo tempo il re Alfonso dopo l'esser restato pacifico signore del reame di Napoli, dato moglie a Ferdinando suo figliuolo Isabella di Chiararaonte nata di Tristano conle di Cuperlino , o d'una sorella di Cunertino, 0 d'una sorella di Giovanni Antonio Orsino prin- cipe di Taranto, barone polenlissimo in quel regno, col qual matrimonio giudicando di lasciare a pieno stabilito il nuovo regno al figliuolo, e volendo per questo far magnifiche e splendide nozze, vi concorsero per segno d'onore quasi tutte l'ambascerie de' principi cristiani. Perchè la Repub- blica vi mandò per fare il medesimo ufficio insieme con Nofri Parenti, Giannozzo Manetti. Il quale famoso per la co- gnizione delle lingue e dcllp scienze, e gratissimo a quel re, il quale sopra tutti gli altri principi dell'età sua fu amico degli uo- mini dotti, avendo il Manetti fatto un'orazione in lode delie nozze, e essendo anche poi intervenuto in molte dispute con dottori e teologi di quel principe, diede maravigliosamente di se da dire a tutta quella corte, e fece chiaramente ap- parire a ciascuno quanto ben facciano quei principi e quelle repubbliche, quidi non dandosi presuntuosamente a credere che la sola autorità di chi manda possa dar dignità e auto- rità a' ministri, s'ingegnano con ogni loro studio di eleg- gerli tali, che col valore e qualità propria possano aggiu- gnere splendore e grandezza a quelli da cui sono mandali. Come avvenne anco appresso per allro, che essendo venuta la festività del Corpo di Cristo, la quale in quella città so- lennissimamente suol celebrarsi, voile il re che Giannozzo v'intervenisse, siccome in festa che v'interveniva la per- sona sua propria, e era uno di quelli, che aiutava a por- lare il baldacchino sopra il Corpo del Signore. Vennevi l'ambasciadore in compagnia di tutta la nazione fioreudiia con grandissima pompa, ma inteso i Genovesi esser messi innanzi a lui, senza far motto ad altri che a'suoi loslamenle Aìm. VoL. V. 6
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a casa se ne tornò, dicePido non voler alla sua patria tor quello, che egli non l'avea dato. Il re avuto per male la partita dell' ambasciadore mandò il conte di Fondi per lui . ma egli dicendo ;il conte non esser bene, che i Genovesi censuarj del re dovessero a' Fiorentini popoli liberi esser preposti, e clie egli era tenuto preporre la dignità della sua patria alla propria vita ricusava d andarvi, nò per messi mandati su e giù si vedeva, che egli fosse per far altro, infinchè certificato dal re, che gli si darebbe il luogo che gli conveniva andò prontamente a far il suo ufficio nella processione, che olire il costume sì era per tal conto ritar- data, avendo di ciò non che da altri, riportata finalmente lode dal re medesimo, come uomo amatore della sua patria e d'animo nobile e generoso. Segui il gonfaloneralo di Nic- colò Giugni , noi quale per un tumulto succeduto in Bolo- gna ogni cosa venne a turbarsi , e da capo si die principio alla guerra. Erano in Bologna due famiglie polenti, dell'una delle quali Annibale Bcntivoglio , e dell'altra Batista da Can- netolo eran capi. Annilìale, la cui fazione era senz' alcun dubbio superiore, parea che se ne po'esse star sicuro , si per la lega fatta co' Veneziani e co' Fiorentini , quanto alle cose di fuori , e si per lo parentado fatto in casa coi Can- netoli, avendo a Guasparri fratello di Brilisla data una sua sorella per moglie, senza che egli era siato della lor libe- razione cagione ; perciocché erano ancor eglino slati prigioni del Piccinino.
Ma non è vincolo alcuno si grande che non si rom- pa , ove la cupidità del regnare , o dell' esser supe- riore all'altro mette in campo le forze sue ; conciossiacosa- ché 0 Batista, o Baldassar Canneloli, che si fosse, non po- lendo soffrire questa maggioranza, prese partito di levarsi Annibale davanti , non senza intelligenza del dura di Mila- no, il quale, per non perder la prerogativa d'esser cagione di tulli i liimulli d'Italia, doveva per quesl' effetto mandargli ad un giorno disegnalo Italiano Furiano con millecinquecento cavalli. A Canneloli, non prendendo Annibale di ciò guardia alcuna, fu facile a riuscire il lor desiderio, imperciocché condotto egli per lor procaccio da Francesco Ghisilieri al battesimo d'un suo fanciullo nel ;empio di S. Giovan Bai-
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Usta, il dì appunto della festività di quel santo per fare la scelleratezza maggiore, quivi secondo il partito preso fu da'Cannetoli insieme con due de' Marescotli assalito e uc- ciso; non potendo fuggir l'infortunio della sua famiglia, es- sendo e il suo padre Antonio , e Giovanni suo avolo tutti due altresì stati uccisi di ferro. Trovavasi in Bologna am- basciadore per i Fiorentini Donato Donali, e per i Vene- ziani Zaccaria Trivigiano. Costoro in sul primo rumore, avendo ì Cannetoli dopo l'uccisione fatta corso la città gridando l'imperio del duca , si ritirarono nelle lor case, ma sdegnato il popolo per lo tradimento usato verso la persona di Anni- bale , e di quello fattosi capo Galeazzo Marescotlo fratello degli uccisi, gridando libertà e lega, non furono lardi a vendicar con molto maggior crudeltà l'ingiurie de' morti. Nella qual cosa e dal Trivigiano e dal Donati riceverono giovamento grandissimo; i quali usciti fuori con le loro fa- miglie, e introdotto poco dipoi alcune genti delle loro re- pubbliche, le quali erano presso a Bologna, frenarono fi- nalmente i rumori, e al Furiano tolsero l'animo d' avvici- narsi a quella città. Quasi nel medesimo tempo die in Bo- logna erano questi rumori succeduti, s'aperse di nuovo la gwerra nella Marca, il che dall'inquieto animo del duca pa- rimente ebbe origine. Costui veggendosi senza capitano pregò e stimolò tanto il conte dopo la vittoria acquistala , che sì fece dare i figliuoli del Piccinino , i quali a Milano venuti subito d'arme e di cavalli e d'ogni cosa necessaria provve- dette. Ma non gli bastando questi, domandò anco al genero Ciarpellone , disegnando di volgere a quest' uomo tutta la riputazione della sua milizia. Ma lo Sforza , a cu; l' inquie- tezza del suocero era nota, e il quale vedea per conseguente quanto per mezzo d' un tal capitano avrebbe potuto trava- gliare tutta l'Italia, non solo non glielo diede, ma trovatolo colpevole d'avergli congiurato centra, il fece impiccare per la gola. La qual cosa recandosi il duca a sua ingiuria, fie- ramente s'accese di desiderio di vendicarsi conlra il conte; e trovato che Sigismondo Maiatesta si era sdegnato col me- desimo conte per essersi egli mostralo grande amico di Fe- derigo conte d'Urbino, pensò essergli corsa l'occasione uroniissima in seno, veggendocon il mezzo di costui poter
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facilmente adescare il pontefice a nuove speranze di ricu- perar la Marca. Ma avendo a questa volta lacciuoli a dovi- zia, per obbligarsi maggiormente il pontefice, prima che delle cose della Marca gli facesse parlare , acciò non mo- strasse, che quosto egli facesse por sdegno che avesse col conte, gli propose l'acquisto di Bologna, promettendogli dal canto suo aiuti gagliardissimi a fargliela ricuperare , e dove la lega vi volesse concorrere , non vi dimostrava difiì- cultà alcuna. Così si entrò a ragionar di lega co' Fiorentini e co' Veneziani ; e il papa volea , che queste due repubbli- che e il duca gli pagassero seimila cavalli, duemila prrcia- scuno, e che egli ne terrebbe due altri mila , co' quali fa- rebbe slare ciascuno in p.ice. I Fiorentini essendo venuti in dubbio , che il papa non volesse con queste genti far guerra al reame di Napoli , di che essi non intendeano vo- lersi impacciare , risposero , che le leghe si desideravano l)er scemare e non per accrescer le spcje , ma che questo era uno star continuamente su lo spendere senza profitto. Perchè la cosa non ebbe cfTcMio. Allora il duca propose al pontefice la ricuperazion della Marca, mostrandogli come il Malalesla avea sdegno col suocero; e come essendo quel signore aiutato , facilmente gli moverebbe la guerra. E per- chè il duca disponea del re Alfonso a suo modo, per l'a- micizia grande che era infra di loro , e il re desiderava più la Chiesa ch'i il conte per vicino al suo stalo , dispose il re a confortart. ancor egli il papa alla medesima impresa ; anzi amendue i loio aiuti gli profersero , nò il conte fu ab- bandonalo dalli amici suoi , perciocché avendo fatto inten- dere a' Veneziani e a' Fiorentini i preparamenti che si gli facevano contro , avea avuto promessa d' esser aiutato da loro, poiché conlra i capitoli della pace pochi mesi innanzi fermata, e con poco riguardo dell' onor loro veniva ad esser travagliato. Per il che, e nella Marca, e in Bologna si su- scitò la guerra di nuovo, essendo dall' un lato il papa, il re, e il duca; dall'altro i Veneziani, i Fiorentini, i Bolo- gnesi, e il conte; e la cosa era ordinata in modo, che dove il conte nella Marca dalle genti del papa e del re doveva essere assaltato, Bologna da quelle del duca doveva esser combattuta. Ma parve per la prima doversi soccorrer Bolo-
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gna; perciocché benché il Furiano all'avviso de'Canneloli in Bologna straziali si fosse per strada arrestalo il duca nondimeno vi mandò poco dipoi Luigi da S. Severino con cinquemila soldati. Per la qua! cosa Dardano Acciainoli gon- faloniere per luglio e agosto vi mandò Simonella con sei- cento cavalli e dugenlo fanti; il quale congiuntosi con gli aiuti mandati da' Veneziani, il furor de' nimici ripresero; e non fecero cos' alcuna succedere, che lo stato di quella tillà dovesse alterare. Nella Marca il conte era uscito in campagna, e avoa comincialo a far di molle correrie in su quel di Kiraini e di Fano, con pensiero sopralluUo di non far congiugner le genti , che si diceva che il duca mande- rebbe in aiuto di Sigismondo ; ma veggerido chea mantener una guerra di tanta importanza gli facea meslier di danari, lasciato r esercito alla cura del conte d'Urbino, e d'Ales- sandro suo fratello, se ne venne a Firenze; ove ottenuto per r autorità di Cosimo quelli danari che diceva farli di bisogno, se ne tornò nel c.impo , e quivi attese a condur la guerra avanti con successi ora prosperi ora avversi. In Firenze succedette all' Acciainoli gonfaloniere di giustizia Cosimo de' Medici la terza volta , il quale veggendo le ri- formagioni molto intralciate , deliberò che si rivedessero e si desse loro chiara e ottima forma. Alla qunl cura propose otto cittadini., la metà de' quali erano dottori di legge. Co- stor furono Girolamo Machiavelli, Tommaso Salvetti da Pistoja , Domenico Marlciii , e Guglielmo Tanagli. I non dottori fur Neri Capponi , Bernardo Glierardi , Francesco Venturi, e Nerone Neroni. Prese poi il gonfalonerato Tom- maso Corbellini; nel qual tempo avendo le genti ecclesia- stiche con gli aiuti del re fatto progressi grandissimi nelhi Marca, costrinsero il conte verso il fine dell'anno a tornare un' altra volta per nuovi disnari a Firenze, ove senl'i oltre l'altre terre e castella, finalmente essersi perduto ancor Fermo, e poco dipoi ancor la rocca, la quale stinaava ine- spugnabile, esser pervenuta in poter de' nimici, ne rimaner- gli nella Marca d' importanza altro che Jesi ; dettcrgli s't per questo danari di nuovo, promettendo egli cose gran- dissime per potersi preparare per lo nuovo tempo alla guer- ra; essendo già gli eserciti ridotti alle stanze. In questo
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tempo i Fiorenlini per via d' accordo recuperarono Modi- gliani da Gtiidanlonio signor di Faenza, e a lui certe co- sclle ch'egli pretendea restituirono. Il qual signore venne poi nel principio dell'anno 1440 a Firenze, e fatto rive- renza alla signoria e al gonfaloniere Galileo Galilei uomo jìcrilo nella scienza della medicina, fu scambievolmente da quelli volentieri veduto e onorato.
Aveano in questo tempo gli Anconetani guerra con quelli <la Osimo; e desiderando col caldo della lega di potersene vendicare, si confederarono co' Veneziani, i quali senza sa- puta dei Fiorenlini li ricevettero nella lega, promettendo «he i Fiorenlini ratificherebbono. La qual cosa saputa in Firenze se ne fecero molte dispute in palazzo , si perchè non parea essersi in ciò tenuto quel conto della Repub- blica che si conveniva, e sì perchè non volevano più di quel che avevan fallo sdegnare il pontefice- Contullociù per non entrare in differenza co'V^eneziani finalmente rati- ficarono. 11 seguente gonfaloniere Ugolino Mazzinghi rice- vette con grandissima allegrezza de' cittadini Antonio Pie- rozzi nuovo arcivescovo della città, essendo nel principio dell' anno morto Andrea appo cui quella digniià era stata. Fu lieta la creazione di costui per esser cittadino fiorentino benché di umil condizione, essendo figliuolo di Niccolò Pie- rozzi notaio, e sì perchè alla santità della vita avea aggiunto scienza conveniente a tanto grado: era per professione frate di S. Domenico, e uomo tanto lontano da ogni sorte d' am- bizione, che avendo rifiutata la dignità profertagli, il papa ebbe a mandargli le bolle spedite infin al convento di S. Domenico a Fiesole , richiedendolo sotto pena d'ubbidienza a voler ricevere il carico che gli era stato commesso, il che jiarvc tanto più da commendare, quanto che alcuni de'prin- cipali cardinali della corte aveano importunamente gravato il papa per quella chiesa. Un mese dopo la venuta dell' arci- vescovo morì nella città Filippo Brunelleschi, del cui nobile e elevalo ingegno ottimo testimonio renderà per tulli i se- coli finche starà in piede la memorabil cupola di S. Repa- rata. È opinione fra gli artefici di quest'arte lui essere stato il primo il quale conosciuti gli errori della struttura tede- sca, la quale in suo tempo in Italia maravigliosamente fio-
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riva , avesse gli antichi ordini de' Greci alle sue prime forme restituito ; per le quali cose fu dal popolo fiorentino giudi- cato degno della pubblica sepoltura, e di esser chiamato dell'antica architettura restauratore, come in S. Maria del Fiore nella memoria che di lui fece la Repubblica chiara- mente apparisce. Erasi intanto per la stagione che non l'a- veva ancora patito riposata alquanto la guerra ; quando nel gonfalonerato di Giovanni degli Alhizi in ogni luogo si venne a desiare. Ma prima per sollecitudine del duca si senl'i in Lombardia, essendo messo in speranza per via di trattato di potersi insignorir di Cremona . dove subitamente fece vol- gere il Piccinino; il quale benché avesse tentato in vano d'averla, prese nondimeno in quella mossa Soncino. I Ve- neziani veduto dato principio alla guerra , mandarono per dubbio delle cose loro alcune poche genti alla guardia di Cremona, dentro la quale in nome del conte era lacopaccio da Salerno uomo valoroso e fedele al suo signore. Costui uscendo spesso della città dava di grandi molestie al campo de'nimici. Nel qual modo si ruppe la guerra in Lombardia. Maggiore e più gagliarda era quella che si faceva in Ro- magna per conto di Bologna , ove il duca avea invialo Gu- glielmo da Monferrato e P.artolommeo Coglione , benché costui per sospetto fosse poi richiamato dal duca in Lom- bardia, ne molto dappoi messo in prigione, e in suo scam- bio mandato Carlo Gonzaga. Questa città importando alla lega pur troppo che ella in poter del duca non venisse, nò i Veneziani né i Fiorentini fur tardi a soccorrerla, da quelli mand.'itovi Taddeo da Esle e liberto Brandolino, da costoro Guidanlonio Manfredi fatto poco innanzi loro amico come si disse, e il Simonetta. lì medesimo rumor d'armi era intorno Pontremoli molestato da Luigi da S. Severino, e da Piermaria de' Rossi capitani del duca, e dalle genti de' Fiorentini a lor sommo potere difeso. Maggior di tutti era quel della Marca per esservi la persona del conte ; per cagione del quale s'era in tante parti d'Italia accesa guerra sì terribile, e spaventosa. Era stato il conte per conforti di Cosimo persuaso a passar nel ducato con qualche speranza d'entrare in Roma; dove facilmente con la prestezza gli sa- rebbe potuto riuscire di fare il papa prigione , ma trovala
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queir impresa mollo diversa diiiropinione di chi glie l'avca proposta , era sialo costretto ritornarsene a Fano , sì per guardar le cose che ancor possedea, come per ricorerar le perdute, quando le genti del papa, che dalle fresche e dalle vecchie ingiurie era stimolato , gli vennero addosso con l' aiuto del re , e quello fieramente assalirono. Nò mollo tempo [tasbò , benché avessero in vano tentato Jesi , che acquisia- rnn la Pergola. Fecero che gli Anconetani a ritornare alla devozione della Chiesa si disposero. Costrinsero il conlc non potendo campeggiare a ritrarsi ne' luoghi forti, e di lauto terrore ogni cosa riempierono, che Alessandro Sforza dispe- rando dello stalo e della salute del fratello, se, e Pesaro, ove si trovava alla guardia, pose in mano del papa. Il «onte avvenga che da cosi fatte percorse fosse gravemente liallu- lo, sentiva nondimeno magp,ior travaglio per le cose di Cre- mona e di Ponlreinoli; onde a' Veneziani e a' Fiorentini di continuo si raccon'.andava , che in Innle disavventure de'loro aiuti non fosse abbandonato; poiché ili quivi la comun salute dipendeva.
Erano entrali in Firenze i nuovi signori, e con esso Joro gonfaloniere di giustizia Ruberto Pitti. Costoro veg- gendosi da lanle diftìcollà circondati , avendo in un me- desimo tempo a provvedere a molte e diverse parti, delibe- raroiio mandare a Venezia , sebben vi teneano prima Dome- nico Martelli , Neri Capponi , e IJernardo Giugni per dispor quel senato con maggior forze al soccorso di Cremona , e non fu r opera indarno ; imperocché dopo molle contese si fermò, che si snidassero per metà dall'una e dall'altra re- pubblica quattromila cavalli, co'quali i disegni del duca si polrebbon reprimere. Per le cose di Bologna e della Marca jiresero altri partiti, perciocché nella Marca aveano disposto a passar a"ior soldi Italiano Furiano, e Jacopo da Caivano ; ma costoro essendo stali scoperti, furono presi dal palriar- ca , e mandali prigioni nella Rocca contrada ; ove non molto dopo ad amendue fece mozzare il capo. Migliore avvenimento ebbero le cose di Bologna; perciocché essendo gare e dif- ferenze grandissime Ira Guglielmo da Monferrato, e Carlo <ìonzaga, i quali si trovavano in Castel S. Giovanni, si ten- (u ro tali pratiche con Guglielmo, che introdotto nella rocca
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il Brandolino, e quindi fallolo entrare nella terra, non solo si riebbe il castrilo, ma vi fur falli prigioni la miglior parie de' soldati del Gonzaga; e egli con pochi de'suoi a rifug- girsi a Modena fu costretto- Di che non solo nacque lo scampo de' Bolognesi , i quali riacquistarono ancor poco dipoi Ca- stelfranco, ma fu ciò cagione di tutti i felici successi, che in quelle guerre in favor del conte, e delle due repubbli- che accaddero, così in Lombardia come altrove , conciossia- chè i Fiorentini speditisi di questa impresa poterono mandar Guidantonio e Simonetta con tremila cavalli, e Gregorio d'Anghiari con mille fanti in aiuto del conte; e i Veneziani fatto venir le lor genti nel Bresciano , le fecero congiugnere col Culignola lor capitano , per esser preste a quello che bisognava , sì per la difesa di Cremona , come di combattere co' nimici , se fosse venuta l' opportunità. Con tutto queslo non si lasciava di procurare , se possibil fosse , che senza proceder più oltre , le cose ricevessero qualche composizio- ne ; e per queslo fu mandato al re di Napoli Bernardello de'Mcdici; benché imprigionato in Roma dal papa, non ostante il salvocondotlo avuto dal patriarca , sotto pretesto di certi danari di Monte , (he il papa dicea dover consegui- re, avesse alquanto differito il bisogno di quell'ambasceria. Vollero ancora i Veneziani, che Puccio Pucci, il quale era ambasciadore appresso di loro per conto della Repubblica n'andasse con un loro ambasciadore al duca per tentar di svolger r animo suo alla pace , e dal gonfaloniere Andrea Nardi e da' signori entrali a calen di scllembre fu accon- sentito. Ma essendo stati poco cortesemente licenziati dal (luca, i Veneziani scrissero al lor capitano, che se gli ve- nisse il destro , dtsse addosso a' nimici. Racconlasi che Puc- cio, il quale era uomo animoso e geloso delia riputazione della sua repubblica, vedendosi digerire dal duca l'atidien- za , il qual avea fama di governarsi a punto d'astrologi, se n'era molto turbato fra se medesimo; perchè mandalo poi a chiamare dal duca, averli risposto, che egli non era accon- cio ad andarvi , perchè se era venuto il punto del duca , non era già venuto il suo. Erasi il Piccinino, disperato d'a- ver Cremona, volto a Castiglione, e quello insieme con Uli- celo avea preso ; quando sentendo che Michelelto volea pas-
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sar Oglio , egli sì pose a Casal Maggiore. Ma avvicinatosi il nimico a quattro miglia vicino al suo campo , prese partito di mutare alloggiamento , e posesi in un' isola che fa il Po sopra Casale, s'i per non parer affatto d'aver per tema ab- bandonato Cremona , la quale per un ponte verso quella parte fatto potea correre e predare a suo modo ; e sì perchè il luogo era assai comodo ad esser vettovagliato di verso Parma; e venia fatto forte dal fiume; oltreché egli con due bastie e con l'artiglierie l'avea ottimamente munito. Il Cuti- gnola preso S. Giovanni a Croce, deliberò tentare se polca tirar Francesco a combattere , e con le S( hiere fatte se ne venne verso i nimici. Francesco avendo fatto armare i suoi più per cautela, che per credenza d'aver a combattere, at- tendeva a far guardar il ponte , onde facilmenle ributtava i nimici. Ma acrortosi il Cutignoia che mentre in sul ponte con poco profitto si scaramucciava , certi saccomanni con al- cuni cavalleggieri aveano trovato non lungi dal ponte il guado di passare il fiume, e che già molt' altri il passavano, co- mandò che per quindi si ponesse una parte dell'esercito a passare, con ordine che ogn'uomo d'arme si mettesse un fante in groppa per valersi di là del fiume della lor opera. I nimici si volsero ancor eglino in quella parte , e valoro- samente combattendo ripignevano spesso i Veneziani; e sa- rcbbesi senz' alcun dubbio fatta cosa di poco giovamento, se coloro i quali erano a'ia guardia del ponte, veggendo i nimici andar tuttavia passando nell'isola, con stolto consiglio non avessero abbandonato il ponte; per lo quale potendo passar coloro che rimanevano con maggior facilità , non eb- bero molta fatica a superar il nimico da due parti accer- chialo. I capitani nimici veggendo le cose loro spacciate si salvarono con la fuga tenendo la via dell'altro ponte, e quello feccr tagliare; onde in poter de' Veneziani pervennero i cariaggi , e una parte di quelle genti ; le quali chiusa loro la strada di potersi salvare, fur fatti prigioni a man salva. Questa vittoria giovò molto alle cose del conte ; il quale avuto r aiuto de' Fiorentini non dubitò di andar a trovare il patriarca, che assediava Lunato, sì per levarlo dall'assedio, come per tirarlo a combattere. Ma il patriarca non veggendo il tempo , convenne far quello che poco innanzi era stato
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fallo dal conte, cioè ritrarsi ne' luoghi forti, e non dar al nimico comodità di poterlo sforzar a combattere. E benché avendolo il conte sfidalo, egli avesse accctlato il guanto della battaglia , nondimeno non voile per conto alcuno uscire da- gli alloggiamenti; talché tutta la fortuna delle cose s'inco- minciò a cangiare , imperocché e Alessandro ritornò al fra- tello, e egli andato in quello di Pesaro acquistò Pozzo, la Tomba, Monteloro; e non spaventato dal verno, che gli era venuto addosso , essendo già entralo il mese di novem- bre, e in Firenze avea preso il sommo magistrato Domenico Pescioni , volea per assedio in ogni modo insignorirsi di (Iradara, castello in quel paese e per sito , mura , torri , e per esservi dentro un molto buon presidio di fanti forestieri giudicalo fortissimo. Mentre pgli con tulle le sue forze at- tende ad espugnar Gradara , il Culignola avendo messo in fuga i nimici , si era insignorito di tulio il contado di Cre- mona , e benché avesse trovalo alcuna difficoltà in Soncino, l'avea pur costretto ad arrendersi a' ministri del conle. Quindi passato in Chiaradadda, quella avea preso tutta in fuori che Crema, onde i Veneziani aveano dal' ordine, che passala Adda si penetrasse nel Milanese. Il duca fornita Crema e Lodi , e rifatte al meglio che potè le genti rotte nel Cre- monese, avea commesso a Luigi da S. Severino , che atten- desse a guardar Adda. Ma il Brandolino a cui era stala com- messa la cura della vanguardia, trovata difficoltà a passare il fiume per forza, si volse all'industria, e informalo che il fiume si polca passare verso una parte che fa padulc , la qual non era guardala , qui volse tutto il suo ingegno , e fallo far graticci , e venire molli cavicelli in su carri , per quelli la padule , e per questi fattone un ponte d'aver a passar il fiume propose. E già l'esercito, venuto il sesto dì di novembre, essendo le cose a ordine, con maraviglioso silenzio era cominciato a passare, quando scoperto dal ni- mico, Campanella condotlier di Luigi, subitosi spinse oltre per vietare il passo, ma ributtalo gagliardamente da quelli ohe eran passati, e egìi, e Luigi, e in somma tulle le genti, le quali erano a guardia della riva abbandonarono il fiume, e posersi a fuggire ; quali in uno , e quali in altro castello cercando di ricovrarsi. Per la qual cosa entrati i Veneziani
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nel Milanese paese abbondtinlissirao , e di ville, e d'uomini, e di bcsliarai, e d'ogni bene al pari di qualsivoglia altro ri- pieno, quello luUo ingordamenle predarono, e correndo senza trovar resistenza alcuna infino alle porle di Milano , il paese, ma mollo più il duca della sua iniquitezza tardi pentitosi, soprammodo afflissero : arebbon fallo effetti mag- giori, se dalla stagione del verno non fossero stati impediti: la qual cosa porse all'affannoso animo di Filippo per allora alcun riparo. Ma considerando che a tempo nuovo egli da capo da' Veneziani sarebbe assalito, e che tra tanto Gentile della Leonessa lascialo a Casciano con duemila cavalli e mille fanti , quando il tempo il permetteva non lasciava di molestare tulio il Milanese , prese partilo di ricorrere a di- versi principi per aiuto. E non solo al re Alfonso suo amico si raccomandò , mostrandogli le vittorie de' Veneziani esser di comnn pericolo a tutta Italia , ma ricorse anco alle forze forestiere , mandando amhasciadori al re di Francia , e promettendo di restituirgli Asti , la qual terra lungo tempo avea posseduta , purché in tante calamità alcuno aiuto gli porgesse. Nò si sdegnò di procurare per mezzo di Eu- genio di riconciliarsi la grazia del conte , umilmente pre- gandolo che la protezione del vecchio e cieco suocero ab- bandonar non dovesse , facendogli lusinghevolmente inslillar negli orecchi , che se non per rispello del duca , almeno per lo proprio suo interesse, a cui quel principato presto avea a ricadere , sì fatta cura prendesse. Era già entrato l'anno 1447, e in Firenze avea preso il gonfalonerato Ber- nardelto de' Medici; quando per l'asprezza del verno e il conte si levò da Gradara, e le genti ecclesiastiche, e quelle del re si ridussero alle stanze. Essendo le cose quiete pa- rca che da ciascuno si attendesse a discorrere qual fine dovesse aver quella guerra la stale vegnente. Né si credea che il re, né che il conte medesimo fosse per abbandonar Filippo , poiché attendendo il conte tuttavia a chieder da- nari, e non potendone aver quella somma che desiderava, si dubitava che avesse almen con questa scusa a prender un dì occasione di partirsi della lega. Ma la poca tema, che si aveva di Filippo , togliea anche quel tanto rispetto che al conte solca portarsi; e i Veneziani si sentivano spesso
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andar mormorando , che si era fatto più di profitto da' lor capitani in due mesi, ohe non in tanti anni dal conte. Anzi e' si crede , che nò a Cosimo fosse dispiaciuto che il conte si fosse congiunto col duca , non solo per la privata amici- zia, ma per lo comune benefizio d'Italia, csislimando egli esser molto me;;Iio che Io sialo di Milano pervenisse in poter d'un principe solo , che non quello alla potenza dei Veneziani s' aggiugnesse ; con la quale si sarebbono in modo ingranditi, che avrebbnno posto in servitù tutta Italia. Stando dunque le cose in questi termini, sopraggiunse a" 23 di feb- braio la morte di Eugenio; la quale da coloro che gover- navano in Firenze fu tenuta buona novella , non essendo quel pontefice per i favor ch'essi prestavano al conte, verso loro mollo ben disposto. E aspettandosi con sommo desi- derio per le cose che correvano qual de'cardinali dovesse essere a tanla digniià promosso , vennero alla signoria en- trata con Lulozzo Nasi Icttrre esser stato crealo pontefice Tommaso da Sarzana , non stato fallo cardinale prima che l'anno innanzi a questo, e pochissimo tempo prima fallo vescovo di Bologna , il quale Niccolò volle esser chia- mato ; ma né l' ignobililà della famiglia, ne il ricordarsi in Firenze molti averlo veduto repctilore de' figliuoli di Rinaldo degli Albizi , ne l'essere per sì breve tempo dimorato in qualche fortuna , gli scemarono punto di riputazione; es- sendo per altro, e per dollrirta , e per costumi, e per grandezza d'animo stimato degnissimo di quel grado. Gli furono per questo dalla Repubblica deputati ambasciadori de' principali cittadini Agnolo Acciaiuoli , Giannozzo Pitti, e Alessandro degli Alessandri tulli tre cavalieri, e Neri Capponi , Giannozzo Manelti a cui fu commesso il carico di far l'orazione, e Piero de' Medici figliuolo di Cosimo. Trovo scritto, che costumando i pontefici di dare a' Fio- rentini udienza segreta, cioè nella sala del Pappagallo, siccome facevano a repubbliche di simili qualità, essendo usi di dar l'udienze pubbliche agli ambasciadori degli im- peradori e de' re Niccolò V fu il primo, il quale per onorar la Repubblica ricevette i suoi ambasciadori nella sala dei re; la qual cosa quanto passò con maggior peri- colo del Manelti, il quale ebbe in molle cose a variar la
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forma dell'orazione da lui fatta, tanto dagli uomini dotti di quel secolo gli fu a maggior lode attribuita , avendo con maravigliosa felicità e fama di memoria il suo ufficio for- nito. Andarono i medesimi ambasoiadori per commessione della Repubblica a trovare il re d'Aragona, il quale era a Tivoli, e da parte de'Ioro signori gli significarono, loro intenzione esser di volerlo per padre, e per amico, a'quali il re rispose, che nella lega che egli col duca di Milano avea fatta, avea serbalo luogo a' Fiorentini ; ma da quelli fu replicalo, che senza i Veneziani non poteano godere quel benefizio dal re. Conchiusesi , che ciò era bene trat- tarne col papa , il quale tornati gii ambasoiadori da Tivoli prese la cura di praticarla. Il luogo ove s' avesse a trattare come luogo comune, e per quel che altre volte s'era fatto, fu deputata Ferrara, chiamata per questo dagli scriltori di quel tempo albergo di pace. I mezzani doveano essere il cardinale Morinense legato a ciò eletto dal papa, e il mar- chese Lionello figliuolo del marchese Niccolò ; a cui morto nel fine dell'anno 1445 era in quello stato succeduto. Ma per questo non si lasciavan da parie le cure della guerra , perciocché a Lodovico Verrazzani nuovo gonfaloniere era stato rapportato , come le genti della lega uscite di nuovo a' 17 di maggio in campagna aveano fatto danni grandi sopra lo stato del duca , presogli Sonano, Romanengo , Brivio, e molti altri luoghi, aveano corso infino alle porle di Mila- no, e il popolo che avea ardito d'uscirgli contro, fu da loro animosamente infino dentro a le mura ripinlo. Nel qual tempo il cardinale Morinense, il quale andava a Ferrara per la pace , capitò a Firenze , ove fu con grandi onori ricevuto. Tra tanto il re veggendo lo slato del duca tuttavia in pericolo, acciocché mentre la pace si trattasse, i Vene- ziani affatto di Lombardia non s'insignorissero, avea deli- berato muover guerra in Toscana per tener divise le forze di quelle repubbliche ; sapendo che i Veneziani soli non avrebbon potuto opprimere il duca. Entralo dunque gonfa- loniere di giustizia Giovanni Bartoli , ecco fuor dell' espet- tazion di ciascuno venir novelle nella ciità, come circa cento fanti erano entrali in Cennina castello posto nel Val- darno di sopra, e quello gridando il nome del re d'Ara-
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gona , mentre i terrazzani erano fuori per i campi a lavo- rare , aveano occupato. Poco prima erano ancor giunti avvisi come Guidantonio e Astorre Manfredi acapiloli che aveano con la Repubblica , non avendo riguardo, s'erano condotti a' soldi del duca; nondimeno essendo in Ferrara le cose della pace molto ben digerite , ove intervennero per i Fio- rentini Bernardo Giugni e Neri Capponi, se n'aspettava d'ora in ora alcuna buona conclusione; quando si seppe ]ier cosa certa il duca il tredicesimo giorno d'agosto essersi di questa vita partito. Voleva ciò non ostante il legato se- guitare innanzi la pratica della pace ; ma i Veneziani , i quali aveano in quel tempo acquistato di più Lodi e Pia- cenza, si mostrarono sotto varie scuse in modo alieni da quella, esistimando esser venuto il tempo, che facilmente si poleano di tutta la f^ombardia insignorire, che il legato, e gli ambasciadori de' Fiorentini , e degli altri principi veg- gendo perdersi il tempo indarno, se ne tornarono nelle lor case , lasciando i semi vivi delle discordie ; e fu la Lom- bardia variamente molestata dall'armi de' Veneziani , e del conte, il quale sentita la motte del suocero , condusse il suo esercito in quella provincia. Né la Toscana stette quie- ta, ove l'armi del re Alfonso s'incominciarono a sentire- Essendo diinrpie ogni ragionamento di pace tolto via , i Fiorentini attesero in prima a ricuperare Gemina, essendo luogo forte di sito, e atto a far molti danni ai paese, e dopo quindici dì la riebbono a patti , avendo però fatto impic- care alcuni di que' principali , per opera de'quali si credea quelli fanti esser stati condotti , imperocché il re certificava tuttavia i Fiorentini non aver con esso loro cagione di contesa. Nondimeno essendo entralo gonfaloniere Puccio Pucci si ve- deva, che il re era armato, e all'uscita di settembre si seppe che egli con settemila cavalli , e quattro mila fanti , e con guastatori e altra gente inutile che arrivava al numero di quindicimila uomini avea già passato Roma , e tuttavia s'av- vicinava verso Toscana. I Fiorentini dubitando noi re gli cogliesse alla sprovveduta , crearono subitamente i dieci di balia. Costoro cercarono di mettere quelle genti insieme , che più poleano; nel principio de' quali preparamenti una cosa accadde loro prospera, o un'altra avversa; imperuC'
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che il Simonella avendo finito il lempo della sua condotta, passò con mille cavalli a'stipendj dei re , e ii conte d'Ur- bino proffertosi di sua libera volontà a' servigi della Repub- blica ne venne con mille fanti e sccenlo cavalli in suo aiuto. Olire a questi provvedimenti mandarono ambascia- dori a'Sanesi, confortandoli a mantenere la loro libertà; e finalmente essendo già il re a Montepulciano arrivalo , spedirono a lui oratori Giannozzo Pilli, e Bernardetlo dei Medici per intendere con che animo veniva verso lo stato de' Fiorenlini , e qual cagione lo spìgneva a muover lor guerra, non avendo mai i Fiorenlini contro il suo stalo macchinato. Costoro esposta la loro ambasciala al re, eb- bero per risposta, com'egli non avea mai altro, che la quiete d'Ilalia desideralo, e per questo lui essere stato {)rincipal cagione , che in tempo d' Eugenio la pace in Fer- rara si traltasse , ma poiché egli avea indubitatamente co- nosciuto, che non il duca Filippo, ma i Veneziani erano quelli che volevan turbarla , poiché dopo la morte sua con- tinuavano nella guerra, e intendevano in ogni modo d'in- signorirsi di quello stato, il quale a lui come a erede in- stituilo dal duca apparteneva , lui esser stato costretto per conservazione delle cose sue di pigliar l'arme contro dei Fiorenlini, come quelli col cui aiuto erano i Veneziani en- trati in quelle speranze , sapendosi per tutta Italia , che mentre eglino fur soli , non ebber mai potere di far oltrag- gio a Filippo. Ne altra cagione di guerra aver co' Fioren- lini di questa. La qual cosa se punto dubitassero esser vera, facesser prova di spiccarsi da' Veneziani , e conosce- rebbero non aver amico in Ilalia maggiore del re Alfonso; il quale santamente solca le sue amistà conservare ; così narrano quelli scrittori , i quali ebbero cura di raccoman- dare alla memoria de' posteri i falli di quel re. Fu doman- dato dunque dagli ambasciadori spazio di cinque giorni per consultar questa cosa col senato; ma non venutane altra risposta, 0 perche non paresse onorevole, ne securo alla Kepubblica allora romiier la lega co' Veneziani , e fare la pace col re , che egli era entrato armato nel suo paese ; o che pure credesse in ogni modo non essere a tempo ciò che si facesse, il re ruppe manifcslamenlc la guerra. E
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vcggendo per la via del Valdarno di sopra come avea prima disegnalo , non poter far cos' alcuna di momento , avendo i Fiorenlini riacquistalo Connina, e provveduto ottimamonte que'luoglii, se n'andò all'uscita d'ottobre in quel di Vol- terra, e a' 10 di novembre, sotto il secondo gonfalonorato di Castello Quaratesi , il primo luogo che occupò alla lio- pubblica fu Kipomcrancia, il quale per ispavenlo degli aliri permise che fosse posto a sacco da" soldati. Perciò se gli diedero subito quelli di Caslelnuovo, ancorché il luogo fosse forte, e da potersi difendere, e così quelli del Sasso, del castello de' Rossi , e di Monlt-verdi. Ma non trovò poro la medesima facilità in Monlecastello ; per la qual cosa vi pose l'assedio; ma tra per mancamento di vettovaglia . e perchè si levarono fieri e impetuosi venti , che né pur dentro i padiglioni i soldati potevan posarsi, e molli si trovarono, che furono dalla forza di essi portati in aria, né senza le bombarde era speranza di potersi avere il castello, le quali a condurre in quel luogo era rogito malagevole , il re fece levare il campo, e ordinò che s'andasse in Campiglia , per entrar quindi in quel di Pisa , allettato dall« promesse di Fazio e di Arrigo conti della (Iherardesca; i quali essendo nimici de' Fiorentini , lungo tempo aveano il re seguitato- Il quale perchè per ogni via i Fiorentini molestasse, avea già dato commessione, che tutti i loro mercatanti , e qualunque altro Gorentino che ribello non fosse, fra poco spazio di tempo da' suoi paesi dovesse sgombrare. Intanto non riu- scirono vane le promesse de' conti ; avendo il re per la costoro opera preso Montescudaio, Guardistallo, Bolgheri , la torre a S. Vincenzio, e Ripalbello. Ma non gli venne perciò fatto di prendere Campiglia, la quale da quelli di dentro fu valorosamente difesa. Continuò nondimeno l'as- sedio per buona parte del gonfaloncrato di Bernardo Ghe- rardi la terza volta primo gonfaloniere dell'anno 1448, ma non veggondo segno alcuno, che quelli di deniro si voles- sero arrendere , e essendo la stagione asprissiraa , fu il re costretto ritrarsi cinque miglia addietro a Portobaratto , sì perchè quivi era fornito copiosamente per la via di mare dal regno di ciò che gli facea di bisogno, e sì per esservi l'aria il verno, come è sempre ne' luoghi accanto alla ma- Amm. Vol. V. 7
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rina, più temperala. E fece gli alloggiameiili nel colle che sopiasla al porlo, ove l'aulica Populonia fu edificata. E Piombino di questo luogo non più che tre miglia lontano; di cui in qnel tempo era signore Rinaldo Orsino marito di Caterina Appiana: la quale per la morte di Iacopo suo pa- dre senza figliuoli maschi, di cui altrove in quest'opera s'<'' fatto menzione , a\ea quello sialo redalo. Conosceva il re esser questo luogo molto opportuno per chi volesse far guerra allo stalo de'Fiorenlini , e avendo sentore che Ri- naldo per aver a sospetto la potenza de' Fiorentini, non stava mollo bene con esso loro , stimava facilmente poterlo lir.irc alla sua devozione ; ma Rina'do , il quale come uomo perito delle cose militari, sapeva con quanto cattivo consiglio pel- le speranze delontani principi s'acquista l'odio de' vicini: e eragli avanti gli occhi fresco I' esempio del conte di Po[)- pi , avca fermo nell'animo di non dithiararsi nimico de'Fio- renlini, ma tenendo diiigentcmente guardato il suo, as|>e(- tare ove le cose di questa guerra a\ess(ro a riui^cire. Per- chè vanendogli il re armalo intorno le muia, gli chiuse le porte in sul viso, nò fuor d'alcuni pochi soldali, e quelli disarmati pati che entrassero nella terra , né le veltovagiic che al re venivano per mare, quando poteva lasciava an- dare air esercito. Stando il re in queste parti gli vennero avvisi , come alcuni soldati mandati da' Fiorerilini per la guardia di Castiglione della Pesc;iia gli darebbero la terra: perchè comandò a Simoneito, che con le sue genti vi ca- valcasse; il quale avuta la terra, subito il re v'andò con lutto l'esercito, rimanendo il s»ìcondo procinto e la rocca, che per i Fiorentini ancora si lericano. Dolse profondamente l'avviso di questa perdita a" Fiorentini, considerando che se il re della rocca appresso s' impaironiva , non si sarebbe (acciaio per un pezzo di Toscana , esseiido quel luogo mollo allo a tenerlo abbondantemente provveduto dal regno di Napoli di ciò che gli bisognava, dove convenendoli stare tulio dì sotto le tende, il disagio e l'incomodila l'avercb- bou costretto a tornarsene a casa. Speravano nondimeno essendo la rocca forte, e avendovi dentro alla guardia Ber- nardo Arinuhieri lor cittadino , e Sermanno por commessa- rio , che fossero per tenersi. E tra tanto mandarono con
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gcnli in Maremma di Pisa Bernardello de' Medici e Neri Capponi; i quali accampatisi intorno Ripnlbcllo il preser per forza e disfecerlo. E passalo in quel di Volterra ricu- perarono Ripomerancic e molte altre castella , quando noi primi giorni del terzo gonfaloncralo di Manno Temperani s'ebbero novelle, come quelli di Castiglione aveano pat- tuito di darsi (Va dicci giorni, non venendo loro soccorso da' Fiorentini, il qual soccorso non potendo loro esser ^ato, Castiglione si perde. Ma perchè e' fu opinione che ciò non passasse senza mancamento di chi ne avea la cura, e a Bornardo e a Manno fu dato bando del capo. Dopo la presa di quel castello essendo ancora il fre<ldo grande . benché si fosse entralo nella primavera , il re lasciato pre- sidio sufficiente a Casli;jljone , si ritirò ad Acquaviva , e i Fiorentini a provvedersi con ogni diligenza diero opera. E avendo inteso come il re avea condotto a' suoi soldi Gi- sraondo Malatesta con secenlo lance e quattrocento fanti, e aveagli prestato infìno alla somma di trentamila scudi per averlo in quella guerra , non dubitarono di mand^irgli Gian- nozzo Manotli per tirarlo a' servigi della Repubblica, il quale ricordandogli l'antica amicizia de' Fiorentini co' suoi prede- cessori , e le grandi comodità, che egli potrebbe sperare ogni volta che ne gli venisse bisogno da una Repubblica, la quale avea sempre tenuto conto dei vecchi amici, o per- chè conoscesse queste cose esser vere , o per imborsarsi oltre i danari de' Fiorentini la pecunia del n , finalmente piegò a' conforti del Manetli, il quale nel secondo gonfa- lonerato di Alessandro degli Alessandri il condusse a' soldi del comune; la qual cosa perciò parve ancora a' Veneziani maravigliosa , che tra lui e il conte Federigo d Urbino gravi nimistà passavano per mezzo ; le quali furono in lulla quella guerra dall'industria dc'commessarj felicemente tenute cal- cate. Ora essendo il conte Federigo in quel di Pisa , e Gi- smondo non ancor mossosi dalle sue terre, essendo neces- sario accozzar queste genti insieme, fu scritto al Malatesta che ne venisse in quello d'Arezzo; e essendo Neri Cap- poni tra questi signori buon mezzano, dopo aver compreso qual era l'intenzione del conte, se ne andò per levare ogni cagione di gara e di contesa in Arezzo ; e col Malatesta
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convenne d' accozrarsi su la Cecina Ira Montescudaio e Volterra. Prese ciiiscuno il suo viaggio, e trovaronsi final- menle allo Sptd.tlc'lo , ove la Repubblica si trovò avere sollo questi duo capitani, e altri stioi condottieri, essendo commessari del campo il Capponi e Bernardetlo de'Medici, cinque mila cavalli, e quattro mila Tanti, e infìno a mille guastatori. Il re tra questo mezzo con l'esercito |)iiiltoslo accresciuto che diminuito, s'era accostalo a Campiglia , e quando si credca che volesse campeggiar quella terra , si volse a Piombino. Era Rinaldo raccomandato de'Sanesi, e per questo fece subilo loro intendere lo sialo in che si trovava. Ma i Sanesi non poUMido soccorrerlo con le forze, mandarono in favor suo ambasciadori al re, i quali nulla operarono, on ie egli si volse a'Fiorenliiii. Era entrato gonfaloniere di giustizia l,uea Pitii uomo animoso , e per r opera usala verso il patriarca vernilo in qualche rijìnla- zione , la quale in processo di tempo cr- bbe poi grandis- sima, fiiubc un'altra volla venne a cadere. CdsIuì col con- senlimenlo di Cosimo e de' Dicci deliberò, che a Rinaldo si dovesse porgere luUo queir aiuto che si sarebbe alle cose proprie, e per questo e per terra e per mnre senza risparmio o tardanza alcuna gagliardamente si soccorresse. .\ndalo l'ordine in campo,